esperienze

La sindrome dell’impostore

Una delle trappole più infide che la società di oggi ha costruito artificialmente è la cd “sindrome dell’impostore”.
Essa non è altro che la paura di non essere all’altezza per ricevere i riconoscimenti e gli apprezzamenti degli altri.
Il più delle volte, quando raggiungiamo ciò che ci siamo prefissi di ottenere pensiamo che sia dovuto al caso o a fattori esterni, mai a meriti nostri e quindi o subentra la paura di non poter mantenere quel livello oppure la paura che se gli altri sapessero chi siamo veramente non ci stimerebbero così tanto.
Da qualunque lato la si guardi, c’è sempre un divario, più o meno profondo, tra come ci percepiscono gli altri e come noi ci sentiamo realmente. Può essere occasionale, ma arriva spesso a diventare un modo di essere costante perchè il nostro sistema sociale marcio incentiva questo sentire.
I modelli di oggi sono diventati i personaggi del cinema, della TV ed in genere dello spettacolo. Se non sei magro/a come tizio/a o vestito/a come caio/a, sei inferiore; se non hai l’ultimo modello di PC o di smartphone ti guardano con disgusto.
I tuoi genitori hanno fatto sacrifici per iscriverti alla tale università e tu non ottieni i risultati che si aspettano da te, quando magari il tuo sogno è stato sempre quello di recitare in teatro (ricordate “l’attimo fuggente” con Robin Williams?).
Adolescenti che hanno avuto rapporti che emarginano le amiche perchè sono ancora vergini, iniziazioni nei college o nelle scuole, in caserme, appartenenza a sette religiose, ecc. Se non sei schierato ed inquadrato in un gruppo “alla moda” non sei nessuno e da qui nasce la nostra ansia di non essere all’altezza.
Ma all’altezza di che? Ognuno di noi credo sia un essere unico ed irripetibile, come un’impronta digitale o come un fiocco di neve, non ne esistono due uguali, quindi perchè si devono costringere gli esseri umani a somigliare a questo o a quello o a possedere questo o quello per essere qualcuno? Perchè non concentrarsi unicamente sul realizzare se stessi liberi da qualsiasi condizionamento esterno? Perchè questo modo di pensare è ignorato ed anzi avversato? Parlare in prima persona, a questo punto, sarebbe già un traguardo, perchè quando ascolto qualcuno che inizia una conversazione con il “noi” fuggo via a gambe levate perchè è un morto che cammina.
Antony De Mello, a tale proposito ha scritto un libricino che vi consiglio di leggere: “Messaggio per un’aquila che si crede un pollo”, perchè se fai nascere un’aquila in una covata di galline questa non scoprirà mai che sa volare e passerà a terra il resto della sua vita credendo di essere un pollo.

La recita

Recitiamo di continuo. La vita è una grande commedia (o tragedia a seconda dei punti di vista) in cui indossiamo sorrisi, lacrime ed altri invisibili abiti di scena. Lo facciamo per esprimere desideri, pensieri e sentimenti, veri o falsi che siano. Lo facciamo per prevalere sugli altri in una lotta assurda senza ragioni.

Ed abbiamo bisogno del corpo per farlo, con il contorno del linguaggio. Entrambi strumenti fragili che mostrano le crepe della nostra debolezza.

Siamo perennemente divisi tra interiorità spirituale ed esteriorità corporea, cerchiamo disperatamente di essere autentici o di sembrare tali, con il risultato che non riusciamo mai veramente ad essere noi stessi.

Il palcoscenico del teatro su cui recitiamo la nostra parte è il mondo intero e sembra quasi che, per concederci un intervallo a questa recita “a braccio” e senza copione, il nostro regista ci abbia concesso il sonno.

Le rappresentazioni sono le più varie. Vi è la recita amorosa, l’ingannevole attimo dell’amore che ci fa credere di incrociare uno sguardo sincero, il tocco di una mano che ci desidera, un regalo che non pretende di essere ricambiato. Ma anche lo sguardo più innamorato nasconde una qualche dissimulazione ed è questo suo perenne sfuggirci a rendere l’amore così interessante e così triste. Il poter immaginare la perfetta armonia tra corpo e spirito nell’estasi dell’amore fa di noi gli animali che sperano invano, gli esseri più imperfetti del creato.

Persino la morte, il più tremendo degli shock, è occultato con la recita, con un enorme sforzo di autocontrollo, stemperato in riti sociali densi di consolidate formalità.

Oggi non si fanno più progetti di vita stabili che consentivano, un tempo, più spazio alla libertà di essere se stessi. Prima il figlio del droghiere diventava droghiere a sua volta, il figlio del carabiniere aveva un analogo destino nell’Arma e così via. La vita forse era più noiosa, ma più vera. Ma non è sempre stato questo il prezzo da pagare alla tranquillità?

