Mese: gennaio 2017

Una ricetta per Sanremo

Venghino siore e siori, nella povera Italia sta per andare in scena lo spettacolo più miserevole dell’anno… la demenza più clamorosa che forse si contende il posto solo con l’orrore cerebrale di Miss Italia, per mandare in onda quel “panem et circenses” che tanto piace ai nostri governanti per rendere ancora più stupidi i suoi già lesionati cittadini.
Ricetta per una appetitosa trasmissione ammazzaneuroni: Prendi un presentatore mediamente belloccio ed abbronzato, che abbia una discreta cognizione della lingua italiana ed una lingua avvezza alle leccate deretane della corrente di governo dominante; dagli una milionata di Euro e lui ti rimbocca le coperte, ti porta fuori il cane a pisciare ed invita anche a cena tua suocera se serve. Mescola bene il suddetto presentatore con un paio di fighe avvolte nel domopak di abiti scollati con protesi siliconate bene in evidenza, sorriso ebete e magari scarsa conoscenza della lingua italiana per aggiungere quella manciata di riso che da sapore al piatto. Meglio se una è esotico/straniera che fa gaffes a raffica per far ridere gli ebeti spettatori (in questo caso è indispensabile un gran bel culo altrimenti non ride nessuno).
Una volta miscelati questi ingredienti, dosare con attenzione quattro o cinque ospiti internazionali molto costosi, che so, attori di Hollywood che non sanno neanche dove sono e che cazzo devono fare ma sono lì e tanto basta per guarnire e dare sapore al piatto.
A questo punto aggiungere un comico attore di successo che recita, sbraita, canta, dice volgarità, si arrampica dappertutto , si cala i pantaloni e trasmette la sua felicità agli ebeti spettatori canonepaganti perchè lui si è fottuto una mezza milionata di euro per un quarto d’ora (soldi loro) e li ha presi per il culo (ci credo che se la ride).
Dosare in parti uguali una dose abbondante di cantanti, tra adolescenti perfetti sconosciuti, tatuati in faccia, orfani e mezzi drogati che si giocano una roulette russa alla Highlander (ne resterà soltanto uno, gli altri torneranno a cantare nelle bettole di quartiere o al festival dell’unità) e semidisperati che non calcano i palcoscenici dai tempi di “grazie dei fior” di Nilla Pizzi che rivedi imbalsamati con improbabili parrucchini multicolori e credi abbiano fatto un patto col diavolo.
A questo punto è indispensabile, per la riuscita perfetta del piatto, un autore, cantante, attore o qualunque cosa va bene purchè sia polemico ed incazzoso che se la prenda con Trump, con l’Isis, col terremoto, con Maga Magò, con i precari o con le Poste. L’importante è che dia quel tocco di piccante che risvegli il culo sopito degli addormentati spettatori affinchè falsamente si indignino, magari donando un euro col cellulare alle vittime del terremoto e sono tutti contenti e più buoni. Quel tocco social-falso che è indispensabile per una trasmissione del cazzo che si rispetti.
Da non trascurare, la possibilità di far sentire “importante” il pubblico ebete, dando la possibilità di effettuare il voto da casa, spendendo una decina di euro di telefonata per dare una preferenza che non verrà tenuta in alcun conto per la gioia delle compagnie telefoniche e delle case discografiche che tanto hanno già deciso chi vince, alla faccia dei coglioni che guardano la trasmissione.
Lasciate cuocere in TV per quattro giorni a canale fisso, mettetevi a 90 gradi ed ecco che al sabato notte avrete un piatto che non dimenticherete perchè vi ha rubato sogni, soldi e tempo che avreste potuto impiegare magari leggendo un buon libro, andando a cena con chi amate o dedicarvi alla vostra famiglia… anche le carezze al cane vanno benissimo.

