futuro

Cosa ci aspetta?

Conosciamo solo una parte infinitesimale del significato e funzionamento dell’universo e di tutto ciò da cui è formato, compresi noi stessi. E, di conseguenza, conosciamo solo la corrispondente parte di noi stessi e di come funzioniamo a nostra volta.
Tutto ci è sconosciuto e ciò che non arriviamo a conoscere, anche se ne avvertiamo l’esistenza, lo chiamiamo Dio. Dio è tutto ciò che non arriviamo a comprendere, quell’ordine supremo ancora troppo lontano dalle nostre piccole menti limitate.
Per tale ragione quell’ordine non può essere giusto o sbagliato, quel qualcosa, semplicemente esiste.
Ma noi ci identifichiamo con la nostra piccolezza, crediamo di essere al vertice della scala evolutiva ma tra noi e gli uomini delle caverne di decine di migliaia di anni fa non c’è molta differenza, biologica e di pensiero.
Crediamo di aver scoperto le leggi che governano questa che chiamiamo realtà eppure siamo continuamente in balìa degli eventi e ci lamentiamo di qualcosa che chiamiamo fato o Dio e che ci appare giusto o ingiusto a seconda delle nostre aspettative.
Ma possiamo avere davvero la presupponenza di credere che al fato, a Dio o all’universo importi davvero delle nostre minuscole aspettative generate da una mente immatura?
Si pensi a Galileo quando affermò che era la terra a girare attorno al sole e non il contrario, o a quando si era convinti che la stessa terra fosse piatta. I fautori di quelle “strambe” teorie furono emarginati e puniti come eretici e pazzi ma avevano ragione.
Quelle verità erano li, immutabili e a disposizione. C’erano ma non le vedevano. Chi può essere così folle da dire che oggi non siamo nella stessa situazione? Che cioè non riusciamo ancora a vedere cose ed eventi che esistono ma che non riusciamo a percepire?
Fino a quando non riusciremo a rivelare tutta la verità che ci circonda e di cui siamo fatti, esisterà sempre un Dio in cui sarà troppo facile e scontato rifugiarsi e la strada è ancora lunga…

Non è un Paese per giovani

Siamo italiani e molti di noi sono orgogliosi di esserlo. Ed hanno ragione. Noi italiani abbiamo affrontato, nel corso dei secoli, difficoltà inimmaginabili, guerre sanguinose, invasioni, terremoti, catastrofi naturali, ma abbiamo anche dato a tutto il mondo una cultura ed un genio che nessun altra nazione al mondo ha mai avuto.
Come ci siamo ridotti? Noi ci siamo dentro, ma vi garantisco che chi ci guarda dall’esterno o ride (se non è italiano) o piange (se è italiano ed è stato costretto a cercare fortuna altrove).
Al momento non abbiamo più un futuro. Abbiamo una classe politica che è tra le peggiori al mondo, da dittatura africana, la quale ha badato, con il suo recente operato, solo a ritagliarsi privilegi da signori feudali a scapito dei suoi cittadini, raschiando il fondo del barile, privandoci di tutto, a cominciare dal lavoro, che dovrebbe essere un diritto costituzionalmente garantito e non un’elemosina centellinata dai potenti ai loro protetti.
Ma anche noi cittadini ci abbiamo messo del nostro. Non abbiamo più senso civico, ci è passata la voglia di combattere e di cambiare, così ognuno pensa al proprio piccolo interesse e, se può avere vantaggi fottendo gli altri, lo fa senza pensarci due volte. Qui nessuno più pensa al futuro, si coltiva il suo orticello e vive alla giornata, persino chi ha dei figli piccoli, che sta condannando senza rendersene nemmeno conto.
Non si costruisce più niente, non ci sono più idee, si vegeta guardando San Remo, il campionato di calcio ed altre trasmissioni demenziali. E’ crollata la vendita dei libri, il settore da noi è in crisi, si legge sempre meno. Sono piene le discoteche e deserti i teatri. Il cinema fa il pienone solo quando c’è il cinepanettone o i film di Checco Zalone, andiamo fuori a cena nel weekend illudendoci che tutto vada bene e che adda passà a nuttata… però ci indigniamo quando spunta fuori qualche scandalo e beliamo incazzati per 10 minuti o un’ora sui social network, postando neanche pensieri personali ma aforismi di altri, poi tutto torna come prima e il giorno dopo ecco di nuovo la foto del cane e del cappuccino che stiamo bevendo al bar ed i commenti sul rigore della Juve. Sembriamo tanti imbecilli che si dirigono danzando e cantando verso il precipizio ormai prossimo, e quando qualche voce sparuta ci urla che ancora qualche passo e precipitiamo, gli diamo del pazzo pessimista che non capisce un cazzo.
Bene, come diceva anni fa il peggior presidente della repubblica che l’Italia abbia mai avuto: “Io non ci sto!”.
Per questo ho deciso di lasciare questo paese, io che giovane certo non sono più. Ma alla mia età non si ha più voglia di combattere. Spero che i più giovani, e qui ce ne sono tanti e validissimi, abbiano ancora il desiderio di lottare per il proprio futuro perchè la vita è come una scatola di caramelle… e quando te ne restano sempre meno hai voglia di gustartele in santa pace in un posto dove nessuno te le possa rubare, per apprezzarle tutte fino all’ultima senza sprecarne più come hai fatto in passato…