Oggi è tutto cambiato, la recita e la dissimulazione la fanno da padroni. La competizione è diventata molto più aspra. Si è imparato che il successo è di chi ha i riflessi pronti e la mente adattabile, di chi sa fingere e bluffare, di chi sa resistere al destino che da sempre dissemina le nostre strade degli ostacoli più imprevedibili.

Ed ecco che si ha il trionfo dell’autorappresentazione, del mascheramento, dell’impiego strategico del corpo. Astuzia e malvagità sono diventate necessarie per potersi inserire con successo nel moto perenne degli oscuri rapporti di potere.

Dunque cos’è la vita? Un campo minato.

Cos’è la finzione? L’imprescindibile condizione dell’ascesa sociale.

Cos’è l’amore? Il più meraviglioso di tutti gli inganni.

Ventriloquo

Daniel era un noto ventriloquo. Si era esibito sui più famosi palcoscenici del mondo insieme al suo pappagallo di pezza a cui aveva dato il nome di Gonzalo e gli faceva dire tutto quello che voleva senza che nessuno si accorgesse che il suono delle sue parole veniva dal suo diaframma invece che dalla bocca di Gonzalo che si apriva e si chiudeva, ovviamente manovrata da lui.

Questo sdoppiamento del suo volere, tra atto fisico ed effettiva volontà, lo aveva sempre stupito ed affascinato, al punto che non si rendeva conto nemmeno lui di come fosse possibile questo tipo di dialogo scisso tra la sua mente ed i suoi pensieri da una parte e l’uccello finto dall’altra, che, suo malgrado, era diventato il protagonista di tutti i suoi spettacoli.

Fu durante la lettura di un libro di Alberto Moravia, ” Io e lui”, che gli avevano regalato ad un compleanno, che a Daniel venne un’idea balzana. Si chiese se questo tipo di dialogo potesse funzionare anche al contrario, sfruttando le sue capacità. Per sperimentare questa teoria doveva instaurare un dialogo con una parte di se stesso, non poteva essere altrimenti, e quindi se funzionava con Gonzalo che era il suo uccello finto, Daniel si chiese se poteva dar voce al suo uccello vero che fino ad allora lo aveva sempre in un certo senso guidato ma a cui non aveva mai dato voce autonoma.

Aveva sempre avuto sane ed irrefrenabili pulsioni sessuali con le molte donne con cui aveva avuto a che fare, niente di anormale, ma quando gli si paravano davanti sperimentava, a livello inconscio, quella sensazione di sdoppiamento che era solito mettere in scena nei suoi spettacoli dando voce a Gonzalo. Si rendeva conto che i suoi pensieri e desideri non corrispondevano affatto a quello che veniva espresso dalle sue parole nei dialoghi con il gentil sesso, così mentre si trovava a pensare ” hai delle tette da urlo, ci perderei le ore a toccarle”, si trovava a parlare di situazioni familiari o del senso della vita cercando frasi ad effetto che potessero colpire la sua interlocutrice. A volte funzionava, altre volte no.

Fu così che un bel giorno decise di effettuare un esperimento, forte delle sue doti professionali, e quindi si concentrò nel dar voce al suo uccello nel dialogo che gli fosse capitato con la prossima ragazza con cui sarebbe uscito. Per entrare completamente nel ruolo, si vide costretto a dare un nome al suo pisello. Se funzionava con Gonzalo, avrebbe dovuto senz’altro funzionare con lui, e chissà cosa sarebbe successo.

Era curioso ed emozionato, quindi decise di ribattezzarlo Cirillo, in nome del suo bisnonno che gli avevano raccontato fosse morto durante una scopata con una donna inglese in tempo di guerra…non aveva mai saputo se fosse verità o solo una leggenda familiare, ma gli faceva comunque piacere dedicare quella nuova impresa al suo sconosciuto e leggendario parente.

Dato che non poteva arrivare impreparato all’appuntamento, si esercitò per intere giornate a dar campo libero a Cirillo senza che i di lui pensieri fossero filtrati dalla mente conscia di Daniel. Con sua incredibile sorpresa scoprì che Cirillo aveva in effetti un cervello, una volontà, o comunque lo si voglia chiamare, tutto suo che dialogava in qualche modo con l’effettivo cervello razionale di Daniel, solo che quest’ultimo, per consolidata abitudine, poneva una stretta censura a tutto quello che veniva fuori dai pensieri lascivi di Cirillo, i quali, inevitabilmente, non avevano voce propria, ma restavano confinati nell’inconscio di Daniel confusi con quelli della sua coscienza.

Finalmente arrivò la sera tanto attesa per il rivoluzionario esperimento, in cui il ventriloquo aveva imparato a lasciare campo libero a Cirillo senza frapporre i filtri automatici della ragione derivanti dai suoi pensieri dettati dalle regole su come ci si dovesse comportare in determinate situazioni.

Se funzionava avrebbe scoperto un mondo, se non fosse andata bene avrebbe fatto un buco nell’acqua ed avrebbe preso un bel due di picche. Non sarebbe stata la prima nè l’ultima volta, quindi…pazienza.

