esperienze

Tornare bambini

Ogni essere umano nasce inconsapevole e senza nessuna ambizione. Alla pari di ogni altro essere vivente sul pianeta, egli ambisce solo a “vivere sereno” e, in particolari circostanze, a “sopravvivere”.
I bambini, alla pari degli animali, hanno il solo scopo di vivere felici: cibo, bisogni naturali e una ricerca del divertimento banale che prescinde da ogni considerazione economica. Avete mai visto un bambino aprire i regali la notte di natale? E’ contento, frastornato e sorridente, ma, dopo pochissimo tempo avrà già rotto i suoi costosi regali e lo troverete a sorridere facendo rumore con una bottiglia di plastica vuota.
Gli animali non sono diversi. Noi stupidi umani adulti compriamo ai nostri conviventi pelosi cucce varipinte, griffate e faraoniche, nonchè ogni tipo di giochi, ma loro (mi riferisco ai gatti per esperienza personale) snobbano tutto e si addormentano beati in una scatola di scarpe.
L’unica differenza tra bambini ed animali è il sorriso ed i gridolini di gioia, o, perlomeno, noi stupidi umani adulti, non siamo ancora arrivati a capire il sorriso degli animali ed a interpretare i loro vocalizzi, ma sono convinto che anche loro li hanno pressoché uguali.
Bambini ed animali sono ragionevolmente egoisti. Provate a togliere un giocattolo dalle mani di un bambino, cercherà di impedirlo con tutte le sue forze gridando “Mio!” se ha già imparato a dirlo; provate a mettere le mani nella ciotola del cane più buono mentre sta mangiando, farà un grosso sforzo per non mordervi ma di sicuro almeno ringhierà.
Ma, mentre gli animali, per loro fortuna, restano sempre animali, i bambini, purtroppo, crescono e non ricordano più nulla di ciò che erano, “uccisi” dai metodi educativi degli stupidi umani adulti che credono di fare il loro bene per garantire loro un futuro nella società. Una demenziale opera alchemica al contrario: si prende qualcosa che è oro e la si trasforma in piombo.
Ed ecco che esseri unici, destinati potenzialmente a chissà quali traguardi, vengono orrendamente irregimentati da genitori, scuole, preti e televisione che hanno la mania di creare qualcuno a propria immagine e somiglianza, con questa delirante sindrome di dio che è la rovina del genere umano.
Quell’uomo vissuto un paio di millenni fa, che noi conosciamo col nome di Gesù e di cui non abbiamo capito un cazzo di quello che voleva dire, era costretto a comunicare con parabole perchè già da allora si era reso conto che il mondo era in pessime mani e spiegare certe cose era impossibile con concetti diretti. Probabilmente per questo motivo disse che “per entrare nel regno dei cieli bisogna diventare bambini”. Inutile dire quale scempio la morale cattolica ha fatto di questa frase che, se davvero compresa, lascia a bocca aperta.
C’è anche il rovescio della medaglia in tutto questo e non credo che lo capiranno in molti. Se riesci a compiere il miracolo di tornare bambino davvero, gli adulti non ti daranno più retta, malgrado tu cercherai di avvisarli che stanno sbagliando tutto, perchè…chi vuoi che prenda davvero sul serio le parole di un bambino?

