Mese: dicembre 2014

New Year Day

A dicembre si gioca il solito incontro di pugilato che finisce per metterti inevitabilmente al tappeto. Si comincia con la serie di jab dell’immacolata e relativo ponte per arrivare al diretto natalizio. Neanche il tempo di incassare il colpo e ti ritrovi disteso dal montante al volto del capodanno. L’ho già detto, ma lo ribadisco: odio le feste.

In questa settimana infernale il problema che sembra assillare la maggior parte delle persone è sempre la stessa: “che si fa a capodanno?”

Ma poi, cazzo, mi chiedo: perché si deve fare per forza qualcosa? Se sei fortunato ed hai casa e famiglia, perché non approfittarne?

Invece no. Se hai un posto a qualche veglione sei uno “di vita”, mentre se non hai alternative sei uno sfigato.

E già…il veglione. L’incubo di questo periodo. Location e compagnia non hanno importanza, sono secondari. L’importante è partecipare. E non importa se fuori nevica, se rischi una lavastoviglie sulla macchina, parcheggiata a 2 chilometri di distanza, se il giorno dopo hai il 90 % di possibilità di essere preda di una attacco di cagarella fulminante per la merda che ti propinano ed il tavernello spacciato come vino della casa, se il giorno dopo magari ti tocca andare al lavoro in condizioni fisiche da far invidia ad uno zombie struccato, se trascuri figli piccoli e genitori anziani. Ma che vuoi che siano simili inezie? Vai col veglione!

Mi sorge il dubbio che veglione sia una crasi per “veglia del coglione”. Se il mio dentista lavorasse la notte di capodanno avrei più piacere a farmi curare una carie che non a partecipare ad un veglione.

Ma volete mettere la libidine di quando, a 30 secondi dalla mezzanotte si mette a palla il maxischermo dove quel pinguino lampadato dello strapagato presentatore inizia il conto alla rovescia con una bottiglia di spumante accanto a Gigi D’Alessio e la sciaquetta di turno con tette e culo di fuori mentre ci sono 15 gradi sottozero? Vette di piacere incredibile, mentre il tavernello ottunde i sensi e corrode il fegato ed altri organi interni.

Allo scadere del fatidico ultimo secondo, mentre attacca l’inevitabile ritornello de “L’anno che verrà” di Lucio Dalla si ode un concerto asincrono di tappi di Asti Gancia che saltano, con l’immancabile rincoglionito che eiacula precocemente e l’imbranato che diventa paonazzo nel vano tentativo di estrarre un tappo incollato che farebbe bene a tener buono per l’anno successivo invece che farlo saltare quando tutti se ne stanno già andando via. Dicono che porti sfiga. Ma la vera sfiga è quella di essere lì, quindi non credo e certe dicerie.

L’ennesima occasione in più per dimenticare l’amarezza della vita, invece di affrontarla e risolverla.

Non vorrei cadere nel patetico, ma personalmente non c’è stato un capodanno in cui il pensiero, almeno per un momento non mi sia corso a chi è in guerra, a chi, in un letto di ospedale, lotta tra la vita e la morte o ci sta perché i suoi familiari sono al veglione, a chi non ha un bicchiere d’acqua con cui bere, a chi sta lavorando, a chi semplicemente non è nello stato mentale di festeggiare per cazzi suoi, insomma a quell’esercito silenzioso a cui quello dei “veglionisti” sembrerebbe un ritrovo di rincoglioniti. Lo so, serve a poco, ma io ci penso e mi commuovo per loro.

Non è una critica, sia chiaro. Esprimo solo il mio punto di vista, dal momento che abbiamo la fortuna di vivere in una società aperta che consente di esporre liberamente i propri pensieri. Per i “veglionisti” il rincoglionito sono io, ma sono contento di esserlo.

Non è una notte speciale. Il tempo passa uguale per tutti e l’universo, che sta li da miliardi di anni con i suoi misteri irrisolti non sa cosa sia il concetto di capodanno, perché il tempo non esiste, è solo una convenzione, una delle mutevoli dimensioni della nostra povera realtà umana. Se non credete a me dovreste credere almeno ad un tale che si chiama Albert Einstein, perché era lui che lo diceva.

