Annunciazione…

Scrivo questo post solo per comunicare che, nella vita, oltre alle cose serie che ho fin qui scritto (bè non proprio tutte serie), ho iniziato a scriverne di così cazzare che ho deciso di aprire un blog tutto nuovo ad esse dedicato.

Dal momento che l’oggetto riguarda una rivisitazione in chiave molto umoristica delle terzine dantesche della Divina Commedia, ho ribattezzato il nuovo blog “Dante Alighioggi”.

E’ in fase di sviluppo ma mi sto divertendo molto a scrivere…

Per chi avesse qualche minuto da perdere lo trovate qui: Dante Alighioggi

Il campo vuoto

Il vuoto, che concettualmente rischia di essere scambiato per il puro nulla, nei fatti è il serbatoio di infinite possibilità (Daisetsu T. Suzuki)

Mi ha molto colpito che una delle parole più utilizzate nel nostro linguaggio comune sia praticamente un sinonimo di “Dio” senza che nessuno lo sappia.
Mi riferisco al concetto di “vuoto” che nella comune accezione sta a significare l’assenza di qualcosa in uno spazio definito.
Però, se ci riflettiamo un attimo, ci rendiamo subito conto che il concetto di vuoto, almeno qui sulla Terra, non può esistere. Se ho davanti a me un bicchiere vuoto, potrà esserlo di acqua o di qualunque altro liquido, ma sarà comunque pieno d’aria.
Già Aristotele, 2500 anni fa, affermava “natura abhorret a vacuo”, la natura rifugge il vuoto, su cui si basò la conseguente dottrina filosofica e psicologica dell’horror vacui, il terrore del vuoto.
Ma oggi, con le attuali cognizioni di fisica quantistica possiamo davvero scoprire se questo fantomatico concetto esiste davvero?
Lasciamo per un attimo il nostro pianeta con l’immaginazione e spingiamoci lontano nello spazio. Nel buio profondo dell’immensità galattica aria non c’è e nemmeno luce ma sappiamo che esso è pieno di particelle che fluttuano e che sono state scoperte poco alla volta con il passare degli anni.
Ma allora un vuoto assoluto, in cui nulla esiste è davvero possibile?
L’argomento è oggetto delle dispute più accanite da parte di scienziati e filosofi, anche perchè, se si va a fondo, si arriva a conclusioni anche inquietanti.
Oggi disponiamo di tecniche che ci consentono di “frantumare” la materia nelle sue componenti più infinitesimali, siamo arrivati ai quark, di cui sono composti i nuclei atomici ma di cosa siano fatti i quark, ad oggi, ancora non siamo in grado di scoprirlo. L’ipotesi più accreditata è quella che, come una perfetta circonferenza, ci porta dal concetto di vuoto al concetto che quest’ultimo è pieno di qualcosa…un “campo”, così lo hanno definito gli scienziati, da cui prendono forma tutte le particelle di cui è costituita la realtà che conosciamo.
Il vuoto dunque non esiste, esiste certamente questo misterioso campo, detto campo quantistico, che è l’entità fisica fondamentale. Un mezzo continuo, presente ovunque nello spazio, da cui si originano tutte le cose, anzi, per meglio dire, il campo è lo spazio stesso. Ogni particella, noi compresi, sarebbe quindi la “condensazione” locale di questo campo, semplici condensazioni di energia che vanno e vengono, si creano dal campo ed in esso alla fine si dissolvono, una specie di mare, mosso in alcuni punti, e più calmo in altri, da cui vanno e vengono onde più o meno alte che alla fine si riuniscono a quel mare che le ha generate.
Altra cosa stupefacente è il fatto che questo campo è certamente intelligente, visto cosa è riuscito a creare in tutto l’universo ed il solo pensarci fa girare la testa. Un campo intelligente, un vuoto creativo, da cui tutto nasce ed in cui tutto torna…stai a vedere che quello che comunemente chiamiamo Dio non è alla fine quel campo quantistico?
Nel lontano 1200 un poeta mistico sufi dal genio incommensurabile, Rumi, disse: “Ben oltre le idee di giusto e di sbagliato c’è un campo. Ti aspetterò laggiù”. Gli illuminati sanno cose che la gente comune non sa. Lui era un illuminato e probabilmente era proprio al campo quantistico che si riferiva…

Aiuto! Nessuno mi ascolta?

L’incomunicabilità è la più terribile delle solitudini (F. Nietzche)

Il più grande problema, al giorno d’oggi, è che la gente ha preso un sacco di cattive abitudini e ne ha perdute altrettante di buone. Quelle cattive sono sotto gli occhi di tutti ed è inutile elencarle, ma possiamo individuare quelle buone, prima fra tutte, il dono di “ascoltare”. Le persone non ascoltano più, non ne sono più capaci. Ascoltare cosa l’altro ha da dirci è la capacità di venirsi incontro, di superare barriere ed ostacoli che ormai hanno frantumato l’intera umanità. Ormai, ascoltare senza interrompere è diventata un’esclusiva dei sacerdoti nei confessionali. Preferiamo essere sempre protagonisti, interrompiamo spesso l’interlocutore perchè siamo rosi dalla brama di dire la nostra, e quelle volte che la civile educazione prevale, non vediamo l’ora che finisca per poter finalmente esprimerci. Abbiamo dimenticato che, in un dialogo, il fattore più importante non è dire la nostra, quella la conosciamo già, bensì ascoltare il punto di vista dell’altro perchè potrebbe avere molto da insegnarci. Invece si litiga, si urla, si urla più forte di chi urla, come se l’urlare equivalesse ad avere ragione. Ragione di che, poi? Igor Sibaldi, un filosofo e filologo italiano afferma sempre che “nella vita o hai ragione o sei felice”. Quando si vedono due persone dialogare accade spessissimo che, una volta che uno ha finito, l’altro risponde in modo vago e cambia argomento, come se non avesse ascoltato nulla, ed infatti è esattamente quello che è accaduto. Questo succede ovunque, tra partner, tra genitori e figli, tra colleghi di lavoro, tra amici. Tutti sentono ma non ascoltano più, e se lo fanno è soltanto per brevissimi attimi. Forse sono immersi nei loro pensieri, fatto sta che in un dialogo mettono in funzione solo le orecchie e non il cervello. “In principio era il Verbo”…sono queste le parole con cui inizia il vangelo di Giovanni. “Infine nessuno lo ascoltò più” avrebbe aggiunto se fosse vissuto ai tempi di oggi. L’uso della parola ormai è smodato ed usato a sproposito, si apre la bocca tanto per parlare, per mettersi in mostra, spesso senza avere la consapevolezza di ciò che si dice. Di parlatori è pieno il mondo, ma c’è grande carenza di ascoltatori, perchè nessuno lo fa più. Il disastro di questa società è appunto il fatto che ci sono troppe parole per poche menti/orecchie e così non vi può essere comunicazione. Perchè interrompiamo l’altro per dire la nostra se l’altro poi non ascolta e fa la stessa cosa con noi? Non vi sembra un dialogo tra imbecilli? Potrebbe essere questa la causa del fallimento planetario del rapporto di coppia? O del disastroso rapporto odierno tra genitori e figli? Forse non è l’unica ma credo che sia tra le prime. L’ego di ognuno di noi è completamente cieco e sordo, si rifiuta di ascoltare per paura che il Se possa risvegliarsi e trovare qualcosa di vero nelle affermazioni di chi ci sta di fronte e così cambiare. Il cambiamento è sempre il nemico n.1 per l’ego, cambiare significa evolversi e l’ego non vuole correre questo rischio. E’ paradossale che in un’epoca di comunicazione globale non si ascolti più. Tutti sono convinti di avere una risposta a tutto, si irrigidiscono nelle loro convinzioni (che poi non sono mai davvero le loro) e non gli interessa conoscere altri punti di vista o prendere in considerazione altre informazioni. Ecco perchè non ascoltano. Sono convinti di essere detentori della “ragione” e se quello che l’altro dice è in contrasto con le sue convinzioni allora non conta nulla. Il risultato di tutto questo? Incomunicabilità. Tu parli, io non ascolto, poi parlo io ma non ascolti tu. Quello che chiamiamo dialogo, in realtà è la somma di due monologhi paralleli che, come le rotaie di un treno, non si incontreranno mai. Proviamo ad invertire questa tendenza, impariamo ad ascoltare anche chi sembra non abbia nulla di interessante da dire; nella peggiore delle ipotesi resteremo con le nostre conoscenze ed opinioni immutate, risultato che, peraltro, è quello che oggi succede sempre. Ma potremmo anche ricevere sensazioni ed informazioni nuove, che ci spingono a riflettere e forse cambiare, perchè gli altri sono il nostro specchio e, se qualcuno ci parla, probabilmente l’Universo ha qualcosa di importante da dirci, quindi ascoltiamolo. Riprendere l’abitudine di “ascoltare” gli altri è uno dei pilastri di tutte le discipline presenti in the Ark lab https://www.thearklab.net/, perchè senza un vero ascolto non può esistere nessun apprendimento…

