abitudini

Un libro

Non smetterò mai di scrivere sui libri. Potrà sembrare un paradosso ma è così. Leggere mi incanta, è un piacere che pochi si concedono nell’epoca dei social. Per mancanza di tempo, ci si giustifica il più delle volte. Se si trova il tempo per nutrire il corpo si dovrebbe trovare anche quello per nutrire l’anima.
Un libro può essere giocoso, spiritoso, erotico, noioso, toccante, coinvolgente…tutti attributi che cerchiamo ed a volte troviamo anche nelle persone che incrociano la nostra vita. Ma, al contrario di queste ultime, un libro non tradisce mai, non sa fingere. E’ quello che è, se non ti piace puoi metterlo da parte senza rancore. I libri non provano rancore. Danno ma non ti tolgono nulla.
Una persona può mentire, spesso solo per difendersi, un libro non mente mai. Puoi decidere di trascorrere una serata in un qualsiasi locale ma rischi di aver buttato via il tuo tempo. Puoi decidere di trascorrere un pomeriggio in libreria o una sera a leggere e non rischi mai, perché i libri sono amici del tempo e forse sanno come fermarlo.
Il peggiore dei sentimenti che può provocarti è l’indifferenza. Non si può odiare un libro. Una persona ha un volto ed un carattere mutevole, un libro ha solo un’anima ed è sempre quella.
Un libro è un mondo alternativo al mondo di ogni giorno, un oggetto che senza far troppo rumore, ci consegna realtà inimmaginabili, creando quel vuoto nel mondo reale che spesso cerchiamo troppe volte invano, è una droga che non fa danni.
I libri hanno vita propria, credo che non siamo noi a sceglierli, ma sono loro a scegliere noi con quelle copertine ammiccanti ed i loro titoli, proprio come fanno gli abiti e l’aspetto per le persone.
Spesso non ci rendiamo conto che dietro quelle parole c’è tutta l’anima di una persona con cui abbiamo deciso di trascorrere il nostro tempo, famosa o sconosciuta, viva o morta. Volete mettere la soddisfazione di poter dire di aver conosciuto Shakespeare, Omero, Dante, Dostoevskij, Pirandello o addirittura Buddha. Già, perchè un libro trascende il tempo e le distanze e ti fa entrare nel mondo migliore di persone distanti migliaia di chilometri, che parlano altre lingue o che non ci sono più da secoli o millenni. Perchè leggere un libro è sempre guardare avanti anche se stai andando indietro nel tempo, perchè la nostra esperienza comincia dove quella dell’autore finisce.
Un libro, se lo guardate bene, ha la stessa forma di una porta senza serrature; la apri ed entri in un altro mondo, il mondo di chi lo ha pensato e scritto che diventa adesso il mondo di chi lo sta leggendo.
I libri hanno cambiato il modo di vivere e non parlo soltanto di quello di chi li legge. Pensate alla Bibbia, al Corano, ai Veda; Senza quei libri tutta la società sarebbe ben diversa da come la conosciamo oggi. I libri sono stati fraintesi, idolatrati, proibiti, censurati, bruciati e raccolti in biblioteche enormi, tanto grandi da far impallidire le cattedrali.
Non è possibile che un libro lasci indifferenti, una sensazione te la provoca sempre, anche se fosse il semplice sonno o la noia.
Non ha importanza ciò che leggi, un libro, se letto al momento giusto, ti sfonda l’anima e ti cambia per sempre.

