Mese: dicembre 2018

Facebook people

Se ci fate caso, ognuno, sul social per antonomasia, ha un suo stile, come è normale che sia del resto, allo stesso modo come lo si ha nel vestire, nel parlare e nelle abitudini e gusti della vita di ogni giorno.
L’approccio ai profili altrui si può suddividere in due categorie: quelli che abitualmente, come passatempo preferito, si fanno i cazzi degli altri (quasi la totalità) e quelli invece che vanno oltre l’apparenza del postato per cercare di capire meglio il carattere e la personalità di chi frequenta, virtualmente o nella vita di tutti i giorni.
E’ chiaro che la prima categoria di persone si fermerà a discutere sull’abito indossato da “quella”, mettendo un bel “like” e commentando “stai benissimo tesoro” mentre in realtà pensa (e magari scrive a qualcun altro) “ma non si vergogna? con quei leggins sembra una mortadella, ndo cazzo va?”. E così via sui giudizi di case (“mamma mia che cafonata quel divano!”), fidanzate/i (“ma con che cesso si è messa/o?”), viaggi (“figurati…la crociera l’avrà vinta coi punti dell’Esselunga”), e chi più ne ha più ne metta.
La seconda categoria, quella dei veri “studiosi” social, va invece oltre la mera apparenza dei post presi singolarmente e si concentra su una visione di insieme, guardando da un’ottica più elevata che può fornire una incredibile mole di informazioni sul carattere e la personalità di chi posta. Chissenefrega se ha la camicia macchiata nella foto profilo o il divano a fiori viola e verdi a casa.
Le persone postano le foto che ritengono migliori e scrivono ogni genialata che gli viene in mente, credendo di mostrare il loro lato migliore senza accorgersi che nel complesso, caratterialmente, si mettono più a nudo di una pornostar al lavoro. E se inizi a ragionare così, chiudi il profilo e ti rifugi sulla luna. Per la fortuna di Facebook non lo fa nessuno…
Passando ad una categorizzazione molto generale dei tipi social, ecco che spiccano su tutte, alcune categorie:
1) L’INDIGNATO
Questa comunissima specie facebookiana si suddivide a sua volta in due sottocategorie:
– l’indignato sociopolitico: è quello che se la prende puntualmente con il governo di turno, coi politici di tutto il mondo, coi migranti, con i cacciatori, con la moda, con fantomatici terroristi, con le scie chimiche, con le meduse, con i terratondisti, con i preti pedofili, insomma con tutto quello che non va come dice lui, postando, a fondamento delle sue invettive, sondaggi, citazioni e filmati che certe volte sono bufale così evidenti che farebbero sorridere anche un bambino, ma lui non se ne accorge nemmeno, e posta senza ritegno aggiungendo commenti incazzati del tipo “basta! Questa situazione deve finire…ognuno a casa sua! Bastardi! Ladri! Il presidente tizio vada a schiacciare i ricci col culo, il governatore caio deve andare in esilio a Tripoli, ci stanno manovrando gli alieni, mio fratello è figlio unico, ecc, ecc”. E la cosa peggiore è quella che si trascina dietro una mandria di commentatori che lo appoggiano pure.
– L’indignato sportivo: qui si creano di solito due grandi blocchi: gli juventini e gli antijuventini. E giù fotoframe di VAR, commenti tecnici degni del peggior Bergomi fumato, rosicate di qua, godo di la, CR7 contro H2O, abbiamo preso Abedì Pobà dal Castrocaro terme, il Pippita è ingrassato come un bue ma la mette dentro e la moglie di quello ha le tette più grosse della fidanzata di quell’altro. E così si va avanti all’infinito perchè nessuno cambia idea (come se queste prese di posizione sul nulla cosmico si potessero chiamare idee) e l’unico risultato è quello di una devastazione cerebrale che non conosce confini nè colori.