Alimentazione e controllo delle masse

Non si può dire certamente che le cose vadano benissimo su questo pianeta al giorno d’oggi. I principali fattori sono quelli che tutti conosciamo: inquinamento, modificazione delle temperature, megalopoli insostenibili, ecc.
Inoltre la salute (mentale e fisica) della popolazione sta sempre più precipitando, col paradossale risultato che l’aumento vertiginoso ed esponenziale della popolazione mondiale sta trasformando la Terra in un gigantesco ospedale planetario, con estremo piacere delle oligarchie industriali dei colossi farmaceutici.
Le masse non sono mai libere, e mai lo sono state. Inoltre, se chiedete a qualcuno se lui fa parte della “massa”, costui negherà categoricamente, affermando che “la massa sono gli altri”, buffo, no?
Ma se alla fine di questo “processo di controllo delle masse” ci sono le sopracitate multinazionali del farmaco chimico, spesso un pò nell’ombra e vituperate, ed a cui ci si rivolge controvoglia in caso di evidente necessità, all’inizio di questo stesso processo vi sono altrettanto potenti colossi multinazionali che invece sono osannati e ricercati da tutti per assecondare il nostro vizio capitale preferito: la gola.
Sto parlando delle grandi industrie di produzione e distribuzione alimentare.
Se non ne siete a conoscenza, sappiate che sono davvero pochissime le aziende alimentari che detengono questo spaventoso mercato; lo fanno con centinaia e centinaia di marchi in tutto il mondo ma che sempre a loro fanno capo. Si stima che una decina di aziende controlli oltre il 70% del cibo mondiale.
Pochi giganti in testa e pochi giganti in coda ed in mezzo noi, un oceano di pecore che arricchiscono testa e coda inconsapevoli di essere carne da macello per un processo che quegli stessi giganti hanno creato a tavolino per accrescere il loro potere, perchè a loro serve una popolazione numerosa, nutrita con sostanze che fanno ammalare, per poi farci rivolgere a coloro che ci curano con sostanze altrettanto velenose che sopprimono soltanto i sintomi di un corpo che stava solo cercando di “avvertirci” che lo stavamo nutrendo male. Alcuni guariscono, ed ignari della lezione, ritornano stupidamente a fare il giro e a rimangiare merda, fino a quando il corpo, stanco dell’ottusità del suo “padrone”, non lo abbandona definitivamente. Game over.
La sottomissione delle masse passa attraverso due strade fondamentali, note sin dai tempi dell’impero romano: “panem et circenses”
1) La seconda (circenses) su cui non intendo dilungarmi, è quella psicologica del “lavaggio del cervello” operato dalle istituzioni al potere. Tutti i media, televisione in primis, sono la longa manus del potere politico ed ecclesiastico che ha tutto l’interesse a governare una massa di stupidi, incapaci di farsi idee proprie ed a cui conviene adottarle già confezionate perchè non impegna. Per tenerli occupati si fornisce loro un bel lavoro stressante che li massacra tutto il giorno così non pensano, ed alla sera una bella partita di calcio o un bel festival di demenziali canzoncine o, meglio ancora, un programma che enfatizza le altrui disgrazie, il tutto condito da un buon TG che sforna disastri e sciagure per mezz’ora di fila.
2) La prima (panem) è quella più subdola, meno apparente ma, sotto certi aspetti, ancor più pericolosa della prima: le regole alimentari ed il cibo in generale.
Cibo e potere sono sempre andati a braccetto, e sull’aspetto di controllo economico e delle norme culinarie e religiose non mi soffermo, mentre voglio analizzare il cibo nella sua composizione di base e nei suoi aspetti sempre più elaborati. Ma voglio farlo sotto un punto di vista che in pochi prendono in considerazione. Affermare che la qualità del cibo, al giorno d’oggi, è un incubo velenifero è come sparare sulla croce rossa, quindi non sto parlando nè di quantità nè di qualità alimentare, su cui stiamo commettendo errori madornali, bensì mi interessa proprio l’aspetto più subdolo della vicenda, l’alimentazione come controllo delle masse.
In moltissimi crederanno che sia impossibile una cosa del genere ma invece è quello che sta accadendo e faccio solo alcune riflessioni in merito, ma ci sarebbero da scrivere migliaia di pagine.
Tutti i cibi precotti e confezionati, di naturale hanno davvero ben poco. Nei gelati alla frutta di frutta non c’è neanche l’ombra, il valore nutritivo delle bevande più vendute al mondo è nullo, le percentuali di prodotto base, insomma, sono pressochè pari a zero e quindi resta da chiedersi qual’è la funzione del cibo per nutrirsi oggi se il cibo non c’è più? Additivi, addensanti, coloranti, edulcoranti, tutte sostanze chimiche che nutrono gli occhi in primis e poi la sensazione di gusto all’atto del metterlo in bocca. Di quello che accade dopo ai nostri organi, pare non ce ne freghi una mazza. Chi ha queste abitudini alimentari si sta avvelenando inesorabilmente poco alla volta ed il bello che questo lo sa benissimo. Chi beve coca cola, mangia da McDonald’s, compra panettoni e colombe al supermercato, mangia gelati, beve cappuccino e mangia cornetto tutti i giorni, oltre a fare grigliate di carne ogni giorno (o quasi), appaga un gusto che lo ha reso schiavo e di cui non si rende conto di non poter più farne a meno. Sanno che stanno ingurgitando veleni ma fanno come la cicala e continuano perchè ne sono dipendenti, ormai non possono più farne a meno e si stupiscono poi se gli vengono diagnosticati mali incurabili.
Anche se non siete frequentatori abitudinari di McDonald’s, provate a mangiare per un mese solo frutta e verdura. Se siete abituati a mangiare di tutto e siete anche gourmet a cui piace la cucina stellata, provate a privarvi di tutto.
Altro che tossicodipendenti…vi prenderà una crisi di astinenza folle che vi impedirà di proseguire in quell’abitudine che potrebbe non solo salvarvi la vita ma riempirvi di energia e benessere come non lo avete mai provato in vita vostra.
Lasciate perdere i seminari di automiglioramento, lo yoga, la meditazione, e tutta la più o meno valida new age. Se andate ad un seminario sullo yoga e all’uscita vi fate una pizza con la salsiccia, evitate il seminario e restate a casa a guardare la D’Urso, è più in sintonia col vostro essere.
Sono convinto che il modo di alimentarsi delinea la maturità “spirituale” di una persona. Inizia tutto da lì.
ma ormai il “sistema” ha messo le mani su questa abitudine fondamentale, ha creato miliardi di tossici che non possono più fare a meno della “dose” che gli propinano i grandi spacciatori del cibo, ed ecco che le povere pecore sono pronte per essere tosate dall’altro polo del sistema, quello farmaceutico-sanitario.
Siamo ancora in tempo per salvarci, tutti!. Uscite da questo schema, rompete questo circolo vizioso e fate crollare quel gigantesco campo di concentramento senza sbarre che è diventato il pianeta…in questo caso il portone è spalancato, dovete solo uscire da quella prigione senza la possibilità che nessuno vi spari…