Storia di Stivalia

Nel Paese di Stivalia, un paradiso circondato dal mare, era sempre vissuto, fin dalla più remota antichità, un popolo che aveva capacità abbastanza superiori alla media mondiale. Agli inizi della storia aveva governato il mondo intero, aveva costruito opere maestose, creato opere d’arte invidiate da tutti, aveva fatto scoperte scientifiche frutto di ingegno e fantasia senza pari e tutti i regni della terra avevano cercato di accaparrarsi quelle menti geniali provenienti dalla magica terra di Stivalia. C’era una certa libertà di pensiero e le idee fiorivano libere ovunque; chiunque avesse avuto un’ideologia da promuovere, allora Stivalia era la sua casa. Così ci furono geni che fecero progredire il Paese ma anche loschi figuri che attecchirono anch’essi come la gramigna facendo da contrappeso alle idee di libertà.
Il guaio di un Paese troppo libero è che ci puoi trovare di tutto, dalle rose alle ortiche, alle piante velenose.
In questo clima arrivò un’orda di gentaglia che si era messa in testa di governare il mondo delle anime terrene… se arrivava anche del godimento materiale, bè sarebbe stato ancora meglio, chissenefrega di sti imbecilli del popolo, e quindi Stivalia vide proliferare la casta dei “vestaglioni portasfiga” una congerie di Papi, antipapi, vescovi e santi, e parroci pedofili e busoni che pretendevano di dettare “legge al gregge” (slogan molto in voga tra i vestaglioni) e dire cosa era giusto e cosa era sbagliato, tutto naturalmente a modo loro. Se si seguivano le regole, ci sarebbe stato il night club “paradise”, con figa eterea, pavimento nuvolato e passeggiate nei prati celesti dalla mattina alla sera senza fare un cazzo sotto il sole perché la notte non scendeva mai… essaichepalle… se si cagava fuori dalle regole si andava all’inferno… salvo non spiegare bene cosa fosse l’uno e cosa fosse l’altro perché nessuno c’era mai stato e probabilmente non gliene fregava un cazzo neanche a loro.
Iniziarono le leggi, i comandamenti… non trombare, non rubare, non desiderare, non farti le pippe, non leggere se non quello che ti diciamo noi, non peccare di gola, vai qui, vai lì, lavora come una bestia, onora questo, onora quello, prega sei ore al giorno, insomma dalla libertà assoluta dei vecchi tempi si era arrivati a non poter fare più un cazzo che ci piacesse.
Furono secoli bui, se non obbedivi non aspettavano che morissi per andare all’inferno ma ti ci mandavano loro da vivo, magari accendendo un bel falò e gettandoti sopra tanto per abituarti alle fiamme eterne fin da subito. Erano tutte creature del demonio…. poi abbiamo scoperto che il demonio è stato assolto da quelle accuse infondate perché lui non si sarebbe mai abbassato a tanto… ha una certa dignità che a quella gentaglia manca.
Ma le menti libere di Stivalia tennero duro ed un paio di secoli fa sfancularono i vestaglioni e li relegarono in un piccolo territorio da cui però continuano a scassare i maroni ancora oggi, anche se molto di meno perché non se li caga quasi più nessuno.
Ma il danno ormai era fatto, la grandezza di Stivalia era compromessa. Tutti quei secoli di oscurantismo avevano danneggiato la mente delle persone, avevano tolto brillantezza, libertà ed estro e reso tutti un po’ pecoroni.
Approfittando della desolazione cerebrale, una nuova casta Stivalica non si fece sfuggire l’occasione di sostituire il potere dei vestaglioni portasfiga, alleandosi con loro per razzolare il residuo potere che ancora restava ma che poteva essere usato non per gestire le anime bensì i portafogli delle persone.
Il capostipite di questa nuova casta nefasta fu un tale gobbo andre8, che appariva viscido e brutto come un prete mancato e che riuscì nell’intento di unificare i vestaglioni ed un altro club che andava forte in quel periodo. Costoro erano un po’ riservati e schivi e quindi si definivano “cosa nostra”, in altre parole “fatevi i cazzi vostri”. Il gobbo Andre8 regnò su Stivalia per decenni, si narra che avesse sconfitto a scacchi (barando) anche la nera signora e dunque non moriva mai. A lui si ispirò una congerie di nani politici che cercarono invano di emularlo senza riuscirci, riuscendo però a rubare abbastanza al povero popolo impecoronito di Stivalia. Comunque c’era ancora intelligenza e cervello (nel bene e nel male), poi sparirono anche quelli fino ad arrivare ai giorni nostri in cui trovare un governante col cervello e che azzecchi tre congiuntivi di fila è diventata un’impresa ardua.
E quindi siamo qui oggi, in un deserto cerebrale in cui il popolo aspetta Sanremo, le partite di calcio, la pensione e legge biografie di calciatori analfabeti. E’ ovvio che anche un lupo rincoglionito, zoppo e cieco riesce a mangiare pecore drogate…
Ma io spero sempre che Stivalia possa tornare ai fasti di un tempo perché ci sono tante persone a cui tutto questo non sta più bene… basta avere fiducia!

Non mi piace

Sanno come prenderci. La frase finale di un notissimo film, L’avvocato del diavolo, fa dire proprio a quest’ultimo che il suo peccato preferito degli umani è la vanità. La diabolica tecnologia ha subito preso al volo l’autorevole consiglio ed ha creato il “like”, il “mi piace”, per dirla all’italiana, per spronare i deboli peccatori umani a ricercare quella vanità che è diventata più importante di ogni altro sentimento umano, persino della ormai obsoleta crudeltà o cattiveria.
Perché qualunque essere, anche il più abbietto, dimentica la sua cattiveria se viene adulato.
Ed ecco che ogni social, ogni sito aperto al pubblico, blog compresi, ha creato il suo asse centrale su quel tasto malefico che spesso ti consente di esprimere una favorevole preferenza anche se non hai letto ciò che è scritto o anche se non ci hai capito un cazzo.
Ed ecco che i social “proletari” come Facebook o Instagram creano e disfano miti in base a quanti “like” si riescono ad ottenere.
Oggi non è più tanto importante quanti soldi hai sul conto corrente, ma quanti “like” hai sul profilo e non c’è privacy che tenga, anzi. Alla fine il genere umano è così coglione che le cose finiscono per coincidere: se hai un sito con milioni di “like” hai anche un conto in banca con milioni di euro.
A volte mi chiedo se uno tipo Einstein o Dante Alighieri fosse vissuto all’epoca dei social avrebbe avuto qualche “like” …ce lo vedete il vecchio Albert che su Facebook posta “E=mc2” con relativa formula…non se lo cagava nessuno, ma proprio nessuno.
O il sommo Poeta che posta la sua Divina commedia…avrebbe ricevuto commenti del tipo “Zio, cazzo dici? prossima volta vacci piano con la grappa”…
Invece oggi, perfetti sconosciuti che non hanno mai creato un cazzo in vita loro si inventano qualche balletto in piscina accanto a due o tre fighe decerebrate e creano personaggi seguiti da migliaia di persone che non credo abbiano molto più cervello delle tipe accanto al protagonista.
O tempora, o mores…avrebbe detto il vecchio Cicerone sul suo profilo…ma anche in questo caso i più arditi avrebbero pensato ad un sondaggio calcistico tra centravanti… “raga, io sarei per Mores, come gioca lui non è capace nessuno…poi chi cazzo sarebbe sto Tempora?, dove gioca?”
Poi la cosa è troppo a senso unico e questo non mi sembra troppo democratico. Perché accanto al “like” non ci aggiungono un “mi fa cagare” per dirlo all’italiana? Forse perché i miti di questa effimera e demente orda di “socialisti” (intesa nel senso di patiti dei social e non politico) temono di vedere i “mi fa cagare” prevalere sui “like”? Se non c’è un pulsante del genere ti limiti ad ignorarli ma a me piacerebbe anche un bel link con su scritto “sei un coglione”, sai che soddisfazione?
Ecco, adesso non mi aspetto nessun gradimento a questo scombinato post…