Il giornale di domani

Marco si recava ogni giorno a fare colazione al solito bar sotto casa sua a Milano. Preferiva alzarsi un pò prima e prendersi i suoi tempi ad un tavolino, piuttosto che consumare il suo breakfast in fretta e furia in piedi al banco come facevano quasi tutti. Lo faceva sorridere il fatto che certe persone entravano trafelate, consumavano la colazione in perfetto stile Bolt, si ustionavano col cappuccino a temperatura “piombo fuso”, ingoiavano un cornetto in due morsi spolverandosi lo zucchero sulla giacca neanche fosse stata cocaina, smadonnavano se c’era qualcuno davanti alla cassa a pagare tenendo il cellulare bloccato tra testa e spalla mentre cercavano gli spiccioli, iniziando a mandare a fare in culo le prime persone di una giornata che si prospettava lunga e difficile.
Marco era un cauto ed attento osservatore e cercava di capire cosa passasse per la testa di quella gente, se si sentivano “fighe” o soddisfatte di quello pseudoimpegno, una sorta di sfida al tempo anche se magari non avevano un cazzo di veramente importante da fare se non timbrare qualche busta. Tu corri veloce, dice il tempo, ma io sono più veloce di te. Peccato che quella stessa gente non capisca che il tempo ha sempre ragione lui e tu sei destinato inevitabilmente a soccombere. Il mondo non cambia se tu rallenti, ma se cerchi di accelerare lui comunque va più veloce di te e ti fotte comunque.
Sorseggiando lentamente il suo cappuccino e sbocconcellando il suo cornetto integrale alla crema assaporandone ogni piccolo morso, Marco viveva due realtà; la sua quando abbassava gli occhi su ciò che aveva davanti, e quella del mondo quando li alzava e si guardava attorno.
Una di quelle mattine, tra un piccolo morso al cornetto ed un sorso di cappuccino con le labbra a culo di gallina per non scottarsi, alzò gli occhi su un tizio che ogni tanto aveva notato, seduto come lui da solo ad un tavolino, che era sempre immerso nella lettura di un quotidiano, consumava un toast ed un caffè e poi andava via sempre con un sorriso sulle labbra, con un incedere lento e non rivolgendo mai la parola a nessuno.
Come chi ha l’abitudine di far viaggiare la mente per immaginare cosa facesse quel tizio, Marco pensò che fosse un inguaribile ottimista perchè uno che esce da un bar al mattino in una grande città, dopo aver letto un quotidiano e sorride o è tutto scemo oppure è un monaco zen in incognito che ha perso il treno per il Tibet. Il tizio non gli sembrava potesse essere inquadrato in nessuna delle due categorie, per cui, da quella mattina aveva preso a far caso cosa facesse invece che ostinarsi a guardare sempre gli stessi matti che ripetevano le stesse azioni da robot al banco, dicendo sempre le stesse parole: “Uè Giangi, come va? Mi fai il solito?” Ed il barista: “Buogiorno Dottore, si va avanti, arriva subito”.