2) L’AFORISMICO
Anche questa è tra le categorie più comuni su FB, laddove si cerca di far passare per prodotti del proprio pensiero frasi dette magari secoli fa da menti illustri che, per questa ragione, si rivoltano nella tomba. Alcuni onesti temerari hanno il coraggio di aggiungere le tre lettere magiche “cit” perchè sanno che non è farina del loro sacco ma neanche sanno chi cazzo è che l’ha detta, perchè magari Stendhal gli sembra il nome del centravanti della Norvegia.
3) IL/LA SELFISTA
Altra categoria inflazionata sui social (in generale tra i più giovani) e quindi anche su FB è quella di chi si ostina a pubblicare compulsivamente autoscatti fatti con o senza bastone. Al contrario della tipologia del “fotografo” in missione, che ammorba la sua pagina con tonnellate di giga di eventi tra i più disparati quali compleanni della nonna o vacanze a Sharm di cui non frega un cazzo a nessuno, il selfista gira con il cellulare sempre in mano ed ogni tanto lo vedi che inizia ad avere tremori alla mano, sbatte un pò le palpebre, mette la bocca a culo di gallina, atteggia uno sguardo da triglia lessa e parte con una raffica di scatti che nemmeno Rambo col mitra e decine di bandoliere di proiettili riusciva ad eguagliare. La location non conta nulla, quando parte l’embolo il selfista deve scattare. Il numero minimo di scatti è sul centinaio, poi deve guardarli tutti attentamente per decidere quale postare, che è sempre quello che lui/lei ritiene il migliore e non è affatto detto che lo sia davvero.
Lo sguardo selfoso nelle foto che appestano FB è sempre uguale e puoi essere anche Brad Pitt o Charlize Teron, ma l’aria da ebete si nota lontano un miglio.
4) LA ROMANTICA
Categoria comunissima nella popolazione femminile di FB, stracolma di vittime di guerre d’amore che sembra di essere al cimitero Monumentale, dove è possibile leggere epitaffi graffianti nei confronti dell’infame passato e dichiarazioni ottimistiche sull’imminente futuro. A chi è “andato via” si dedicano velate maledizioni degne del peggior Darth Vader di guerre stellari ma, in una contraddizione parossistica, si tende una mano e si lascia comunque la porta aperta al prossimo malcapitato di turno perchè le condizioni poste sono peggio delle clausole di un contratto capestro: “deve amarmi, capirmi, seguirmi, far la penitenza, far la riverenza…” e lo scrivono pure! poi si lamentano che non riescono a trovare nessuno e postano foto nude su Tinder.
5) LO/A CHEF
Non importa se vai a mangiare da McDonald o da Cracco, il facebookkiano chef posta foto di quello che si magna persino se ha aperto una scatoletta di tonno a casa da solo. Con i filtri delle app e sagaci inquadrature, riesce miracolosamente a far apparire la miserabile scatoletta come un piatto gourmet preparato a Masterchef definendolo “stasera filetti di tonno pinne gialle su letto di rucola con contorno di fagioli cannellini e misticanza orientale”. Il socialchef posta foto dell’ingresso del ristorante anche se si tratta della pizzeria kebab “Er zozzone”, i più infidi rubano foto dal web e postano trionfi di astici ed aragoste facendo credere che stanno ingozzandosi di cibi raffinati quando invece sono al cinese sotto casa avvelenandosi con il menu “all you can eat” a 10 euro.
6) IL CALENDARIO UMANO
Facebook, si sa, nasce come social laico e quindi, almeno per coloro che sono stati onesti sulla data del compleanno, ricorda ai suoi iscritti di fare gli auguri a tizio o a caio “rendendo la sua giornata indimenticabile”. Ora, prescindendo dal fatto che questa cosa spinge chiunque a fare auguri anche se non ci si saluta per strada perchè avete accettato amicizie tanto per fare numero ma poi vi chiedete: “Ma questo/a chi cazzo è?”. Ricevere gli auguri da un semisconosciuto non mi rende certo la giornata indimenticabile, piuttosto non me ne frega un cazzo, anzi devo anche perdere tempo a rispondergli.