I segreti del tè

Questa bevanda, che, dopo l’acqua, è la più bevuta al mondo, è qualcosa di unico perché è il classico esempio di quanto ci si possa far passare letteralmente sotto il naso un intero mondo che riserva sorprese, piaceri e benefici conosciuti da millenni a cui oggi non facciamo più caso.
Alla pari di altre sane passioni (mi vengono in mente quelle per il buon vino o la musica classica), quando ci si addentra nel mondo del tè conoscendone a fondo storia ed usanze, si entra in una tradizione millenaria piena di fascino e mistero, che ebbe origine, neanche a dirlo, nell’antica Cina.
Laggiù si fa risalire l’origine di questa bevanda nientemeno che al 2.737 a.c. ed alla sua scoperta da parte di un imperatore chiamato Shen Nung. Nel corso dei millenni il tè ha riassunto sia le proprietà di una vera erba medicinale, sia quelle di una bevanda che ha conquistato poi interi popoli in ogni parte del mondo. In Europa è arrivato soltanto nel 1600 grazie ad olandesi e portoghesi e fu originariamente appannaggio di re ed imperatori che ne rimasero subito affascinati e non vollero mai più restare senza.
Il tè è divenuto quindi “disponibile” per il grande pubblico solo verso nel 1800 ma ritengo che ancora oggi le persone non sappiano cosa significhi bere del vero tè. Quasi tutti oggi li consumano in bustina aggiungendo poi latte o limone o peggio zucchero ed a quel punto è più salutare una bibita gassata in lattina perché quello che ne viene fuori non è più tè.
A prescindere dall’intruglio che si è prodotto aggiungendo latte, limone o un paio di cucchiaini di zucchero, dovete sapere che i tè in bustina fanno male. Molte bustine sono infatti rivestite con epicloridrina, un noto cancerogeno attivo in acqua calda. Negli ultimi anni (ovviamente per risparmiare) le marche presenti nella grande distribuzione imbustano il prodotto con materiali provenienti dalla plastica come PVC e nylon alimentare perché la carta speciale o il tessuto con cui andrebbero fatte costa troppo. Le sostanze plastiche in questione rilasciano inoltre sostanze chimiche aromatizzanti ed altre schifezze artificiali che avvelenano la vostra tazza di simil-tè.
Ma non è tutto. Uno studio dello scorso anno ha accertato che le bustine in cui sono contenute tisane e tè, immerse in acqua bollente, emettono fino a sedici tipi diversi di ftalati, altri veleni chimici che vanno ad interferire pesantemente con il sistema endocrino. Digitate in rete e ve ne renderete conto.
Senza contare la qualità delle foglie di tè contenute in quella bustina che di solito provengono dagli scarti della produzione o quantomeno dalla parte meno pregiata del raccolto. Un tè, meno costa e meno si può chiamare tè; ma questa è una regola che si applica ad ogni cosa, per cui se acquisti un vino da 2 euro stai sicuro che quello che ti hanno rifilato non è vino.
A Milano ho scoperto un posto dove vendono solo tè ed accessori per prepararlo e mi si è aperto un mondo. Il proprietario è un grande esperto, conoscitore dell’oriente ed ogni volta che ci vado mi trattengo almeno un’ora, facendo passare davanti tutti i clienti ed aspettando i momenti vuoti per chiacchierare con lui.
Ho imparato a distinguere i vari tipi di tè (anche se tutti i tè provengono da una stessa pianta, la camellia sinensis, e le differenze stanno nella diversità di trattamento e raccolta delle foglie) che vengono venduti rigorosamente in foglie essiccate che vanno messe in infusione in una teiera di ghisa con apposito filtro per un tempo rigorosamente stabilito e diversificato con acqua a differenti temperature altrimenti si rischia di bruciare le foglioline e rovinarne il gusto.
Ho scoperto che esistono tè verdi giapponesi che costano anche mille euro al chilo e sono quelli per le cerimonie, ma a parte certe eccezioni, il resto ha prezzi abbordabili e gusti così diversi che c’è davvero da perderci la testa.
Il tè (non quello nelle bustine del supermercato) ha dei benefici per la salute infiniti ed incredibili, specialmente il tè verde; non sto qui ad elencarveli, digitate su Google “benefici tè verde” e leggete.
Il tè è una bevanda senza tempo e deve essere bevuto da chi può dedicargli (e dedicarsi) del tempo; per prepararlo, come per gustarlo, da solo o con amici. Si pensi che la cerimonia del tè in Oriente, chiamata Cha no yu, può durare più di un’ora e solo poche persone sono in grado di compierla esattamente perché ha un rituale molto complicato, ma è chiaro che il tutto racchiude un significato di raccoglimento e meditazione che trascende la semplice tazza di tè.
Se non si ha molto tempo a disposizione è meglio farsi un caffè…

L’estate sta finendo

e un anno se ne va… questo è stato un tormentone di una canzone dei Righeira in voga parecchi anni fa. Meglio non ricordare l’anno altrimenti il peso dell’età mi cade addosso tutto in una volta e rischio di rimanere schiacciato.
Questo periodo atteso un anno intero da tutti volge al termine ma, come tutte le cose della vita, anche questo è soltanto un punto di vista.
Lo è perché vale per noi che viviamo in questa fascia di mondo, per uno che vive in Jamaica dire che è estate o inverno non fa nessuna differenza. Provate a dire che arriva l’estate ad uno che vive in Argentina, certamente si intristisce perché la collega all’arrivo di freddo e gelo mentre si illumina quando sa che sta per arrivare l’inverno.
Insomma anche il perenne fluire delle stagioni è una questione di prospettiva, sociale, ma sempre di prospettiva. La realtà è una visione al nostro cannocchiale della vita e dobbiamo renderci conto che ciò che vedo io nel mio strumento potrebbe essere molto diverso da quello che vede un’altra persona anche se lo abbiamo puntato sullo stesso panorama. Spesso descriviamo cose diverse e perciò non ci capiamo.
A prescindere da questo, suppongo che le vacanze estive siano per la maggior parte delle persone uno dei tre grandi spartiacque dell’anno assieme al capodanno ed al compleanno. Sono le tre grandi boe attorno alle quali girano, come barche a vela durante una regata, una quantità indefinita di buoni propositi, la maggior parte dei quali, se non quasi tutti, è poi destinata a naufragare.
“Al rientro si cambia”, quante volte abbiamo sentito da altri o pensato noi stessi queste parole? Che sia per il lavoro che “così non va”, o per il fumo (“devo assolutamente smettere”) o per la tanto rinviata iscrizione in palestra o per qualsiasi altro proposito che riteniamo importante per la nostra vita, la ripresa della vita abitudinaria nelle città in cui viviamo, ci piace pensarla come una rinascita, un qualcosa che le ferie dal lavoro, comunque le si sia passate, hanno sottratto ad una monotonia che ci spinge a fare sempre le stesse cose e che ci toglie l’entusiasmo di andare a cercare qualche novità o addirittura a cambiare vita. Già, cambiare vita, perché no? Quanti di voi sarebbero disposti a cambiare tutto? A mollare il lavoro e trasferirsi altrove a ricominciare?
Tanti io credo, molti addirittura non lo ammettono neanche a se stessi, adducendo i mille problemi che impedirebbero una vera rinascita quali la famiglia, il lavoro o…boh.
Spero che, se non riuscirete ad aprire un baretto sulla spiaggia ai Caraibi o in qualche altro posto, almeno abbiate la forza di smettere di fumare o di iscrivervi in palestra…

