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Requiem per il calcio

Volevo esprimere una considerazione sullo sport, ed in particolare sul calcio, che qui in Italia, ha praticamente superato, in numero di fan e guerre nell’arena con tanto di morti, la vecchia religione cattolica, ormai relegata ad una roba per vecchietti che sperano, in zona cesarini, di guadagnarsi un posto in paradiso dopo tutte le minchiate che hanno combinato qui sulla terra. Mi viene da ridere alla faccia che faranno quando scopriranno che non c’è proprio nulla di quello che gli hanno raccontato per una vita. I preti sono come Vanna Marchi, tu gli fai l’offerta in denaro e loro ti garantiscono un posto in paradiso… più offri e più puoi prenotare una nuvola vista Eden, insomma una bella truffa.
Ma la pretaglia ormai è in disgrazia, governa un pò sulle anime misere ed ignoranti, ma di concreto e temporale non ha più un cazzo, se non un mezzo chilometro quadrato al centro di Roma che certo vale parecchio e pare stiano pensando di vendere alla Carrefour per farci un mega centro commerciale così il Papa & co. se ne vanno tutti ai Caraibi in meritata pensione dopo duemila anni di (dis)onorata carriera.
Gli sport “minori” mantengono, in parte, quello spirito di sana competizione che parte dall’antica Grecia, quando chi veniva incoronato vincitore aveva una corona di alloro che garantiva la trasmissione del suo nome ai posteri. Soldi un cazzo, magari un vitello arrosto.
Oggi se ti nasce un figlio e vuoi investire su di lui, mica penserai di farlo iscrivere a lettere, filosofia o fisica all’università, vero? Così mi muore di fame, povera creatura. Gli regali un pallone e la maglietta della squadra per cui tifi tu e stai a vedere se riesce a fare tre palleggi di seguito.
Se non ci riesce ti deprimi e lo mandi a lavorare subito in fonderia, porta a casa i soldi e non pensare a rincorrere sogni stupidi.
Il calcio oggi è quanto di più devastante ci sia sportivamente, è un business gigantesco che sfrutta la minchionaggine di milioni di persone decerebrate che si puniscono, si sacrificano, si svenano e si deprimono e piangono di sofferenza se la loro squadra perde una partita… figuriamoci obiettivi più alti.
Ragazzini che guadagnano miliardi che vengono venduti come al mercato delle vacche, allenatori che vengono osannati non si capisce per aver fatto cosa, libri scritti in testa alle classifiche, giornalisti strapagati in trasmissioni televisive che parlano del nulla cosmico… a me sembra che siano tutti matti.
Ma la dimostrazione più eclatante della morte del calcio la stiamo avendo in questi ultimi due anni quando sono venuti a fare la spesa qui da noi i cinesi. Inter e Milan, due delle squadre storiche in Italia, ormai sono di proprietà loro e vedi in tribuna questi uomini d’affari orientali attoniti che sorridono appunto come cinesi, che neanche capiscono a che cazzo di gioco si sta giocando, ignorano le regole se non quelle del potenziale profitto economico miliardario ai danni di quella marea di coglioni che urla e si sbraccia per uno spettacolo che non ha più niente di sportivo.
Ridatemi Gigi Riva e quei calciatori che credevano in una maglia senza arricchirsi… oppure pagate e gridate coi cinesi: Fozza Inda!

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La sfilata di Miuccia

Ore 19 circa, Milano centro, sto rientrando in Vespa da una spesa al supermarket necessaria, causa sottovuoto critico del mio frigorifero dove l’unica mela presente, causa depressione, aveva tentato il suicidio. Fa freddo e già mi rompe uscire, ma mi tocca, altrimenti mi devo succhiare il ghiaccio dalla vaschetta stasera per cena.
Procedo in fretta e rientro alla base, quando ad un certo punto mi rendo conto che c’è una fila di auto assurda che intasa le strade del centro al punto che neanche uno scooter riesce a passare. Metto la mente in modalità zen e aspetto paziente… Magari c’è un incidente e qualcuno si è fatto male.
Però noto che la tipologia di auto è particolare, tutte di grossa cilindrata, nere e fanno parte di noleggio con autista.
Ma che cazzo succede? Mi faccio strada a fatica, dribblando la fila e facendo il filo agli specchietti ed arrivo al cuore del formicaio, una ressa di gente fuori da una specie di capannone in pieno centro.
Mi blocco perchè non si riesce a passare e, nuovamente fermo, vedo uscire un terzetto di ragazze vestite nel seguente modo:
A) Biondona milfona con capelli giallo evidenziatore ad acconciatura alla cono gelato inguainata in un completo bianco e nero a scacchi e tacco 17 da troione di ordinanza;
B) Ragazzina dark con caschetto nero, trampoli da clown del circo bianchi e soprabito nero alla Neo di Matrix;
C) Trentenne in Tailleur verde Shrek con disegni art decò e cappello in tinta che camminava a passettini come se un cane le stesso mordendo il culo;
Intanto c’è una folla di gente che fa foto coi telefonini, un delirio che non riesco proprio a capire.
Paraculescamente chiedo alle streghe di Eastwick: “Scusate ma che è sto casino? C’è una megafesta di carnevale? Il vostro costume è fighissimo”
Si bloccano e, inorridite, mi dicono: “Ma come, non lo sai? C’è la sfilata di Miuccia Prada”
“Miuccia? Quella dell’asilo?”, rispondo con fare serio avendo capito di avere a che fare con tre imbecilli.
L’asilo in realtà è Mariuccia ma loro non colgono la battuta, mi guardano come si può guardare uno scarafaggio che attraversa la strada. Ma questo dove vive?
Poi notano il mio abbigliamento con tuta grigia modello Rocky Balboa un pò strappata da 40 Euro alla Coin ed il disgusto aumenta, quindi si allontanano parlottando e ridendo su quell’incontro con quel buzzurro ignorante.
Attendo che quella ressa di zombie sfolli un pò, passo e torno a casa a salvare la mia mela nel frigorifero per portarle un pò di compagnia…