Imagine…

E’ il titolo di una delle più belle e visionarie canzoni mai scritte e probabilmente, proprio per questo, ha avuto un successo che pochi altri brani musicali possono vantare.
Il grande John Lennon ha voluto lanciare un messaggio forte con quella canzone; il suo testo era avanti di secoli sullo stato dell’umanità. Semplice e complicato allo stesso tempo.
Purtroppo quasi tutti probabilmente si sono fermati alla musicalità della sua opera, ammantata dalla fama infinita che il suo autore poteva vantare, ma il suo messaggio era rivolto molto più in profondità.
Immaginare che non esistano più paradisi ed inferni, che tutti possano vivere l’attimo presente, che le religioni ed i confini tra le nazioni scompaiano…
Visionario, certo, ma anche illuminato perchè è questo a cui il genere umano deve aspirare ma sembra così facile da dire e così difficile da attuare.
Io ci aggiungerei anche qualcosa d’altro che in pratica impedisce la realizzazione del desiderio dell’ex Beatle.

La sfida, la competizione tra le persone si è riflessa anche sul piano sportivo, scolastico, lavorativo, quindi immagina se allo stadio non andasse più nessuno a vedere uno spettacolo che, se uno ci pensa bene, è davvero demenziale.

Immagina se nessuno pagasse più l’abbonamento alle pay tv che trasmettono il calcio. Sarebbero costrette ad adeguare i programmi alle rinnovate esigenze delle persone che, ci si augura, saranno un pò più elevate.

Immagina se a votare alle elezioni non ci andasse più nessuno. I politici non sarebbero più eletti e si dovrebbe cambiare tutto il sistema. Magari ne viene fuori qualcosa di buono, perchè tanto peggio di così sarebbe davvero impossibile.

Immagina se tutti si mettessero a leggere i classici della letteratura invece che le biografie di rapper e calciatori…si svilupperebbe una consapevolezza ed una compassione incredibile e la vita di tutti cambierebbe in meglio.

Immagina se tutti lavorassero di meno. Siamo una società ipertecnologica che però non è riuscita a delegare alle macchine nemmeno un minuto del nostro lavoro, anzi lo ha persino aumentato e non si capisce come sia potuto succedere.