Maschere

Il grande Osho diceva che noi non siamo la nostra personalità. Che questa è solo una maschera che portiamo, non è la nostra vera realtà, il nostro volto originale. Essa andrebbe quindi distrutta per scoprire la nostra individualità.
L’individualità quindi sarebbe la nostra vera essenza, mentre la personalità non è altro che quello che la società ha fatto di noi, o sta cercando di fare.
Oggi non si incentiva l’individualità, ma si forgiano personalità indirizzandole nella direzione voluta da chi ha deciso cosa è bene e cosa è male. Milioni di persone nel mondo conoscono solo la propria personalità senza rendersi conto che c’è qualcosa di molto più grande.
Sono diventati tutti attori, ipocriti, burattini nelle mani di preti, politici, genitori, insegnanti e si ritrovano a fare cose che non avrebbero mai desiderato fare e non fanno ciò che invece hanno sempre sognato di fare. E’ come fare la guerra a se stessi.
Ma la propria natura non può essere distrutta, quindi continuiamo ad avvelenarla. “La facciata di una casa non appartiene a chi ci abita, ma a chi la guarda”, recita un antico detto orientale.
Personalità deriva da “persona”, il nome della maschera teatrale che nell’antica Roma indicava l’attore della commedia. Il militare, il padre di famiglia, il mercante… tutti dovevano essere riconducibili ad una tipologia ben definita nella vita quotidiana. Insomma una maschera, e non si può indossare una maschera senza venirne alla fine pesantemente condizionati.
Possiamo quindi arrivare a concludere che il termine “persona” significa “maschera”.
Quindi siamo tutti persone e siamo tutti maschere. Se volete oltrepassare una maschera guardate l’unico spazio che quest’ultima non copre: gli occhi. Perchè le maschere hanno un grande limite, non possono coprire gli occhi.

Meditazione

Provate ad immaginare vostra moglie o vostro marito o il vostro partner, vostra madre o vostro padre, vostro fratello o sorella o il vostro capo o il postino, persone con cui condividete la vita di tutti i giorni per molto o per poco tempo, sedute tranquille in un angolo con luce soffusa, incenso e magari musica rilassante, immobili con gli occhi chiusi a meditare. Non credo sia un’immagine consueta che potreste collegare a quelle persone e magari se le vedeste in quella situazione vi chiedereste cosa diavolo stanno facendo.
Noi occidentali non abbiamo questa cultura, l’abbiamo importata di recente, complice la globalizzazione, dall’oriente, dove invece è praticata da millenni con risultati stupefacenti. Da noi è ancora una pratica un po’ new age, ancora poco compresa nella sua essenza più profonda.
Forse l’abbiamo adattata alle nostre idee, al nostro modo di vita frenetico e quindi la consideriamo una parentesi tra le mille attività che ci riempiono la vita di una giornata frenetica. Ecco, adesso è il tempo dei venti minuti di meditazione, poi devo prendere il bambino a scuola, devo cucinare, finire quella relazione, fare quello telefonate, ecc ecc.
Funziona anche così, ma non è questa la sua filosofia. La meditazione non è un compito da assolvere, una cosa da fare tra le tante, è un fine da raggiungere se vogliamo davvero sperimentarne tutti i suoi effetti.
Quanti di voi ci hanno provato con costanza e continuità? Quanti si sono impegnati veramente e non l’hanno considerata un semplice momento di relax tra le frenetiche attività di una giornata tipo? Vabbè, oggi non ho tempo, magari lo faccio domani…
E se le cose più positive fossero quelle più semplici? Magari non lo si fa perché ci si sente un po’ stupidi. Stare minuti o ore seduti immobili nel silenzio…che roba assurda. E se entra qualcuno e mi vede che cosa penserebbe? E poi come faccio con i bambini che urlano, le cose che ho da fare…e poi c’è in TV il mio programma preferito. E ci perdiamo.
Ma secondo voi, tutti i monaci buddisti o lo stesso Dalai Lama sono dei deficienti che hanno tempo da perdere? Se una pratica sopravvive da millenni ci sarà pure una ragione.
Quella ragione adesso sta arrivando timidamente anche da noi e la pratica della meditazione è addirittura entrata, a sorpresa, a far parte di protocolli ospedalieri in cui si è scoperto che, durante quella stessa pratica, si attivano aree del cervello che consentono a quest’ultimo di rilasciare sostanze che possono modificare il nostro stato di salute, aiutando il corpo nel processo di guarigione, cancellando anche le dannose conseguenze dello stress.
Certo, la lobby delle aziende farmaceutiche non ne è affatto contenta e cerca in tutti i modi di osteggiare certe “deliranti” tecniche che sono gratuite, ma certi medici e scienziati che hanno una coscienza non hanno potuto ignorarne i benefici ed hanno cercato di condividerli, a fatica ma lo stanno facendo.
Io sono convinto che nell’Universo, e quindi sulla Terra, ci sia a disposizione tutto e gratis e ce ne sarebbe per tutti; cibo, energia pulita, cure con le piante, viaggi mentali (pensate alla mescalina, al peyote o all’ahyahuasca) insomma tutto ciò di cui un essere umano avrebbe bisogno per una vita felice ma non ce ne rendiamo conto ed abbiamo lasciato il monopolio di queste gestioni in mano a gruppi di potere che non hanno certo a cuore la salute del genere umano ma solo i loro profitti. E noi soffriamo.
La meditazione è un mezzo di risveglio, io la pratico da anni e non sto qui a raccontare cosa è significato per me, quali grandissimi problemi mi ha aiutato ad affrontare…posso solo consigliarvi di provare, costantemente e senza aspettative. Potrebbe schiudersi un mondo nuovo…