La giostra

Rispolvero un vecchio scritto di qualche anno fa a cui sono molto affezionato…

A volte ho l’impressione che vivere la vita di tutti i giorni sia come essere su una giostra. Sei sempre in movimento, è un giro che non finisce mai, spesso sali ad occupare il posto che trovi libero o più vicino oppure dove gli altri ti indirizzano, difficilmente ti siedi al posto che vorresti. O forse è dovuto al fatto che ci sali da bambino e quindi sono i tuoi genitori a scegliere quel posto che loro ritengono più bello o più sicuro. Macchine dei pompieri, ambulanze, cavalli, moto…la giostra è una metafora della vita in cui difficilmente puoi scegliere il posto su cui fare quel giro che ti è toccato.

Anche io sono salito su un posto che non avrei scelto se fossi stato libero di scegliere. All’inizio ti piace comunque, l’ebbrezza del girare, il mondo che ti passa davanti, le grida degli altri, ma dopo un po’ ti rendi conto che la cosa si fa monotona, che il paesaggio è sempre uguale, che rincorri e vieni rincorso ma, in fondo, resti sempre dove sei.

Allora pensi di scendere, vorresti vedere come è il mondo visto da un’altra prospettiva. Ma se gli altri ti vedono scendere mentre la giostra sta girando pensano che tu sia pazzo…non si può scendere dalla giostra, non è permesso farlo. Ti sei guadagnato questo giro, hai occupato un posto e adesso devi aspettare che il giro finisca, poi potrai lasciare il posto ad un altro.

Chi sta girando è felice, spaventato, preoccupato, sereno, agitato ma a nessuno viene in mente di scendere. Io ho deciso di scendere, di vedere il mondo con i piedi per terra, non sulla pedana rotante della giostra, manovrata da chi non vuole che tu interrompa quello che ti è stato assegnato. Non funziona così. Rischi di farti male. Il mondo è fatto da tante giostre, ogni città in cui viviamo lo è, più grande o più piccola, in una fiera di paese o in un luna park e chi non ha un posto sulla giostra è un folle, un emarginato.

Ma io l’ho fatto, sono riuscito a scendere indenne e sto guardando il mondo con altri occhi. E mi rendo conto che il mondo, la vita è completamente diversa vista da quella prospettiva. Posso guardare tutto ciò che mi sta attorno con calma, con i miei tempi, fermarmi quando voglio, proseguire quando mi va. Sulla giostra no, devi girare alla velocità di chi manovra e la prospettiva che hai è sempre la stessa, fatta di cose che ciclicamente ritornano sempre.

E guardi anche chi è rimasto sulla giostra…e ti chiedi come hai fatto a rimanerci per tanto tempo, rinunciando alla possibilità di scandire da solo i ritmi della tua meravigliosa esistenza…