Immagina se tutte le persone si svegliassero davvero…

The Ark Lab

Questa volta voglio raccontarvi di qualcosa in cui sono direttamente e personalmente coinvolto.
E’ un progetto che avevo nel cuore da sempre, legato ai miei interessi veri, ma quel qualcosa che governa le nostre vite facendoci credere che siamo noi a decidere, ha stabilito che questo fosse il momento giusto per iniziare questo percorso perchè prima non me ne ha mai data l’opportunità. Quando si guarda un panorama dall’alto si possono cogliere sfumature impensabili rispetto a quelle di cui sei consapevole restando a terra. Era questo il momento per una nuova sfida e l’ho colto.
La bellezza e la sincronicità di tutto questo è che posso condividere questo progetto con amici a me cari, che rappresentano il mio punto di riferimento, insieme ad altre persone, sconosciute, che rappresentano il futuro e la novità, che è quello che ci spinge ad andare avanti per scoprire nuovi orizzonti affascinanti. Passato e futuro riuniti.
Un antico proverbio ebraico afferma: “L’uomo fa progetti e Dio ride”. Io avevo progettato di fare l’avvocato, ma, evidentemente, questa cosa aveva fatto piegare qualcuno in due dalle risate ed ha cercato di farmi capire che ero fuori strada. Mi ricorda vagamente il gioco della “pentolaccia” o “pignatta” che si fa a carnevale quando sei bendato e devi colpire il tuo recipiente pieno di dolcetti ed altre prelibatezze. Senti le risate di chi ha gli occhi liberi che guardano questo poveraccio che tira bastonate nell’aria e ce la mette tutta senza colpire niente, rischiando pure di farsi male, mentre i tuoi dolcetti sono da tutt’altra parte.
Se potessimo tutti giocare a quel gioco-metafora della vita con gli occhi aperti basterebbe un solo colpo per ottenere il premio, quindi qualcuno, dopo essersi fatto grasse risate osservando la mia inettitudine, mi ha tolto la benda dagli occhi perchè finora la pignatta non l’avevo nemmeno sfiorata.
Ok, ma veniamo al dunque. Cos’è The Ark Lab?
Riassumerlo in poche parole non è facile, certamente è qualcosa di unico, di sperimentale, un laboratorio alchemico umano in cui alla base di tutto c’è l’interazione tra chi organizza e tiene determinati corsi e coloro, da ogni parte del mondo, che sceglieranno di parteciparvi.
Non è una “scuola”, almeno non nel senso classico del termine perchè nessuno ha la pretesa di assurgere al ruolo di insegnante; diciamo che è un periodo in cui alcune persone mettono a disposizione di altre una certa esperienza di vita senza pensare che essa sia quella giusta da trasmettere, ma restando aperti alle esigenze ed alle peculiarità di chi ti sta di fronte che sono diverse per ognuno. Noi abbiamo solo stabilito un filo conduttore, il resto sarà una sorpresa per tutti.
Gli argomenti sono raggruppati in tre macrocategorie: tecnologie esponenziali, prasseologia e metafisica. Per noi rappresentano il futuro, infatti sono concetti ancora parzialmente sconosciuti ma siamo sicuri che “risuoneranno” in chi avrà voglia di approfondire gli argomenti.
Ci sarà modo di approfondire il simbolismo attraverso gli archetipi universali, capire perchè il comportamento umano va in una certa direzione e cercheremo di dare nozioni indicative sulle nuove tecnologie e sulla nuova economia.
Immaginate di dovervi sedere in circolo con persone sconosciute e raccontare delle vostre paure, recitare una poesia di autori famosi con la vostra unicità ed il vostro trasporto liberandovi dalle paure di farlo, di interpretare a braccio un’opera teatrale creata tutti insieme o ancora provare a leggere i tarocchi ad uno sconosciuto senza saperlo fare, solo interpretando i simboli, o ancora cercare di colorare la musica. C’è da ubriacarsi anche senza alcol..
Insomma tutto il contrario della routine della vita, per avventurarsi, mano a mano, su sentieri sconosciuti che potrebbero nascondere quella che è la vera strada per la vostra anima. E’ la tana del bianconiglio.
Il tutto in una cornice suggestiva che è la Puglia in un periodo in cui l’estate non ha ancora lasciato il posto al freddo inverno, scoprendo sapori e colori che accompagneranno il colore ed il sapore di qualcosa di nuovo che abbiamo dentro.
Certe cose non possono essere descritte con le parole, bisogna viverle e solo dopo si potrà capirle, ed a quel punto apprezzarle o criticarle.
Mi sono un pò lasciato trasportare dall’entusiasmo di questa novità in cui credo fermamente…per chi avesse voglia di saperne di più, qui sotto c’è il link al sito…
[https://www.thearklab.net/]

Resilienza

questa sconosciuta…
In effetti questo è un termine preso in prestito dalla fisica ed in questo settore è la capacità di un materiale di assorbire un urto senza rompersi. Pensate all’abissale differenza che ci può essere tra la gomma ed il vetro. Quale sia il materiale più resiliente risulta immediatamente intuitivo.
Sarà il fatto che tutto ciò che viene dalla fisica è considerato come materia riservata solo agli addetti ai lavori, ma il lessico quotidiano ha mutuato quel termine e lo ha applicato anche agli esseri umani, coniando un concetto che finora sembra utilizzato solo dagli psicologi.
Non ci vuole uno scienziato per capire che il grado di resilienza di un essere umano è determinato dalla sua capacità di reggere agli urti…ma non certo quelli fisici, bensì quelli emotivi che la vita ci mette di fronte quotidianamente.
Quello di resilienza è un concetto fondamentale nella vita di una persona ma è un termine ancora poco usato e semisconosciuto.
Riassumendo, una persona resiliente è una persona “con le palle”, una che non si lascia scoraggiare dalle difficoltà e combatte quotidianamente a dispetto dei fallimenti per raggiungere il suo progetto di vita. E’ la persona che cade cento volte e cento volte si rialza perchè, come un bambino quando impara a camminare, sa che alla fine ce la farà, malgrado tutto. I resilienti sono i supereroi della strada, gente comune che possiede una caratteristica che sembra mancare alla maggior parte delle persone.
Le persone resilienti sanno che non conta tanto il risultato ma il fatto che ce l’hanno messa tutta e che dietro ogni angolo c’è una nuova sfida da vincere.
Le persone resilienti usano i loro fallimenti come bussola e si rendono conto di essere ciò che sono non tanto per i successi ma soprattutto per le sconfitte.
Le persone resilienti sono pazienti di natura, sanno che avranno altre occasioni per tagliare lo stesso traguardo.
Le persone resilienti non restano attaccate a quello che non c’è più e sono quelle che guardano avanti senza fermarsi a rimpiangere quello che è stato.
Le persone resilienti cadono perchè affrontano percorsi sconosciuti che loro stessi hanno scelto, perchè cadere sulle proprie scelte è diverso che cadere su scelte che hanno suggerito altri.
Le persone resilienti sono quelle che finora hanno cambiato il mondo, scienziati derisi che poi hanno vinto il nobel a distanza di decenni…Peter Higgs ne è un esempio, ma è una tradizione che iniziò un tale chiamato Galileo Galilei.
Le persone resilienti sono quelle che se hanno raggiunto una meta non si fermano e sono pronte a ricominciare, a cadere e rialzarsi, perchè forse è proprio quello il bello della vita.
Ma la notizia buona è che la resilienza non è un dono di natura. Si può coltivare, sviluppare, abbandonando gli schemi, uscendo dalla propria comfort zone per affrontare le sfide della vita a testa alta senza piangersi addosso, perchè in qualunque situazioni ci si trovi, se si rinuncia a lottare si è già perso.