Una ricetta per Sanremo

Venghino siore e siori, nella povera Italia sta per andare in scena lo spettacolo più miserevole dell’anno… la demenza più clamorosa che forse si contende il posto solo con l’orrore cerebrale di Miss Italia, per mandare in onda quel “panem et circenses” che tanto piace ai nostri governanti per rendere ancora più stupidi i suoi già lesionati cittadini.
Ricetta per una appetitosa trasmissione ammazzaneuroni: Prendi un presentatore mediamente belloccio ed abbronzato, che abbia una discreta cognizione della lingua italiana ed una lingua avvezza alle leccate deretane della corrente di governo dominante; dagli una milionata di Euro e lui ti rimbocca le coperte, ti porta fuori il cane a pisciare ed invita anche a cena tua suocera se serve. Mescola bene il suddetto presentatore con un paio di fighe avvolte nel domopak di abiti scollati con protesi siliconate bene in evidenza, sorriso ebete e magari scarsa conoscenza della lingua italiana per aggiungere quella manciata di riso che da sapore al piatto. Meglio se una è esotico/straniera che fa gaffes a raffica per far ridere gli ebeti spettatori (in questo caso è indispensabile un gran bel culo altrimenti non ride nessuno).
Una volta miscelati questi ingredienti, dosare con attenzione quattro o cinque ospiti internazionali molto costosi, che so, attori di Hollywood che non sanno neanche dove sono e che cazzo devono fare ma sono lì e tanto basta per guarnire e dare sapore al piatto.
A questo punto aggiungere un comico attore di successo che recita, sbraita, canta, dice volgarità, si arrampica dappertutto , si cala i pantaloni e trasmette la sua felicità agli ebeti spettatori canonepaganti perchè lui si è fottuto una mezza milionata di euro per un quarto d’ora (soldi loro) e li ha presi per il culo (ci credo che se la ride).
Dosare in parti uguali una dose abbondante di cantanti, tra adolescenti perfetti sconosciuti, tatuati in faccia, orfani e mezzi drogati che si giocano una roulette russa alla Highlander (ne resterà soltanto uno, gli altri torneranno a cantare nelle bettole di quartiere o al festival dell’unità) e semidisperati che non calcano i palcoscenici dai tempi di “grazie dei fior” di Nilla Pizzi che rivedi imbalsamati con improbabili parrucchini multicolori e credi abbiano fatto un patto col diavolo.
A questo punto è indispensabile, per la riuscita perfetta del piatto, un autore, cantante, attore o qualunque cosa va bene purchè sia polemico ed incazzoso che se la prenda con Trump, con l’Isis, col terremoto, con Maga Magò, con i precari o con le Poste. L’importante è che dia quel tocco di piccante che risvegli il culo sopito degli addormentati spettatori affinchè falsamente si indignino, magari donando un euro col cellulare alle vittime del terremoto e sono tutti contenti e più buoni. Quel tocco social-falso che è indispensabile per una trasmissione del cazzo che si rispetti.
Da non trascurare, la possibilità di far sentire “importante” il pubblico ebete, dando la possibilità di effettuare il voto da casa, spendendo una decina di euro di telefonata per dare una preferenza che non verrà tenuta in alcun conto per la gioia delle compagnie telefoniche e delle case discografiche che tanto hanno già deciso chi vince, alla faccia dei coglioni che guardano la trasmissione.
Lasciate cuocere in TV per quattro giorni a canale fisso, mettetevi a 90 gradi ed ecco che al sabato notte avrete un piatto che non dimenticherete perchè vi ha rubato sogni, soldi e tempo che avreste potuto impiegare magari leggendo un buon libro, andando a cena con chi amate o dedicarvi alla vostra famiglia… anche le carezze al cane vanno benissimo.

Non mi piace

Sanno come prenderci. La frase finale di un notissimo film, L’avvocato del diavolo, fa dire proprio a quest’ultimo che il suo peccato preferito degli umani è la vanità. La diabolica tecnologia ha subito preso al volo l’autorevole consiglio ed ha creato il “like”, il “mi piace”, per dirla all’italiana, per spronare i deboli peccatori umani a ricercare quella vanità che è diventata più importante di ogni altro sentimento umano, persino della ormai obsoleta crudeltà o cattiveria.
Perché qualunque essere, anche il più abbietto, dimentica la sua cattiveria se viene adulato.
Ed ecco che ogni social, ogni sito aperto al pubblico, blog compresi, ha creato il suo asse centrale su quel tasto malefico che spesso ti consente di esprimere una favorevole preferenza anche se non hai letto ciò che è scritto o anche se non ci hai capito un cazzo.
Ed ecco che i social “proletari” come Facebook o Instagram creano e disfano miti in base a quanti “like” si riescono ad ottenere.
Oggi non è più tanto importante quanti soldi hai sul conto corrente, ma quanti “like” hai sul profilo e non c’è privacy che tenga, anzi. Alla fine il genere umano è così coglione che le cose finiscono per coincidere: se hai un sito con milioni di “like” hai anche un conto in banca con milioni di euro.
A volte mi chiedo se uno tipo Einstein o Dante Alighieri fosse vissuto all’epoca dei social avrebbe avuto qualche “like” …ce lo vedete il vecchio Albert che su Facebook posta “E=mc2” con relativa formula…non se lo cagava nessuno, ma proprio nessuno.
O il sommo Poeta che posta la sua Divina commedia…avrebbe ricevuto commenti del tipo “Zio, cazzo dici? prossima volta vacci piano con la grappa”…
Invece oggi, perfetti sconosciuti che non hanno mai creato un cazzo in vita loro si inventano qualche balletto in piscina accanto a due o tre fighe decerebrate e creano personaggi seguiti da migliaia di persone che non credo abbiano molto più cervello delle tipe accanto al protagonista.
O tempora, o mores…avrebbe detto il vecchio Cicerone sul suo profilo…ma anche in questo caso i più arditi avrebbero pensato ad un sondaggio calcistico tra centravanti… “raga, io sarei per Mores, come gioca lui non è capace nessuno…poi chi cazzo sarebbe sto Tempora?, dove gioca?”
Poi la cosa è troppo a senso unico e questo non mi sembra troppo democratico. Perché accanto al “like” non ci aggiungono un “mi fa cagare” per dirlo all’italiana? Forse perché i miti di questa effimera e demente orda di “socialisti” (intesa nel senso di patiti dei social e non politico) temono di vedere i “mi fa cagare” prevalere sui “like”? Se non c’è un pulsante del genere ti limiti ad ignorarli ma a me piacerebbe anche un bel link con su scritto “sei un coglione”, sai che soddisfazione?
Ecco, adesso non mi aspetto nessun gradimento a questo scombinato post…

