Mese: aprile 2020

Essere umano

C’è un abisso di differenza se utilizzi “essere” come verbo piuttosto che come sostantivo. La maggior parte delle persone su questo pianeta sono esseri umani senza essere umani.
Si è perso il significato ed il valore di essere umani, forse perché è uno status che consideriamo acquisito fin dalla nascita. E’ ovvio che si nasce umani ed umani si muore. Ma riusciamo davvero ad essere umani durante il nostro passaggio di vita?
La storia dell’umanità riflette, sin dai suoi albori, quella che dovrebbe essere l’evoluzione di ogni singolo uomo, che non consiste nel semplice fattore biologico di una nascita, una crescita ed una morte, ma in un aumento della profonda consapevolezza di ciò che significa davvero essere umani.
Siamo solo una specie che fa parte integrante dell’equilibrio naturale ma fingiamo di non accorgerci che, per mantenere quell’equilibrio, che è il nostro stesso equilibrio, dobbiamo fare la nostra parte di esseri umani per preservarlo e migliorarlo, non certo per alterarlo, perché tutto questo potrebbe equivalere ad un suicidio di massa.
L’umanità intera si sta evolvendo da millenni, è stata giovane ed è cresciuta, secolo dopo secolo, ma adesso non si riesce a capire se stia ancora crescendo o, come sembra, sia terribilmente invecchiata e, di conseguenza, inizi a dimostrare i segni evidenti del cedimento che sono i prodromi della morte.
Si avverte, infatti, un certo senso di appagamento negli esseri umani di oggi, quasi la convinzione che ormai si sia “arrivati” e che non resti molto altro da scoprire, visti i passi da gigante della scienza in ogni settore negli ultimi decenni.
Gli stessi scienziati, e non solo la gente comune, stanno commettendo il grossolano errore che, nel 1900 commise Lord Kelvin, stimatissimo fisico ed ingegnere britannico, il quale, parlando davanti alla British Association for the Advancement of Science, a Bradford, pronunciò queste scellerate parole: “Ormai in fisica non c’è più nulla di nuovo da scoprire”.
Gli uomini hanno demandato tutto alla scienza ed alla tecnologia, convinti che, se dovesse sorgere qualunque problema, una macchina futuristica o un computer potentissimo sarebbero in grado di risolverlo. Ma è solo un’illusione.
Certo, l’odierna tecnologia rende molti aspetti della vita quotidiana più semplici, ma abbiamo mai riflettuto sul prezzo che abbiamo pagato e che stiamo ancora pagando?
Abbiamo delegato a quella stessa tecnologia tutto quello che ci rende umani, ne siamo diventati schiavi, non riusciamo a fare più nulla senza un computer, uno smartphone o un tablet. Abbiamo di conseguenza sacrificato la nostra creatività, che è la principale caratteristica ed il più grande dono di un essere umano. Non riusciamo più a creare qualcosa che sia originale, che sia nostro, che ci renda unici. E questo perché diciamo di non avere tempo, quel tempo che le macchine avrebbero dovuto regalarci in abbondanza ma che invece ci ha sottratto del tutto. Che cosa non ha funzionato?
Se non riusciamo a creare e quindi a far emergere la nostra “umanità”, siamo costretti a scegliere tra quei (pochi) modelli preconfezionati che la società ci propone ed in un certo senso ci impone.
Ed ecco che ognuno cercherà di assomigliare a questo o a quello, essere magra come una modella o bello come un attore, ricco come un industriale o seguito come un influencer. Si sono creati alcuni poveri modelli e, di conseguenza, milioni di copie venute male.
Credete che tutto questo sia “essere umani”? Ci siamo ridotti ad un ammasso di cellule con funzioni biologiche che sfruttano ed uccidono quegli animali che pure fanno parte della stessa natura e che reputiamo privi di diritti. Ebbene, anche loro, come noi, sono un insieme di cellule con funzioni biologiche che pensano, ragionano e provano sentimenti. Se dovessi fare un paragone, direi che sono anche migliori degli umani, perché tra quei sentimenti non sono comprese la crudeltà e la cattiveria. L’uomo è l’unico essere del creato capace di uccidere un suo simile per il solo piacere di farlo. Stiamo attenti quando parliamo di “superiorità” della razza umana.