Se proprio devo stappare una bottiglia e fare degli auguri, mi piace farli alle persone care che ancora mi sopportano su questo pianeta. Voltarmi tra una massa di sconosciuti ubriachi ed augurare falsamente buon anno a qualcuno che magari mai più rivedrò in vita mia mi sembrerebbe inutile, stupido ed ipocrita.

Si dovrebbe cercare di vivere la vita assaporando ogni momento con quello che ci offre, perché ogni momento della nostra vita è un capodanno che potrebbe regalarci gioie e dolori senza il disperato bisogno dell’ennesima manifestazione di rincoglionimento sociale.

Ah…dimenticavo…Buon anno a tutti…

Odio le feste

Non me ne vogliano i cattolici osservanti ma io detesto questo periodo di feste e finta atmosfera natalizia.

E’ falso come una moneta di cioccolata, pieno di un finto buonismo che rende le persone ancora più insopportabili. Dovunque senti dire: “a Natale siamo tutti più buoni”. Ma che cazzo vuol dire? che sei buono un paio di giorni e per il resto dell’anno sei un gran bastardo?

E’ un periodo pieno di forzata allegria e a me infonde una sconfinata tristezza, una specie di inutile armistizio creato dal sistema per far dimenticare i problemi e far spendere soldi alla gente.

Se ti capita qualcosa di spiacevole, tutto quello che ti sta intorno funziona quasi da cassa di risonanza che ti ingigantisce il problema. Stare di merda a Natale è proprio una sfiga…già…perchè se capita a maggio, allora ti senti meglio.

Poi c’è la stronzata immensa dei regali. L’ho sempre pensato, il Natale è fatto per i bambini, solo loro meritano attenzioni e regali. Oddio, se vuoi i regali li puoi fare sempre, ma ci sono ancora quelli che credono a Babbo Natale ed è un peccato deluderli per quei pochi anni in cui si vive ancora nel mondo delle favole. Avranno tempo e modo di accorgersi da soli, grazie alla vita, che non solo Babbo Natale non esiste ma che il mondo è fatto solo di carbone e di befane, senza scopa.

A Natale siamo tutti più buoni….questo l’ho già detto, ma anche più grassi. Quasi ci fosse una stupida giustificazione ad ingozzarsi come maiali di tutte le porcherie gastronomiche che la mente umana possa immaginare. Un pranzo dietro l’altro, cenoni a go go…”tanto a gennaio inizio ad andare in palestra”. Ma quanto sono imbecilli? E’ come darsi una martellata in testa…tanto poi in ospedale mi mettono i punti.

E’ il periodo dei buoni propositi: “dall’anno prossimo faccio questo e quest’altro”, “voglio cambiare vita”…poi arriva gennaio e si riprende il solito tran tran aspettando una nuova scadenza che ti tranquillizza.

“Oggi è il primo giorno del tempo che ci resta, un giorno buono per ricominciare”, recita una canzone. Giuste parole. La vita è fatta di giorni tutti uguali, siamo noi che attribuiamo un valore alle cose, così come ai giorni che viviamo, ed ogni giorno è degno del massimo rispetto, perchè il tempo è la cosa più democratica che ci sia, passa per tutti alla stessa maniera.

Ci sono quelli che danno mance ed elemosina solo sotto Natale ed il resto dell’anno non cagano certe persone neanche di striscio, quelli che passano il Natale in famiglia e tornano a troie appena le feste sono passate, quelli che non ti cagano di pezza tutto l’anno ed in quel periodo mandano quei patetici messaggini “di massa” a tutta la rubrica: “un caro augurio di buone feste da Pasquale Ciociammocca e famiglia”. Ma vaffanculo Pasquale! Magari neanche ci salutiamo durante l’anno e poi mi mandi un messaggio del cazzo magari svegliandomi alle sette di mattina del 25 dicembre. Te li potevi risparmiare quei 10 centesimi. Anzi magari neanche li hai pagati perchè a natale c’è l’offerta Trombafone Christmas all inclusive verso tutti i cellulari…

Per non parlare del traffico delirante e dei supermercati presi d’assedio dove non resta neanche più un vasetto di cetriolini sottaceto in offerta…perchè tanto a Natale si magna di tutto.