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Ama e fai ciò che vuoi

Una citazione che trovo modernissima ed azzeccata anche se è stata pronunciata da un uomo di chiesa più di 1.500 anni fa.
Voglio premettere, in termini matematici, che io sto alla chiesa come un diabetico ad una torta sacher o come un astemio ad un negroni, ma questa citazione mi ha colpito davvero molto, ed anche nel fango si possono trovare delle perle.
Pensavo ad un’interpretazione in chiave moderna della frase del buon Agostino d’Ippona, vissuto nell’ultima metà del 300.
Oggi si tende ad essere educati, rispettosi, very social perchè la società lo richiede.
Esci ed incontri il vicino di casa che ti chiede: “Uè carissimo, come va?” Ovvio che il “carissimo” non è una manifestazione di particolare affetto o amicizia, perchè un lunedì mattina di pioggia a Milano porta solo bestemmie e “vaffanculo”, se ti va bene indifferenza, ma lo dice perchè non si ricorda come cazzo ti chiami. Al terzo o quarto “carissimo” inizia a considerare che non ti conosce nessuno e quindi sei autorizzato a non rispondere neppure. Fa ciò che vuoi. Ma ama.
Scrivi qualcosa su facebook, ricevi messaggi whattsapp, bè devi ricambiare, mettere un like anche se neanche hai letto o capito ciò che scrivono, ciò è molto social e… se tu dai un like a me io poi dò un bel like a te… c’est la vie.
Sapete che vi dico? Fanculo! Non è necessario rispondere a tutti, essere social, educato, ossequioso, rispettoso delle regole.
Quindi seguite la regola del buon Sant’Agostino: Fate il cazzo che volete senza però offendere e danneggiare nessuno. Se qualcuno si offende perchè non hai risposto il problema è suo e non tuo.
Ho reinterpretato il concetto in un modo un pò più crudo ed adeguato ai tempi, ma si sa che i tempi sono cambiati…