The Ark Lab

Questa volta voglio raccontarvi di qualcosa in cui sono direttamente e personalmente coinvolto.
E’ un progetto che avevo nel cuore da sempre, legato ai miei interessi veri, ma quel qualcosa che governa le nostre vite facendoci credere che siamo noi a decidere, ha stabilito che questo fosse il momento giusto per iniziare questo percorso perchè prima non me ne ha mai data l’opportunità. Quando si guarda un panorama dall’alto si possono cogliere sfumature impensabili rispetto a quelle di cui sei consapevole restando a terra. Era questo il momento per una nuova sfida e l’ho colto.
La bellezza e la sincronicità di tutto questo è che posso condividere questo progetto con amici a me cari, che rappresentano il mio punto di riferimento, insieme ad altre persone, sconosciute, che rappresentano il futuro e la novità, che è quello che ci spinge ad andare avanti per scoprire nuovi orizzonti affascinanti. Passato e futuro riuniti.
Un antico proverbio ebraico afferma: “L’uomo fa progetti e Dio ride”. Io avevo progettato di fare l’avvocato, ma, evidentemente, questa cosa aveva fatto piegare qualcuno in due dalle risate ed ha cercato di farmi capire che ero fuori strada. Mi ricorda vagamente il gioco della “pentolaccia” o “pignatta” che si fa a carnevale quando sei bendato e devi colpire il tuo recipiente pieno di dolcetti ed altre prelibatezze. Senti le risate di chi ha gli occhi liberi che guardano questo poveraccio che tira bastonate nell’aria e ce la mette tutta senza colpire niente, rischiando pure di farsi male, mentre i tuoi dolcetti sono da tutt’altra parte.
Se potessimo tutti giocare a quel gioco-metafora della vita con gli occhi aperti basterebbe un solo colpo per ottenere il premio, quindi qualcuno, dopo essersi fatto grasse risate osservando la mia inettitudine, mi ha tolto la benda dagli occhi perchè finora la pignatta non l’avevo nemmeno sfiorata.
Ok, ma veniamo al dunque. Cos’è The Ark Lab?
Riassumerlo in poche parole non è facile, certamente è qualcosa di unico, di sperimentale, un laboratorio alchemico umano in cui alla base di tutto c’è l’interazione tra chi organizza e tiene determinati corsi e coloro, da ogni parte del mondo, che sceglieranno di parteciparvi.
Non è una “scuola”, almeno non nel senso classico del termine perchè nessuno ha la pretesa di assurgere al ruolo di insegnante; diciamo che è un periodo in cui alcune persone mettono a disposizione di altre una certa esperienza di vita senza pensare che essa sia quella giusta da trasmettere, ma restando aperti alle esigenze ed alle peculiarità di chi ti sta di fronte che sono diverse per ognuno. Noi abbiamo solo stabilito un filo conduttore, il resto sarà una sorpresa per tutti.
Gli argomenti sono raggruppati in tre macrocategorie: tecnologie esponenziali, prasseologia e metafisica. Per noi rappresentano il futuro, infatti sono concetti ancora parzialmente sconosciuti ma siamo sicuri che “risuoneranno” in chi avrà voglia di approfondire gli argomenti.
Ci sarà modo di approfondire il simbolismo attraverso gli archetipi universali, capire perchè il comportamento umano va in una certa direzione e cercheremo di dare nozioni indicative sulle nuove tecnologie e sulla nuova economia.
Immaginate di dovervi sedere in circolo con persone sconosciute e raccontare delle vostre paure, recitare una poesia di autori famosi con la vostra unicità ed il vostro trasporto liberandovi dalle paure di farlo, di interpretare a braccio un’opera teatrale creata tutti insieme o ancora provare a leggere i tarocchi ad uno sconosciuto senza saperlo fare, solo interpretando i simboli, o ancora cercare di colorare la musica. C’è da ubriacarsi anche senza alcol..
Insomma tutto il contrario della routine della vita, per avventurarsi, mano a mano, su sentieri sconosciuti che potrebbero nascondere quella che è la vera strada per la vostra anima. E’ la tana del bianconiglio.
Il tutto in una cornice suggestiva che è la Puglia in un periodo in cui l’estate non ha ancora lasciato il posto al freddo inverno, scoprendo sapori e colori che accompagneranno il colore ed il sapore di qualcosa di nuovo che abbiamo dentro.
Certe cose non possono essere descritte con le parole, bisogna viverle e solo dopo si potrà capirle, ed a quel punto apprezzarle o criticarle.
Mi sono un pò lasciato trasportare dall’entusiasmo di questa novità in cui credo fermamente…per chi avesse voglia di saperne di più, qui sotto c’è il link al sito…
[https://www.thearklab.net/]

L’effetto Dunning-Kruger

Il grande Dostoevsky affermava che “la bellezza salverà il mondo” e la sua ottimistica previsione ritengo possa essere condivisa da molti ma, come in ogni vicenda umana, vi è sempre un lato oscuro che si può riassumere nell’affermazione che “l’ignoranza e la stupidità il mondo lo stanno distruggendo”.
L’ affermare che qualcuno è stupido o ignorante è sempre da adoperare con cautela verbale ma ritengo che, restando a livello di semplice pensiero non espresso, sia l’idea più comune in assoluto che le persone provano quando hanno davanti altra gente che poco sopporta o non la pensa alla stessa maniera.
Forrest Gump semplicisticamente affermava che “stupido è chi lo stupido fa”, ma forse in pochi sanno che ignoranza (nel senso di poca istruzione) e scarsa flessibilità mentale sono direttamente proporzionali alla sovrastima che la persona ha di se stessa. Oh oh, argomento scomodo, vero? Eppure due psicologi americani, David Dunning e Justin Kruger hanno deciso di studiare questo fenomeno da un punto di vista scientifico, riscontrando evidenze empiriche che sono state riassunte appunto con il nome di “effetto Dunning-Kruger”.
In estrema sintesi, le persone meno esperte tendono a sopravvalutare le loro abilità, mentre i più esperti sono insicuri e dubitano sempre delle loro capacità.
Del resto questa evidenza era già nota da millenni, da quando cioè l’uomo forse più saggio di tutti i tempi, il filosofo greco Socrate, candidamente affermò “So di non sapere”, o quando, secoli dopo, il grande William Shakespeare sosteneva che “Il saggio sa di essere stupido; è lo stupido che crede di essere saggio”.
Per i due scienziati americani questo succede essenzialmente per due ragioni: primo, gli stupidi non sono in grado di giudicare oggettivamente se stessi (in linguaggio psicologico questa capacità si chiama “metacognizione”), secondo, non riescono a rendersi conto della superiorità delle abilità altrui. Ciò avverrebbe per l’incapacità di costoro di imparare dai propri errori.
La conferma è poi arrivata dal fatto che è stato verificato che le persone con il quoziente intellettivo più basso si ritengono più intelligenti di quanto in realtà siano.
Al contrario, quindi, i più dotati tendono a credere che ciò che fanno sia semplice e che le loro doti siano comuni.
Tutto questo, però, non deve essere visto come un modo di categorizzare le persone, perchè l’effetto Dunning-Kruger si applica a tutti, non soltanto agli “altri”. Ognuno di noi, in determinate circostanze, potrebbe non essere in grado di valutare correttamente le proprie abilità. Questo accade perchè la nostra mente tende, per natura, a confermare ciò che già conosce e rifiutare tutto il resto.
Le persone incompetenti, nelle strategie che adottano per ottenere successo e soddisfazione, sono schiacciate dunque da un doppio peso: non solo giungono a conclusioni errate e fanno scelte sciagurate, ma la loro stessa incompetenza gli impedisce di rendersene conto. Al contrario, loro hanno l’impressione di cavarsela alla grande.
Per chi volesse approfondire l’argomento, consiglio la lettura del libro di Antonio Sgobba, giovane giornalista italiano, dal titolo “Il paradosso dell’ignoranza, da Socrate a Google”.
L’unico rimedio a questa situazione, che appare molto pericolosa anche all’atto pratico, nei molteplici settori della vita quotidiana, è quello di mantenere la mente aperta perchè abbiamo sempre qualcosa da apprendere dagli altri, bambini ed animali compresi, anzi forse sono queste due ultime e snobbate categorie ad essere i nostri più grandi maestri.