Proprio per non avere rimpianti su un’occasione sprecata decise di tentare con una ragazza che aveva conosciuto qualche anno prima e che aveva incontrato saltuariamente senza che fosse mai successo nulla. A dire il vero non era proprio niente di speciale ma quella sera si sentiva come Enrico Fermi quando doveva dimostrare che anni di studi sulla bomba atomica potevano funzionare veramente per cambiare il mondo.

Prese contatti con la cavia prescelta, Elena, e fissò un appuntamento a cena utilizzando ancora la testa di Daniel quantomeno per l’organizzazione logistica dell’incontro. Una volta di fronte alla sua interlocutrice, avrebbe lasciato campo libero a Cirillo e sarebbe stato a vedere cosa sarebbe successo.

L’appuntamento era alle 20,30 al ristorante “Sakamoto”, il miglior giapponese della città. Cirillo, come location, non si sarebbe accontentato di nulla di meno per il suo esordio nell’approccio con una donna. Si salutarono con circostanza e presero posto a sedere. In quel preciso istante, Daniel iniziò a ad usare la sua bocca, oltre che per gustare l’ottimo cibo, anche per dar campo libero e voce a Cirillo. La sua mente, almeno per quella sera, poteva essere compiaciuta spettatrice di tutto quello che sarebbe successo.

Il buon Cirillo non poteva certo attingere ad argomenti elaborati e culturali alla pari del cervello di Daniel quindi partì in quarta con il sesso in cui invece era un maestro. A dire il vero non lo fece in modo volgare ed aggressivo, ma dimostrò invece di possedere un notevole savoir faire unito ad adeguata spregiudicatezza. Argomenti eleganti e diretti conditi da complimenti sull’aspetto fisico di Elena che dimostrava di apprezzare molto le attenzioni.

Tutti i segnali corporei della ragazza stavano a dimostrare che l’argomento, accompagnato dai complimenti, la intrigava alquanto. Iniziò con l’attorcigliarsi ciocche di capelli, continuava a toccarsi il collo, a giocare con l’accendino di Daniel, fino ad arrivare a fare gesti inequivocabili con il dito sull’orlo del bicchiere.

Daniel era davvero stupito su come le donne si lasciassero intrigare molto di più dagli argomenti diretti del cervello nascosto degli uomini rispetto a quello ufficiale che spesso commetteva errori imperdonabili. Del resto Cirillo non mentiva mai e questa era una dote che le donne apprezzano molto, mentre dimostravano di accorgersi da minimi dettagli quando lo stesso uomo cercava di prenderle per il culo.

Cirillo, in quel momento, gli stava dando una lezione di vita ottenendo risultati di molto superiori ad ogni sua più rosea aspettativa. Più volte la sua mente conscia si era trovata in disaccordo sulla temerarietà degli assunti cirillici e lui si era trovato umoristicamente a pensare che fossero proprio degli “argomenti del cazzo” ma continuò a lasciarlo fare, in fondo l’esperimento doveva concludersi fino alla fine.

Giunti alle ultime battute della cena, allorquando era arrivato il momento di decidere se e come proseguire la serata, Cirillo manifestò, per bocca di Daniel, la volontà di un pò di appassionata intimità per “andare più a fondo in quella meravigliosa conoscenza” che aveva avuto luogo in quelle ore, accompagnata da un buon bicchiere di porto che magari le avrebbe fatto rivelare qualche altro segreto che ancora non era stato scoperto della sua appassionata e spregiudicata personalità.

Una volta in auto, Daniel decise inopinatamente di riprendere in mano il filo del discorso, togliendo voce a Cirillo e riprendendo le redini dell’incontro, ormai convinto che la serata di sesso fosse cosa acquisita. Iniziò a parlare di progetti di vita e pettegolezzi su amicizie comuni che lasciarono alquanto interdetta Elena, la quale forse percepì un certo cambiamento di rotta nella linearità della serata. La banalità del discorso, una volta giunti sotto casa di Daniel, aveva provocato un brusco cambiamento degli intenti della ragazza, la quale espresse la volontà di essere riaccompagnata a casa con il pretesto che l’indomani avrebbe dovuto alzarsi presto per svolgere del lavoro che aveva in arretrato. Daniel, suo malgrado, l’accontentò e rientrò a casa da solo.

Mentre apriva la porta di casa, si ritrovò a pronunciare un “ma vaffanculo!” ad alta voce ed alla fine si addormentò chiedendosi se fosse stato effettivamente lui a maledire se stesso ad alta voce oppure se Cirillo aveva comunque voluto dire l’ultima, sintomatica frase di quella strana, inconsueta serata.

Tatuaggi

Spesso ci troviamo a criticare o apprezzare chi ha voglia di marchiare la propria pelle con un segno indelebile quale quello di un tatuaggio.