Anche il misterioso avventore mattutino del bar, se vogliamo, era un pò ripetitivo nelle sue azioni ma una mattina di venerdì, dopo aver consumato la sua colazione ed aver letto il quotidiano, alzò lo sguardo verso Marco, gli strizzò l’occhio e se ne andò lasciando sul tavolo il suo giornale, indicandolo col dito, cosa che non aveva mai fatto fino ad allora.
Marco non sapeva cosa pensare, arrivò a congetturare che fosse gay e che avesse lasciato un bigliettino col suo numero nel giornale. Per cui, prima di uscire per recarsi al suo studio di architettura, passò con indifferenza davanti a quel tavolo e prese il giornale che vi era stato lasciato.
Appena uscito dal bar, Marco si mise a sfogliare il giornale alla ricerca di qualcosa che non era così sicuro di trovare. Infatti non c’era nessun biglietto o nessuna scritta, era un banale quotidiano con le solite notizie banali. Congresso del PD, Trump ed il suo muro, slavina in montagna e, alla sezione sportiva, i risultati delle partite del campionato.
Un momento! Ma oggi è venerdì! Il campionato verrà giocato tra domani e domenica… Marco istintivamente guardò la data del giornale e per poco non svenne. Era la data del lunedì successivo. Si sfregò gli occhi, doveva esserci un errore ma la data era quella. Cazzo! E adesso? La prima cosa che gli venne in mente fu quella di giocare la schedina, puntare sui cavalli e scommettere tutto su quei risultati che erano già stabiliti solo su quei fogli di carta.
Domenica avrebbe dovuto fare una gita con la sua amica Gloria in Svizzera e non sapeva se raccontare a lei o ad altri quella cosa stranissima, forse lo avrebbero preso per matto. Si recò quindi in una ricevitoria e giocò 2000 Euro tra scommesse e schedine in una attesa della domenica tra il curioso e lo scettico.
Lasciò il giornale sul tavolo di casa e domenica mattina passò a prendere Gloria per la programmata gita in Svizzera, ancora chiedendosi come mai il destino, o chi per lui avesse voluto fargli un simile “regalo” che certamente era stato frutto della sua attenzione ai particolari della vita.
Ma il destino è beffardo e traditore e ti si presenta sotto mentite spoglie. La realtà, anche quella più assurda va interpretata e compresa. Quando poi vivi un’esperienza che va oltre la realtà materiale devi cercare un messaggio che non può essere materiale.
Marco aveva pensato al profitto immediato e non aveva letto tutto il giornale, non accorgendosi che, nella cronaca di Milano, c’era un articoletto di fondo che così riportava: “Tragico incidente automobilistico al confine con la Svìzzera. Marco Camussi, stimato architetto milanese, ha perso la vita insieme ad altre tre persone in un incidente automobilistico avvenuto alle 18… ecc, ecc.
Se dovessero arrivare messaggi da dimensioni diverse, prima di pensare al profitto materiale, pensa alla tua vita.