Tutti hanno dimenticato che quello che ci rende “esseri umani” è invece la capacità (che gli animali non hanno) di porsi determinate domande.
Nell’antichità, i cui uomini non esitiamo a definire “barbari” o “incivili”, quelle domande erano invece all’ordine del giorno, la filosofia era una parte vitale delle società antiche. Molti sovrani erano abili condottieri e grandissimi filosofi, come Marco Aurelio, uomini nel vero senso della parola a cui veniva demandato il comando di interi popoli e dai quei popoli venivano amati.
Oggi non esistono più condottieri, ma solo uomini meschini ed individualisti e la filosofia, intesa etimologicamente come “amore per la conoscenza” è scomparsa del tutto, relegata a materia odiata nelle scuole ed appannaggio di pochi uomini che nessuno è disposto più ad ascoltare.
Ebbene le domande dei filosofi sono le “domande dell’uomo”, quello che ci contraddistingue come “esseri umani”, e che ci dovrebbe far progredire in un cammino che non può essere concluso.
Non dico che tutti dovrebbero porsi le universali questioni del “chi siamo” e “da dove veniamo”, anche se sarebbe auspicabile, ma almeno ognuno di noi si dovrebbe porre la domanda di “chi vuole essere”. Ma neanche questo accade, e se non ti poni il problema di chi vuoi essere, allora sarai sempre e soltanto ciò che gli altri di diranno di essere o faranno in modo che tu sia, e quello non sei tu.
I grandi saggi del passato hanno sempre affermato che bisogna vivere l’attimo presente ed avevano ragione, perché quasi tutti sprecano letteralmente l’intera vita a rimpiangere un passato che non può tornare o a preoccuparsi ed avere il terrore di un futuro che non c’è ancora e che forse mai ci sarà.
Paradossalmente l’umanità sta mettendo in pratica quell’insegnamento come collettività universale e non come singolo individuo. Così facendo sta sovvertendo i benefici di quel modo di essere.
Una umanità che è tutta tesa a vivere soltanto il presente, depredando le risorse del pianeta, inquinandolo, distruggendo intere zone ed ecosistemi, per il loro benessere di oggi, è destinata a scomparire.
Se l’individuo, per essere felice, deve vivere il suo presente, il genere umano deve avere lo sguardo dritto sul futuro e non spremere il presente come se un domani non ci fosse. Noi in quel domani non ci saremo, ma i nostri figli e nipoti si, ed oggi stiamo creando una generazione del tutto incapace di costruirsi un futuro, per cui dovremmo pensarci noi, preservando l’ambiente ed educandoli a farlo a loro volta.
Se per “essere umani” non abbiamo voglia di apprendere la filosofia, almeno impariamo la storia, ma non quella del nostro quartiere, della nostra città, regione e nemmeno nazione. Dovremmo imparare la storia di tutti i popoli, conoscerne le rispettive culture ed origini, perché sono convinto che il dilagante razzismo ed intolleranza nei confronti di chi è “diverso” da noi a cui assistiamo oggi deriva soltanto dall’ignoranza.
Se continuiamo ad educare le nuove generazioni secondo una logica di quartiere avremo una sempre maggiore frammentazione delle coscienze, gruppi chiusi a difesa del loro piccolo sentire, gli uni contro gli altri.
Non importa se il “diverso” è nella città vicina o dall’altra parte del mondo. Se conosco solo la storia del mio “gruppo di appartenenza”, ignorando quella dell’altro secondo la folle ed imperante logica dell’equazione che ogni “diverso” deve anche essere “peggiore” di te, otterrò sempre e comunque un mondo frammentato ed in guerra perenne.
Le tradizioni sono importanti e vanno tramandate, ma in quanto parti di una cultura comune che deve fare leva sulla curiosità della conoscenza (qui ritorna il vecchio metodo filosofico) e non sulla demenziale certezza di essere i depositari del sistema di vita migliore, perchè quale sia il sistema migliore credo che nessuno lo abbia ancora capito. Gli esempi che abbiamo oggi sono totalmente fallimentari.
Nuova conoscenza e tradizione possono e devono coesistere. Creare una società di persone, esseri umani appunto, che sanno da dove provengono ma che abbiano voglia di migliorare, arricchendosi di nuove esperienze e nuovi modi di intendere la vita rispettandosi, deve essere l’obiettivo a cui tendere. La certezza del passato per una evoluzione nel futuro, vivendo appieno il presente singolarmente, nel rispetto di tutti e dell’ambiente in cui siamo immersi.