Il mestiere dell’anima

Il lavoro. Questo concetto così frainteso, rincorso, desiderato, amato, odiato, atteso…forse nessun’altra parola della nostra lingua è in grado di scatenare sensazioni così diverse l’una dall’altra. L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro…bum!
Spesso si spende più denaro per ottenere un titolo di studio che poi non ti garantisce nemmeno che tu riesca a rientrare delle spese sostenute per ottenerlo, ma un lavoro è il sogno di tutti. Sogno di tutti? ma è davvero così?
Il lavoro è un pò come l’amore di coppia. Da giovane lo insegui con ardore e ti senti arrivato quando lo raggiungi e poi ti impegni, passi notti insonni perchè credi che ti ricambi quello che tu gli stai dando, insomma sei stanco ma felice.
Da adulto, mano a mano che il tempo passa, inizi a stancarti, se non addirittura ad odiarlo, a sentirlo come una costrizione che ti sottrae libertà, un pò perchè ti ci sei abituato e si sa che l’essere umano si stanca presto, un pò perchè dentro senti di avere spazio per “qualcos’altro”, un qualcosa che inizia a bussare sempre più forte al tuo cuore.
E, se è vero che va così, forse nell’amore e nel lavoro c’è qualcosa che non abbiamo ancora capito bene come funziona.
Restando al tema lavoro, ritengo che l’errore risieda nel fatto che la maggior parte dei lavori di oggi non sono quasi mai la libera espressione delle reali capacità di chi lo svolge o, peggio ancora, dei suoi nascosti sogni e desideri.
Quando si chiede ad un bambino piccolo cosa vuole fare da grande, lo si fa per sorridere alla sua risposta, aspettandosi i classici stereotipi infantili del pilota di formula 1 o di aerei, dell’astronauta, del pompiere, dell’infermiera o del cuoco. Forse, però, questo succedeva un pò di tempo fa, quando i bambini erano ancora “liberi”. Oggi i bambini sono già indottrinati ad ambire a professioni sociali tramandate in famiglia, sempre qualora ne valga la pena, come avvocato, dottore o ingegnere, oppure ad emulare gli effimeri idoli del momento quali calciatori, rapper e ballerine.
Poi si cresce e la vita spinge gli ex bambini a dover intraprendere lavori “imposti” dalla società del momento e non perchè piacciono davvero, ma solo perchè ti consentono di guadagnare denaro. Per molti è il denaro che serve alla stretta sopravvivenza per sbarcare il lunario, per cui va bene tutto, anche il minatore, rischiando la vita per un boccone di pane. Per altri, più fortunati, un lavoro è solo il mezzo per guadagnare tanto, per affermarsi socialmente, ed ecco che la società riceve un’overdose di avvocati, notai, medici, ingegneri, architetti e commercialisti.
A volte mi chiedo quale pazzo aspirerebbe davvero a diventare notaio perchè si sente “nato notaio”, perchè ha la missione, nella vita, di mettere firme su stupidi pezzi di carta…ma sai che palle! Chiedete a tutti i bambini piccoli del mondo (tranne quelli che hanno il papà notaio) e vedete se ne trovate uno che vi risponde così.
Col tempo, però, affiorano quelli che io definisco i “mestieri dell’anima”, le vere passioni nascoste, soffocate dall’urlo della vita frenetica e dalla logica insulsa del “vinca il migliore” che pervade oggi la nostra società.
Ebbene sono proprio quelle le nostre ambizioni, quelle che ci renderebbero davvero felici. Avete mai chiesto alla vostra anima cosa le piacerebbe fare? Quasi nessuno lo fa. Se lo faceste ed aveste la sensibilità di ascoltare la sua flebile risposta, scoprireste cose incredibili come il musicista, lo scultore, il pittore, l’attore di teatro o lo scrittore. Tutte espressioni creative connesse con la bellezza e l’armonia, perchè un’anima è sempre bellezza ed armonia. Un’anima non è fatta per mettere firme su pezzi di carta.
Una riflessione abbastanza semplice e quasi ovvia che però aiuta a farci capire perchè oggi siamo così infelici.