Incontri 2.0

Ho imparato ad usare le chat quando la maggior parte delle persone non sapeva neanche cosa fossero, sto parlando di oltre vent’anni fa, quando una persona a me fraternamente vicina aveva già intuito le potenzialità ancora da venire della rete, incluso questo nuovo modo avanguardistico di conoscere nuove persone. Per lui era business, aveva iniziato come Bill Gates da un piccolo appartamento in una città di provincia, ma, malgrado le sue enormi capacità e lungimiranza la faccenda ebbe uno sviluppo non proprio auspicabile e non certo per suoi demeriti, ma per l’ingordigia di certi centri di potere che avevano fiutato l’affare e che lo hanno stritolato. L’importante è che ora lui sia ancora in piedi con nuove idee sempre pronte a sfidare il sistema…
Fu in quel periodo che conobbi #IOL, la chat di Italia on line. Non so se esista ancora ma all’epoca agiva in regime di monopolio, se volevi chattare con qualcuno dovevi iscriverti a IOL. Il bello è che c’era gente vera, magari qualcuno bluffava sull’età, sull’altezza o sui chili ma era fondamentalmente lui (o lei), c’era equilibrio di presenze tra i sessi e non si trattava di caccia di cuori solitari, chat erotiche o scambi di foto improbabili, ma di una sincera chiacchierata con qualcuno che magari si trovava dall’altra parte del mondo. Ricordo ancora con nostalgia quando passai una nottata intera a parlare con il comandante (in pensione) dei Vigili del Fuoco di San Diego… un anziano signore con cui ci raccontammo un sacco di cose e che alla fine mi invitò ad andarlo a trovare, suo ospite.
Insomma era il tempo in cui internet annullava davvero le distanze ed era la frontiera per un mondo migliore e noi ci credevamo.
Oggi purtroppo non è più così. L’uomo ha questa maledetta facoltà di trovare e far prevalere il lato oscuro anche delle cose belle che riesce a creare, sarà forse perché basta una mela marcia a guastare un cesto di mele buone.
E’ successo negli anni 40 quando alcuni scienziati, mossi da un interesse scientifico, imbrigliarono la fissione nucleare; poteva essere un grande dono per l’umanità sotto il punto di vista energetico ma ci fu chi riuscì trasformarla in un’arma di morte per milioni di persone innocenti.
Così internet serviva per annullare le distanze ma quando le solite mele marce intuirono le possibilità, in più facendosi schermo dell’anonimato che la rete garantiva, la utilizzarono per irretire vittime deboli ed innocenti ed il meraviglioso giocattolo ormai si è rotto.
Oggi il mondo delle chat è una giungla senza regole in cui chi si presenta non è quasi mai chi dice di essere.
In genere vi si trovano due schieramenti: i timidi e deboli che fanno fatica nella vita di tutti i giorni e che, conseguentemente, cercano affermazione e conferme in un mondo virtuale e, dall’altra parte, gli avvoltoi che cercano di ghermire quelle facili prede. La vita è sempre una giungla…
Certo non è la regola, ma il rischio, oggigiorno, è enorme.
Avere figli (peggio ancora figlie) adolescenti che hanno libero accesso a questi canali rappresenta un pericolo che si fa fatica ad arginare senza correre il rischio di apparire repressivi.
Per questo motivo oggi prediligo la via dei blog. In fondo sono un pò meno “invasivi” e diretti, anzi rappresentano al meglio quella filosofia che definisco “message in a bottle”, un messaggio informatico sotto forma di diario lanciato nel mare della rete che può condurre ad incontri di mentalità affini. Se incontri veri possono avvenire, allora ben venga, si rischia certamente molto meno.