Destino e libero arbitrio

Credo che sia una domanda che tutti noi ci siamo posti almeno una volta nella vita ed è indubbio che la risposta sarebbe risolutiva sul nostro modo di affrontare l’esistenza che stiamo vivendo su questa terra. Quanto di quello che ci accade viene deciso da noi e quanto, invece, è frutto di casualità o di un destino prestabilito? Immaginate che importanza avrebbe conoscerne la risposta. In fondo tutti noi viviamo la nostra quotidianità come se puntassimo sull’esistenza del solo libero arbitrio, profondamente convinti di essere sempre noi a scegliere, in ogni momento, quello che ci va di fare in base a gusti, volontà e preferenze, con le dovute eccezioni, naturalmente, dettate dalle più radicate convenzioni sociali e dalla legge.
E se, invece, fosse proprio vero il contrario? Se questo “giro di vita” fosse preordinato proprio per farci vivere quelle esperienze, belle o brutte, che portano la nostra anima verso quel percorso di maturazione a cui tutti saremmo destinati in base alle convinzioni di molte ideologie mistiche orientali? Se fosse tutto frutto di quel “grande disegno” che a tutti sfugge ma che potrebbe senza dubbio essere possibile?
Personalmente non credo che quest’ultima ipotesi sia del tutto da scartare, anzi la ritengo la più plausibile. In questo caso dovremmo davvero rivedere il nostro stile di vita. A questo punto dannarsi l’anima e rovinarsi la vita per raggiungere dei propositi che ci siamo prefissati potrebbe risultare del tutto inutile. Incazzature, stress, delusioni, progetti naufragati…potrebbe tutto far parte di un destino che noi non conosciamo ma che ci appartiene inesorabilmente e contro cui non possiamo andare. Osho diceva: “Ciò che dovrà accadere accadrà. E tu hai una sola scelta: andarci insieme o andarci contro”.
Andarci insieme significa accettare, razionalizzare e capire che il destino sceglie spesso strade tortuose per condurci alla meta, che non sono quasi mai quelle che noi abbiamo scelto. A questo proposito c’è una storia zen molto significativa: “C’era una volta un contadino cinese il cui cavallo era scappato. Tutti i vicini quella sera stessa si recarono da lui per esprimergli il loro dispiacere: “siamo così addolorati di sentire che il tuo cavallo è fuggito. E’ una cosa terribile”. Il contadino rispose: “Forse.” Il giorno successivo il cavallo tornò portandosi dietro sette cavalli selvaggi, e quella sera tutti i vicini tornarono e dissero: “Ma che fortuna! Guarda come sono cambiate le cose. Ora hai otto cavalli!” Il contadino disse: “Forse.” Il giorno dopo suo figlio cercò di domare uno di quei cavalli per cavalcarlo, ma venne disarcionato e si ruppe una gamba, al che tutti esclamarono:“Oh, poveraccio. Questa e’ una vera disdetta” ma ancora una volta il contadino commentò: “Forse.” Il giorno seguente il consiglio di leva si presentò per arruolare gli uomini nell’esercito, e il figlio venne lasciato a casa per via della gamba rotta. Ancora una volta i vicini si fecero intorno per commentare: ”Non è fantastico?” ma di nuovo il contadino disse: “Forse.”
Noi tutti facciamo delle libere scelte (libero arbitrio), o almeno pensiamo di farle, ma è anche vero che ci accadono spesso cose che non scegliamo (destino). Ciò potrebbe essere dovuto al nostro karma, quel bagaglio pesante ed invisibile che tutti ci portiamo dietro come risultato di tutte le esperienze della nostra anima immortale. La chiave di tutto, quindi, sta nella consapevolezza, per cui, in tutto ciò che ci accade, bisogna essere consapevoli e semplicemente accettare imparando la lezione. Ma non in modo passivo affermando “è il mio karma e non posso farci niente”, ma scegliere come reagire, usando quell’evento come stimolo per migliorare noi stessi esteriormente ed interiormente. Un karma negativo può essere mitigato dalla nostra consapevolezza o dalle nostre buone azioni, o semplicemente dalla nostra consapevolezza.
Neale Donald Walsh, nel suo libro “Conversazioni con Dio”, afferma che l’anima sceglie tavolozza, colori e tela, indirizzando la vita in diversi modi, ma siamo noi, alla fine che dipingiamo il quadro. Destino e libero arbitrio possono quindi coesistere in questi termini. Possiamo fare alcune scelte ma solo con il materiale che ci è stato dato a disposizione. Se siamo nati alti 1,60 non possiamo lamentarci di non poter diventare delle stelle del basket. Peraltro, l’indirizzo e gli apprendimenti della nostra esistenza, ci si ripresenteranno tante volte quante ne serviranno per capirli ed accoglierli, dapprima in modo dolce, successivamente, poi, se ci ostiniamo ad ignorarli, in modo sempre più severo attraverso attriti e sofferenza. Sta a noi avere l’intelligenza di comprendere i segni distintivi del cammino ed accettarli per quello che sono.
Scrolliamoci di dosso quella visione limitata che continua a caratterizzare ed avvelenare le nostre esistenze, ed impariamo a guardare oltre l’orizzonte. Quando vedete un’isola viene da dire: “Ecco un’isola!”, ma vi sbagliate. Togliete l’acqua, e vedrete che l’isola è collegata alla terraferma.