Il pianeta delle scimmie

C’era una volta l’uomo. Ancora oggi non sappiamo da dove sia venuta fuori questa strana creatura che ha monopolizzato il dominio del pianeta. Qualcuno si è messo in testa che discendiamo da animali chiamati primati, ma resta un mistero come mai quelle stesse scimmie siano rimaste tali e noi no. Non ha molto senso. Se così fosse, ogni scimmia sarebbe diventata uomo nel gioco lento ed inesorabile dell’evoluzione, invece in uno sputo di tempo (parlando in termini di tempistica universale) ecco apparire una razza che non si è accontentata di dormire, mangiare, bere, cagare e scopare, come farebbe ogni animale che si rispetti, bensì ha creato immense meraviglie alla pari di crudeltà ed atrocità inenarrabili.
Chiunque mastichi un pò di storia non farebbe difficoltà a cercare, a ritroso nel tempo, le origini di questa nostra strana razza. Quando saremmo scesi dagli alberi mangiando banane e ci saremmo messi a studiare le stelle e creare opere d’arte?
Il discorso deve necessariamente partire dalle civiltà più antiche che si conoscono e qui il discorso si complica perchè è chiaro che ci mancano dei pezzi.
A scuola ci fanno studiare le “leggende” dell’antico Egitto, con le loro misteriose piramidi ed i loro culti misterici. Più indietro non si va, ma in una terra chiamata Mesopotamia, quasi mille anni prima degli egizi vivevano popoli che avevano un grado di civiltà che non era da meno: I Sumeri, gli Assiri ed i Babilonesi.
Erano popoli che avevano una scrittura (cuneiforme), conoscevano perfettamente l’astronomia, l’astrologia e la matematica, avevano grandi città, opere architettoniche maestose e codici di leggi in una società che poteva dirsi di avanzata civiltà.
Viene da chiedersi da chi avevano appreso certe complesse cognizioni, visto che prima di loro avrebbero dovuto esserci proprio quelle scimmie che mangiavano banane sugli alberi.
Non è che il buon Charles Darwin ha sbagliato tutto? I misteri sulla provenienza di questa strana specie semiparassitaria sono tuttora aperti e non possono essere liquidati con le storielle che ci hanno insegnato a scuola. Certo, a scuola di cazzate ce ne hanno raccontate e continuano a farlo, per cui non sarebbe affatto strano mettere in dubbio anche questa.
Il Dott. Semir Osmanagich, uno degli antropologi più famosi al mondo ha di recente affermato: “La storia dell’umanità su questo pianeta è la più grande menzogna mai raccontata e scritta. Non vedo l’ora che la verità venga esposta e che i falsi libri di storia vengano bruciati! I mass-media sono complici di un insabbiamento di proporzioni epiche”.
La scoperta, avvalorata dalle analisi al radiocarbonio, di costruzioni piramidali in Bosnia, data la presenza di avanzate civiltà addirittura a 30.000 anni fa! E non sono certo le uniche. In Texas, in Gran Bretagna, in Turchia (Gobekli Tepe), sono state scoperte analoghe strutture databili almeno 20.000 anni addietro. Come mai nessuno ne parla? Forse abbiamo davvero sbagliato tutto e non ce la sentiamo di confessarlo perchè le conseguenze sarebbero enormi?
Dovremmo essere abbastanza aperti per scoprire che tutto è davvero possibile, ed a tale proposito c’è un filologo e scrittore italiano di nome Mauro Biglino che ha esposto, con precisa cognizione di causa, una teoria affascinante basata sullo studio della Bibbia ed in particolare dell’Antico Testamento evidenziando come lì, di Dio non si parli affatto… ma in questo caso si arriva a pestare i piedi anche alla chiesa cattolica ed a mettere in discussione tutto il suo impianto truffaldino che ci devasta da millenni.
Non credete che valga la pena approfondire il discorso senza dare tutto per scontato?

Una favola…

Riposto una storiella banale che avevo già scritto agli albori del mio blog…mi è capitato di rileggerla e mi va di ripostarla..

Nel regno di Gaianaku i cittadini godevano di una certa ricchezza dovuta alla bontà e munificenza del loro re, il quale non vessava la gente con tasse e balzelli ma permetteva che tenessero per loro la maggior parte dei raccolti e delle loro ricchezze.
L’agio dei cittadini di Gaianaku era unico rispetto a quello dei regni vicini che dovevano invece sottostare a tiranni ingordi e disinteressati al benessere dei loro sudditi.
Un giorno il giovane Hermes, giunto con suo padre al mercato di Gaianaku da uno dei regni confinanti per vendere i loro miseri prodotti, sperando di ottenere un prezzo migliore, rimase molto colpito dalla bellezza del villaggio, delle sue case e dei vestiti dei suoi abitanti che vedeva per la prima volta nella sua vita. Hermes non conosceva il sentimento dell’invidia, ma sapeva apprezzare la bellezza e tutto in quel posto gli sembrava meraviglioso, tanto che la sua mente priva di malignità lo portò a pensare che anche la gente del villaggio dovesse essere altrettanto meravigliosa.
In una delle poche pause dal lavoro si sedette su di un muretto a mangiare una mela e si trovò a fare conoscenza con dei suoi coetanei che stazionavano li vicino a chiacchierare tra di loro, mangiando succulenti panini con la carne che si guardarono bene dall’offrirgli. All’inizio li trovò simpatici ed incuriositi per quello straniero così diverso da loro ma presto iniziarono a fargli domande su chi era, da dove venisse e ciò che possedeva, come se quello fosse tutto quello che gli interessava sapere. La povertà di Hermes fece cambiare atteggiamento ai ragazzi che iniziarono a schernirlo ed a definirlo “barbone” e “pezzente” prendendosi gioco di lui.
In quel momento un cane, in condizioni davvero penose, passò loro accanto, così magro che sembrava non mangiasse da giorni e quando si avvicinò al gruppo, malgrado l’odore della carne lo avesse attratto, si avvicinò ad Hermes che non potè che dividere metà della sua mela con la sventurata bestiolina.
I ragazzi iniziarono a ridere sguaiatamente tirando pietre alla povera bestia, urlando che un pulcioso aveva riconosciuto subito un suo simile e che insieme facevano certamente una bella coppia. Hermes si frappose tra la povera bestiola e quei ragazzi, trascinandola via con se fino ad arrivare al carretto di suo padre. Il genitore, appena vide il cane, inveì a sua volta contro Hermes urlando che non voleva quel sacco di pulci accanto al suo carro e che nessuno si sarebbe avvicinato a comprare le sue merci con quella bestia li vicino.
Hermes si perse negli occhi teneri ed imploranti di quello sfortunato cane dicendo al padre che non lo avrebbe abbandonato e che sarebbe rimasto con lui.
Allontanatosi con il cane che lo seguiva, si trovò ad attraversare le strade del villaggio mentre la gente si scansava al loro passaggio tirando bucce di patate ed ogni tipo di immondizia, deridendoli e chiedendosi ad alta voce chi avesse più pulci, se lui o il cane…
Hermes aveva solo seguito il suo cuore ed aiutato una creatura in difficoltà e, per questo, si trovava ad essere deriso e messo ai margini di quella opulenta società. Improvvisamente si trovò a riflettere come tutta quella felicità e quel benessere avessero inaridito l’animo delle persone e quel posto non gli appariva più il paradiso che aveva creduto che fosse.
Proprio in quel momento, mentre evitava l’ennesima pietra che gli lanciavano contro, udì l’avvicinarsi di una carrozza trainata da una schiera di cavalli bianchi e subito si fece da parte avvicinando a sè la povera bestiola.
Giunta alla sua altezza, la carrozza improvvisamente si fermò ed Hermes notò che tutti quelli che fino a poco tempo prima stavano insultandolo e lanciandogli oggetti, si inchinarono. Dalla carrozza ne discese quello che doveva essere il re, seguito da una misteriosa e bellissima fanciulla dall’aria molto triste. Il sovrano e la ragazza venivano proprio nella sua direzione ed Hermes ritenne che fosse opportuno inchinarsi al re ed a quella che, con ogni probabilità era sua figlia la principessa. Notò anche che il suo nuovo amico a quattro zampe stava dimenando la coda alla vista della ragazza che stava venendo loro incontro.
“Angel!” gridò la ragazza appena vide il cane, correndogli incontro ed abbracciandolo. La bellissima ragazza sembrò aver ritrovato un sorriso che doveva aver perso da tempo mentre ricopriva di baci il cane.
A quel punto avvenne una cosa strana. Sembrò che la bestiola stesse comunicando alla principessa che quell’incontro e la sua salvezza fossero dipesi da quel giovane male in arnese che il cane continuava a guardare.
“Come ti chiami, giovane straniero?” chiese ad Hermes la principessa.
“Hermes, vostra altezza. Sono venuto dal vicino regno di Soul per vendere con mio padre le nostre merci. Qui è tutto meraviglioso e ricco, ma l’unico amico che ho trovato è stato lui” fece indicando il cane.
“Se vorrai, giovane Hermes” disse il re intromettendosi nel discorso, “sarò felice di averti ospite d’onore a palazzo dove potrai avere un buon lavoro e tutte le ricchezze ed i privilegi che desideri perchè grazie a te mia figlia ha ritrovato il sorriso”.
Il ragazzo accettò volentieri, riflettendo sul morale di quella strana storia: La strada verso il paradiso passa attraverso l’amore per qualunque forma di vita bisognosa d’affetto piuttosto che nella ricerca affannosa dell’inutile riconoscimento sociale.