Ma ecco che il novello frate indovino iscritto a FB, ogni mattina posta su sfondo rosa shocking gli auguri di onomastico a chi si chiama come il santo del giorno. Che, fino a quando si parla di Franceschi o di Paoli si può anche perdonare, ma cosa cazzo fai gli auguri a “tutte le Ermengarde” o a “tutti gli Elpidi” di Facebook?
7) IL GIOCHERELLONE
E’ risaputo che Facebook sforna in continuazione una serie di giochini talmente demenziali che si fa fatica a pensare che qualcuno ci possa perdere anche un solo minuto della vita. Ed ecco che puoi “scoprire” chi eri nella vita precedente, che attore di Hollywood saresti, come sarà il tuo futuro, come ti chiamavi nell’antica Roma, che divinità dell’Olimpo sei stato, sino ad arrivare a che animale saresti…ecco su quest’ultimo test conosco già tutte le risposte, che poi è una sola: l’asino. Capisco che quasi nessuno prende sul serio queste cose ma davvero non avete di meglio da fare?
Per ora mi fermo qui ma l’elenco potrebbe continuare…stay tuned…

Abbraccio

Il gesto di un abbraccio è un chiaro segnale che il tuo cuore è aperto come le tue braccia, su questo non si può sbagliare. Per questo tendiamo a diffidare istintivamente di chi ci si para di fronte a braccia conserte. Un cuore chiuso non potrà mai avere una mente aperta.
In un abbraccio c’è il calore di chi vorrebbe essere con te una cosa sola, chi ti abbraccia vorrebbe fondersi con la tua anima ma non può farlo materialmente e te lo fa capire così.
In un abbraccio non ti guardi ma ti senti, perchè, come disse una piccola volpe tempo fa, le cose importanti non si guardano con gli occhi ma si sentono col cuore.
In un abbraccio la mente smette di pensare e si gode il momento presente; è impossibile pensare a qualcosa di negativo quando stringi qualcuno tra le braccia, anzi è impossibile pensare ad altro se non alla sensazione che quello stesso abbraccio trasmette.
Le strette di mano sono tutte diverse, gli abbracci sono tutti uguali.
Fate un esercizio semplice: contate le persone che abbracciate calorosamente ogni volta che le incontrate…quante sono? Familiari esclusi, credo che il numero non raggiunga le dita di una mano, vero?
Immaginate cosa accadrebbe se lo faceste con uno sconosciuto…potreste cambiare il mondo…il vostro ed il suo. Ci vorrebbe così poco e non costa nulla.
jaques Prévert una volta ha detto: “Migliaia e migliaia di anni non basterebbero per descrivere il minuscolo secondo di eternità in cui tu mi hai abbracciato ed io ti ho abbracciato”.
Un abbraccio significa che sei arrivato a casa ed il tempo si ferma. Sono convinto che se si potesse restare abbracciati per sempre vivremmo in eterno.
L’abbraccio è un cerchio ed il cerchio è la figura geometrica perfetta, non ha inizio e non ha fine.
Un abbraccio non ha misure e dimensioni, le braccia sono fatte per stringere uomini ed animali di ogni taglia.
Non abbiate paura di abbracciare qualcuno…ci sono infinite situazioni in cui avresti voglia di farlo ma pensi che sia sconveniente perchè non sai come potrebbe essere interpretato. Ebbene un abbraccio è come il bianco della neve, sta bene su tutto. Magari iniziate timidamente ma ricordate che nessuno potrà mai rifiutare un abbraccio sentito.
Un abbraccio è una sensazione che quando ti stacchi continui a sentirla addosso come un cappotto che ti tiene caldo, è una sensazione che ti fa tornare bambino, perchè tutti abbracciano i bambini ma hanno paura di farlo con gli adulti, mi chiedo il perchè di questa assurdità.
Poi c’è il top dei top che è l’abbraccio con rincorsa; un urto di elettroni che si fondono per creare un composto sconosciuto in natura.