Questa semplice formula ritengo sia quella che posa farci “essere umani”.

Storia di Peppe e Fritz, fratelli d’Europa

Gennaro Caccavella era il più simpatico e prestante bagnino della spiaggia di Cesenatico ai tempi del dopoguerra. Dal momento che era alto, moro e con gli occhi verdi, raccontava a tutti che era nato a Bolzano, nascondendosi a tal fine dietro il nomignolo di “Genny il bello”, con cui era solito farsi chiamare. Solo la completa visione della segretissima carta d’identità del nostro Genny avrebbe tradito le sue inequivocabili origini meridionali.
In un assolato pomeriggio settembrino, il nostro italico bagnino stava facendo l’ennesimo giro di perlustrazione della spiaggia romagnola, più per dare una interessata occhiata ai centimetri di pelle esposti dalle turiste tedesche che per verificare che nessuno fosse in pericolo di vita a causa del mare, visto che per morire nell’acqua di quel tratto di riviera doveva venirti un infarto piuttosto che essere travolto dagli inesistenti flutti di acqua salmastra non più alti di dieci centimetri che non avrebbero fatto paura neanche ad un gatto.
Sotto l’ultimo ombrellone a spicchi bianchi e blu del territorio di sua competenza, Genny notò due giovani ed avvenenti bionde che parlavano tra di loro distese sulle sdraio con una birra in una mano mentre con l’altra si schermavano gli occhi a protezione del sole che aveva iniziato la sua discesa verso l’orizzonte.
L’italico stallone fece scattare la reazione automatica tipica di quella situazione che consisteva nel “petto in fuori e pancia in dentro” con lieve contrazione dei muscoli addominali e si avvicinò con passo felpato alle due bellezze, pronto ad attaccare discorso attingendo al suo repertorio di rimorchio balneare e forte della sua posizione di autorità spiaggistica, sancita dalla bianca scritta “bagnino” su entrambi i lati della sua canottiera rossa.
“Buongiorno gentili signore, spero che vi stiate godendo una bella vacanza qui al nostro lido “bella Italia”. Se avete bisogno di qualsiasi cosa, io sono qui a vostra completa disposizione. Mi chiamo Genny, siete arrivate da poco? Non vi ho mai viste qui da noi.”
“Scusare noi” disse quella delle due che piaceva di più al nostro bagnino, “noi no italiane, venire da cermania e parlare poco vostra lingua, no capito”.
Genny, nel corso della sua esperienza sui litorali di quelle zone, aveva avuto spesso a che fare con i turisti tedeschi (sarebbe meglio dire “turiste tedesche”) ed aveva imparato quindi ad intavolare il minimo sindacale della conversazione che gli garantiva, il più delle volte, una conoscenza più “approfondita” delle sue interlocutrici. Con i suoi modi gentili e garbati che lo rendevano affascinante, si accovacciò sulle proprie gambe e scambiò un pò di chiacchiere con Erika e Brigitte (questi i loro nomi) che parvero gradire la sua compagnia, specialmente Brigitte che era stata la prima delle due a rispondergli. Dopo una decina di minuti, consapevole che stare lì a parlare non era conveniente né per il suo lavoro, né per le sue gambe che iniziavano ad intorpidirsi, né tantomeno per la rodata tecnica rimorchiatoria che consigliava un tempo il più possibile limitato durante il primo approccio per non apparire fin da subito troppo invadente, si congedò dalle due teutoniche bellezze non prima di essersi assicurato che sarebbero ritornate su quella stessa spiaggia anche il giorno successivo.
Da quel primo, fortuito approccio in un angolo di un mondo che stava cercando a fatica di dimenticare gli orrori di una guerra ancora troppo vicina nei ricordi di tutti, nacque una grande passione ed un grande amore tra il nostro italico Genny e la bionda tedesca Brigitte. Si era verificato un riallineamento di due figli appartenenti a due Paesi martoriati dalla scelleratezza dei loro folli governanti che avevano scoperto, qualora ce ne fosse stato il bisogno, che l’amore non conosce confini di nessun genere e che non si ferma davanti a nessuna delle barriere materiali o linguistiche frutto degli artifici del genere umano.