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Il giornale di domani

Marco si recava ogni giorno a fare colazione al solito bar sotto casa sua a Milano. Preferiva alzarsi un pò prima e prendersi i suoi tempi ad un tavolino, piuttosto che consumare il suo breakfast in fretta e furia in piedi al banco come facevano quasi tutti. Lo faceva sorridere il fatto che certe persone entravano trafelate, consumavano la colazione in perfetto stile Bolt, si ustionavano col cappuccino a temperatura “piombo fuso”, ingoiavano un cornetto in due morsi spolverandosi lo zucchero sulla giacca neanche fosse stata cocaina, smadonnavano se c’era qualcuno davanti alla cassa a pagare tenendo il cellulare bloccato tra testa e spalla mentre cercavano gli spiccioli, iniziando a mandare a fare in culo le prime persone di una giornata che si prospettava lunga e difficile.
Marco era un cauto ed attento osservatore e cercava di capire cosa passasse per la testa di quella gente, se si sentivano “fighe” o soddisfatte di quello pseudoimpegno, una sorta di sfida al tempo anche se magari non avevano un cazzo di veramente importante da fare se non timbrare qualche busta. Tu corri veloce, dice il tempo, ma io sono più veloce di te. Peccato che quella stessa gente non capisca che il tempo ha sempre ragione lui e tu sei destinato inevitabilmente a soccombere. Il mondo non cambia se tu rallenti, ma se cerchi di accelerare lui comunque va più veloce di te e ti fotte comunque.
Sorseggiando lentamente il suo cappuccino e sbocconcellando il suo cornetto integrale alla crema assaporandone ogni piccolo morso, Marco viveva due realtà; la sua quando abbassava gli occhi su ciò che aveva davanti, e quella del mondo quando li alzava e si guardava attorno.
Una di quelle mattine, tra un piccolo morso al cornetto ed un sorso di cappuccino con le labbra a culo di gallina per non scottarsi, alzò gli occhi su un tizio che ogni tanto aveva notato, seduto come lui da solo ad un tavolino, che era sempre immerso nella lettura di un quotidiano, consumava un toast ed un caffè e poi andava via sempre con un sorriso sulle labbra, con un incedere lento e non rivolgendo mai la parola a nessuno.
Come chi ha l’abitudine di far viaggiare la mente per immaginare cosa facesse quel tizio, Marco pensò che fosse un inguaribile ottimista perchè uno che esce da un bar al mattino in una grande città, dopo aver letto un quotidiano e sorride o è tutto scemo oppure è un monaco zen in incognito che ha perso il treno per il Tibet. Il tizio non gli sembrava potesse essere inquadrato in nessuna delle due categorie, per cui, da quella mattina aveva preso a far caso cosa facesse invece che ostinarsi a guardare sempre gli stessi matti che ripetevano le stesse azioni da robot al banco, dicendo sempre le stesse parole: “Uè Giangi, come va? Mi fai il solito?” Ed il barista: “Buogiorno Dottore, si va avanti, arriva subito”.
Anche il misterioso avventore mattutino del bar, se vogliamo, era un pò ripetitivo nelle sue azioni ma una mattina di venerdì, dopo aver consumato la sua colazione ed aver letto il quotidiano, alzò lo sguardo verso Marco, gli strizzò l’occhio e se ne andò lasciando sul tavolo il suo giornale, indicandolo col dito, cosa che non aveva mai fatto fino ad allora.
Marco non sapeva cosa pensare, arrivò a congetturare che fosse gay e che avesse lasciato un bigliettino col suo numero nel giornale. Per cui, prima di uscire per recarsi al suo studio di architettura, passò con indifferenza davanti a quel tavolo e prese il giornale che vi era stato lasciato.
Appena uscito dal bar, Marco si mise a sfogliare il giornale alla ricerca di qualcosa che non era così sicuro di trovare. Infatti non c’era nessun biglietto o nessuna scritta, era un banale quotidiano con le solite notizie banali. Congresso del PD, Trump ed il suo muro, slavina in montagna e, alla sezione sportiva, i risultati delle partite del campionato.
Un momento! Ma oggi è venerdì! Il campionato verrà giocato tra domani e domenica… Marco istintivamente guardò la data del giornale e per poco non svenne. Era la data del lunedì successivo. Si sfregò gli occhi, doveva esserci un errore ma la data era quella. Cazzo! E adesso? La prima cosa che gli venne in mente fu quella di giocare la schedina, puntare sui cavalli e scommettere tutto su quei risultati che erano già stabiliti solo su quei fogli di carta.
Domenica avrebbe dovuto fare una gita con la sua amica Gloria in Svizzera e non sapeva se raccontare a lei o ad altri quella cosa stranissima, forse lo avrebbero preso per matto. Si recò quindi in una ricevitoria e giocò 2000 Euro tra scommesse e schedine in una attesa della domenica tra il curioso e lo scettico.
Lasciò il giornale sul tavolo di casa e domenica mattina passò a prendere Gloria per la programmata gita in Svizzera, ancora chiedendosi come mai il destino, o chi per lui avesse voluto fargli un simile “regalo” che certamente era stato frutto della sua attenzione ai particolari della vita.
Ma il destino è beffardo e traditore e ti si presenta sotto mentite spoglie. La realtà, anche quella più assurda va interpretata e compresa. Quando poi vivi un’esperienza che va oltre la realtà materiale devi cercare un messaggio che non può essere materiale.
Marco aveva pensato al profitto immediato e non aveva letto tutto il giornale, non accorgendosi che, nella cronaca di Milano, c’era un articoletto di fondo che così riportava: “Tragico incidente automobilistico al confine con la Svìzzera. Marco Camussi, stimato architetto milanese, ha perso la vita insieme ad altre tre persone in un incidente automobilistico avvenuto alle 18… ecc, ecc.
Se dovessero arrivare messaggi da dimensioni diverse, prima di pensare al profitto materiale, pensa alla tua vita.

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Serendipità

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Mi sono imbattuto più volte in questo neologismo che non ha riscontri nella nostra lingua, infatti, altro non è che l’italianizzazione della parola anglosassone “serendipity”, il cui significato è quello di fare felici scoperte per puro caso, oppure trovare una determinata cosa mentre se ne stava cercando un’altra.

L’etimologia di questa strana parola deriva da “Serendip”, il nome che nell’antichità veniva dato allo Sri Lanka e che si trova appunto in una fiaba persiana, “I tre principi di Serendippo”, che narra dei tre figli di un re che intraprendono un viaggio, incontrando sul loro cammino una serie di indizi che li salvano da molte occasioni difficili. Prescindendo dall’etimologia della parola, trattasi di una di quelle esperienze con cui si ha a che fare più volte di quanto non si pensi.

Applicando il concetto ai grandi eventi potremmo, per esempio, dire che il più famoso dei “serendipitai” della storia sia stato…