Se poteste guardare la gente che assiste ad un abbraccio sentito scorgereste una punta di invidia. E’ l’invidia verso chi è ricco, ma non certo di denaro o altre cose materiali. Sembra che pensi: quanto mi piacerebbe una roba così…ma non basta tutto il denaro del mondo per comprare un abbraccio vero.
In un abbraccio gli sguardi vanno oltre l’orizzonte e puoi vedere il mondo a colori.
Un abbraccio è un arcobaleno in cui dissolvi ogni tua paura ed è l’unico momento in cui sei consapevole di non essere solo…

Il circo della luna piena

Questa è la favola del circo della luna piena, uno spettacolo fantasmagorico con numeri di artisti ed animali che provenivano da ogni pianeta della galassia, esibendo abilità così particolari da lasciare a bocca aperta tutti quei fortunati spettatori che avevano la possibilità di procurarsi un biglietto.
Infatti al “full moon circus” non poteva accedere chiunque, perchè non si svolgeva nella realtà ma soltanto nei sogni ed il biglietto di ingresso non poteva essere acquistato in denaro da nessuna parte ma veniva offerto in sogno da un personaggio strano che si faceva chiamare Keter, il quale sceglieva, a suo insindacabile giudizio, ogni essere che meritava di assistere alle meraviglie spettacolari del circo della luna piena.
Lo spettacolo si svolgeva ogni 29 giorni ed una volta raggiunta la capienza prevista con coloro che erano stati prescelti, Keter, che aveva il ruolo di presentatore, organizzatore e si diceva anche che fosse l’assoluto signore del circo, appariva nei loro sogni vestito con un abito blu trapuntato di stelle argentate con un cilindro in testa che emanava fiamme rosso fuoco e recitava ad ognuno frasi in rima del tipo “non lasciare che la tua vita sia un circo, a questo spettacolo sei stato invitato e qui nessuno è mai stato ammaestrato. Ecco qui il tuo biglietto, non dirlo a nessuno e tienilo stretto”.
Ed ecco che nello spazio enorme del tendone, tra odori galattici e spettatori variopinti ma meritevoli, aveva luogo lo spettacolo degli spettacoli, introdotto da Keter che, al centro di un occhio di bue di luce, esordiva sempre con le stesse parole: “siete svegli o state sognando? questo è lo show del come e del quando. Il come lo decidiamo noi, se adesso o dopo lo decidete voi. Non ci son trucchi nè cose obbrobriose, aprite la mente, persone meravigliose… che lo spettacolo abbia inizio…”
Il circolo di intensa luce proiettato sulla rilucente figura di Keter andava quindi restringendosi poco alla volta come un’eclissi, sino a diventare un raggio puntiforme che si rifletteva sulla stella argentata più grande che era cucita sul taschino del suo strano abito, all’altezza del cuore, sino a scomparire del tutto, lasciando il tendone del circo per qualche attimo in un buio silenzioso un pò irreale, al punto che gli spettatori, affascinati da quella presentazione spettacolare, in attesa di ciò che sarebbe venuto dopo, trattenevano il respiro per tutta la durata dell’assenza di ogni luce e rumore.
Lentamente come si era assopita, la luce iniziava a tornare tramite l’accensione dei fari del tendone a strisce gialle e blu, uno alla volta, emettendo uno schiocco che faceva roteare le teste degli spettatori da una parte e dall’altra come se stessero assistendo ad una partita di tennis.
Quando tutte le luci furono accese, voci e risate iniziarono a riempire il vuoto del tendone che faceva da cassa acustica, ma ben presto furono sovrastate da una musica che sembrava la colonna sonora di una di quelle vecchie filastrocche per bambini…paraponziponzipà.
Dalle tende sul fondo fece il suo roboante ingresso un coloratissimo clown che così si presentò: “Saluti a voi, grandi e piccini, io sono Tabby, re pagliaccio, col mio sorriso le lacrime scaccio, ma sempre una resterà sul mio volto, solo a memoria di ciò che mi han tolto. E’ questo un sogno, oppur la realtà? Lasciate i pensieri e chi vorrà, scoprirà”.