Piano di rinascita (3^ parte)

Makno non aveva mai dimenticato ciò che aveva vissuto con Yelna, colei con cui aveva creduto e sperato di condividere una vita libera, amando alla luce del sole, lasciandosi cullare con lei dalle fantasticherie di una vita insieme…e non importa se si sarebbero avverati o no quei sogni, ma erano i suoi sogni, i loro sogni e non un paradiso artificiale dove non c’era posto per nessun errore umano e dove tutto era aridamente già programmato. Davvero credevano che il prezzo di un mondo sicuro, senza crimini e guerre, avrebbe potuto essere così elevato? Davvero credevano che un notiziario senza rapine, furti ed omicidi valesse la sensazione di un contatto di pelle e respiri su una spiaggia al tramonto con la persona amata?
In preda allo shock dopo l’evolversi degli eventi e la scoperta, ancor più sorprendente, che il microchip innestato alla base del suo cranio non funzionava come avrebbe dovuto, lasciandogli pressoché intatti tutti i sentimenti, Makno era fuggito dalla sua città, trovando rifugio in un altra zona del Paese dove era riuscito ad entrare a far parte di un gruppo di “immuni”. Aveva anche trovato un lavoro dignitoso e ben remunerato ma il suo cruccio più grande era quello di aver perso Yelna. Trascorso qualche mese, dopo che aveva a fatica metabolizzato la sua nuova condizione, si era determinato a cercarla e, senza grosse difficoltà, l’aveva finalmente ritrovata ma ormai non era più lei, non era la Yelna che conosceva, che aveva amato, con cui aveva condiviso speranze e progetti e con cui aveva litigato mille volte per tornare poi ad amarla più follemente ed intensamente di prima.
Lo aveva riconosciuto, questo si, il microchip non agiva sulla memoria ma solo sui sentimenti, ma per Makno ritrovarla fu quasi come morire; Un sorriso senza luce apparve sul volto di Yelna quando i loro sguardi si incrociarono dopo tanto tempo ed egli intravide qualcosa di simile ad un freddo neon rispetto alla luce del sole che era abituato a scorgere nei suoi occhi.
Un turbine di pensieri scosse la mente del ragazzo allorquando Yelna gli chiese di “registrare” il loro rapporto, istituzionalizzandolo davanti alla legge. Un brivido di paura iniziò a scorrere lungo la schiena di Makno e gocce di sudore freddo gli imperlavano la fronte malgrado il caldo estivo di quel periodo.
Era una decisone terribile. L’amava moltissimo, ma avrebbe sopportato di vivere una vita con lei in un amore a senso unico? Con chi o che cosa avrebbe dialogato il suo smisurato sentimento se dall’altra parte c’era un’anima “morta”? Come avrebbe potuto impedirsi di dirle “ti amo” tutte le volte che avrebbe voluto? Avrebbe potuto chiamarsi vita un’esistenza di questo genere, seppure a lei vicino?
Fu così che iniziò a farsi strada nella sua mente la folle idea di somministrare a Yelna il “flashback”, la sostanza di cui aveva tanto sentito parlare tra gli “immuni”, ma le complicazioni ed i rischi che questo avrebbe comportato egli li aveva ben presenti. I problemi sembravano insormontabili, primo fra tutti procurarsi la sostanza, e poi come avrebbe fatto a farla assumere a Yelna? Avrebbe cercato di convincerla spiegandole gli effetti? Lei avrebbe accettato? Oppure gliela avrebbe iniettata contro la sua volontà per poter rivivere finalmente qualche ora della felicità che avevano vissuto insieme? E cosa sarebbe successo dopo? Terminato l’effetto lei non avrebbe ricordato più nulla ed a lui sarebbe rimasto un dolore ancora più profondo…la droga l’avrebbe assunta lei, ma la crisi di astinenza, in fondo, l’avrebbe vissuta lui sulla sua pelle.
Ma non poteva rinunciare a provarci, non gli importava quello che sarebbe venuto dopo, doveva rivivere, anche se per poche ore, un frammento dell’unica cosa che fino ad allora aveva creduto potesse riempirgli la vita…

To be continued…

A te (amore futuro)

A te che verrai fuori dal nulla come un soffio di vento inatteso ed ogni tanto ti assenterai, lasciandomi solo e lontano ad asciugare pensieri che colano dagli angoli della bocca.