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Meditazione

Provate ad immaginare vostra moglie o vostro marito o il vostro partner, vostra madre o vostro padre, vostro fratello o sorella o il vostro capo o il postino, persone con cui condividete la vita di tutti i giorni per molto o per poco tempo, sedute tranquille in un angolo con luce soffusa, incenso e magari musica rilassante, immobili con gli occhi chiusi a meditare. Non credo sia un’immagine consueta che potreste collegare a quelle persone e magari se le vedeste in quella situazione vi chiedereste cosa diavolo stanno facendo.
Noi occidentali non abbiamo questa cultura, l’abbiamo importata di recente, complice la globalizzazione, dall’oriente, dove invece è praticata da millenni con risultati stupefacenti. Da noi è ancora una pratica un po’ new age, ancora poco compresa nella sua essenza più profonda.
Forse l’abbiamo adattata alle nostre idee, al nostro modo di vita frenetico e quindi la consideriamo una parentesi tra le mille attività che ci riempiono la vita di una giornata frenetica. Ecco, adesso è il tempo dei venti minuti di meditazione, poi devo prendere il bambino a scuola, devo cucinare, finire quella relazione, fare quello telefonate, ecc ecc.
Funziona anche così, ma non è questa la sua filosofia. La meditazione non è un compito da assolvere, una cosa da fare tra le tante, è un fine da raggiungere se vogliamo davvero sperimentarne tutti i suoi effetti.
Quanti di voi ci hanno provato con costanza e continuità? Quanti si sono impegnati veramente e non l’hanno considerata un semplice momento di relax tra le frenetiche attività di una giornata tipo? Vabbè, oggi non ho tempo, magari lo faccio domani…
E se le cose più positive fossero quelle più semplici? Magari non lo si fa perché ci si sente un po’ stupidi. Stare minuti o ore seduti immobili nel silenzio…che roba assurda. E se entra qualcuno e mi vede che cosa penserebbe? E poi come faccio con i bambini che urlano, le cose che ho da fare…e poi c’è in TV il mio programma preferito. E ci perdiamo.
Ma secondo voi, tutti i monaci buddisti o lo stesso Dalai Lama sono dei deficienti che hanno tempo da perdere? Se una pratica sopravvive da millenni ci sarà pure una ragione.
Quella ragione adesso sta arrivando timidamente anche da noi e la pratica della meditazione è addirittura entrata, a sorpresa, a far parte di protocolli ospedalieri in cui si è scoperto che, durante quella stessa pratica, si attivano aree del cervello che consentono a quest’ultimo di rilasciare sostanze che possono modificare il nostro stato di salute, aiutando il corpo nel processo di guarigione, cancellando anche le dannose conseguenze dello stress.
Certo, la lobby delle aziende farmaceutiche non ne è affatto contenta e cerca in tutti i modi di osteggiare certe “deliranti” tecniche che sono gratuite, ma certi medici e scienziati che hanno una coscienza non hanno potuto ignorarne i benefici ed hanno cercato di condividerli, a fatica ma lo stanno facendo.
Io sono convinto che nell’Universo, e quindi sulla Terra, ci sia a disposizione tutto e gratis e ce ne sarebbe per tutti; cibo, energia pulita, cure con le piante, viaggi mentali (pensate alla mescalina, al peyote o all’ahyahuasca) insomma tutto ciò di cui un essere umano avrebbe bisogno per una vita felice ma non ce ne rendiamo conto ed abbiamo lasciato il monopolio di queste gestioni in mano a gruppi di potere che non hanno certo a cuore la salute del genere umano ma solo i loro profitti. E noi soffriamo.
La meditazione è un mezzo di risveglio, io la pratico da anni e non sto qui a raccontare cosa è significato per me, quali grandissimi problemi mi ha aiutato ad affrontare…posso solo consigliarvi di provare, costantemente e senza aspettative. Potrebbe schiudersi un mondo nuovo…

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Ah, l’amour

Mi rendo conto di andare a toccare un argomento delicato che non ha avuto nessuna soluzione fin dalla notte dei tempi: le differenze psicologiche e comportamentali che ci sono tra gli esseri umani quando si interfacciano.
Fino a quando questo rapporto riguarda il lavoro, l’amicizia, la parentela e la conoscenza in generale ci si può convivere, si accetta e si rinuncia, ci si lasciano briciole di ragione in virtù di una convivenza anche un po’ forzata che occupa scampoli di vita ma che spesso non è la vita stessa.
Posso dare ragione a mia madre o a mia sorella, ad una mia amica o conoscente giusto per quieto vivere perchè so che non mi conviene polemizzare… è un armistizio della vita che la gran parte delle persone mette in atto quotidianamente. E’ amore anche quello.
Ma… ma… se l’altra persona è destinata a diventare con te un cuore solo, un’anima sola, una carne sola allora siamo in un territorio misterioso chiamato Amore con la A maiuscola, quello a cui tutti fanno riferimento quando si pronuncia quella parola.
Visto che siamo a San Valentino è chiaro che sto parlando anche e soprattutto di quell’amore. Di “amori” ce ne sono tanti, amor filiale, amor fraterno, amore verso gli amici, le passioni, gli animali, il prossimo in generale, la vita, Dio, e chi più ne ha più ne metta.
Una sola parola per mille vestiti, un concetto che sta bene con tutto e che dovrebbe essere in effetti universale. Forse si dovrebbe amare tutto e tutti nella stessa maniera per essere davvero felici, invece anche l’amore ha i suoi pesi e le sue misure, i suoi abiti da giorno e da sera, le sue svendite e persino la sua bigiotteria come pure le sue falsità.
Iniziamo con la prima domanda? L’amore è innato o si può “imparare”? Domanda difficile. Ognuno risponda a modo suo.
Se ne dovessi dare una definizione, direi che l’amore è dare senza aspettarsi nulla in cambio, e forse è una taglia che può adattarsi a tutti i tipi di questo strano sentimento.
L’amore è quasi uno specchio, se ci sentiamo amati allora siamo felici e disposti a corrispondere lo stesso. Ma l’amore che richiede una contropartita porta con sé una certa dose di dolore.
Viene misurato con il nostro peso e, se una bilancia non ha la stessa, identica quantità su entrambi i piatti, penderà inevitabilmente da una parte o dall’altra… e difficilmente riusciamo a calibrare la nostra bilancia della vita così perfettamente; penderà sempre da una parte.
C’è chi afferma di soffrire pene atroci per amore…mi chiedo perché. La risposta è nelle aspettative, nella pretesa di dover ricevere quella sensazione così enorme che poi ci fa soffrire e spesso ci porta anche a fraintendere avvelenato anche dalla gelosia, sorellastra dell’amore. Quindi si arriva al paradosso che più amiamo qualcuno e più soffriamo perché mettiamo sulla famosa bilancia un peso tale che l’altra persona a volte non è in grado di equilibrare.
Anthony DeMello, in un suo bellissimo libro (Messaggio per un’aquila che si crede un pollo) dice: “Come si possono amare le persone quando si ha bisogno di loro? Le si possono soltanto usare. Se io ho bisogno di te per essere felice, ti devo usare, ti devo manipolare, devo trovare mezzi e sistemi per conquistarti. Non ti posso lasciare libero.”
Forse l’amore non sta in un “rapporto” con una persona bensì in un modo di vivere, in una scelta personale a prescindere da tutto e da tutti.
Ed anche qui, alla pari di altri argomenti già trattati come la felicità, la fede o i sogni si entra in un campo di soggettività personale per cui ognuno ne ha una visione che non può essere uguale a quella di nessun altro sulla faccia della Terra.
Allora amare non è più fare ciò che ci si sente di fare ma fare ciò che l’altro si aspetta e questo non è amore…