Pidocchio

Nel paese di Spendaccia, enclave internazionale, la popolazione locale viveva nel lusso e nell’abbondanza, poichè apparentemente si trattava di un’isola felice dove il governo diceva che la disoccupazione era in calo e gli stipendi erano molto più alti della media.
Qui le attività commerciali fiorivano e le persone trascorrevano la maggior parte del loro tempo libero facendo shopping compulsivo, acquistando anche beni di lusso ed oggetti per la maggior parte perfettamente inutili.
Il sindaco del posto, il Dottor Malandro Manibuche (lui amava pronunciarlo alla francese “Manibusc’”), che non aveva molto da fare, senza problemi di migranti e delinquenza, aveva emesso un editto che addirittura abbassava le imposte su tartufi ed aragoste ed un pieno di benzina alla Ferrari costava quanto un pieno di un motorino a Napoli. La sede comunale era stata progettata dall’arcinoto designer Renzo Pianerottolo ed alla mensa sulla roof-terrace, una volta alla settimana, veniva a cucinare il noto chef Craccola, ovviamente pagati dai soldi dei contribuenti che però erano felici di questo.
In un impeto di generosità politica, il dottor Manibuche si vantava di aver accolto a Spendaccia un migrante che viveva in un enorme attico affacciato sulla strada principale ed aveva 15 persone di servitù ed una piscina sul terrazzo e tre volte alla settimana organizzava rumorosi bunga-bunga. I media sinistrorsi insinuarono che non si trattava di un migrante, bensì del nipote dello sceicco Alì Al Vizyat che era stato mandato a Spendaccia in punizione dallo zio per aver rigato la carlinga del Boeing 777 di famiglia volando completamente ubriaco.
A Spendaccia, durante i saldi, i prezzi aumentavano e gli entusiasti cittadini facevano la fila per accaparrarsi splendide cose inutili a prezzi esorbitanti.
In un quartiere residenziale alla periferia di Spendaccia viveva il figlio di un falegname che era stato tra i padri fondatori del paese e che aveva contribuito, col suo duro lavoro, a far diventare quel posto uno dei più privilegiati al mondo.
Il suo nome era Nicolò Dell’arca ma per tutti i cittadini di Spendaccia il suo soprannome era “Pidocchio” perchè non partecipava mai alle iniziative cittadine mondane e non lo si vedeva mai nei lussuosi centri commerciali del paese a fare acquisti.
Il particolare nick gli era stato appioppato dalla contessa Pinina Zoccoletti De Inutilis che faceva parte dell’elite spendacciona del posto che non capiva come Nicolò potesse essere nel novero dei rispettabili cittadini del paese senza prendere parte a nessuna delle iniziative “social” che si svolgevano quotidianamente a Spendaccia.
Nicolò era solito fare la spesa nel minimarket del suo quartiere invece che al mega centro commerciale “Vinkulo” di proprietà del commendator Gattis e di sua moglie, signora De Vulpis. Inoltre girava a bordo di un’utilitaria che aveva da più di dieci anni ed aveva un cellulare del tipo di quelli che si aprono “a cozza” invece che, come tutti i suoi concittadini, l’ultimo modello di smartphone che vibrava quando era il momento di andare a pisciare perchè ti mandava l’alert del messaggio di “vescica piena”.
Gli influencer di Spendaccia prendevano in giro “pidocchio”, parafrasando una nota favola, dicendo che ogni volta che Nicolò andava al risparmio, gli si accorciava il braccio destro, da qui anche l’altro soprannome che gli avevano appioppato, “braccino”.
Nicolò però aveva la dote di sbattersene alla grande delle maldicenze altrui, sorrideva a chiunque e continuava a condurre la propria vita nel modo che riteneva più opportuno perchè era felice così com’era. Aveva infatti una famiglia con cui viveva sereno, leggeva decine di libri e, durante le notti stellate, preferiva alzare gli occhi al cielo e porsi domande difficili, piuttosto che averli abbassati sullo schermo di uno smartphone o di una TV ed ascoltare le domande stupide di qualche telequiz poste da un tizio superabbronzato con un sorriso falso come una banconota da 15 euro e coi capelli impomatati con un improbabile papillon rosso su un orribile abito color verde Shrek.
Quasi tutti i cittadini di Spendaccia avevano il conto corrente in una delle due grandi banche del paese, la banca Bidolanum o il Monte dei Pacchi di Sera che elargivano mutui ed emettevano bond come caramelle in maniera che gli spendacciani potessero continuare a comprare tutto il comprabile indebitandosi fino alla cima dei capelli oppure investendo anche quello che ancora non avevano guadagnato. Il prodotto che andava a ruba era denominato “Melo day a babbo morto”; un prestito dilazionato in rate infinite che ti schiavizzava fino alla fine dei giorni, però se non pagavi due rate venivano a toglierti tutto, anche le mutande e ti cacciavano da Spendaccia, perchè se volevi vivere lì dovevi sottostare alle regole del sistema.
Quando Nicolò riuscì a mettere da parte una bella sommetta, chiuse il conto, incassò l’intera cifra e si trasferì a vivere con la sua famiglia in un paradiso fiscale sudamericano dove il suo capitale, adesso si gli consentiva di vivere una vita molto agiata senza la facciata di Spendaccia e le truffe delle sue banche.
Un bel giorno, mentre Nicolò faceva colazione al tavolino del suo bar preferito in riva al mare del paesino in cui viveva, lesse sul giornale che Spendaccia e le sue banche erano falliti, l’economia crollata ed i suoi abitanti fuggiti in continente a fare i braccianti elemosinando un posto di lavoro.
Nicolò si concesse un sorriso sardonico e continuò a bere il suo caffè mentre i raggi del sole gli accarezzavano il viso.

L’effetto Dunning-Kruger

Il grande Dostoevsky affermava che “la bellezza salverà il mondo” e la sua ottimistica previsione ritengo possa essere condivisa da molti ma, come in ogni vicenda umana, vi è sempre un lato oscuro che si può riassumere nell’affermazione che “l’ignoranza e la stupidità il mondo lo stanno distruggendo”.
L’ affermare che qualcuno è stupido o ignorante è sempre da adoperare con cautela verbale ma ritengo che, restando a livello di semplice pensiero non espresso, sia l’idea più comune in assoluto che le persone provano quando hanno davanti altra gente che poco sopporta o non la pensa alla stessa maniera.
Forrest Gump semplicisticamente affermava che “stupido è chi lo stupido fa”, ma forse in pochi sanno che ignoranza (nel senso di poca istruzione) e scarsa flessibilità mentale sono direttamente proporzionali alla sovrastima che la persona ha di se stessa. Oh oh, argomento scomodo, vero? Eppure due psicologi americani, David Dunning e Justin Kruger hanno deciso di studiare questo fenomeno da un punto di vista scientifico, riscontrando evidenze empiriche che sono state riassunte appunto con il nome di “effetto Dunning-Kruger”.
In estrema sintesi, le persone meno esperte tendono a sopravvalutare le loro abilità, mentre i più esperti sono insicuri e dubitano sempre delle loro capacità.
Del resto questa evidenza era già nota da millenni, da quando cioè l’uomo forse più saggio di tutti i tempi, il filosofo greco Socrate, candidamente affermò “So di non sapere”, o quando, secoli dopo, il grande William Shakespeare sosteneva che “Il saggio sa di essere stupido; è lo stupido che crede di essere saggio”.
Per i due scienziati americani questo succede essenzialmente per due ragioni: primo, gli stupidi non sono in grado di giudicare oggettivamente se stessi (in linguaggio psicologico questa capacità si chiama “metacognizione”), secondo, non riescono a rendersi conto della superiorità delle abilità altrui. Ciò avverrebbe per l’incapacità di costoro di imparare dai propri errori.
La conferma è poi arrivata dal fatto che è stato verificato che le persone con il quoziente intellettivo più basso si ritengono più intelligenti di quanto in realtà siano.
Al contrario, quindi, i più dotati tendono a credere che ciò che fanno sia semplice e che le loro doti siano comuni.
Tutto questo, però, non deve essere visto come un modo di categorizzare le persone, perchè l’effetto Dunning-Kruger si applica a tutti, non soltanto agli “altri”. Ognuno di noi, in determinate circostanze, potrebbe non essere in grado di valutare correttamente le proprie abilità. Questo accade perchè la nostra mente tende, per natura, a confermare ciò che già conosce e rifiutare tutto il resto.
Le persone incompetenti, nelle strategie che adottano per ottenere successo e soddisfazione, sono schiacciate dunque da un doppio peso: non solo giungono a conclusioni errate e fanno scelte sciagurate, ma la loro stessa incompetenza gli impedisce di rendersene conto. Al contrario, loro hanno l’impressione di cavarsela alla grande.
Per chi volesse approfondire l’argomento, consiglio la lettura del libro di Antonio Sgobba, giovane giornalista italiano, dal titolo “Il paradosso dell’ignoranza, da Socrate a Google”.
L’unico rimedio a questa situazione, che appare molto pericolosa anche all’atto pratico, nei molteplici settori della vita quotidiana, è quello di mantenere la mente aperta perchè abbiamo sempre qualcosa da apprendere dagli altri, bambini ed animali compresi, anzi forse sono queste due ultime e snobbate categorie ad essere i nostri più grandi maestri.