I tatuaggi, non lasciano scampo a vie di mezzo, o li ami o li odi. C’è una ristretta minoranza a cui non dispiacciono ma che non se la sentono di stare ore nelle mani di una persona che sembra un fuori di testa a sua volta supertatuato che continua ad infilargli un ago nella pelle.

Poi si sa bene che, oltre al classico diamante, anche un tatuaggio è per sempre. Nel momento in cui decidi di scrivere sulla tua pelle, sai che quell’immagine ti accompagnerà fino alla fine dei tuoi giorni, diventerà una parte di te che non sarà più possibile cancellare.

Un tatuaggio è una forma molto particolare di comunicazione non verbale che però riflette un vissuto interiore. Attraversa tutta la storia e tutte le età. Fin dai tempi degli uomini delle caverne (ne aveva uno sulla schiena anche la mummia di Similaun risalente a 5.300 anni fa) sino ai giorni nostri, i tatuaggi riguardano in maggioranza i più giovani, ma sono per tutte le età. L’ultima volta che sono andato dal tatuatore ci ho trovato una signora che avrà avuto più di 60 anni, la quale voleva farsi tatuare una carpa sulla spalla. Le ho fatto i miei complimenti, e quando mi ha chiesto: “Perchè?” mi sono reso conto di essere con le spalle al muro perchè non avrei potuto venirne fuori senza una gaffe clamorosa sulla sua età…

In prigione, specie in Russia, i tatuaggi sono delle vere religioni, uniformi con tanto di gradi, un linguaggio di comunicazione tra detenuti, una vera e propria carta d’identità.

Puoi capire molte cose di una persona attraverso i suoi tatuaggi, essi sono un biglietto da visita per chi sa coglierne il significato. Colorati o in bianco e nero, giocosi ed eterei oppure ribelli e violenti, farfalle e fiori o teschi e pugnali, i tatuaggi parlano sempre di te e tradiscono il tuo inconscio.

Anche la zona da tatuare è importante, infatti c’è che sceglie la visibilità e chi preferisce nasconderlo in zone poco “accessibili”, quasi fosse un segreto da svelare a pochi intimi. La zona è importante anche per il dolore. Farsi un tattoo sulla spalla non è la stessa cosa che farselo su un fianco. Nel primo caso senti solo un pizzicorino a cui ti abitui subito, nel secondo è dolore vero e sono quelli a cui ti affezioni di più, forse perchè il dolore è un termometro dei ricordi e non lo scordi facilmente.

Un tatuaggio può diventare una promessa di amore che spesso sopravvive all’amore stesso, rimanendo a ricordare giorni felici o difficili, un ricordo che non sbiadisce e che non puoi strappare come le foto.

Importanti sono anche le dimensioni del tattoo. Le persone discrete amano le piccole cose, il disegnino sulla nuca nascosto dai capelli, il tatuaggio sul piede nascosto dalle scarpe… Poi ci sono quelli (di solito uomini) per cui il tatuaggio è una specie di prolungamento del pene, della serie “io ce l’ho grosso”…peccato che l’attributo poi si limiti al solo tatuaggio.

Un tatuaggio può anche essere eccitante, una pista da baciare sulla vuota distesa di pelle dell’altra persona, un immagine che difficilmente puoi separare dal volto della persona che lo “indossa”.

Insomma, io li adoro, ne ho 12 al momento, e ho già prenotato il prossimo: l’araba fenice che risorge dalle ceneri di un fuoco rosso vivo…ah lo faccio sul fianco…dolore….

Meditate, gente, meditate…

Oggi mi è venuta voglia di fare un elogio ad una pratica che ho scoperto un pò per caso e che all’inizio mi faceva persino sentire ridicolo. Sembrava la cosa più facile del mondo ma, all’atto pratico, difficilissima da attuare: la meditazione.

Requisiti: una ventina di minuti di tempo libero ed un posto in cui star seduto senza interruzioni. Tutto qui? Si, tutto qui.

Ma quanti poi la mettono in pratica? Forse pensano che non serva a nulla e che sia da imbecilli star seduti venti minuti immobili svuotando la mente dai pensieri, alcuni pensano che sia addirittura “tempo perso”, magari sottratto al campionato di calcio o al Festival di San Remo…

Non starò a citare gli innumerevoli studi scientifici che ne hanno dimostrato l’efficacia sulla salute, al punto da inserirla nei protocolli ospedalieri, quindi mi limiterò a riferire cosa ha significato per il sottoscritto.

Credo che passiamo tutta la giornata con sguardo ed attenzione rivolta all’esterno, cercando e desiderando traguardi che non dipendono da noi e che ci portano, per ciò stesso, ad andare incontro a frequenti delusioni. Attraverso la meditazione io ho fatto amicizia con uno sconosciuto con cui ho convissuto, mio malgrado, fin dalla nascita: me stesso.

Se chiudo fuori tutto e resto con lui, scopro desideri e passioni che neanche immaginavo.