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Medicina quantistica

Visto che l’argomento ha interessato qualcuno di voi, stavolta voglio fare un passo avanti e parlare brevemente dell’applicazione di quegli strani principi in un settore che riguarda la nostra realtà più dura, e cioè la salute, il suo mantenimento o il suo recupero quando viene meno.
Oggi la medicina tradizionale è basata su una rigida differenziazione delle zone del nostro corpo. Per cui si sono sviluppate specializzazioni che sono a compartimenti stagni, cardiologia, gastroenterologia, neurologia…e potrei andare avanti a lungo. Ma questo lo sapete già. Se avete problemi di cuore andate dal cardiologo perché crediamo che lui sia uno specialista di quell’organo. Però nessun medico bada al paziente inteso come persona, come unità unica ed irripetibile. Si occupa del suo organo ammalato come un meccanico farebbe con lo spinterogeno, il carburatore o con la coppa dell’olio.
Io credo che non funzioni così, altrimenti perché certi farmaci su alcuni funzionano e su altri no? E come mai le persone guariscono anche gli viene somministrata una soluzione inerte (effetto placebo)?. Certo la medicina ha fatto passi da gigante negli ultimi decenni ma questo è stato dovuto ad una medicina “sintomatica”, e poco “curativa”. In altre parole si sono cercati rimedi chimici tesi a soffocare i sintomi, quasi mai a cercare le cause che li hanno generati.
Eh già, se si agisse sulle cause il paziente guarirebbe, mentre se si opera sui sintomi, il povero sventurato resta dipendente dai farmaci come un tossico dalla droga e questo è esattamente quello che le potentissime multinazionali farmaceutiche vogliono. Un paziente guarito non crea guadagno, uno a cui curi solo i sintomi, soffocandoli, avrà sempre bisogno di te e della tua robaccia chimica quando inevitabilmente si ripresenteranno. Esattamente come un drogato con lo spacciatore. Nessuna differenza. L’unica differenza è che gli spacciatori sono fuorilegge e se li beccano vanno in galera, questi qui sono al potere a livello di governi mondiali e sono le persone più ricche del mondo.
La Medicina Quantistica è una branca della medicina estremamente nuova e in continuo divenire in cui gli studi pionieristici di scienziati e medici convergono verso la messa a punto di nuovi strumenti diagnostici e terapeutici.
Al fondamento di questa nuova visione c’è un approccio che mette l’essere umano al centro della sua visione di mente, corpo, spirito ed emozioni, basandosi sui campi elettromagnetici (vibrazioni) su cui è fondata la materia vivente, sulla base delle teorie di Einstein.
Attraverso queste nuove conoscenze è necessario guardare ai sistemi di comunicazione e regolazione del corpo in un modo diverso e molto meno meccanicistico e semplicistico. In altre parole la malattia, lungi dall’essere un accidente casuale, non sarebbe altro che uno squilibrio di frequenze della cellula che, in quel dato organismo, per un certo organo, non “risuona” più all’unisono con la totalità delle altre cellule di quel corpo.
Ognuno di noi ha un suo campo elettrico e magnetico, una sua vibrazione che va ristabilita se si vuole guarire, avendo attenzione ad una visione di insieme e non più del singolo organo, come erroneamente fa la medicina tradizionale.
Se un fegato, un rene, una gamba presentano dei problemi non va isolato l’organo ma va considerato il paziente nel suo insieme, altrimenti non ne verremo mai a capo.
Solitamente, invece, la maggior parte dei medici, che risente di un gap scientifico notevole rispetto alle cognizioni odierne della ricerca (in pratica non capisce un cazzo), obietta che questo tipo di approccio non è razionale e non poggia su solide basi dimostrate. Eppure, per fare un esempio forse sconosciuto ai più, la risonanza magnetica nucleare, utilizzata grandemente in diagnostica, è basata proprio su un principio fisico di risonanza applicato agli atomi di idrogeno che compongono i tessuti corporei.
La medicina quantistica non è invasiva e si avvale di apparecchiature che nessun medico tradizionale oggi conosce. Siamo ancora a livelli pionieristici ma i risultati finora sono sbalorditivi.
Il discorso sarebbe molto lungo e complesso ma si capisce che un simile approccio va a pestare i piedi alla più grande e potente lobby mondiale: Big Pharma, le case farmaceutiche che, in caso di successo di un simile approccio terapeutico fallirebbero in poco tempo.
Nessuno ne parla, se non in circoli ristretti e selettivi…adesso sapete perché.