Il linguaggio nascosto

Qualche anno fa qualcuno mi suggerì di leggere “Il piccolo principe”. Quasi sdegnosamente risposi che lo avevo già letto molto tempo addietro e che adesso non avevo certo l’età per leggere certe favolette per bambini.
Ma un giorno, non molto tempo fa, una persona a cui tengo molto mi regalò, per il mio compleanno, un’edizione di quell’opera con una dedica che non lasciava spazio ad altre possibilità; dovevo rileggerlo.
Bè vi confesso che mi si è aperto un mondo. C’è un tempo per ogni cosa e se leggi un libro o guardi un film a vent’anni e rileggi quel libro o rivedi quel film anni dopo ti sembra di non rileggere o rivedere la stessa opera.
E’ un pò come giudicare una salita o una discesa a seconda di dove ti trovi. Il libro o il film sono sempre gli stessi, allora cosa è cambiato? E’ cambiata la chiave interpretativa dell’anima, il vostro punto di vista e le chiavi che ci permettono di cogliere certi aspetti che potrebbero essere celati sotto il falso mantello di una favola per bambini. E ce ne sono tante…
Da quella incredibile esperienza, con occhi nuovi e mente nuova, sono andato avanti alla scoperta di tutti quei grandi capolavori che potevano contenere un messaggio nascosto, invisibile agli occhi di una mente non ancora pronta.
Ed è stato così che ho riscoperto “Alice” di Lewis Carroll, “Il gabbiano Johnatan Livingstone” di Richard Bach, sino ad arrivare, ebbene si, alla prima trilogia cinematografica di Star Wars di George Lucas e persino “Harry Potter” ed “Il signore degli anelli”. Lo stesso “Pinocchio” di quel genio di Collodi, riletto oggi avrebbe un gusto diverso.
“Non leggere con gli occhi della mente, bensì con quelli del cuore”, è un pò la parafrasi di ciò che afferma la volpe allorquando dice al piccolo principe “Non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”.
Provate a digitare su Google “piccolo principe, aforismi” e leggete che concentrato di meraviglia è contenuto in una “banale” opera per ragazzi…
Mi è venuto da approfondire la conoscenza di certe opere che possono sembrare banali a degli occhi che guardano solo in superficie. Io amo “Star Wars” ed in particolare il personaggio di quel nanetto verde di Yoda. Pare che l’autore si sia ispirato ad Albert Einstein nella sua creazione, e se estrapolate tutte le sue (poche) frasi in quei film otterrete anche lì un concentrato di saggezza profonda che non può sfuggire (su Youtube troverete filmati selettivi in proposito).
Lasciate perdere gli ultimi best seller di stupidi giornalisti servi del regime, provate a rileggervi quelle opere che non avete più aperto da quando eravate bambini, non vi porteranno via molto tempo ma sono certo che vi daranno una ricchezza ed un sollievo inaspettati…
Concludo con con quella che è la mia frase preferita del Petit Prince: “E’ una follia odiare tutte le rose perché una spina ti ha punto, abbandonare tutti i sogni perché uno di loro non si è realizzato, rinunciare a tutti i tentativi perché uno è fallito. E’ una follia condannare tutte le amicizie perché una ti ha tradito, non credere in nessun amore solo perché uno di loro è stato infedele, buttare via tutte le possibilità di essere felici solo perché qualcosa non è andato per il verso giusto. Ci sarà sempre un’altra opportunità, un’altra amicizia, un altro amore, una nuova forza. Per ogni fine c’è sempre un nuovo inizio.”