A partire da migliaia di anni fa, in oriente, fino ad arrivare ai nostri giorni, avevano compreso che questa pratica portasse indiscutibili benefici…oh sto parlando di Siddharta Gautama (il Buddha), mica di Gigi D’Alessio…quindi diciamo che un minimo di attenzione la meriterebbe.

Tornando a me, da quando ho iniziato questa pratica (ormai più di due anni) ho smesso di fumare, ho cambiato stile di vita, alimentazione, gusti musicali, approccio verso la vita in generale ed una tranquillità interiore che non mi sarei mai sognato…senza contare che sono rientrati molti dei disturbi psicosomatici di cui ho sofferto in oltre 25 anni di lavoro.

Non so dare una spiegazione, ma è un dato di fatto ed a me ha cambiato la vita in modo del tutto inconsapevole…ho fatto spazio alla mia anima ed individualità e la mia vita ha preso il verso che voleva prendere e non quello che io le stavo dando sino ad allora. Ma ero sordo e non avevo tempo per ascoltarmi…in fondo di tempo ne basta poco per ascoltare l’unica vera voce che può cambiarti la vita…

Meditate….

Il mio sogno…

Riprendo brevemente l’argomento del mio ultimo post per chiarire un punto lasciato in sospeso: il sogno della scorsa notte che mi ha fatto riflettere sul loro significato a volte oscuro ed inspiegabile.

Mi trovo in una stanza con una persona che non conosco e stiamo parlando, lui dice che quello in cui ci troviamo è il posto giusto per fare affari…non ricordo di aver replicato ma ho guardato fuori dalla finestra, il cielo era azzurro e di fronte a me c’era una torre con una cupola nera con in cima una piccola bandiera ed un grande orologio, anch’esso nero, al centro. Sono stato a guardarlo per un pò poi sono andato via…ricordo distintamente che sul muro c’era scritto “Novi Sad”.

La mia ignoranza geografica, stamattina al risveglio, mi ha fatto credere che Novi Sad fosse una città russa, invece…vado su Google e mi documento…è la capitale di una regione della Serbia che si chiama Voivodina ed è sulle rive del Danubio.

Ovviamente non la conosco nè ci sono mai stato, nè tantomeno conosco qualcuno che sia di laggiù, ma quando ho visto il luogo caratteristico della città sono rimasto a bocca aperta…l’Old Tower clock che vedete nella foto…era esattamente quella torre che ho fissato dalla finestra nel mio sogno, uguale nei minimi particolari…

Io non riesco proprio a dare una spiegazione…

Miracoli di Internet

Ho notato che i rapporti più belli e la sintonia con certe persone nascono in maniera del tutto casuale ed inaspettata ed in questo la tecnologia di internet, per chi sa valorizzarla, assume un ruolo decisivo. E’ come se potessi selezionare le persone affini in un mare immenso invece che nella pozzanghera delle persone che frequenti quotidianamente.

Ricordo quando anni fa, passando davanti ad un negozio di giocattoli, vidi in vetrina il CD di Risiko digital. Essendo un grande appassionato di quello storico gioco da tavolo fin da bambino, mi precipitai ad acquistarlo, pensando che mi sarei divertito nel tempo libero a fare qualche partitina da solo contro l’IA del gioco su PC. Poi scoprii che il CD aveva un codice che ti consentiva di connetterti ad un server per giocare on line con altri utenti.

Mi si aprì un mondo. Presi una tale scimmia di quel gioco che finii col passare intere notti insonni a giocare on line con quelli che allora erano per me perfetti sconosciuti, connessi da ogni parte d’Italia. Il gioco dava anche la possibilità di una chat line durante le partite in cui la confidenza tra alcuni di noi raggiunse livelli incredibili.

Mi divertivo come un matto, giocavo e ridevo a crepapelle per le cazzate che si scrivevano in chat. Ci davamo appuntamento per ritrovarci e giocare dimenticando impegni e famiglie ed a quel punto non importava più che vinceva, volevo solo ritrovare quelli che non avrei esitato a considerare già allora “amici” con la A maiuscola.

Poi, a dicembre, qui a Milano, la EG (Editrice Giochi) proprietaria del marchio, organizzò il campionato nazionale di Risiko e finalmente tutti noi decidemmo di conoscerci di persona partecipando al torneo.

Non mi dilungo nei dettagli ma ne ospitai 8 a casa mia (che è piccola) e vi posso assicurare che furono tra i più bei giorni della mia vita. Non mi ero sbagliato, conobbi persone stupende, siciliani, calabresi, napoletani, romani, toscani, piemontesi, veneti…tutta Italia insomma.

Come è andata a finire? Ancora adesso, che abbiamo lasciato il gioco on line da parecchi anni, sono le persone che sento almeno una volta alla settimana. Ho fatto il testimone di nozze in Sicilia al matrimonio di uno di loro, sono andato in vacanza per anni con altri due, insomma posso considerarli dei fratelli. Naturalmente non abbiamo mancato nessun appuntamento di tornei dal vivo successivi in quel periodo. Non ce fregava una cippa del torneo, lo facevamo per rivederci e stare insieme come se ci conoscessimo da secoli.