Facebook people

Se ci fate caso, ognuno, sul social per antonomasia, ha un suo stile, come è normale che sia del resto, allo stesso modo come lo si ha nel vestire, nel parlare e nelle abitudini e gusti della vita di ogni giorno.
L’approccio ai profili altrui si può suddividere in due categorie: quelli che abitualmente, come passatempo preferito, si fanno i cazzi degli altri (quasi la totalità) e quelli invece che vanno oltre l’apparenza del postato per cercare di capire meglio il carattere e la personalità di chi frequenta, virtualmente o nella vita di tutti i giorni.
E’ chiaro che la prima categoria di persone si fermerà a discutere sull’abito indossato da “quella”, mettendo un bel “like” e commentando “stai benissimo tesoro” mentre in realtà pensa (e magari scrive a qualcun altro) “ma non si vergogna? con quei leggins sembra una mortadella, ndo cazzo va?”. E così via sui giudizi di case (“mamma mia che cafonata quel divano!”), fidanzate/i (“ma con che cesso si è messa/o?”), viaggi (“figurati…la crociera l’avrà vinta coi punti dell’Esselunga”), e chi più ne ha più ne metta.
La seconda categoria, quella dei veri “studiosi” social, va invece oltre la mera apparenza dei post presi singolarmente e si concentra su una visione di insieme, guardando da un’ottica più elevata che può fornire una incredibile mole di informazioni sul carattere e la personalità di chi posta. Chissenefrega se ha la camicia macchiata nella foto profilo o il divano a fiori viola e verdi a casa.
Le persone postano le foto che ritengono migliori e scrivono ogni genialata che gli viene in mente, credendo di mostrare il loro lato migliore senza accorgersi che nel complesso, caratterialmente, si mettono più a nudo di una pornostar al lavoro. E se inizi a ragionare così, chiudi il profilo e ti rifugi sulla luna. Per la fortuna di Facebook non lo fa nessuno…
Passando ad una categorizzazione molto generale dei tipi social, ecco che spiccano su tutte, alcune categorie:
1) L’INDIGNATO
Questa comunissima specie facebookiana si suddivide a sua volta in due sottocategorie:
– l’indignato sociopolitico: è quello che se la prende puntualmente con il governo di turno, coi politici di tutto il mondo, coi migranti, con i cacciatori, con la moda, con fantomatici terroristi, con le scie chimiche, con le meduse, con i terratondisti, con i preti pedofili, insomma con tutto quello che non va come dice lui, postando, a fondamento delle sue invettive, sondaggi, citazioni e filmati che certe volte sono bufale così evidenti che farebbero sorridere anche un bambino, ma lui non se ne accorge nemmeno, e posta senza ritegno aggiungendo commenti incazzati del tipo “basta! Questa situazione deve finire…ognuno a casa sua! Bastardi! Ladri! Il presidente tizio vada a schiacciare i ricci col culo, il governatore caio deve andare in esilio a Tripoli, ci stanno manovrando gli alieni, mio fratello è figlio unico, ecc, ecc”. E la cosa peggiore è quella che si trascina dietro una mandria di commentatori che lo appoggiano pure.
– L’indignato sportivo: qui si creano di solito due grandi blocchi: gli juventini e gli antijuventini. E giù fotoframe di VAR, commenti tecnici degni del peggior Bergomi fumato, rosicate di qua, godo di la, CR7 contro H2O, abbiamo preso Abedì Pobà dal Castrocaro terme, il Pippita è ingrassato come un bue ma la mette dentro e la moglie di quello ha le tette più grosse della fidanzata di quell’altro. E così si va avanti all’infinito perchè nessuno cambia idea (come se queste prese di posizione sul nulla cosmico si potessero chiamare idee) e l’unico risultato è quello di una devastazione cerebrale che non conosce confini nè colori.
2) L’AFORISMICO
Anche questa è tra le categorie più comuni su FB, laddove si cerca di far passare per prodotti del proprio pensiero frasi dette magari secoli fa da menti illustri che, per questa ragione, si rivoltano nella tomba. Alcuni onesti temerari hanno il coraggio di aggiungere le tre lettere magiche “cit” perchè sanno che non è farina del loro sacco ma neanche sanno chi cazzo è che l’ha detta, perchè magari Stendhal gli sembra il nome del centravanti della Norvegia.
3) IL/LA SELFISTA
Altra categoria inflazionata sui social (in generale tra i più giovani) e quindi anche su FB è quella di chi si ostina a pubblicare compulsivamente autoscatti fatti con o senza bastone. Al contrario della tipologia del “fotografo” in missione, che ammorba la sua pagina con tonnellate di giga di eventi tra i più disparati quali compleanni della nonna o vacanze a Sharm di cui non frega un cazzo a nessuno, il selfista gira con il cellulare sempre in mano ed ogni tanto lo vedi che inizia ad avere tremori alla mano, sbatte un pò le palpebre, mette la bocca a culo di gallina, atteggia uno sguardo da triglia lessa e parte con una raffica di scatti che nemmeno Rambo col mitra e decine di bandoliere di proiettili riusciva ad eguagliare. La location non conta nulla, quando parte l’embolo il selfista deve scattare. Il numero minimo di scatti è sul centinaio, poi deve guardarli tutti attentamente per decidere quale postare, che è sempre quello che lui/lei ritiene il migliore e non è affatto detto che lo sia davvero.
Lo sguardo selfoso nelle foto che appestano FB è sempre uguale e puoi essere anche Brad Pitt o Charlize Teron, ma l’aria da ebete si nota lontano un miglio.
4) LA ROMANTICA
Categoria comunissima nella popolazione femminile di FB, stracolma di vittime di guerre d’amore che sembra di essere al cimitero Monumentale, dove è possibile leggere epitaffi graffianti nei confronti dell’infame passato e dichiarazioni ottimistiche sull’imminente futuro. A chi è “andato via” si dedicano velate maledizioni degne del peggior Darth Vader di guerre stellari ma, in una contraddizione parossistica, si tende una mano e si lascia comunque la porta aperta al prossimo malcapitato di turno perchè le condizioni poste sono peggio delle clausole di un contratto capestro: “deve amarmi, capirmi, seguirmi, far la penitenza, far la riverenza…” e lo scrivono pure! poi si lamentano che non riescono a trovare nessuno e postano foto nude su Tinder.
5) LO/A CHEF
Non importa se vai a mangiare da McDonald o da Cracco, il facebookkiano chef posta foto di quello che si magna persino se ha aperto una scatoletta di tonno a casa da solo. Con i filtri delle app e sagaci inquadrature, riesce miracolosamente a far apparire la miserabile scatoletta come un piatto gourmet preparato a Masterchef definendolo “stasera filetti di tonno pinne gialle su letto di rucola con contorno di fagioli cannellini e misticanza orientale”. Il socialchef posta foto dell’ingresso del ristorante anche se si tratta della pizzeria kebab “Er zozzone”, i più infidi rubano foto dal web e postano trionfi di astici ed aragoste facendo credere che stanno ingozzandosi di cibi raffinati quando invece sono al cinese sotto casa avvelenandosi con il menu “all you can eat” a 10 euro.
6) IL CALENDARIO UMANO
Facebook, si sa, nasce come social laico e quindi, almeno per coloro che sono stati onesti sulla data del compleanno, ricorda ai suoi iscritti di fare gli auguri a tizio o a caio “rendendo la sua giornata indimenticabile”. Ora, prescindendo dal fatto che questa cosa spinge chiunque a fare auguri anche se non ci si saluta per strada perchè avete accettato amicizie tanto per fare numero ma poi vi chiedete: “Ma questo/a chi cazzo è?”. Ricevere gli auguri da un semisconosciuto non mi rende certo la giornata indimenticabile, piuttosto non me ne frega un cazzo, anzi devo anche perdere tempo a rispondergli.
Ma ecco che il novello frate indovino iscritto a FB, ogni mattina posta su sfondo rosa shocking gli auguri di onomastico a chi si chiama come il santo del giorno. Che, fino a quando si parla di Franceschi o di Paoli si può anche perdonare, ma cosa cazzo fai gli auguri a “tutte le Ermengarde” o a “tutti gli Elpidi” di Facebook?
7) IL GIOCHERELLONE
E’ risaputo che Facebook sforna in continuazione una serie di giochini talmente demenziali che si fa fatica a pensare che qualcuno ci possa perdere anche un solo minuto della vita. Ed ecco che puoi “scoprire” chi eri nella vita precedente, che attore di Hollywood saresti, come sarà il tuo futuro, come ti chiamavi nell’antica Roma, che divinità dell’Olimpo sei stato, sino ad arrivare a che animale saresti…ecco su quest’ultimo test conosco già tutte le risposte, che poi è una sola: l’asino. Capisco che quasi nessuno prende sul serio queste cose ma davvero non avete di meglio da fare?
Per ora mi fermo qui ma l’elenco potrebbe continuare…stay tuned…