Il clown Tabby era altissimo, più di tre metri, ma non per il solito trucco dei trampoli, perchè riusciva a piegare le ginocchia, quindi doveva essere un abitante di un pianeta dove quella era l’altezza normale.
Tabby suonava anche un lucentissimo trombone con l’apertura verso l’alto, da cui sparava fuori, insieme alla musica, palle colorate che faceva cadere, con precisione incredibile, nella parte posteriore dei suoi lunghissimi pantaloni a fantasia scozzese, tirando l’elastico ogni volta che la palla ricadeva, senza mai fallire. Le persone lo guardavano incantate, perchè sembrava che il flusso delle palle che uscivano dal trombone fosse ininterrotto e si alimentasse da quello che ricadeva nei pantaloni del clown come l’acqua di una fontana.
Dall’apertura sul fondo usci, ad una velocità incredibile, un cavallino bianco delle dimensioni che sulla Terra poteva avere un cane di taglia media che si infilò tra le lunghe gambe di Tabby facendolo rovinare a terra, e le risate del pubblico sembrarono un boato che in quel momento sovrastò la musica. A quel punto fece il suo ingresso un esserino così piccolo che nessuno notò sino a quando montò in sella al piccolo cavallo e, con in mano un megafono, piccolo ma molto potente, iniziò a fare svariati giri della pista rotonda sollevando minuscole nubi di segatura, così cantando: “sono Golìa ma non sono un gigante, di cose belle ne ho viste tante, il mio amico Tabby sembra così grande, ma l’apparenza inganna e l’ho lasciato in mutande. Non giudicare mai dall’altezza ma solo dagli occhi e dalla dolcezza”.
I numeri si susseguirono con animali che a molti risultarono sconosciuti per forme e dimensioni, ma in nessuna esibizione furono allestite gabbie ed apparvero domatori con fruste e cerchi infuocati, ed alla fine dello spettacolo, che aveva letteralmente mandato in visibilio i fortunati spettatori, facendo loro dimenticare completamente ogni loro preoccupazione, ecco riapparire al centro della pista Keter con il suo abito trapuntato di stelle che fece il suo annuncio finale al centro dell’occhio di bue: “Gente dell’alto, amici del basso, lo spettacolo continua, restate al passo. Vi sveglierete nelle vostre realtà, ma il vero è lì oppure sta qua? Non smetteremo mai di sognare e sognatori ancora invitare, al nostro spettacolo che fa volare, perchè se anche da sveglio non sogni, rimarrai schiavo di falsi bisogni. Or tra le stelle Keter vi saluta, ogni occasione non è mai perduta, perchè se un sogno si deve avverare nessuna stella lo può fermare. Alza il tuo sguardo e guarda il tuo centro, sembra sia fuori invece sta dentro.”
Ancora una volta la luce si andò restringendo sempre di più, finendo col brillare sulla solita stella dell’abito di Keter e quando si spense del tutto, gli spettatori si ritrovarono nel buio dei loro occhi addormentati mentre li riaprivano lentamente alla luce della loro vita di tutti i giorni.
Molti di loro, al risveglio, credettero di aver sognato, inconsapevoli del fatto che tante altre persone, in luoghi differenti, si stavano risvegliando come loro, avendo nei ricordi esattamente lo stesso sogno.

Amore per sempre

Belinda è una bella donna che aveva avuto la sfortuna di vivere molte relazioni “sbagliate”. Aveva inoltre il “difetto” di essere innamorata dell’amore e proiettava questa sua impellente esigenza su ogni uomo che incontrava e che le dimostrava un diretto ed elegante interesse, praticamente quasi tutti, data la sua avvenenza.