In maniera più sottile e delicata si sta facendo strada adesso la stessa sensazione con questo blog. Sono solo agli inizi, ma mi sembra quasi che la vita, in qualche maniera misteriosa, ti faccia incrociare persone affini, ti faccia leggere alcuni post che parlano all’anima, che ti strappano un sorriso o ti velano gli occhi, ti fanno riflettere e ti portano ad immaginare il mondo di chi c’è dietro quelle parole che esprimono un linguaggio che forse pochi capiscono ed apprezzano fino in fondo.

C’è tanto da analizzare in quello che sto trovando in quelli che ho deciso di seguire, spero di trovare il tempo per farlo come vorrei e come tutti meritano, ma mi affascina l’idea di entrare in contatto con mondi ed anime che finora ho scoperto di una sensibilità e bellezza incredibili…

Il ritorno dell’equilibrista

Qualcuno mi sembra abbia detto una volta: “Come un equilibrista sul tetto del mondo, non temo di cadere, mi concentro sul mio andare avanti e intanto mi godo la vista di un incantevole panorama”. Allora perchè non continuare a raccontarci il panorama col tuo andare avanti? Del resto, un equilibrista non può fermarsi a metà…

La strada

Ogni istante lasciamo un pezzo di noi sulla strada di una vita che non sai mai dove ti porta.

Le strade degli uomini sono fatte di salite e discese, non può esistere una strada che sia tutta in discesa e neanche una tutta in salita.

Non maledire le difficoltà di una strada impervia, ti faranno apprezzare quella più comoda che verrà.

Le variabili sono molte, ed il destino beffardo ed imprevedibile può farti camminare in discesa sotto la pioggia battente oppure decidere di regalarti uno splendido sole sotto una ripida salita, non sei tu che decidi.

Tu puoi solo andare avanti. Non ti è concesso neanche fermarti.

Sta a te decidere se farlo con un sorriso da lasciare a quelli che ti camminano a fianco.

Un libro

Mi piace perdermi tra le righe di un libro. Sfogliare le sue pagine una ad una, annusare quell’inconfondibile odore, lasciando andare la mente nei luoghi del racconto, immaginandoseli come se fosse un invisibile spettatore.

Sembra quasi di vedere con gli occhi i tratti, le mosse e i luoghi dei protagonisti. Le parole scritte spesso sono in grado di toccare le corde dei sensi facendoteli immaginare, amare, odiare come se fossi lì. Ma non puoi fare nulla, solo stare a seguire quel filo irresistibile che un’abile mente ha già tessuto e che ti trascina verso l’inaspettato o prevedibile finale.

In un libro il tempo non esiste, puoi essere trasportato in ogni epoca del passato o del futuro, essere presente ad eventi storici reali o fittizi come se potessi saltare in mille universi paralleli. Un libro è la realizzazione delle teorie della fisica più ardita.

Un bel libro è un viaggio che intraprendi da solo, in cui sei libero di scandire le tappe e che, quando arrivi all’ultima pagina, ti lascia l’amaro in bocca di una bella vacanza che si conclude e di un amico che ti lascia.

Il fantamegamarket

Sabato mattina mi svegliai di soprassalto come se mi fossi ridestato da un incubo. Avevo cullato il sogno di un sabato mattina tranquillo dedicato all’ozio completo, dopo una settimana molto dura ed invece…mi toccava accompagnare mia moglie al centro commerciale per la megaspesa, l’attività più odiata dagli italiani (uomini coniugati).

Ho sempre detestato i centri commerciali, quei megamarket che sembrano dei veri e propri templi eretti al consumismo inutile. Ok, l’uomo deve pur nutrirsi ma se quei supermercati si fossero limitati a vendere quello che era davvero indispensabile (e salutare) per la sopravvivenza di un essere umano, sarebbe bastato un locale grande quanto il cesso di casa mia. Infatti mi trovai a pensare con nostalgia a neanche tanto tempo fa quando quei mostri neanche esistevano e mia madre andava a fare la spesa dal piccolo salumaio di fronte e dal fruttivendolo accanto che conoscevano tutti e da cui avevi persino la possibilità di aprire una linea di credito da saldare quando volevi. Bella comodità…e poi in dieci minuti avevi finito, attraversavi la strada ed eri già a casa…

Del resto non mi ricordo mancasse nulla in tavola neanche allora, nelle occasioni speciali quali i pranzi di Natale o i compleanni, c’era ogni ben di dio che aveva anche un gusto diverso, più forte e genuino di quelli di adesso. Certi sapori li ricordo ancora se faccio mente locale, mentre l’arrosto di ieri sera, avendo avuto la fortuna che non mi fosse rimasto sullo stomaco, non me lo ricordavo neppure.