Abbraccio

Il gesto di un abbraccio è un chiaro segnale che il tuo cuore è aperto come le tue braccia, su questo non si può sbagliare. Per questo tendiamo a diffidare istintivamente di chi ci si para di fronte a braccia conserte. Un cuore chiuso non potrà mai avere una mente aperta.
In un abbraccio c’è il calore di chi vorrebbe essere con te una cosa sola, chi ti abbraccia vorrebbe fondersi con la tua anima ma non può farlo materialmente e te lo fa capire così.
In un abbraccio non ti guardi ma ti senti, perchè, come disse una piccola volpe tempo fa, le cose importanti non si guardano con gli occhi ma si sentono col cuore.
In un abbraccio la mente smette di pensare e si gode il momento presente; è impossibile pensare a qualcosa di negativo quando stringi qualcuno tra le braccia, anzi è impossibile pensare ad altro se non alla sensazione che quello stesso abbraccio trasmette.
Le strette di mano sono tutte diverse, gli abbracci sono tutti uguali.
Fate un esercizio semplice: contate le persone che abbracciate calorosamente ogni volta che le incontrate…quante sono? Familiari esclusi, credo che il numero non raggiunga le dita di una mano, vero?
Immaginate cosa accadrebbe se lo faceste con uno sconosciuto…potreste cambiare il mondo…il vostro ed il suo. Ci vorrebbe così poco e non costa nulla.
jaques Prévert una volta ha detto: “Migliaia e migliaia di anni non basterebbero per descrivere il minuscolo secondo di eternità in cui tu mi hai abbracciato ed io ti ho abbracciato”.
Un abbraccio significa che sei arrivato a casa ed il tempo si ferma. Sono convinto che se si potesse restare abbracciati per sempre vivremmo in eterno.
L’abbraccio è un cerchio ed il cerchio è la figura geometrica perfetta, non ha inizio e non ha fine.
Un abbraccio non ha misure e dimensioni, le braccia sono fatte per stringere uomini ed animali di ogni taglia.
Non abbiate paura di abbracciare qualcuno…ci sono infinite situazioni in cui avresti voglia di farlo ma pensi che sia sconveniente perchè non sai come potrebbe essere interpretato. Ebbene un abbraccio è come il bianco della neve, sta bene su tutto. Magari iniziate timidamente ma ricordate che nessuno potrà mai rifiutare un abbraccio sentito.
Un abbraccio è una sensazione che quando ti stacchi continui a sentirla addosso come un cappotto che ti tiene caldo, è una sensazione che ti fa tornare bambino, perchè tutti abbracciano i bambini ma hanno paura di farlo con gli adulti, mi chiedo il perchè di questa assurdità.
Poi c’è il top dei top che è l’abbraccio con rincorsa; un urto di elettroni che si fondono per creare un composto sconosciuto in natura.
Se poteste guardare la gente che assiste ad un abbraccio sentito scorgereste una punta di invidia. E’ l’invidia verso chi è ricco, ma non certo di denaro o altre cose materiali. Sembra che pensi: quanto mi piacerebbe una roba così…ma non basta tutto il denaro del mondo per comprare un abbraccio vero.
In un abbraccio gli sguardi vanno oltre l’orizzonte e puoi vedere il mondo a colori.
Un abbraccio è un arcobaleno in cui dissolvi ogni tua paura ed è l’unico momento in cui sei consapevole di non essere solo…