La sindrome dell’impostore

Una delle trappole più infide che la società di oggi ha costruito artificialmente è la cd “sindrome dell’impostore”.
Essa non è altro che la paura di non essere all’altezza per ricevere i riconoscimenti e gli apprezzamenti degli altri.
Il più delle volte, quando raggiungiamo ciò che ci siamo prefissi di ottenere pensiamo che sia dovuto al caso o a fattori esterni, mai a meriti nostri e quindi o subentra la paura di non poter mantenere quel livello oppure la paura che se gli altri sapessero chi siamo veramente non ci stimerebbero così tanto.
Da qualunque lato la si guardi, c’è sempre un divario, più o meno profondo, tra come ci percepiscono gli altri e come noi ci sentiamo realmente. Può essere occasionale, ma arriva spesso a diventare un modo di essere costante perchè il nostro sistema sociale marcio incentiva questo sentire.
I modelli di oggi sono diventati i personaggi del cinema, della TV ed in genere dello spettacolo. Se non sei magro/a come tizio/a o vestito/a come caio/a, sei inferiore; se non hai l’ultimo modello di PC o di smartphone ti guardano con disgusto.
I tuoi genitori hanno fatto sacrifici per iscriverti alla tale università e tu non ottieni i risultati che si aspettano da te, quando magari il tuo sogno è stato sempre quello di recitare in teatro (ricordate “l’attimo fuggente” con Robin Williams?).
Adolescenti che hanno avuto rapporti che emarginano le amiche perchè sono ancora vergini, iniziazioni nei college o nelle scuole, in caserme, appartenenza a sette religiose, ecc. Se non sei schierato ed inquadrato in un gruppo “alla moda” non sei nessuno e da qui nasce la nostra ansia di non essere all’altezza.
Ma all’altezza di che? Ognuno di noi credo sia un essere unico ed irripetibile, come un’impronta digitale o come un fiocco di neve, non ne esistono due uguali, quindi perchè si devono costringere gli esseri umani a somigliare a questo o a quello o a possedere questo o quello per essere qualcuno? Perchè non concentrarsi unicamente sul realizzare se stessi liberi da qualsiasi condizionamento esterno? Perchè questo modo di pensare è ignorato ed anzi avversato? Parlare in prima persona, a questo punto, sarebbe già un traguardo, perchè quando ascolto qualcuno che inizia una conversazione con il “noi” fuggo via a gambe levate perchè è un morto che cammina.
Antony De Mello, a tale proposito ha scritto un libricino che vi consiglio di leggere: “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”, perchè se fai nascere un’aquila in una covata di galline questa non scoprirà mai che sa volare e passerà a terra il resto della sua vita credendo di essere un pollo.

La recita

Recitiamo di continuo. La vita è una grande commedia (o tragedia a seconda dei punti di vista) in cui indossiamo sorrisi, lacrime ed altri invisibili abiti di scena. Lo facciamo per esprimere desideri, pensieri e sentimenti, veri o falsi che siano. Lo facciamo per prevalere sugli altri in una lotta assurda senza ragioni.

Ed abbiamo bisogno del corpo per farlo, con il contorno del linguaggio. Entrambi strumenti fragili che mostrano le crepe della nostra debolezza.

Siamo perennemente divisi tra interiorità spirituale ed esteriorità corporea, cerchiamo disperatamente di essere autentici o di sembrare tali, con il risultato che non riusciamo mai veramente ad essere noi stessi.

Il palcoscenico del teatro su cui recitiamo la nostra parte è il mondo intero e sembra quasi che, per concederci un intervallo a questa recita “a braccio” e senza copione, il nostro regista ci abbia concesso il sonno.

Le rappresentazioni sono le più varie. Vi è la recita amorosa, l’ingannevole attimo dell’amore che ci fa credere di incrociare uno sguardo sincero, il tocco di una mano che ci desidera, un regalo che non pretende di essere ricambiato. Ma anche lo sguardo più innamorato nasconde una qualche dissimulazione ed è questo suo perenne sfuggirci a rendere l’amore così interessante e così triste. Il poter immaginare la perfetta armonia tra corpo e spirito nell’estasi dell’amore fa di noi gli animali che sperano invano, gli esseri più imperfetti del creato.

Persino la morte, il più tremendo degli shock, è occultato con la recita, con un enorme sforzo di autocontrollo, stemperato in riti sociali densi di consolidate formalità.

Oggi non si fanno più progetti di vita stabili che consentivano, un tempo, più spazio alla libertà di essere se stessi. Prima il figlio del droghiere diventava droghiere a sua volta, il figlio del carabiniere aveva un analogo destino nell’Arma e così via. La vita forse era più noiosa, ma più vera. Ma non è sempre stato questo il prezzo da pagare alla tranquillità?

Oggi è tutto cambiato, la recita e la dissimulazione la fanno da padroni. La competizione è diventata molto più aspra. Si è imparato che il successo è di chi ha i riflessi pronti e la mente adattabile, di chi sa fingere e bluffare, di chi sa resistere al destino che da sempre dissemina le nostre strade degli ostacoli più imprevedibili.