Allora perchè fare code chilometriche e spendere una fortuna per roba inutile? Mah…misteri del progresso…

Malvolentieri mi metto in macchina con mia moglie accanto, diretti al Fantamegamarket “Le torri”, distante 25 chilometri per poi sorbirmi una coda anche per il parcheggio degna di un concerto degli U2.

Mia moglie Ha in mano uno di quegli opuscoli pubblicitari che ti infilano a pacchi nel portone di casa in cui si elencano tutte le offerte del mese che lei aveva già studiato in precedenza ma che stava diligentemente ripassando nel tragitto in auto come un ragioniere psicotico, elogiando la convenienza di svariati prodotti a prezzi davvero imbattibili.

Pensavo che se avesse messo in conto la benzina consumata e soprattutto l’inestimabile valore del tempo libero che stavamo perdendo, i conti non sarebbero affatto tornati.

Eh già…le offerte! Questa trappola letale in cui cascano tutte le casalinghe del mondo, affascinate da quel luna park di colori che offre merce a prezzi imbattibili. Le donne di casa sono letteralmente ossessionate dalle offerte nei supermarket, comprano una marea di roba assolutamente inutile solo perchè è in offerta. Se avessero venduto la merda in offerta, loro l’avrebbero comprata.

All’interno di quelle cattedrali del consumismo ci sono persino i banchi informazioni perchè davvero rischi di perderti e durante il fine settimana quei posti non hanno niente da invidiare al suk dei paesi arabi dove se perdi un bambino rischi di non ritrovarlo mai più.

Lì dentro si perde la cognizione del tempo, è un luogo dove non vigono le normali leggi della fisica, una sorta di curvatura dello spaziotempo in cui entri con il sole ed esci che è notte fonda perchè sono aperti fino a quell’ora.

Una banale lista della spesa è inutile, per andare a caccia di quello che esattamente ti serve, sarebbe necessario l’Indiana Jones dei tempi migliori. Cerchi una banalissima Peroni? Auguri! Nel settore birre, che occupa due scaffali chilometrici, ci sono bottiglie che ti ubriacano solo a guardarle. Doppio malto, triplo malto, al limone, superalcoliche, analcoliche… Ma, di grazia, a che serve una birra analcolica? Fa schifo! Se non puoi bere alcol perchè te lo ha prescritto il medico evita le bevande alcoliche, punto. Ci sarà un motivo per cui non esiste il gin o la grappa analcolica.

Poi prendi il bigliettino e ti metti in coda al banco gastronomia dove scopri che sei il settantesimo della fila…neanche in Posta all’ora di punta ti ricapita. Il programma è quello di prendere un pò di affettati, che so prosciutto e salame ma il panorama del cimitero suino che si para davanti ai tuoi occhi ha dell’incredibile…salami di grandezze e forme diverse provenienti da paesi che neanche conosci, prosciutti con gradazioni di sale e grasso su cui potresti stilare una tavola periodica, mortadelle al tartufo, al pepe, alle spezie, al rosmarino, alle noci e per i più fantasiosi addirittura salumi con all’interno facce di orsetti e papere disegnate.

Per non parlare dei formaggi…ti serve del grana? Sei antico! Ti guardano male se lo ordini. Lo tengono ancora solo per i nostalgici. Molto meglio il geitost norvegese o l’oscypek polacco (di che sapranno?) o magari una bella ricotta di Yak o due etti di formaggio agli acari tedesco che ti assicurano avere un gusto impareggiabile. Un formaggio agli acari credo mi assicurerebbe solo una notte di feroce diarrea…

Dopo un periodo di tempo in cui avresti potuto vedere il derby in TV ti ritrovi nel reparto più terrificante di tutti i supermercati: gli yogurt!

Ma, di grazia, che bisogno c’è di una varietà simile di un alimento neppure tanto indispensabile? Avete mai provato a contare quante specie di yogurt ci sono in vendita anche in un supermarket di piccole dimensioni? Magari hanno finito la Peroni ma lo yogurt alla papaya o alle erbe alpine non manca mai.

Reparto frutta e verdura. Cerchi un piede d’insalata, mele, pere ed arance? A parte il fatto che hanno un colore che sembra falso come il dispiacere di Barbara D’Urso nelle sue trasmissioni, c’è da dire che sono di un’infinità di fogge diverse e non sai quale scegliere, così finisci per prenderne un pò a casa, tanto non sanno di un cazzo tutte quante.

Mentre faccio queste riflessioni mia moglie ha riempito il carrello di merci in offerta e noto una quantità di pacchi di dentifricio che mi toccherà campare fino a cent’anni per consumarlo tutto, a meno che non lo lasci in eredità ai figli.

Poco prima di avviarsi ad una delle decine di casse, che si rivelerà immancabilmente la più lenta di tutte in base all’infallibile legge di Murphy, mia moglie scova un’offertona non menzionata sul suo opuscolo evangelico. “Guarda! c’è l’olio in offerta, prendiamone un pò di litri!” Sta per aggiungere un pò del prodotto sul carrello che ha raggiunto le dimensioni della piramide di Giza quando la guardo divertito e le faccio: “Cara, il Castrol è un olio per le auto. Non vorrai farmi stasera una frittura di calamari con quello, vero?”