A te che entrerai da una porta che neanche sapevo esistesse, un varco chiuso, da cui tu farai entrare luci e suoni, la tua orchestra in punta di piedi che camminerà su pareti e soffitto suonando un motivo di strumenti antichi.

A te, che sento di conoscere ma che so di non conoscere fino a quando non mi conoscerai.

A te, che una tua risata sarà un grimaldello che apre ogni stanza della mia casa e che farà da colonna sonora ad ogni ora della mia giornata…

A te che sarai tanto orgoglio e pochissimo pregiudizio ma che saprai come giocarti le tue carte anche se non sai giocare d’azzardo, come ho fatto stupidamente io per una vita…

A te che non camminerai, ma rimbalzerai tra i muri del cuore con frasi spezzate e gioie intere, toccando e dipingendo punti che non erano mai stati visitati nè dipinti prima.

A te che correrai, correrai e non ti fermerai mai a te che trascinerai tutto nella tua scia senza voltarti indietro a guardare perchè oltre il tuo fianco non ti interesserà cosa ci sia.

A te che avrai la consapevolezza di essere ma la paura di avere, tappeto di piume che volteggiano nel vortice delle tue allegre corse e che non faranno mai in tempo a posarsi che subito torneranno a danzare di nuovo in aria al tuo passaggio, come in uno di quei souvenir per turisti che vendono nelle stazioni ferroviarie di tutto il mondo.

A te che sarai e che per me ci sarai e che non vorrò mai lasciare andare via, come facevo con i giocattoli che mi regalavano da bambino, che avevo paura di rompere ed accarezzavo felice.

A te che mi farai parlare di te come se ci fossi stata da sempre e che sto aspettando solo il momento in cui arriverai… non conosco il tuo nome ed il tuo viso, ma conosco la tua anima, unica e bianca che ha già tessuto un velo che forse non è stato mai completato.

A te che sarai la A del mattino e la Z della sera e non importa dove sei ora, perchè verrai, e da allora la vita sarà un calendario tutto in rosso fatto di feste e domeniche per mangiare, riposare e fare l’amore.

A te che mi darai il coraggio di volare, io che ne ho un pò paura e mi faccio scudo di quel camminare a testa alta ma coi piedi per terra. Io che mi sento piccolo davanti a chi sfoggia un paio di ali, perchè so che ne ho bisogno se voglio guardare il mondo da un’altra prospettiva.

A te che sei aquila e sola e non hai bisogno di sbattere quelle ali per galleggiare nel vento, basta tenerle aperte ed essere ciò che sei per farti portare dove vuoi, che è sempre lo stesso posto deciso dal vento, che forse è tuo amico. Ed il vento non è amico di tutti.

A te, che sarai un regalo a cui non si può fare un regalo, perchè sarebbe come avere il privilegio di essere invitati alla festa di un miliardario a cui è impossibile pensare a qualcosa da regalare perchè ha già tutto.

A te che dirigerai le parole come Topolino comanda le scope nel film “Fantasia”, le userai e poi le lascerai andare per toccare e fuggire, e non importa se gli altri non le capiscono, tu saprai quello che volevi dire e non avrai rimpianti.

A te che voli alto… mi insegnerai a volare con la pazienza di un’aquila, perchè quando spazi nell’azzurro del cielo e ti rendi conto che sai volare, la paura si trasforma in un sorriso.

A te che ora sai ma non sei ancora…. usa queste parole, infilale in una collana come perle oppure masticale e dimmi che sapore hanno, assaggiate dal futuro.

A te….