Ed ecco che si ha il trionfo dell’autorappresentazione, del mascheramento, dell’impiego strategico del corpo. Astuzia e malvagità sono diventate necessarie per potersi inserire con successo nel moto perenne degli oscuri rapporti di potere.

Dunque cos’è la vita? Un campo minato.

Cos’è la finzione? L’imprescindibile condizione dell’ascesa sociale.

Cos’è l’amore? Il più meraviglioso di tutti gli inganni.

Ventriloquo

Daniel era un noto ventriloquo. Si era esibito sui più famosi palcoscenici del mondo insieme al suo pappagallo di pezza a cui aveva dato il nome di Gonzalo e gli faceva dire tutto quello che voleva senza che nessuno si accorgesse che il suono delle sue parole veniva dal suo diaframma invece che dalla bocca di Gonzalo che si apriva e si chiudeva, ovviamente manovrata da lui.

Questo sdoppiamento del suo volere, tra atto fisico ed effettiva volontà, lo aveva sempre stupito ed affascinato, al punto che non si rendeva conto nemmeno lui di come fosse possibile questo tipo di dialogo scisso tra la sua mente ed i suoi pensieri da una parte e l’uccello finto dall’altra, che, suo malgrado, era diventato il protagonista di tutti i suoi spettacoli.

Fu durante la lettura di un libro di Alberto Moravia, ” Io e lui”, che gli avevano regalato ad un compleanno, che a Daniel venne un’idea balzana. Si chiese se questo tipo di dialogo potesse funzionare anche al contrario, sfruttando le sue capacità. Per sperimentare questa teoria doveva instaurare un dialogo con una parte di se stesso, non poteva essere altrimenti, e quindi se funzionava con Gonzalo che era il suo uccello finto, Daniel si chiese se poteva dar voce al suo uccello vero che fino ad allora lo aveva sempre in un certo senso guidato ma a cui non aveva mai dato voce autonoma.

Aveva sempre avuto sane ed irrefrenabili pulsioni sessuali con le molte donne con cui aveva avuto a che fare, niente di anormale, ma quando gli si paravano davanti sperimentava, a livello inconscio, quella sensazione di sdoppiamento che era solito mettere in scena nei suoi spettacoli dando voce a Gonzalo. Si rendeva conto che i suoi pensieri e desideri non corrispondevano affatto a quello che veniva espresso dalle sue parole nei dialoghi con il gentil sesso, così mentre si trovava a pensare ” hai delle tette da urlo, ci perderei le ore a toccarle”, si trovava a parlare di situazioni familiari o del senso della vita cercando frasi ad effetto che potessero colpire la sua interlocutrice. A volte funzionava, altre volte no.

Fu così che un bel giorno decise di effettuare un esperimento, forte delle sue doti professionali, e quindi si concentrò nel dar voce al suo uccello nel dialogo che gli fosse capitato con la prossima ragazza con cui sarebbe uscito. Per entrare completamente nel ruolo, si vide costretto a dare un nome al suo pisello. Se funzionava con Gonzalo, avrebbe dovuto senz’altro funzionare con lui, e chissà cosa sarebbe successo.

Era curioso ed emozionato, quindi decise di ribattezzarlo Cirillo, in nome del suo bisnonno che gli avevano raccontato fosse morto durante una scopata con una donna inglese in tempo di guerra…non aveva mai saputo se fosse verità o solo una leggenda familiare, ma gli faceva comunque piacere dedicare quella nuova impresa al suo sconosciuto e leggendario parente.

Dato che non poteva arrivare impreparato all’appuntamento, si esercitò per intere giornate a dar campo libero a Cirillo senza che i di lui pensieri fossero filtrati dalla mente conscia di Daniel. Con sua incredibile sorpresa scoprì che Cirillo aveva in effetti un cervello, una volontà, o comunque lo si voglia chiamare, tutto suo che dialogava in qualche modo con l’effettivo cervello razionale di Daniel, solo che quest’ultimo, per consolidata abitudine, poneva una stretta censura a tutto quello che veniva fuori dai pensieri lascivi di Cirillo, i quali, inevitabilmente, non avevano voce propria, ma restavano confinati nell’inconscio di Daniel confusi con quelli della sua coscienza.

Finalmente arrivò la sera tanto attesa per il rivoluzionario esperimento, in cui il ventriloquo aveva imparato a lasciare campo libero a Cirillo senza frapporre i filtri automatici della ragione derivanti dai suoi pensieri dettati dalle regole su come ci si dovesse comportare in determinate situazioni.

Se funzionava avrebbe scoperto un mondo, se non fosse andata bene avrebbe fatto un buco nell’acqua ed avrebbe preso un bel due di picche. Non sarebbe stata la prima nè l’ultima volta, quindi…pazienza.

Proprio per non avere rimpianti su un’occasione sprecata decise di tentare con una ragazza che aveva conosciuto qualche anno prima e che aveva incontrato saltuariamente senza che fosse mai successo nulla. A dire il vero non era proprio niente di speciale ma quella sera si sentiva come Enrico Fermi quando doveva dimostrare che anni di studi sulla bomba atomica potevano funzionare veramente per cambiare il mondo.