Il mago dei regali

Una persona che considero un vero amico mi ha di recente fatto un regalo. Tra le doti che gli riconosco, oltre a quella fondamentale di una vera e disinteressata amicizia con la A maiuscola nei miei confronti, già di per se un bene prezioso al giorno d’oggi, c’è la sua innata capacità di azzeccare sempre i regali che decide di farmi.

La vita ci offre una miriade di occasioni standard per fare regali: compleanni, Natale, lauree, nascita di un bambino, San Valentino, matrimoni, tutti eventi in cui si arriva a ridosso della scadenza e si è perennemente in crisi al pensiero di cosa regalare all’amato/a, al figlio/a o al laureando/a di turno. Il più delle volte si finisce con lo spremersi le meningi inutilmente e ripiegare in zona Cesarini su un evergreen che nel 99% dei casi finirà in fondo ad un cassetto o, nella peggiore delle ipotesi, nel bidone della spazzatura (per gli ecologisti convinti si procederà al drammatico rituale del riciclaggio del regalo in questione che finirà per entrare in un terrificante giro che a volte lo riporta beffardamente alla persona che ha iniziato la catena).

Quindi ecco che arrivano cravatte, cornici d’argento, penne stilografiche, libri su argomenti demenziali ma di pregiata edizione, collanine con santi e madonne, agende di pelle…insomma la tomba della fantasia. Ed a questa miserabile pantomima fa da contraltare l’espressione pseudofelice del malcapitato ricevente/festeggiato che, scartando l’ennesima cravatta (anche se di Hermès) che non indosserebbe neanche ad un veglione di carnevale vestito da Sbirulino, esclama la frase di rito già rodata: “ma è stupenda! proprio quella che desideravo, ottima scelta…grazie! Grazie davvero!”. L’ha imparata a memoria, reprimendo conati di vomito e la recita ormai da attore consumato meritevole dell’oscar per qualsiasi pezzo di ciarpame si trovi costretto a scartare alla presenza dei mittenti che, con la coscienza sporca, sfoggiano anch’essi un sorriso di circostanza falso come un doblone di cioccolata, sperando, in cuor loro, che quel devastante momento finisca quanto prima e che il povero festeggiato passi al prossimo regalo. Il trionfo dell’ipocrisia.

Tutto questo solo perchè ai regalanti non frega una beata minchia della persona e quindi del regalo, e magari neanche volevano andarci a quella stramaledetta festa o matrimonio.

Personalmente, quindi, ritengo che il trucco per un buon regalo sia quello di essere “sentito” se fatto ad una persona a cui tieni veramente. Come in tutte le cose della vita, quando ci si mette il cuore non si sbaglia mai. Di contro, anche se doveste regalare una cravatta, state pur certi che il festeggiato avrà da conto quella cravatta come nessun’altra. La indosserà ogni volta che ne avrà l’occasione e diventerà quasi un portafortuna, arrivando a conservarla gelosamente anche quando avrà terminato la sua carriera di cravatta indossabile.

Le cose, come le persone su questo strano mondo, sono tutte fatte della stessa cosa primaria: l’energia (E=mc2, vi dice niente?). Ed energia positiva finirà inevitabilmente per attrarre altra energia positiva e viceversa. E’ una regola fisica semplicissima, ma pare che la stragrande maggioranza del genere umano non l’abbia ancora compresa.

Tornando al regalo che ho ricevuto, devo dire che si tratta di un quadro. Una riproduzione di un’opera di un artista francese, Paul Signac, dal titolo “Ritratto di Felix Feneon”.

Premetto che l’arte pittorica non è mai stata tra le mie passioni, quindi sarei stato portato a pensare che si sarebbe trattato di un regalo che non mi si addiceva, invece…

Per prima cosa sono stato colpito dai colori della tela, mi hanno provocato una serie di sensazioni contrastanti, una sorta di caos che attrae subito l’osservatore. Poi mi sono invece soffermato sull’uomo in primo piano, distinto ed elegante, sulla sua espressione concentrata unicamente sul piccolo fiore bianco che tiene in mano, simbolo di purezza, incurante del colorato caos che lo circonda. Mi è subito parso, dopo un pò che l’osservavo, come una perfetta metafora della vita, dove basta non lasciarsi prendere dalla spirale caotica della società consumistica per volgere lo sguardo e proteggere quello che più conta, la propria fragile coscienza.

Mi sono documentato su quell’opera e…ci avevo azzeccato in pieno! Sono riuscito a cogliere l’esatto messaggio dell’autore e questo mi ha reso molto soddisfatto e mi ha fatto apprezzare quell’opera non solo per il valore affettivo che riveste, ma anche come una mia iniziazione allo splendido mondo dell’arte.

Un grazie quindi al mio amico Bruno per il suo splendido regalo…