Il circo della luna piena

Questa è la favola del circo della luna piena, uno spettacolo fantasmagorico con numeri di artisti ed animali che provenivano da ogni pianeta della galassia, esibendo abilità così particolari da lasciare a bocca aperta tutti quei fortunati spettatori che avevano la possibilità di procurarsi un biglietto.
Infatti al “full moon circus” non poteva accedere chiunque, perchè non si svolgeva nella realtà ma soltanto nei sogni ed il biglietto di ingresso non poteva essere acquistato in denaro da nessuna parte ma veniva offerto in sogno da un personaggio strano che si faceva chiamare Keter, il quale sceglieva, a suo insindacabile giudizio, ogni essere che meritava di assistere alle meraviglie spettacolari del circo della luna piena.
Lo spettacolo si svolgeva ogni 29 giorni ed una volta raggiunta la capienza prevista con coloro che erano stati prescelti, Keter, che aveva il ruolo di presentatore, organizzatore e si diceva anche che fosse l’assoluto signore del circo, appariva nei loro sogni vestito con un abito blu trapuntato di stelle argentate con un cilindro in testa che emanava fiamme rosso fuoco e recitava ad ognuno frasi in rima del tipo “non lasciare che la tua vita sia un circo, a questo spettacolo sei stato invitato e qui nessuno è mai stato ammaestrato. Ecco qui il tuo biglietto, non dirlo a nessuno e tienilo stretto”.
Ed ecco che nello spazio enorme del tendone, tra odori galattici e spettatori variopinti ma meritevoli, aveva luogo lo spettacolo degli spettacoli, introdotto da Keter che, al centro di un occhio di bue di luce, esordiva sempre con le stesse parole: “siete svegli o state sognando? questo è lo show del come e del quando. Il come lo decidiamo noi, se adesso o dopo lo decidete voi. Non ci son trucchi nè cose obbrobriose, aprite la mente, persone meravigliose… che lo spettacolo abbia inizio…”
Il circolo di intensa luce proiettato sulla rilucente figura di Keter andava quindi restringendosi poco alla volta come un’eclissi, sino a diventare un raggio puntiforme che si rifletteva sulla stella argentata più grande che era cucita sul taschino del suo strano abito, all’altezza del cuore, sino a scomparire del tutto, lasciando il tendone del circo per qualche attimo in un buio silenzioso un pò irreale, al punto che gli spettatori, affascinati da quella presentazione spettacolare, in attesa di ciò che sarebbe venuto dopo, trattenevano il respiro per tutta la durata dell’assenza di ogni luce e rumore.
Lentamente come si era assopita, la luce iniziava a tornare tramite l’accensione dei fari del tendone a strisce gialle e blu, uno alla volta, emettendo uno schiocco che faceva roteare le teste degli spettatori da una parte e dall’altra come se stessero assistendo ad una partita di tennis.
Quando tutte le luci furono accese, voci e risate iniziarono a riempire il vuoto del tendone che faceva da cassa acustica, ma ben presto furono sovrastate da una musica che sembrava la colonna sonora di una di quelle vecchie filastrocche per bambini…paraponziponzipà.
Dalle tende sul fondo fece il suo roboante ingresso un coloratissimo clown che così si presentò: “Saluti a voi, grandi e piccini, io sono Tabby, re pagliaccio, col mio sorriso le lacrime scaccio, ma sempre una resterà sul mio volto, solo a memoria di ciò che mi han tolto. E’ questo un sogno, oppur la realtà? Lasciate i pensieri e chi vorrà, scoprirà”.
Il clown Tabby era altissimo, più di tre metri, ma non per il solito trucco dei trampoli, perchè riusciva a piegare le ginocchia, quindi doveva essere un abitante di un pianeta dove quella era l’altezza normale.
Tabby suonava anche un lucentissimo trombone con l’apertura verso l’alto, da cui sparava fuori, insieme alla musica, palle colorate che faceva cadere, con precisione incredibile, nella parte posteriore dei suoi lunghissimi pantaloni a fantasia scozzese, tirando l’elastico ogni volta che la palla ricadeva, senza mai fallire. Le persone lo guardavano incantate, perchè sembrava che il flusso delle palle che uscivano dal trombone fosse ininterrotto e si alimentasse da quello che ricadeva nei pantaloni del clown come l’acqua di una fontana.
Dall’apertura sul fondo usci, ad una velocità incredibile, un cavallino bianco delle dimensioni che sulla Terra poteva avere un cane di taglia media che si infilò tra le lunghe gambe di Tabby facendolo rovinare a terra, e le risate del pubblico sembrarono un boato che in quel momento sovrastò la musica. A quel punto fece il suo ingresso un esserino così piccolo che nessuno notò sino a quando montò in sella al piccolo cavallo e, con in mano un megafono, piccolo ma molto potente, iniziò a fare svariati giri della pista rotonda sollevando minuscole nubi di segatura, così cantando: “sono Golìa ma non sono un gigante, di cose belle ne ho viste tante, il mio amico Tabby sembra così grande, ma l’apparenza inganna e l’ho lasciato in mutande. Non giudicare mai dall’altezza ma solo dagli occhi e dalla dolcezza”.
I numeri si susseguirono con animali che a molti risultarono sconosciuti per forme e dimensioni, ma in nessuna esibizione furono allestite gabbie ed apparvero domatori con fruste e cerchi infuocati, ed alla fine dello spettacolo, che aveva letteralmente mandato in visibilio i fortunati spettatori, facendo loro dimenticare completamente ogni loro preoccupazione, ecco riapparire al centro della pista Keter con il suo abito trapuntato di stelle che fece il suo annuncio finale al centro dell’occhio di bue: “Gente dell’alto, amici del basso, lo spettacolo continua, restate al passo. Vi sveglierete nelle vostre realtà, ma il vero è lì oppure sta qua? Non smetteremo mai di sognare e sognatori ancora invitare, al nostro spettacolo che fa volare, perchè se anche da sveglio non sogni, rimarrai schiavo di falsi bisogni. Or tra le stelle Keter vi saluta, ogni occasione non è mai perduta, perchè se un sogno si deve avverare nessuna stella lo può fermare. Alza il tuo sguardo e guarda il tuo centro, sembra sia fuori invece sta dentro.”
Ancora una volta la luce si andò restringendo sempre di più, finendo col brillare sulla solita stella dell’abito di Keter e quando si spense del tutto, gli spettatori si ritrovarono nel buio dei loro occhi addormentati mentre li riaprivano lentamente alla luce della loro vita di tutti i giorni.
Molti di loro, al risveglio, credettero di aver sognato, inconsapevoli del fatto che tante altre persone, in luoghi differenti, si stavano risvegliando come loro, avendo nei ricordi esattamente lo stesso sogno.