Prese contatti con la cavia prescelta, Elena, e fissò un appuntamento a cena utilizzando ancora la testa di Daniel quantomeno per l’organizzazione logistica dell’incontro. Una volta di fronte alla sua interlocutrice, avrebbe lasciato campo libero a Cirillo e sarebbe stato a vedere cosa sarebbe successo.

L’appuntamento era alle 20,30 al ristorante “Sakamoto”, il miglior giapponese della città. Cirillo, come location, non si sarebbe accontentato di nulla di meno per il suo esordio nell’approccio con una donna. Si salutarono con circostanza e presero posto a sedere. In quel preciso istante, Daniel iniziò a ad usare la sua bocca, oltre che per gustare l’ottimo cibo, anche per dar campo libero e voce a Cirillo. La sua mente, almeno per quella sera, poteva essere compiaciuta spettatrice di tutto quello che sarebbe successo.

Il buon Cirillo non poteva certo attingere ad argomenti elaborati e culturali alla pari del cervello di Daniel quindi partì in quarta con il sesso in cui invece era un maestro. A dire il vero non lo fece in modo volgare ed aggressivo, ma dimostrò invece di possedere un notevole savoir faire unito ad adeguata spregiudicatezza. Argomenti eleganti e diretti conditi da complimenti sull’aspetto fisico di Elena che dimostrava di apprezzare molto le attenzioni.

Tutti i segnali corporei della ragazza stavano a dimostrare che l’argomento, accompagnato dai complimenti, la intrigava alquanto. Iniziò con l’attorcigliarsi ciocche di capelli, continuava a toccarsi il collo, a giocare con l’accendino di Daniel, fino ad arrivare a fare gesti inequivocabili con il dito sull’orlo del bicchiere.

Daniel era davvero stupito su come le donne si lasciassero intrigare molto di più dagli argomenti diretti del cervello nascosto degli uomini rispetto a quello ufficiale che spesso commetteva errori imperdonabili. Del resto Cirillo non mentiva mai e questa era una dote che le donne apprezzano molto, mentre dimostravano di accorgersi da minimi dettagli quando lo stesso uomo cercava di prenderle per il culo.

Cirillo, in quel momento, gli stava dando una lezione di vita ottenendo risultati di molto superiori ad ogni sua più rosea aspettativa. Più volte la sua mente conscia si era trovata in disaccordo sulla temerarietà degli assunti cirillici e lui si era trovato umoristicamente a pensare che fossero proprio degli “argomenti del cazzo” ma continuò a lasciarlo fare, in fondo l’esperimento doveva concludersi fino alla fine.

Giunti alle ultime battute della cena, allorquando era arrivato il momento di decidere se e come proseguire la serata, Cirillo manifestò, per bocca di Daniel, la volontà di un pò di appassionata intimità per “andare più a fondo in quella meravigliosa conoscenza” che aveva avuto luogo in quelle ore, accompagnata da un buon bicchiere di porto che magari le avrebbe fatto rivelare qualche altro segreto che ancora non era stato scoperto della sua appassionata e spregiudicata personalità.

Una volta in auto, Daniel decise inopinatamente di riprendere in mano il filo del discorso, togliendo voce a Cirillo e riprendendo le redini dell’incontro, ormai convinto che la serata di sesso fosse cosa acquisita. Iniziò a parlare di progetti di vita e pettegolezzi su amicizie comuni che lasciarono alquanto interdetta Elena, la quale forse percepì un certo cambiamento di rotta nella linearità della serata. La banalità del discorso, una volta giunti sotto casa di Daniel, aveva provocato un brusco cambiamento degli intenti della ragazza, la quale espresse la volontà di essere riaccompagnata a casa con il pretesto che l’indomani avrebbe dovuto alzarsi presto per svolgere del lavoro che aveva in arretrato. Daniel, suo malgrado, l’accontentò e rientrò a casa da solo.

Mentre apriva la porta di casa, si ritrovò a pronunciare un “ma vaffanculo!” ad alta voce ed alla fine si addormentò chiedendosi se fosse stato effettivamente lui a maledire se stesso ad alta voce oppure se Cirillo aveva comunque voluto dire l’ultima, sintomatica frase di quella strana, inconsueta serata.

Tatuaggi

Spesso ci troviamo a criticare o apprezzare chi ha voglia di marchiare la propria pelle con un segno indelebile quale quello di un tatuaggio.

I tatuaggi, non lasciano scampo a vie di mezzo, o li ami o li odi. C’è una ristretta minoranza a cui non dispiacciono ma che non se la sentono di stare ore nelle mani di una persona che sembra un fuori di testa a sua volta supertatuato che continua ad infilargli un ago nella pelle.

Poi si sa bene che, oltre al classico diamante, anche un tatuaggio è per sempre. Nel momento in cui decidi di scrivere sulla tua pelle, sai che quell’immagine ti accompagnerà fino alla fine dei tuoi giorni, diventerà una parte di te che non sarà più possibile cancellare.