Il dramma delle convinzioni

Siamo convinti di essere ciò che crediamo di essere. Io sono fatto così…per quella roba non sono portato…chi mi fa questo con me ha chiuso…sono bello, brutto, alto, magro, grasso, sensibile, attento, distratto…e potrei continuare all’infinito nella marea di attributi che continuiamo a dare a noi stessi per farci belli o cercare di compatire gli altri.
Non siamo niente di tutto ciò. Abitualmente, quando incontro qualcuno gli chiedo: “Tu chi sei?” Le risposte che ricevo il più delle volte mi dicono chi ho di fronte. “Io sono un avvocato, un medico, un ingegnere, un impiegato…”. Altre volte mi dicono “Io sono Maria, Silvia, Patrizia, Marco, Giulio, Antonio…”
Non mi viene da rispondergli che io non gli ho chiesto come si chiamano o cosa fanno nella vita, che la mia domanda era più profonda…ma il 99% delle persone vi darà questo tipo di risposte. Se non lo fa avete davanti una persona speciale.
Nasciamo tabule rase, e, dopo qualche anno, tutto il sistema ci piomba addosso con il suo devastante condizionamento e ci trasforma in avvocati, medici, ecc… e questo è il gradino più basso dell’essere, perché tra un “avvocato” ed un “Antonio”, mi vedo costretto a preferire tutta la vita Antonio.
nessuno ha contezza di non essere davvero né un avvocato, né Antonio ma un qualcosa di unico ed inimitabile di cui non si rende minimamente conto.
Ok la professione non dice una mazza, serve solo ad identificare il tipo di burattino che sei, ma il nome? Puoi davvero dire che quel nome sia davvero il “tuo” nome? Certo che no, diamine, te l’hanno dato altri, magari appioppandoti il nome di uno zio morto giovane o del nonno anche lui scomparso prematuramente…
Vogliamo parlare del cognome? Anche quello non è mica tuo, ti è capitato di diritto per avere avuto la ventura di nascere in quella famiglia, ha la stessa valenza di quando dici “sono italiano”, il che è una cosa che non ha parimenti senso. Se fossi nato anche solo 150 anni fa non avrebbe avuto senso dire “sono italiano” perché l’Italia ancora non esisteva. Allora si è italiani perché si è nati in un’epoca in cui esiste un qualcosa che non si è capito cosa sia che si chiama Italia che oggi esiste e domani magari non esisterà più? Che senso ha?
Eppure noi siamo stati programmati fin dall’infanzia ad essere questi spauracchi con cui abbiamo finito per identificarci. A scuola, in famiglia, in chiesa, alla TV ci hanno indottrinati a schierarci ed a cucirci addosso un’etichetta che non ci appartiene…noi, noi, noi e loro…loro…loro e per millenni si sono fatte guerre per questo, si sono creati falsi dei dalla cui parte tu sei nel giusto mentre gli “altri” sono il nemico. Ma pensate che se esistesse un Dio simile sarebbe contento di tutto questo? Non credo proprio quindi è evidente che non siamo chi crediamo di essere e crediamo in qualcosa che non esiste.
Ma tutto ciò fa paura, significa distruggere tutte le convinzioni che abbiamo, significa che ci rendiamo conto di non sapere più chi siamo davvero perché abbiamo paura di guardarci dentro per scoprirlo e realizzare che abbiamo buttato via la vita identificandoci in una parte che altri ci hanno cucito addosso.
Se aprite la gabbia ad un uccellino nato e vissuto in quella stessa gabbia non avrà mai il coraggio di volare fuori, perché ciò che non conosciamo ci fa ancora troppa paura. Peccato che non conosciamo praticamente nulla di questo ineguagliabile mistero chiamato vita….

Caso & caos

Che cosa è il caso? Qualcuno ha raccolto sotto questa definizione tutto ciò a cui non riusciamo a dare una spiegazione. Ne deduco che, siccome in questo mondo non riusciamo a dare spiegazioni plausibili quasi a nulla, allora tutto il mondo è governato dal caso. Verità troppo scomoda?
Quando ci accade qualcosa che sembra non abbia senso, davvero è frutto di una coincidenza senza apparenti ragioni? E’ un quesito che mi sono sempre posto ma pensate alle conseguenze della risposta.
In caso affermativo non dovremmo mai preoccuparci delle nostre azioni perché saremmo in balìa di un destino capriccioso che non è possibile governare e prevedere. Spesso passiamo la vita intera a fare progetti che poi non si avverano, oppure incappiamo in malanni fisici, brutti incontri, eventi avversi e diamo sempre la colpa al caso.
Diciamo che quest’ultimo forse è l’oppio che ci è stato dato per non impazzire, perché se così non fosse ed il caso non esistesse sarebbe davvero un bel casino per la nostra già fragile mente.
Caso è la parola magica che persino i più eminenti scienziati, che ad esso proprio non dovrebbero credere, usano per celare una verità sgradevole: la nostra ignoranza assoluta su come funzionano davvero le leggi dell’Universo.
Quando non abbiamo risposte evochiamo il caso allo stesso modo con cui gli antichi evocavano dei o numi per dare risposte a fenomeni inspiegabili piuttosto che riconoscere la propria ignoranza abissale.
Forse non a caso (perdonate il gioco di parole), il termine caos è composto dalle stesse lettere e da caso a caos il passo è breve.
Ma caos è una parola che inquieta, trasmette un’idea di confusione assoluta, genera panico. Caso è certamente più elegante, più rispettosa, tutti le si sottomettono mentre al caos si cerca di reagire con l’ordine. A nessuno verrebbe in mente che in fondo sono sinonimi.
Il caso è un pesante velo steso sul gigantesco disegno dell’universo, impossibile da sollevare per la nostra limitata conoscenza, non per nulla il termine deriva dal latino “casus”, che significa caduta, è il nostro Dio pagano quando siamo costretti ad accettare qualcosa che non ci piace. Se quel qualcosa ci piacesse gli avremmo dato il nome di “fortuna” ma il personaggio è sempre lui. Un attore poliedrico delle nostre vite che spesso si fa chiamare anche destino.
Jung è stato l’unico a spingersi un po’ oltre, a cercare di sollevare a fatica quel velo di ignoranza ed ha dato un altro nome al caso. Ha parlato di sincronicità, una maniera elegante di affermare, attraverso le vie un po’ contorte della psicanalisi, che certe manifestazioni della realtà sono dovute a qualche misteriosa ragione presente nelle leggi dell’Universo, smentendo l’esistenza del caso.
Il regista e scrittore svedese Kay Pollak, nel suo libro “Nessun incontro è un caso”, lo descrive con queste belle parole:
“Immaginate che nessun incontro fra le persone sia casuale. Immaginate che ogni persona che incontriate sia mandata per uno scopo. Quando questa idea mi attraversò la mente per la prima volta la mia reazione fu di dubbio. Impossibile, pensai, chi mai potrebbe organizzare tutti questi incontri? Ma, a poco a poco, sperimentai, come questo pensiero rendesse straordinariamente e tangibilmente più gratificante procedere nel cammino della vita. Infatti, un buon numero di incontri, sia con persone che già conoscevo che con sconosciuti, diventò più eccitante, talvolta quasi inebriante! Immagino che chiunque io incontri mi sia mandato per uno scopo. Incomincio a pensare e a credere decisamente che sia così e questo pensiero rende la vita più divertente e piena di significato. Se riguardate alla vostra vita passata, potete constatare che ogni persona che avete incontrato – ogni singola persona – ha contribuito, a suo modo, a farvi essere quello che siete oggi. Ogni incontro che avete fatto, nei modi più svariati, ha messo in evidenza qualcosa di voi. Perché non provate a pensarci? Prendetevela con calma e rimanete per un po’ in compagnia di quest’idea. Chiunque io incontri mi è mandato per uno scopo. Leggete attentamente. Posso e voglio imparare dagli altri. Essi esistono per insegnarmi a crescere”.
Rinunciare al caso, da parte degli esseri umani, significa rinunciare alla propria libertà di azione, in quanto si dovrebbe di conseguenza ammettere l’esistenza della nostra responsabilità, sia pure “colposa”, in tutto ciò che facciamo, in tutte le scelte che compiamo, assumendocene tutta la responsabilità. E questo non è comodo, quindi se qualcosa va storto non è mai colpa nostra, ma colpa del caso…ci rassegniamo e continuiamo a dormire tranquilli nella beata ignoranza. Domani è un altro giorno, chissà cosa mi riserverà il caso…
Forse è proprio vero allora che il caso è un ordine da decifrare, come diceva Josè Saramago…
E forse non state leggendo questo per caso…