Avere fede

A volte vorrei avere meno tempo a disposizione per pensare, perchè se hai un cervello che PENSA hai una pistola carica e devi essere sicuro di saperla usare altrimenti rischi di ammazzarti. Ecco quindi che prende forma il concetto che certe menti sono caricate ad acqua ed altre hanno proiettili pericolosi, l’importante è non rivolgere mai l’arma contro se stessi… bè se è caricata ad acqua fate pure senza problemi.
Voglio specificare che non dico questo per una forma di “superiorità” di certe menti rispetto ad altre, assolutamente no, non esiste superiorità di nessuno rispetto ad un altro, solo differenti maturità animiche, lo dico perchè mi è partito un colpo, mi sono fatto male e ne sto pagando le conseguenze. Non vi dirò di più (per il momento).
Ma qui si innesta il topic di questo post, ed il ragionamento potrà sembrare duro da seguire. O blasfemo da parte dei benpensanti.
Partiamo da un assunto che potrebbe essere discutibile ma in cui mi sento di credere: “O hai fede o ragioni, non puoi fare entrambe le cose”. Ciò starebbe a significare che la fede sarebbe una prerogativa delle anime “semplici”, le quali, non avendo contezza dei reali segreti della vita, si affidano a qualcosa o qualcuno al di sopra di tutto, confidando nei suoi buoni uffici per ottenere ciò che desiderano più ardentemente.
Ma è davvero così?
Un mente razionale direbbe subito che sono cazzate senza senso, che lassù nell’alto dei cieli non c’è nessuno e che credere a certe favole raccontate da gente vestita di bianco o di nero con una croce al collo è pura follia. Ed io sono tra questi.
Ma è solo una questione di prospettiva. Non credo nei partiti politici, nel tifo calcistico, in ogni schieramento umano che affermi “o sei con noi, o contro di noi”.
Quindi se ragioniamo in termini religiosi (il termine “religione” deriva da “religare” che vuol dire legare, vincolare gli uomini sotto lo stesso culto), il concetto non mi sta bene, non mi va di farmi “religare” da nessuno, se non da una bella donna…
Ergo, se devo avere fede dovrei credere a tutto quello che mi raccontano, affidandomi ad un percorso già tracciato ed interpretato da altri sui grandi misteri della vita e sull’esistenza di Dio? No, grazie! Non è un Dio con la barba bianca che sta seduto su una nuvola incazzato e pronto a punire chi non si comporta come dice lui a cui credo.
Ma proviamo per un attimo a superare quelle interpretazioni, quelle bandiere religiose che fanno di qualcuno un cristiano, un ebreo, un musulmano, un buddista o un induista… ognuno di loro ha fede, crede in qualcosa che non può però essere così diverso come vogliono farci credere. Se Dio esiste non può essere che Uno e quindi le lotte sono inutili e dannose e servono solo a metterci gli uni contro gli altri e non è questo che un vero Dio vorrebbe.
Sarebbe vero se ragionassimo in termini di religioni, ma non è vero se andiamo oltre le bandiere e le stesse religioni perchè un Dio o qualcosa di simile ci deve essere per forza.
Quindi se mi offrite un Dio preconfezionato, chiavi in mano, che offre un pacchetto di “viaggio salvezza” nello stile “prendere o lasciare” non posso che mandare a fare in culo chi lo fa.
Ma qualcosa o qualcuno c’è, non è possibile che tutto sia frutto del caso, ce lo conferma la scienza che ha dimostrato che se, ad esempio, l’inclinazione del nostro piccolo pianeta fosse stata diversa di un solo grado, la vita non esisterebbe ed a questa variabile esemplificativa ne dovremmo aggiungere talmente tante altre, nella creazione dell’Universo, che le possibilità di esistere come esseri umani diventerebbero pari a zero.
Poi è venuta fuori, nell’ultimo secolo, la fisica quantistica che ha dimostrato il “collasso della funzione d’onda” stabilendo che la realtà esiste solo nel momento in cui la osserviamo, facendo collassare le infinite possibilità teoriche di ciò che potremmo sperimentare in una determinata situazione allorquando ce ne convinciamo…
Non mi addentro nel discorso perchè sarebbe troppo complesso e confesso di non capirlo appieno neanche io (fior di premi Nobel si stanno scervellando sul punto), ma allora stai a vedere che, se possiamo materializzare la nostra vita da un numero infinito di possibilità, siamo noi il vero Dio…