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Missione extraterrestre

RZXY234 era un’unità esploratrice del lontano mondo di Mentalia. Situato nella galassia GD (goldendream), a 15 milioni di anni luce dalla Via Lattea, RZXY234, che per comodità terrestre chiameremo d’ora in poi Filù, vezzeggiativo usato dai suoi amici più cari, aveva individuato, nelle sue ricerche, in quella galassia lontana lontana un mondo curioso, i cui abitanti sembravano avere comportamenti davvero strani.
Filù, in quanto emerito capitano esploratore di Mentalia, aveva contatti con miliardi di mondi dell’infinita sfera dell’Universo, ma le caratteristiche di quel piccolo pianeta che i suoi abitanti chiamavano Terra lo avevano incuriosito a tal punto che aveva deciso di farci un salto per rendersi conto di come si strutturasse la vita laggiù.
Ottenuto il benestare dal consiglio dei saggi di Mentalia per il viaggio, Filù preparò la sua astronave a curvatura spaziotemporale che gli consentiva di viaggiare ad una velocità superiore mille volte a quella della luce e selezionò altri due membri del suo equipaggio, i suoi collaboratori più fidati e curiosi che lo avrebbero accompagnato in questa missione esplorativa dall’altra parte dell’Universo.
Si mise in contatto telepatico con Dipiù e Cucù con cui aveva sempre effettuato la gran parte dei suoi viaggi esplorativi e li convocò per il giorno dopo alle 20 ora di Mentalia allo spazioporto.
Approntarono provviste ed una buona scorta di “strizzù”, un liquore tipico del posto che faceva fare sogni felici e rendeva ottimista anche il più burbero dei mentaliani.
Sull’astronave aveva approntato mezzi di contatto con le rudimentali tecniche comunicative della Terra per studiare, durante il viaggio, le usanze ed il linguaggio degli strani terrestri.
Quindi, durante il viaggio, Filù, Dipiù e Cucù, fecero scorpacciata dei programmi televisivi terrestri. Scoprirono ben presto che se non si facevano una buona dose di strizzù, le trasmissioni terrestri erano una palla incredibile, tranne quelle in cui apparivano le indigene un po’ nude. Ben presto si accorsero, dall’alto della loro perspicacia mentaliana, che più un programma aveva tette e culi in vista, più era scarso di contenuti, come se i terrestri prediligessero il senso della vista a quello della comprensione mentale.
Durante la visione di uno di questi programmi, Cucù svenne. Gli altri due membri dell’equipaggio compresero che era accaduto mentre osservava una puntata di una comunicazione che si chiamava “Porta a porta”, condotta da un essere orripilante che sorrideva parlando di disgrazie di suoi simili. Il poverino non aveva retto alla cattiveria di quel mutante che si nutriva della tristezza e delle disgrazie altrui. Intervistava governanti che parlavano un linguaggio incomprensibile e pure sgrammaticato, pensando ai cazzi loro (i mentaliani leggono nella mente) e fantasticando sulle porcherie sessuali che avrebbero voluto fare sulla giovane e truccata psicologa di turno ospite della trasmissione.
Ad un certo punto si sintonizzarono su un breve programma che andava in onda ad ogni ora del giorno e della notte, che i terrestri chiamavano TG.
I mentaliani pensarono che fosse un acronimo per Terra Girevole, vista l’orbita del pianeta in questione e considerato il fatto che si spaziava su notizie che avvenivano ovunque sul pianeta. Ben presto si accorsero che era un qualcosa di molto più subdolo che loro definivano “generatore di paura”, un sottile mezzo per diffondere notizie tendenti a creare un clima appunto di paura ed insicurezza per dominare le deboli menti dei terrestri che, udendo di un attentato avvenuto a migliaia di chilometri di distanza, senza sapere da chi e come, decidevano di non uscire la sera a farsi una pizza sotto casa per paura che il pizzaiolo egiziano gli mettesse una bomba nei pomodori o un veleno nella mozzarella.
I mentaliani continuavano a cambiare frequenza, trovando trasmissioni di uno sport che i terrestri chiamavano calcio in cui 22 giovani in mutande rincorrevano un pallone mentre sugli spalti si accoltellavano e si odiavano profondamente. Poi quiz demenziali dove anche il cane di Filù avrebbe vinto un sacco di soldi terrestri, concorsi di canzoni imbecilli, programmi in cui ingabbiavano qualche decina di coglioni e li spiavano, programmi in cui facevano sfilare giovani femmine terrestri e le numeravano come al mercato delle vacche e tanta altra roba simile.
Avevano appena curvato verso Alfa Centauri (quindi erano quasi arrivati) quando Filù, tracannando l’ultimo sorso di strizzù, disse ai suoi compagni di viaggio: “Oh ragazzi, ma che cazzo ci andiamo a fare su questo pianeta? Qui sono tutti scemi, non c’è nulla da salvare”.
Dipiù e Cucù convennero con il loro comandante e, gettando un occhio fugace sul culo di tale Belèn, che era apparsa come ospite a porta a porta, si riempirono di nuovo il bicchiere di strizzù ed invertirono la rotta…