Ho ragione io…

Forse sono moltissime le persone che hanno una visione idealizzata di come il mondo dovrebbe essere. Questo dovrebbe andare così… tu dovresti essere…sarebbe meglio che…

Stiamo solo manifestando come le cose dovrebbero adattarsi al nostro modo di vedere perchè siamo convinti che il mondo giri meglio se si adattasse a come noi lo vogliamo o come ci aspettiamo che vada. Se non gira come diciamo noi, “nel modo giusto”, allora va tutto a rotoli.

Quante volte sentiamo dire che il mondo dovrebbe andare così o colì, e per quanto possa essere un’idea meravigliosa, bisognerebbe comprendere che, affinchè il mondo sia così o colì, gli idealisti dovrebbero “imporre” le loro credenze agli altri a costo di sottomettere tutti quelli che si rifiutano di uniformarsi alla loro immagine “perfetta” del mondo stesso.

Pensiamo, insomma, che l’unico modo per rendere migliore una persona e migliorare, di conseguenza, il mondo, sia convincere gli altri a vedere le cose a modo nostro.

Ma il mondo e le persone non si comportano mai come vorremmo e sprechiamo un mare di energie nel tentativo di convincerle a diventare qualcosa che non sono e non possono essere, invece di lasciarle libere.

L’attaccamento ad alcune credenze spesso diventa più importante del messaggio, sino a corrompere il rispetto e la libertà degli altri. E senza questi presupposti, anche se gli ideali sono giusti, la pace non sarà mai possibile.

Costringere qualcuno al cambiamento non cambierà mai nulla. Sulla terra vivono sette miliardi di persone e quindi ci sono sette miliardi di punti di vista diversi. Se ognuno pensasse che solo il proprio è quello giusto, avremmo sette miliardi di scontri.

Libertà di scelta non significa voler affermare la propria ragione a tutti i costi, ma apertura e rispetto. Voler bene a qualcuno significa anche e soprattutto rispettare le sue scelte senza porre condizioni, anche se pensiamo che siano sbagliate.

Se qualcuno non condivide le nostre idee non prendiamola come un fatto personale scendendo sullo scontro, ma impariamo ad ascoltare senza replicare. Ognuno deve pretendere ed offrire rispetto per le idee.

Quando parlo con mia madre, ad esempio, mi rendo conto che lei ha una impenetrabile fede nelle sue convinzioni religiose e che non esiste altra via oltre a quella che lei ritiene giusta, e se provo a parlarle di altri modelli mistici che potrebbero essere altrettanto apprezzabili ed orientati al bene non vuole sentir ragioni. La via è solo una, ed quella che lei ha scelto.

In fondo ha ragione, è la sua via, chi sono io per cercare di farle cambiare idea?

Il discorso potrebbe essere trasportato su tutti i piani della nostra esistenza, la politica, la religione, il tifo sportivo, la musica, l’arte e così all’infinito.

Se arriviamo a difendere con veemenza la nostra posizione o la nostra causa senza ascoltare il punto di vista altrui e senza dare potere alle loro parole, allora l’attaccamento prende il posto della consapevolezza.

In fondo la verità esiste indipendentemente dal fatto che ci crediamo o no, mentre una credenza esiste soltanto fin quando ci si crede. E molto spesso si tende a confondere la ricerca della verità con il tentativo di avere ragione…

Bar Sport I parte: la colazione

Vorrei iniziare questo piccolo esercizio di stile chiedendo umilmente perdono al vate Stefano Benni, uno dei più grandi scrittori italiani in circolazione secondo il mio modesto parere, che ha saputo inventare capolavori divertenti ma, al contempo, dalla profondità incredibile.

Ricordo di aver letto Bar Sport parecchi anni fa e non c’è stato mai nessun altro libro che mi abbia fatto ridere da solo come uno scemo al pari di quello.

Ogni città, ogni quartiere ha il suo “Bar Sport”. Forse ogni gruppo di persone ha i suoi personaggi caratteristici. Li trovi nelle assemblee condominiali, nei circoli, a scuola, insomma dappertutto.