Destino e libero arbitrio

Credo che sia una domanda che tutti noi ci siamo posti almeno una volta nella vita ed è indubbio che la risposta sarebbe risolutiva sul nostro modo di affrontare l’esistenza che stiamo vivendo su questa terra. Quanto di quello che ci accade viene deciso da noi e quanto, invece, è frutto di casualità o di un destino prestabilito? Immaginate che importanza avrebbe conoscerne la risposta. In fondo tutti noi viviamo la nostra quotidianità come se puntassimo sull’esistenza del solo libero arbitrio, profondamente convinti di essere sempre noi a scegliere, in ogni momento, quello che ci va di fare in base a gusti, volontà e preferenze, con le dovute eccezioni, naturalmente, dettate dalle più radicate convenzioni sociali e dalla legge.
E se, invece, fosse proprio vero il contrario? Se questo “giro di vita” fosse preordinato proprio per farci vivere quelle esperienze, belle o brutte, che portano la nostra anima verso quel percorso di maturazione a cui tutti saremmo destinati in base alle convinzioni di molte ideologie mistiche orientali? Se fosse tutto frutto di quel “grande disegno” che a tutti sfugge ma che potrebbe senza dubbio essere possibile?
Personalmente non credo che quest’ultima ipotesi sia del tutto da scartare, anzi la ritengo la più plausibile. In questo caso dovremmo davvero rivedere il nostro stile di vita. A questo punto dannarsi l’anima e rovinarsi la vita per raggiungere dei propositi che ci siamo prefissati potrebbe risultare del tutto inutile. Incazzature, stress, delusioni, progetti naufragati…potrebbe tutto far parte di un destino che noi non conosciamo ma che ci appartiene inesorabilmente e contro cui non possiamo andare. Osho diceva: “Ciò che dovrà accadere accadrà. E tu hai una sola scelta: andarci insieme o andarci contro”.
Andarci insieme significa accettare, razionalizzare e capire che il destino sceglie spesso strade tortuose per condurci alla meta, che non sono quasi mai quelle che noi abbiamo scelto. A questo proposito c’è una storia zen molto significativa: “C’era una volta un contadino cinese il cui cavallo era scappato. Tutti i vicini quella sera stessa si recarono da lui per esprimergli il loro dispiacere: “siamo così addolorati di sentire che il tuo cavallo è fuggito. E’ una cosa terribile”. Il contadino rispose: “Forse.” Il giorno successivo il cavallo tornò portandosi dietro sette cavalli selvaggi, e quella sera tutti i vicini tornarono e dissero: “Ma che fortuna! Guarda come sono cambiate le cose. Ora hai otto cavalli!” Il contadino disse: “Forse.” Il giorno dopo suo figlio cercò di domare uno di quei cavalli per cavalcarlo, ma venne disarcionato e si ruppe una gamba, al che tutti esclamarono:“Oh, poveraccio. Questa e’ una vera disdetta” ma ancora una volta il contadino commentò: “Forse.” Il giorno seguente il consiglio di leva si presentò per arruolare gli uomini nell’esercito, e il figlio venne lasciato a casa per via della gamba rotta. Ancora una volta i vicini si fecero intorno per commentare: ”Non è fantastico?” ma di nuovo il contadino disse: “Forse.”
Noi tutti facciamo delle libere scelte (libero arbitrio), o almeno pensiamo di farle, ma è anche vero che ci accadono spesso cose che non scegliamo (destino). Ciò potrebbe essere dovuto al nostro karma, quel bagaglio pesante ed invisibile che tutti ci portiamo dietro come risultato di tutte le esperienze della nostra anima immortale. La chiave di tutto, quindi, sta nella consapevolezza, per cui, in tutto ciò che ci accade, bisogna essere consapevoli e semplicemente accettare imparando la lezione. Ma non in modo passivo affermando “è il mio karma e non posso farci niente”, ma scegliere come reagire, usando quell’evento come stimolo per migliorare noi stessi esteriormente ed interiormente. Un karma negativo può essere mitigato dalla nostra consapevolezza o dalle nostre buone azioni, o semplicemente dalla nostra consapevolezza.
Neale Donald Walsh, nel suo libro “Conversazioni con Dio”, afferma che l’anima sceglie tavolozza, colori e tela, indirizzando la vita in diversi modi, ma siamo noi, alla fine che dipingiamo il quadro. Destino e libero arbitrio possono quindi coesistere in questi termini. Possiamo fare alcune scelte ma solo con il materiale che ci è stato dato a disposizione. Se siamo nati alti 1,60 non possiamo lamentarci di non poter diventare delle stelle del basket. Peraltro, l’indirizzo e gli apprendimenti della nostra esistenza, ci si ripresenteranno tante volte quante ne serviranno per capirli ed accoglierli, dapprima in modo dolce, successivamente, poi, se ci ostiniamo ad ignorarli, in modo sempre più severo attraverso attriti e sofferenza. Sta a noi avere l’intelligenza di comprendere i segni distintivi del cammino ed accettarli per quello che sono.
Scrolliamoci di dosso quella visione limitata che continua a caratterizzare ed avvelenare le nostre esistenze, ed impariamo a guardare oltre l’orizzonte. Quando vedete un’isola viene da dire: “Ecco un’isola!”, ma vi sbagliate. Togliete l’acqua, e vedrete che l’isola è collegata alla terraferma.