Un tatuaggio è una forma molto particolare di comunicazione non verbale che però riflette un vissuto interiore. Attraversa tutta la storia e tutte le età. Fin dai tempi degli uomini delle caverne (ne aveva uno sulla schiena anche la mummia di Similaun risalente a 5.300 anni fa) sino ai giorni nostri, i tatuaggi riguardano in maggioranza i più giovani, ma sono per tutte le età. L’ultima volta che sono andato dal tatuatore ci ho trovato una signora che avrà avuto più di 60 anni, la quale voleva farsi tatuare una carpa sulla spalla. Le ho fatto i miei complimenti, e quando mi ha chiesto: “Perchè?” mi sono reso conto di essere con le spalle al muro perchè non avrei potuto venirne fuori senza una gaffe clamorosa sulla sua età…

In prigione, specie in Russia, i tatuaggi sono delle vere religioni, uniformi con tanto di gradi, un linguaggio di comunicazione tra detenuti, una vera e propria carta d’identità.

Puoi capire molte cose di una persona attraverso i suoi tatuaggi, essi sono un biglietto da visita per chi sa coglierne il significato. Colorati o in bianco e nero, giocosi ed eterei oppure ribelli e violenti, farfalle e fiori o teschi e pugnali, i tatuaggi parlano sempre di te e tradiscono il tuo inconscio.

Anche la zona da tatuare è importante, infatti c’è che sceglie la visibilità e chi preferisce nasconderlo in zone poco “accessibili”, quasi fosse un segreto da svelare a pochi intimi. La zona è importante anche per il dolore. Farsi un tattoo sulla spalla non è la stessa cosa che farselo su un fianco. Nel primo caso senti solo un pizzicorino a cui ti abitui subito, nel secondo è dolore vero e sono quelli a cui ti affezioni di più, forse perchè il dolore è un termometro dei ricordi e non lo scordi facilmente.

Un tatuaggio può diventare una promessa di amore che spesso sopravvive all’amore stesso, rimanendo a ricordare giorni felici o difficili, un ricordo che non sbiadisce e che non puoi strappare come le foto.

Importanti sono anche le dimensioni del tattoo. Le persone discrete amano le piccole cose, il disegnino sulla nuca nascosto dai capelli, il tatuaggio sul piede nascosto dalle scarpe… Poi ci sono quelli (di solito uomini) per cui il tatuaggio è una specie di prolungamento del pene, della serie “io ce l’ho grosso”…peccato che l’attributo poi si limiti al solo tatuaggio.

Un tatuaggio può anche essere eccitante, una pista da baciare sulla vuota distesa di pelle dell’altra persona, un immagine che difficilmente puoi separare dal volto della persona che lo “indossa”.

Insomma, io li adoro, ne ho 12 al momento, e ho già prenotato il prossimo: l’araba fenice che risorge dalle ceneri di un fuoco rosso vivo…ah lo faccio sul fianco…dolore….

Meditate, gente, meditate…

Oggi mi è venuta voglia di fare un elogio ad una pratica che ho scoperto un pò per caso e che all’inizio mi faceva persino sentire ridicolo. Sembrava la cosa più facile del mondo ma, all’atto pratico, difficilissima da attuare: la meditazione.

Requisiti: una ventina di minuti di tempo libero ed un posto in cui star seduto senza interruzioni. Tutto qui? Si, tutto qui.

Ma quanti poi la mettono in pratica? Forse pensano che non serva a nulla e che sia da imbecilli star seduti venti minuti immobili svuotando la mente dai pensieri, alcuni pensano che sia addirittura “tempo perso”, magari sottratto al campionato di calcio o al Festival di San Remo…

Non starò a citare gli innumerevoli studi scientifici che ne hanno dimostrato l’efficacia sulla salute, al punto da inserirla nei protocolli ospedalieri, quindi mi limiterò a riferire cosa ha significato per il sottoscritto.

Credo che passiamo tutta la giornata con sguardo ed attenzione rivolta all’esterno, cercando e desiderando traguardi che non dipendono da noi e che ci portano, per ciò stesso, ad andare incontro a frequenti delusioni. Attraverso la meditazione io ho fatto amicizia con uno sconosciuto con cui ho convissuto, mio malgrado, fin dalla nascita: me stesso.

Se chiudo fuori tutto e resto con lui, scopro desideri e passioni che neanche immaginavo.

A partire da migliaia di anni fa, in oriente, fino ad arrivare ai nostri giorni, avevano compreso che questa pratica portasse indiscutibili benefici…oh sto parlando di Siddharta Gautama (il Buddha), mica di Gigi D’Alessio…quindi diciamo che un minimo di attenzione la meriterebbe.

Tornando a me, da quando ho iniziato questa pratica (ormai più di due anni) ho smesso di fumare, ho cambiato stile di vita, alimentazione, gusti musicali, approccio verso la vita in generale ed una tranquillità interiore che non mi sarei mai sognato…senza contare che sono rientrati molti dei disturbi psicosomatici di cui ho sofferto in oltre 25 anni di lavoro.

Non so dare una spiegazione, ma è un dato di fatto ed a me ha cambiato la vita in modo del tutto inconsapevole…ho fatto spazio alla mia anima ed individualità e la mia vita ha preso il verso che voleva prendere e non quello che io le stavo dando sino ad allora. Ma ero sordo e non avevo tempo per ascoltarmi…in fondo di tempo ne basta poco per ascoltare l’unica vera voce che può cambiarti la vita…

Meditate….