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La ricerca della felicità

Vi siete mai chiesti cosa significhi davvero essere felici? E da cosa dipende? Dall’età? Dalla bellezza? Dall’essere ricchi? Dall’avere ciò che si desidera? No, niente di tutto questo. Io credo che sia la sensazione di essere soddisfatti della propria vita, qualunque essa sia, anche accettando i propri limiti, addirittura amandoli. E’ un concetto così importante perché è il traguardo di ogni essere umano eppure così soggettivo che non è possibile darne una definizione univoca. Può essere nell’abbraccio di chi ti ama, in un tramonto, nel sorriso di un bambino, in un bicchiere di vino con un vecchio amico, o, semplicemente, perché sei felice di essere parte, ogni mattina, appena ti svegli, di questo pazzo mondo.
Allora scopri che la felicità ce l’hai dentro e non ti viene da fuori.
Può durare un solo istante e quell’istante può valere una vita intera.
Qual’è il contrario di felicità? Verrebbe da pensare che sia la tristezza ma io non credo, perché il suo contrario è la mediocrità, la routine, l’abitudine consolidata che spegne quella meraviglia di sorprendersi a sorridere davanti a qualcosa che ci piace e che non sappiamo più rincorrere.
La felicità, il più delle volte sta nell’ignoto, nella scoperta di cose nuove che ci sorprendono e quando la senti lascia il segno. Se passi una giornata piatta non la ricordi, se vivi un solo attimo felice lo ricordi per sempre.
La felicità è la ricchezza dell’anima che cerca conforto nelle piccole cose, non nei grandi progetti, felicità non è pensare in grande ma vivere l’attimo, assaporando il gusto dolce del presente, quando è bello, senza lasciarsi illudere dal falso aroma del futuro o dal cattivo odore del passato.
Felicità può essere guardare una vecchia foto ingiallita, scoprire un diario in un cassetto in cui leggi qualcosa scritto da un altro te, lo sguardo del tuo cane, l’odore del caffè la mattina e un miliardo di altre piccole cose che non devi lasciarti mai sfuggire distraendo la mente, bensì lasciandola correre e saltare su quello che è il momento che stai vivendo.
La felicità è contagiosa ed il suo veicolo è l’amore. Se qualcuno che ami è felice, lo sei anche tu e questa è una cosa meravigliosa che dimostra quanto certi legami stiano a dimostrarci che siamo tutti connessi. Provare gli stessi sentimenti di un’altra persona è forse la più alta vetta che si possa raggiungere in un’intesa, quasi a raccogliere le briciole di quella gioia che ti senti in grado e diritto di condividere.
Forse la felicità è il polline di questa nostra misera vita, il respiro dell’anima grazie alla quale essa stessa sopravvive, e forse aveva ragione Oscar Wilde quando diceva che la felicità non è avere ciò che si desidera ma desiderare quello che si ha.
Quasi quasi mollo tutto e divento felice… (cit.)

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Il potere della mente

La nostra mente è forse il più grande mistero dell’intero Universo. In quei pochi etti di materia cerebrale è nascosto uno dei più grandi enigmi irrisolti che, al punto in cui siamo arrivati oggi con le nostre conoscenze scientifiche, non riusciamo ancora a comprendere.
La coscienza, la consapevolezza, i sentimenti non hanno una risposta scientifica che può esprimersi in formule come la composizione del sale o dell’acqua. Sono qualcosa che ancora ci sfugge ma che tuttavia ci ha permesso di progredire fino al punto in cui siamo, mescolando questo difficile cammino tra bene e male.
C’è chi afferma che la fisica quantistica non è ancora stata compresa appieno solo perchè nessuno è mai riuscito ad inserire nelle complesse equazioni il fattore X della coscienza, quella coscienza che, come ha dimostrato il principio assodato della doppia fenditura, influenza la realtà osservata.
Non riusciamo a dare un valore determinato alla coscienza perchè ancora non sappiamo davvero cosa sia nè da dove provenga. Ma è quella che ci permette di pensare, di amare, di comprendere, di inventare, di creare una splendida opera d’arte o una meravigliosa poesia oppure di ferire e far del male a seconda che le tinte di quella stessa coscienza siano chiare o scure.
Ma pensiamo un attimo a questi poteri in maniera concreta e non in un modo “new age”. Esiste un fenomeno di cui si parla molto poco ma che manda in crisi tutta la medicina tradizionale ed è la croce delle potenti case farmaceutiche: l’effetto placebo.
Potremmo definirlo come la misura di tutti quei cambiamenti benefici, fisici e psicologici, causati dalle aspettative consce o inconsce di guarigione di una persona, a prescindere dall’intervento di qualsiasi farmaco.
In altre parole, se un paziente “crede” fermamente nella validità di una terapia, questa funzionerà e lo guarirà a prescindere da cosa gli verrà somministrato, se il farmaco vero oppure una miscela di banale acqua e zucchero, appunto il placebo. L’opposto di questa medaglia è il cd. effetto “nocebo”, la convinzione che se qualcosa credi ti faccia male, allora ti farà male davvero.
Ma come è possibile tutto questo? Pensate che hanno provato ad intervenire chirurgicamente sui pazienti, semplicemente addormentandoli e facendo un semplice taglio superficiale senza intervenire. Ebbene la quasi totalità dei pazienti ha iniziato a guarire e stare meglio, convinta di aver subito un intervento chirurgico risolutivo che invece non è avvenuto affatto.
Questo effetto “misterioso” ma reale fa vacillare il fondamento della stessa medicina moderna.
E qui subentra quel grande mistero irrisolto che è la nostra mente, capace di miracoli grandiosi. In uno dei miei post precedenti ho brevemente descritto che la stessa scienza (di cui la medicina si vanta di far parte), ha dimostrato, senza ombra di dubbio, che l’osservatore (cioè l’essere umano) influenza la realtà fenomenica che osserva. Se consideriamo queste due affermazioni (il placebo e le scoperte scientifiche della fisica) è dimostrato che noi possiamo modificare la nostra realtà, nel bene come nel male.
Ma se davvero fosse così facile, perchè non riusciamo ad essere tutti in salute e a vivere la vita che vorremmo?
Forse perchè l’essere umano, la “macchina” più complessa conosciuta, è l’unica senza un “libretto di istruzioni”. Persino i pupazzetti dell’uovo Kinder hanno le istruzioni (per i più deficienti), noi invece no. Ci troviamo a maneggiare un’arma potenzialmente letale (il nostro cervello) senza sapere minimamente come funziona. Oggi sappiamo cosa è in grado di fare ma non sappiamo come farglielo fare… io la trovo una cosa terribile, un vero e proprio tormento.
Può guarirci, o, viceversa, farci ammalare, può creare cose meravigliose, gestisce la chimica del nostro corpo, ci fa innamorare ed incazzare, ci fa essere felici o depressi, un’altalena di sensazioni che quesi sempre non riusciamo a governare. Per cui noi siamo in balia della nostra mente quando invece dovrebbe essere l’esatto contrario e lei dovrebbe essere al nostro servizio.
Chi ha voglia di avventurarsi in questo misterioso territorio sappia che esistono dei “trucchi” per governare tutto questo, ma magari ne parleremo in un prossimo post…