Infine c’è la fregola dell’organizzazione di feste, festini, cene e cenoni in locali di ogni tipo, dove per la modica cifra di 300 euro puoi prenotare il cenone di capodanno mangiando spazzatura che non pagheresti 20 euro durante tutto il resto dell’anno.

Mi chiedo: che resta di bello delle feste di Natale? Una sola cosa, dal mio modesto punto di vista: l’opportunità di avere qualche giorno libero da trascorrere con le persone che ami veramente, davanti ad un semplice piatto di spaghetti al pomodoro, con un bicchiere di buon vino e due chiacchiere ascoltando il notturno di Chopin in sottofondo.

Ah, a chi avesse la fortuna di passarle in questo modo, consiglio di spegnere il cellulare, onde evitare i messaggini funesti di Pasquale…

Donne

Parliamo di donne.

Viste dalla parte di un uomo, ovviamente. Il problema è proprio questo: le donne non sono mai gli esseri che un uomo osserva e crede di capire nella sua mente. No, no, niente di più sbagliato. Se un uomo analizza una donna col suo metro di giudizio non capirà mai niente. Ergo, è valido anche il discorso inverso, solo che noi le sottovalutiamo, mentre loro, spesso, ci sopravvalutano.

Un uomo crederà che un “no” è no e che un “si” è un si. Invece per loro esistono solo i “forse” che racchiudono una sola risposta a svariate domande e che sono suscettibili di improvvisi cambiamenti.

Sono un’opera incompiuta, perennemente incompiuta, e si riservano il diritto di cambiare idea in corso d’opera, a seconda di ciò che un uomo fa o dice in quel determinato momento. Però, se si ostinano, cercano disperatamente, anche per mesi o anni, un senso a frasi che hanno un solo, evidente senso maschile, ma non corrisponde al loro modo di vedere, quindi cercano di adattarlo ad una delle loro infinite sfumature. E’ come voler fare entrare il piede di Lebron James nelle scarpette da danza di una ballerina. E’ inutile che vi dannate, non ci entra!

Con loro ogni strategia va a farsi fottere…mi fanno ridere quegli imbecilli che scrivono libri ed organizzano corsi di seduzione perchè secondo i loro insegnamenti ed attraverso le loro strategie “tutte cadranno ai tuoi piedi”. Forse lo fanno per spennare qualche pollo, e fin qui lo capisco, ma se ci credono vuol dire che non hanno capito un cazzo neppure loro.

Le donne vivono l’attimo come va davvero vissuto e non importa quello che succederà domani. Possono sposare uno stronzo, sapendo che è stronzo, ma in quel momento sono appagate e va bene così. Tanto sanno di avere la forza di far fronte a tutto, anche ai loro errori di un momento, ma quel momento se lo sono goduto in pieno. Certo, si lamentano anche loro, ma la capacità di reagire alle avversità che hanno creato da sole nella loro vita gli consente di vivere l’attimo molto più profondamente di noi.

Mi sembra quasi che abbiano il “carpe diem” nel loro DNA, una vicinanza molto più profonda del significato della vita di noi uomini, che invece siamo impelagati nelle pastoie di una razionalità che ci offusca la mente e che ci costringe ad evitare cazzate che potrebbero rivelarsi invece eventi molto appaganti per investire su un futuro che non c’è ancora e che forse mai ci sarà.

Loro vedono il lato bello delle cose anche dove il bello non c’è, si dipingono la mente di mille colori per scegliere quelli da dare alla vita, mentre per noi esistono solo il bianco ed il nero e, qualche volta, se siamo indecisi, il grigio.

Una donna cavalca la vita come fa con una moto, sempre seduta alla punta del sellino, quasi fosse pronta a scivolar via quando vuole mentre noi l’occupiamo al centro, forti di convinzioni che sono tutte nostre e di nessun altro.

Noi le confiniamo in due sole categorie, le brave ragazze (quelle con cui stiamo) e le puttane (le donne degli altri) mentre per loro non vale il discorso contrario. Non esistono i bravi ragazzi e i playboy, ci sono anche i soggetti, gli intellettuali, gli animali da letto col cervello di un tronista, gli amici (solo gli uomini pensano che l’amicizia con una donna non possa esistere), gli uomini “utili” (concetto sconosciuto al genere maschile), gli sfigati, i matti, quelli che “proprio non li capisco” e potrei continuare per ore…

Per noi sono belle o brutte, mentre per loro l’aspetto fisico conta fino ad un certo punto. Se sai prendere una donna alla testa allora sei arrivato anche alle sue mutande, anche se non sei proprio Brad Pitt e lei è una figa spaziale. Sembra che abbiano tutte un loro “interruttore” nascosto che ti trovi a far scattare sempre per caso e mai di proposito. Insomma, se ti va di culo e lo trovi, potresti farcela con chiunque.