Dopo l’ennesima delusione, Belinda cadde in una profonda crisi che la spinse a voler chiudere con la speranza di incontrare la sua anima gemella, fomentata in questo proposito dalla maggior parte delle sue numerose amiche single, a cui chiedeva spesso consiglio, essendo tutte accomunate da esperienze più o meno simili, una sorta di schiera di amazzoni in guerra perenne con il genere maschile che organizzavano uscite solo tra di loro per stabilire piani di difesa sentimentale. Per loro gli uomini erano monete con una sola faccia in vista, quella nascosta si rifiutavano o facevano finta di non vederla e trovare un uomo che mettesse tutte d’accordo era più raro che trovare appunto una moneta in bilico che potesse mostrare entrambi i lati.
Se poi erano carini e magari anche benestanti automaticamente erano dei gran bastardi, se erano brutti…bè neanche meritavano attenzione e quindi era inevitabile che fossero sempre ad un punto morto.
Poi, se per qualche ragione, si palesava qualcuno che andava loro a genio, allora andava bene tutto, ricco, povero, bello o brutto. Si sarebbe fatta fatica a fargli capire, per esempio, che un uomo che guarda una bella donna, ovunque sia ed ovunque si trovi è uno normalissimo ed è come ci si scandalizzasse che in mare vi siano i pesci…
Il loro mantra era diventato quello che il sesso era ormai bandito dalle loro vite almeno fino a quando non sarebbero riuscite a trovare finalmente il principe azzurro. Quello che opportunamente e maliziosamente nascondevano alle altre era il fatto che ogni tanto si facevano trombare selvaggiamente dal corsaro nero di turno.
Belinda arrivò quindi a convincersi che la sua spasmodica quanto vana ricerca dell’amore della vita fosse una sorta di castigo divino, un karma da espiare in qualche maniera. Forse stava davvero rincorrendosi la coda andando a caccia di una figura maschile che rispondesse il più possibile al suo ideale di uomo ma sarebbe stato come sperare di incontrare Babbo Natale dal vivo.
Non le era ancora chiaro forse che ogni persona va amata per quello che è, non per quello che noi vorremmo che fosse.
Belinda era quindi indecisa tra l’insistenza nella ricerca di un uomo come diceva lei oppure seguire il consiglio delle sue amiche amazzoni metropolitane di mettere il sesso in naftalina “tanto nessuno ci merita”.
La prima ipotesi la attraeva di più, quindi si mise a pregare ferventemente Dio o chi per lui (qualcuno doveva pur esserci…miliardi di persone non potevano essersi tutte sbagliate) di farle finalmente incontrare la sua anima gemella, ovunque si trovasse, facendo in modo che alla sua sfiga karmica con gli uomini si sostituisse un incontro altrettanto karmico che l’avrebbe resa felice ed appagata.
Dopo un bel pò di tempo, senza che Belinda perdesse fede e speranza, Dio, il quale utilizzava la Terra come cabaret per farsi grasse risate della dabbenaggine di quei comici esserini, non potè più ignorare lo stalking di Belinda che ossessivamente chiedeva un uomo fatto apposta per lei.
Il buon Dio, che possedeva avanzatissimi algoritmi per individuare la compatibilità tra terrestri sulla base delle loro caratteristiche e sogni, mosso a compassione, decise di monitorare tutti gli uomini del pianeta per cercare l’uomo dei sogni di Belinda.
Passò al setaccio tutta la popolazione maschile in un range di età che potesse essere compatibile con la donna attraverso il programma AFIS (aiuto facilitato individui solitari) ma, con suo enorme stupore, il risultato continuava ad essere negativo. La cosa lo stupiva alquanto, per cui face revisionare il software dal suo ufficio informatico avanzatissimo ma il risultato continuava ad essere lo stesso.
Per curiosità, decise di allargare la ricerca prima al sistema solare, poi all’intera galassia e finalmente trovò una corrispondenza.
Sul pianeta Artemis, dove vigeva un rigido sistema matriarcale, trovò finalmente un abitante di sesso maschile che sognava una donna a cui obbedire grazie al potere della mente e non a forza di schiaffoni e bastonate come accadeva sul suo pianeta ed il sistema AFIS dava una corrispondenza tra i due pari al 99%.