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Punti di vista

Sapete quali sono le due parole più inutili e dannose di tutti i vocabolari del mondo? Avere ragione.
Avere ragione non esiste. Ogni essere umano sulla faccia della terra ha ragione. La “sua ragione” ovviamente. E’ una visione di come il mondo dovrebbe essere secondo lui e, dal suo punto di vista, è l’unica che esiste e voi non potete farci nulla.
La vita è fatta però di relazioni, di incontri, di confronti e quindi questi sette miliardi (circa) di ragioni si incontrano, si scontrano e si interfacciano in maniera più o meno civile.
L’avere ragione è alla base delle guerre, dei divorzi, dei tradimenti, delle amicizie finite e, a volte, con una maschera di ipocrisia, anche delle storie d’amore.
Siamo tanto stupidi da credere di essere i depositari della verità e chi non la pensa come noi, se siamo persone civili, dissentiamo e rispettiamo, altrimenti lo distruggiamo se ne abbiamo il potere.
Il capo ha sempre ragione, il cliente ha sempre ragione… ma è una ragione ipocrita e falsa perchè deriva da un rapporto di dipendenza che il più delle volte non ci consente di esprimere le nostre idee.
Perchè mai siamo così stupidi da credere che il mondo sarebbe migliore se tutti la pensassero come noi? Vi rendete conto quanto sia assurdo? Se così fosse non ci sarebbe stata nessuna evoluzione, saremmo ancora dell’idea che la terra sia piatta e che sia al centro dell’universo.
E qui interviene il più enorme spreco di energie che un essere umano stupido possa mettere in pratica: cercare di “convincere” gli altri che lui ha ragione e gli altri torto.
Cerchiamo inutilmente di trasformare gli altri in ciò che non sono e non possono essere invece di lasciare la libertà delle loro idee.
Ne risente la pace, quella degli altri, ma soprattutto la nostra perchè è una lotta contro i mulini a vento. Io non sono e non potrò mai essere nella mente di un altro, anche se è la persona a me più vicina del mondo e la cosa più nobile che possa fare è rispettare le sue idee, sforzarmi di capirle, anche se le ritengo sbagliate (per me), ma soprattutto cercare di capire perchè, cosa ha vissuto per pensarla così. Questo è rispetto.
E questo risulta il più delle volte impossibile, perchè le idee sono il frutto di anni ed anni di vita e di esperienze, diverse per ognuno di noi, un mosaico di intrecci umani e di sentimenti che neanche il più elaborato dei computer potrebbe decifrare, quindi non ci resta che il rispetto che DEVE avere la meglio sul cercare di “avere ragione”.
Costringere qualcuno al cambiamento non cambierà mai nulla e se vogliamo bene a qualcuno dovremmo rispettare le sue scelte anche se pensiamo che siano del tutto sbagliate.
Io, ad esempio, ho una anziana madre a cui sono profondamente legato ma che è la persona più distante da me per convinzioni ed idee, per lei la vita è solo una ed è quella che ha scelto, permeata di religione (cattolica) e di assiomi che non si discutono, guai a contraddirla. In fondo ha ragione, chi sono io per cercare di farle cambiare idea?
In fondo la verità esiste indipendentemente dal fatto che ci crediamo o no, mentre una credenza esiste soltanto fin quando ci si crede. E molto spesso si tende a confondere la ricerca della verità con il tentativo di avere ragione…