Loro vedono ogni uomo in modo differente, cercano un ideale che potrebbe incarnarsi in chiunque. Ed ecco che il principe azzurro potrebbe essere basso e con gli occhiali ed avere una bicicletta invece che un cavallo bianco o una Porsche Carrera. Puoi gonfiare i muscoli quanto vuoi ed ammazzarti in palestra, ma se non dimostri di avere qualcos’altro da gonfiare ed altre carte da giocarti, con loro duri il tempo di un verde ad un semaforo.

Ed infine il paradosso più grande a testimonianza di una complessità inarrivabile: se vuoi la loro massima attenzione devi dar loro la massima attenzione, ascoltarle, magari anche solo annuendo se sei proprio un cretino. Ascoltale ed assecondale senza dar loro consigli, tanto, alla fine, fanno sempre di testa loro…

Il cappellaio matto

Mi sto allontanando dal branco. Mi sento sempre più solo. Non so quando e come è iniziato. Sia chiaro, non è un grido di aiuto o di sofferenza, no, affatto. E’ il risultato di una costante introspezione che mi porta a riflettere su ciò che conta nella vita. Ho iniziato ponendomi delle domande, tante, troppe. E adesso non so dare una risposta, a nessuna. Per ora. Mi chiedo come facciano le persone a non porsi certe domande sulla loro vita, a non cercare un senso a tutte le difficoltà che gli si parano davanti, a non rendersi conto di essere artefici del loro destino. Perchè un senso deve esserci. Noi siamo più di quello che sembriamo.

E’ meglio proseguire con una benda davanti agli occhi o avere gli occhi aperti quando davanti c’è solo il buio? Forse la domanda andrebbe riformulata. Si è più sicuri a procedere con una realtà virtuale imposta dal sistema o avere il coraggio di togliersi lo schermo e procedere ad occhi aperti nell’oscurità? nel primo caso vedi sempre una luce ma è artificiale, è quella che vedono tutti andando in una certa direzione, tutti conformati alla strada che la realtà virtuale proietta. Emozioni comuni, esperienze comuni, tutto può ricondursi alle regole di un gioco che stiamo giocando come pedine e non certo da protagonisti quali siamo e dobbiamo essere.

Io sto camminando a tentoni nel buio e non vedo quello che gli altri vedono, vedo soltanto loro camminare, scontrarsi, soffrire, discutere andando in una direzione dove il buio è più nero.

C’è chi è convinto di sapere dove sta andando ma va solo dove lo stanno portando. Io invece non so dove sto andando, un pò come la “selva oscura” di Dante, un sentiero di mistero e paura che deve condurre da qualche parte anche se la meta non è chiara.

Ci sono tante, infinite domande che ci si dovrebbe porre se si fa funzionare la mente in modo autonomo. Lo so che non è facile trovare le risposte, ma non capisco come non si possa porsi almeno le domande per sperimentare qualcosa che trascende una vita programmata e, tutto sommato, noiosa. Ti accorgi, senti che ci sono poteri in te che ogni tanto affiorano, ma non ti rendi conto del perchè. Il più delle volte li liquidi con la spiegazione di una banale coincidenza, casualità. E torni a dormire. Ma succedono ancora e ancora. E allora forse devi renderti conto che non sono coincidenze, che ci deve essere un’altra spiegazione ed io ho tutta l’intenzione ed il tempo di trovarla. Forse questa vita non mi basterà, ma non ho intenzione di mollare. E’ una strada da cui non si torna indietro.

Nel paese delle meraviglie di Alice c’è una frase simbolica del Cappellaio matto che dice: “C’è un posto che non ha eguali sulla terra… Questo luogo è un luogo unico al mondo, una terra colma di meraviglie, mistero e pericolo. Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti come un cappellaio. E, per fortuna…io lo sono”.