Nei piccoli centri il bar non è altro che il luogo di ritrovo di comitive e gruppi di persone di ogni età che si sono suddivisi territorio e tavolini come un giocatore di Risiko farebbe sul tabellone, anche con riguardo all’arco temporale della giornata.

Si inizia al mattino con l’ondata isterica dei “colazionisti”, che giocano col tempo, ed in dieci minuti di colazione, 5 li perdono a guardare l’orologio. Sono i “riassuntivi” della giornata appena iniziata. Contano i minuti, cercando di condensare il tempo a disposizione per accontentare tutti. Un saluto al barista, che all’ora della colazione è il protagonista assoluto di quella commedia dell’assurdo che si svolge davanti ai suoi occhi, poi una rapida occhiata in giro per individuare i conoscenti a cui regalare parole mangiate tra i morsi al cornetto ed i sorsi al cappuccino. Quando il tempo a disposizione è scaduto, tracannano il caffè o il cappuccino a 6000 gradi in un sorso solo, provocandosi paurose ustioni e spesso devono aggiungere qualche minuto al ritardo, dal momento che non hanno considerato l’effetto cagarella che quello sconsiderato gesto inevitabilmente innesca. Ciò porta allo spiacevole inconveniente che il cesso del bar, alle 9,30 di mattina, è peggio di quello della stazione di Calcutta a fine giornata.

I dialoghi durante la colazione al bar hanno lo stesso umorismo di una convention di becchini, che va sfumando mano a mano che si avvicina il fine settimana. Quindi, se ti scappa qualche battuta, vedi di accertarti che sia di venerdì, perchè se commetti un simile errore al lunedì mattina (magari pure con la pioggia), ci sono due sole possibilità: o hai vinto al superenalotto o fai il barbiere.

Nel bar ogni categoria umana sceglie la sua fascia oraria per impossessarsi dei locali e delle vettovaglie e dettare le sue regole, quindi al mattino non troverai mai bottiglie di vino, carte e pensionati che ammazzano il tempo. Al mattino è il tempo che ammazza la gente per una sorta di vendetta ricorrente.

Un pensionato col giornale, in un bar alle 8, si nota come Marilyn Manson in smoking bianco ad un ballo di beneficienza o come un pipistrello disteso al sole a mezzogiorno ed il poverino si guarda bene di frequentare luoghi che non offrono il minimo indispensabile per sopravvivere.

Troviamo quindi “l’avvoltoio”, il quale cerca improbabili approcci broccoleschi a quell’orario impossibile, magari sperando in un numero di telefono da poter utilizzare in momenti più calmi e proficui. Costoro sono quelli che ordinano il caffè, scelgono la posizione strategica al bancone e tentano approcci privi di fantasia alle povere avventrici semiaddormentate, nella speranza di trovare a quell’ora la guardia abbassata. Nei vari tentativi (tutti miseramente falliti) il caffè è diventato imbevibile, per cui tale patetico elemento viene in genere definito il “Rocco Sifredda” del bar di mattina.

Poi abbiamo “lo scroccone”, colui che finge di leggere il giornale davanti al bar in attesa dell’attimo in cui individua la sua vittima potenziale. Saluto ipocrita (Ehilà carissimo-magari non si ricorda neanche il nome-) e domanda di prassi (come va?) con lisciatina che suona falsa come una banconota da 150 euro (stamattina ti trovo in gran forma!). Poi si blocca e resta in attesa della fatidica controdomanda: “prendi qualcosa?” Nel caso questa non arrivi, si rimette in postazione a leggere il giornale. Questo elemento di solito lo smascheri perchè la Gazzetta che ha in mano è quella del mese prima ed è un mero strumento di lavoro.

Non è infrequente incontrare quello che viene definito “la gazza ladra” che, altri non è che colui il quale, con ostentata nonchalance, si fotte puntualmente la “Gazza” a disposizione dei clienti del bar, facendola sparire, con abile ed incurante gesto, nella borsa da lavoro. A volte si spinge addirittura a sfilare un pacchetto di caramelle dall’espositore ed è convinto che ti abbia fregato solo perché il barista lo lascia perdere.

Altro tipo da bar mattutino è “l’esigente”, la disperazione di tutti i baristi. Quando entra si crea un’ondata di panico dietro il banco e si racconta di baristi che si sono strappati grembiuli ed abiti in preda alla disperazione. L’esigente è quello che ordina il caffè nel modo più complicato possibile ed ogni vota aggiunge una variante, per cui diventa impossibile memorizzare i suoi gusti. Il caffè può essere ristretto, decaffeinato, in tazza grande, macchiato freddo, schiumato, al ghiaccio, shakerato, doppio, con panna e l’esigente gioca svariate combinazioni di questi elementi ed è pronto a fare un cazziatone al barista che ne sbaglia anche uno come se il suo caffè fosse la formula alchemica per trasformare il piombo in oro. E’ facile che chieda, come accompagnamento, un cornetto alla marmellata di fragoline di bosco ma, a quel punto, rischia un cazzotto in faccia dal barista, quindi, di solito, se ne guarda bene.

Ma, al mattino il più stressato è proprio il barista, che vorrebbe avere sei braccia come la Dea Kalì ed infatti sempre più spesso adesso si notano baristi extracomunitari che così possono tranquillamente bestemmiare nella loro lingua che tanto non li capisce nessuno, ed anche se ti danno dello stronzo, lo fanno col sorriso e quindi tu lo prendi per un complimento, mentre il titolare del bar perderebbe indubbiamente buona parte dei clienti se desse aria ai pensieri nella sua madrelingua.

To be continued….