Il mio sogno…

Riprendo brevemente l’argomento del mio ultimo post per chiarire un punto lasciato in sospeso: il sogno della scorsa notte che mi ha fatto riflettere sul loro significato a volte oscuro ed inspiegabile.

Mi trovo in una stanza con una persona che non conosco e stiamo parlando, lui dice che quello in cui ci troviamo è il posto giusto per fare affari…non ricordo di aver replicato ma ho guardato fuori dalla finestra, il cielo era azzurro e di fronte a me c’era una torre con una cupola nera con in cima una piccola bandiera ed un grande orologio, anch’esso nero, al centro. Sono stato a guardarlo per un pò poi sono andato via…ricordo distintamente che sul muro c’era scritto “Novi Sad”.

La mia ignoranza geografica, stamattina al risveglio, mi ha fatto credere che Novi Sad fosse una città russa, invece…vado su Google e mi documento…è la capitale di una regione della Serbia che si chiama Voivodina ed è sulle rive del Danubio.

Ovviamente non la conosco nè ci sono mai stato, nè tantomeno conosco qualcuno che sia di laggiù, ma quando ho visto il luogo caratteristico della città sono rimasto a bocca aperta…l’Old Tower clock che vedete nella foto…era esattamente quella torre che ho fissato dalla finestra nel mio sogno, uguale nei minimi particolari…

Io non riesco proprio a dare una spiegazione…

Miracoli di Internet

Ho notato che i rapporti più belli e la sintonia con certe persone nascono in maniera del tutto casuale ed inaspettata ed in questo la tecnologia di internet, per chi sa valorizzarla, assume un ruolo decisivo. E’ come se potessi selezionare le persone affini in un mare immenso invece che nella pozzanghera delle persone che frequenti quotidianamente.

Ricordo quando anni fa, passando davanti ad un negozio di giocattoli, vidi in vetrina il CD di Risiko digital. Essendo un grande appassionato di quello storico gioco da tavolo fin da bambino, mi precipitai ad acquistarlo, pensando che mi sarei divertito nel tempo libero a fare qualche partitina da solo contro l’IA del gioco su PC. Poi scoprii che il CD aveva un codice che ti consentiva di connetterti ad un server per giocare on line con altri utenti.

Mi si aprì un mondo. Presi una tale scimmia di quel gioco che finii col passare intere notti insonni a giocare on line con quelli che allora erano per me perfetti sconosciuti, connessi da ogni parte d’Italia. Il gioco dava anche la possibilità di una chat line durante le partite in cui la confidenza tra alcuni di noi raggiunse livelli incredibili.

Mi divertivo come un matto, giocavo e ridevo a crepapelle per le cazzate che si scrivevano in chat. Ci davamo appuntamento per ritrovarci e giocare dimenticando impegni e famiglie ed a quel punto non importava più che vinceva, volevo solo ritrovare quelli che non avrei esitato a considerare già allora “amici” con la A maiuscola.

Poi, a dicembre, qui a Milano, la EG (Editrice Giochi) proprietaria del marchio, organizzò il campionato nazionale di Risiko e finalmente tutti noi decidemmo di conoscerci di persona partecipando al torneo.

Non mi dilungo nei dettagli ma ne ospitai 8 a casa mia (che è piccola) e vi posso assicurare che furono tra i più bei giorni della mia vita. Non mi ero sbagliato, conobbi persone stupende, siciliani, calabresi, napoletani, romani, toscani, piemontesi, veneti…tutta Italia insomma.

Come è andata a finire? Ancora adesso, che abbiamo lasciato il gioco on line da parecchi anni, sono le persone che sento almeno una volta alla settimana. Ho fatto il testimone di nozze in Sicilia al matrimonio di uno di loro, sono andato in vacanza per anni con altri due, insomma posso considerarli dei fratelli. Naturalmente non abbiamo mancato nessun appuntamento di tornei dal vivo successivi in quel periodo. Non ce fregava una cippa del torneo, lo facevamo per rivederci e stare insieme come se ci conoscessimo da secoli.

In maniera più sottile e delicata si sta facendo strada adesso la stessa sensazione con questo blog. Sono solo agli inizi, ma mi sembra quasi che la vita, in qualche maniera misteriosa, ti faccia incrociare persone affini, ti faccia leggere alcuni post che parlano all’anima, che ti strappano un sorriso o ti velano gli occhi, ti fanno riflettere e ti portano ad immaginare il mondo di chi c’è dietro quelle parole che esprimono un linguaggio che forse pochi capiscono ed apprezzano fino in fondo.

C’è tanto da analizzare in quello che sto trovando in quelli che ho deciso di seguire, spero di trovare il tempo per farlo come vorrei e come tutti meritano, ma mi affascina l’idea di entrare in contatto con mondi ed anime che finora ho scoperto di una sensibilità e bellezza incredibili…

Il ritorno dell’equilibrista

Qualcuno mi sembra abbia detto una volta: “Come un equilibrista sul tetto del mondo, non temo di cadere, mi concentro sul mio andare avanti e intanto mi godo la vista di un incantevole panorama”. Allora perchè non continuare a raccontarci il panorama col tuo andare avanti? Del resto, un equilibrista non può fermarsi a metà…