AAA cercansi sognatori

Non vorrei sembrare monotematico sul tema ma in questo periodo va così.
Ho la sensazione continua che mi sto perdendo qualcosa. Ti svegli al mattino e ti senti quasi in trappola perchè sai che non potrai fare durante la giornata appena iniziata tutto ciò che vorresti fare. Non mi riferisco ai sogni comuni di ricchezza e cazzate tipo lampada di Aladino nel senso di trovare una Ferrari sotto casa o roba del genere. No, è qualcosa di più sottile, si tratta di fili invisibili e subdoli che ti legano ad una routine massificata che ti porta al lavoro, al supermercato, in posta e, se ti va bene, a qualche festa dove parlerai di cose stupide con gente stupida.
Sarò pessimista ma non ce la posso fare a continuare a solcare queste praterie deserte che tutti chiamano “vita”.
Io amo la vita, forse le chiedo un pò troppo e lei, poverina, si rende conto che non può darmi di più perchè mi reputa ingordo, non mi accontento di quel poco che offre e sento la sua voce sottile che mi sussurra: “ma come mai non ti accontenti come fanno tutti?”
Vorrei risponderle che lei può dare molto di più, che forse si è impigrita a furia di accontentare desideri banali, come un mago a cui chiedono di far apparire una colomba dal cilindro, perchè la vita può compiere davvero magie se sappiamo risvegliarla.
Sotto la cenere di ognuno di noi cova un fuoco che non aspetta altro di essere alimentato, per liberare le fiamme di una passione che caratterizza l’anima di tutti, solo che noi non alimentiamo più quel fuoco e lui si è quasi spento.
E qui nasce quella lotta senza quartiere tra noi e la nostra anima che vuole emergere e farci essere ciò che siamo invece che dei nomi con un ruolo ed un solco stabilito alla nascita.
Ed è proprio quel solco che ad ogni risveglio mi sta stretto, perchè vorrei conoscere qualcuno che sappia parlare col cuore e con gli occhi invece di incontrare ovunque persone che ti chiedono “come va?” quando è ovvio che non gliene frega un cazzo. Chiedo troppo?
Lo so, così si vive male. Aspettare una luce in un tunnel è forse un’utopia ma sono un sognatore e voglio credere che alla fine di quel tunnel la luce ci sia e, come diceva John Lennon “you may say I’m dreamer, but I’m not the only one”.
AAA cercansi sognatori, so che non ce ne sono molti ma io non perdo la speranza e continuo a cercare perchè accontentarsi del “meno peggio” non è mai stata la mia filosofia.
C’è un filosofo contemporaneo che si chiama Igor Sibaldi (non so se qualcuno ne ha mai sentito parlare), lui parla di una caratteristica di questo periodo che si chiama “speciazione”. Questo concetto mi ha molto affascinato e credo sia una verità sottile che sta segnando un periodo particolare per poche persone…
Il futuro è tutto da scoprire anche se il presente non ci piace…

La bellezza dei sogni

Sembrerebbe che in una vita media passiamo più di sette anni sognando. Quindi per sette anni della nostra vita viviamo in un altro mondo, onirico, fatto di mistero, in cui tutto è possibile, in cui abbiamo la possibilità di ritrovare chi non è più in questa vita, di compiere gesti impossibili, di fermare il tempo, di visitare mondi nuovi e di emozionarci a tal punto che a volte gli effetti di un sogno sono visibili al risveglio…
Passiamo molto più tempo sognando che in vacanza, entriamo in contatto con persone sconosciute ma che ci sembrano stranamente familiari anche se sappiamo di non averle mai viste, viviamo esperienze a volte piacevoli, altre volte meno, come se fosse una specie di vita nella vita.
Un filosofo cinese del 400 a.c., Chang Tzu, disse una volta: “Figlioli, questa notte ho sognato di essere una farfalla: ora io non so se ero allora un uomo che sognava d’essere farfalla, o se io sono ora una farfalla, che sogna di essere uomo. So che l’una o l’altra risposta sono parimenti logiche. Vi prego di meditare molto prima di scandalizzarvi.”
E se dalle pieghe più nascoste della notte si affacciassero davvero le più profonde verità?
La maggior parte di noi non da nessuna importanza ai sogni ed alla ripresa della vita “normale” essi restano un vago ricordo che sbiadisce ed a cui non si pensa più. E se invece fossero più importanti di quanto non si pensi?
Questo universo, al pari della nostra mente, ha una logica che non abbiamo ancora capito ed infatti come ci è sconosciuto il 95% circa dell’Universo, così ci sono del tutto sconosciuti i nostri sogni. Paradossalmente abbiamo capito più dell’immenso Universo che di noi stessi.
Eppure fior di menti eccelse, nel corso dei millenni, hanno cercato di far luce su questo insondabile mistero, a partire dagli egizi 2000 anni prima di Cristo sino ad arrivare a Sigmund Freud e Carl Gustav Jung, sia pure con diverse visioni.
Credo che oggi si possa arrivare a pensare che esiste un mondo diverso, appartenente più allo spirito che alla fredda ragione, che in sogno ci parli e ci guidi con un linguaggio spesso troppo misterioso.
Mentre siamo addormentati i nostri limitati sensi si quietano e dall’inconscio emerge qualcosa che parla il linguaggio dell’anima, portando alla luce certe passioni e desideri, paradisi perduti, richiami struggenti e persone dimenticate nelle pieghe di vecchi ricordi.
Troppo spesso tendiamo a bollare come “senza senso” tutto ciò che non comprendiamo ed è già tanto se riportiamo a qualcuno che ci è vicino la solita frase “stanotte ho fatto un sogno assurdo”.
Ma siamo poi così sicuri che l’unica risposta possibile sia quella razionale? Siamo così certi che non ci sia una risposta alternativa che sia dettata dal cuore o dall’anima che parlano con un alfabeto che siamo così limitati da non aver ancora compreso? E se fosse una richiesta dell’anima di una libertà che le è più consona?
La verità è che non siamo ancora pronti a certe cose, intuiamo che ci deve essere qualcosa di più, ma non riuscendo a capire cosa, si fa prima ad archiviare i sogni tra le cose “senza senso”.