A questo punto si presentavano, per il creatore, due problemi di non facile soluzione. Il primo riguardava il trasferimento dell’artemisiano sulla Terra, il secondo, più difficile, era quello che l’aspetto fisico dei maschi su Artemis era abbastanza diverso da quelli terrestri, dal momento che i primi avevano un’altezza inferiore, un occhio solo e due organi genitali. Il resto era abbastanza simile.
Ma Dio, dopo averci pensato un attimo, esclamò “Ma cazzo io sono Dio, per me non esistono problemi irrisolvibili!”, per cui teletrasportò con la forza del pensiero l’artemisiano sulla Terra, gli aggiunse un occhio, gli infuse la conoscenza della lingua, lo allungò un tantino, gli affibbiò il nome David (su Artemis si chiamava Barambembazzo ed ovviamente non andava bene), ma gli lasciò i due genitali che magari uno di riserva poteva tornargli utile.
Restava solo da organizzare l’incontro fatale che Dio, sulla base dei film e romanzi d’amore di successo, decise dovesse avvenire casualmente mentre entrambi condividevano una passione comune.
Fu dunque ad una lezione del corso di naturopatia olistico-bio-smithsoniana (ci sarebbe voluto un corso intero solo per capire di che cazzo si trattava ma il nome era fichissimo) che Belinda e David si scambiarono lo sguardo fatale che fece scoccare la scintilla. Dio aveva incaricato il suo fido ed infallibile ruffiano Cupido di scegliere luogo e modalità per lanciare la freccia e quell’amore interplanetario predestinato era finalmente iniziato.
Agli inizi fu una passione incredibile, David sembrava anticipare i desideri di Belinda, ed in effetti ciò era possibile grazie alla sua dote telepatica artemisiana, ma dopo un pò smise di farlo perchè l’intreccio di pensieri ed immagini di Belinda era così intenso e variopinto, ed a volte persino contraddittorio, che il farlo gli provocava la stessa sensazione del bere una bottiglia di vodka a stomaco vuoto.
Col passare del tempo, come sempre succede in tutto l’universo, il luogo in cui David si trovava a vivere aveva profondamente cambiato il suo DNA artemisiano ed era stato costretto ad adattarsi ad abitudini e pensieri terrestri. Si era reso conto che sulla Terra, al contrario che su Artemis, poteva dire la sua abbastanza liberamente, bere birra con gli amici, guardare il calcio in TV, scoreggiare e leggere la gazzetta dello sport senza essere arrestato e la vita di coppia fatta di cenette, regalini, serate con la futura suocera e gli amici radical chic di Belinda, corsi di yoga, cinema e teatri di tendenza (du palle…anzi quattro) iniziava ad annoiarlo.
Quell’atmosfera magica dei primi anni iniziò a diradarsi e Belinda percepì le avvisaglie della crisi con un senso di crescente impotenza. Allora iniziò a pregare nuovamente dio per chiedergli conto di quello che stava accadendo, del perchè quella storia che sembrava così idilliaca si stava rivelando l’ennesimo fallimento.
Fu in quel preciso istante che dio comprese il suo errore più grande nella storia della creazione. Aveva creato due generi perfettamente compatibili per procreare un seguito generazionale ma la struttura mentale non era affatto simile in nessun posto e nel lungo periodo quelle differenze rendevano difficile una vita insieme.
La compatibilità poteva funzionare nella linea temporale attuale, ma non aveva immesso la variabile futuro, ecco perchè non aveva funzionato tra David e Belinda. Del resto aveva creato i mondi col fine della continuità e della procreazione e con tutti gli altri animali aveva funzionato, anche se nessun’altra specie si sognava di restare con la stessa compagna per tutta la vita, quindi che questi umani se ne facessero una ragione e si adattassero a vivere la vita così com’era senza farsi troppe pippe mentali, perchè in nessuna parte dell’universo conosciuto avrebbe scovato qualcuno che andasse bene a Belinda per sempre…