Italia e Germania si stavano risollevando insieme, così come i loro figli Genny e Brigitte stavano iniziando a costruire qualcosa insieme che, si sperava allora, sarebbe durato a lungo.
Dalla loro unione, inizialmente ricca di entusiasmo e di felicità, nacquero anche due gemelli belli ed intelligenti. Giuseppe, detto Peppe, tutto suo padre, e Fritz, più vicino come carattere e caratteristiche fisiche a mamma Brigitte.
Ma si sa che molto spesso l’amore di coppia è soltanto un inganno della natura inscenato per garantire la continuità della specie e Genny e sua moglie non sfuggirono a questa dura legge. Se poi ci si aggiunge anche una differenza di fondo dovuta a cultura ed ambiente di provenienza differenti, allora ecco che il piatto del fallimento matrimoniale è servito, cotto a puntino.
Con grande civiltà e con un senso di amicizia che si erano ripromessi di mantenere costante al posto del loro antico amore, decisero, di comune accordo, di proseguire il resto delle loro vite ognuno per la sua strada alla ricerca di nuovi stimoli quando i loro due figli erano ormai adulti e pronti ad affrontare tutti gli imprevisti che il mondo avrebbe messo loro di fronte.
Genny aveva lavorato duramente per offrire un solido futuro alla sua famiglia e, nel periodo di amore ed armonia che era durato abbastanza a lungo, era stato pienamente supportato dalla sua Brigitte che aveva saputo infondergli la tenacia e l’organizzazione germanica complementare all’estro ed alle idee, spesso geniali, del nostro italico Gennaro.
Fu così che l’azienda di servizi da loro fondata su innovative ed organizzate trovate commerciali, frutto del loro complementare ed efficace lavoro di squadra, si sviluppò a tal punto da arricchire in maniera considerevole la famiglia Caccavella. I rapporti con i clienti e le idee per lo sviluppo erano tutti made in Gennaro, mentre la contabilità ed i rapporti con fornitori e tutto ciò che riguardava i numeri e l’organizzazione dei dipendenti erano sotto la supervisione impeccabile di Brigitte. Tutto filò liscio per anni, con l’azienda che funzionava come un orologio, facendo lievitare il patrimonio e la soddisfazione di tutta la famiglia sfruttando i rispettivi punti di forza.
Ma quasi sempre il destino ha, per ogni essere umano, dei progetti completamente diversi dai desideri immaginati o espressi. Genny e Brigitte, allorquando il tempo logorò come una goccia d’acqua sulla roccia la loro unione, presero, di comune accordo, la decisione di separare le loro vite, per cui misero al corrente i loro due figli che quella sarebbe stata la decisione migliore per tutti e chiesero se entrambi avessero la voglia e l’intenzione di portare avanti l’azienda di famiglia.
Peppe e Fritz, che da ragazzini erano sempre andati molto d’accordo quando c’era da divertirsi e giocare, furono però concordi nel declinare la proposta dei loro genitori in quanto avevano altri progetti e desideri per il loro futuro personale e professionale. I loro genitori, quindi, divisero equamente l’intero patrimonio familiare tra i ragazzi e mantennero per ognuno di loro quanto bastava per vivere il resto della loro vita in modo libero e dignitoso.
Peppe era, tra i due, il più estroso, impulsivo, ai limiti dell’irrazionalità, e se c’era qualcosa di nuovo da sperimentare, lui era sempre in prima fila. Non molto accorto nell’uso del denaro, amava mettersi in mostra per i suoi bei vestiti o qualunque cosa fosse all’ultima moda. Dotato di una fervida fantasia, era sempre lui che trovava la soluzione a problemi all’apparenza irrisolvibili. Le donne e gli amici erano i suoi passatempi preferiti.
Fritz, in quanto ad intelligenza, non era certo inferiore a suo fratello gemello, ma emanava una diversità caratteriale profonda quasi quanto i caratteri somatici che contraddistinguevano i due. Alto, biondo e con gli occhi chiari come sua mamma, Fritz era un concentrato di razionalità. Grande analizzatore, sempre molto riflessivo quando c’era da prendere qualunque decisone, coltivava in maniera quasi maniacale il suo miglioramento personale badando agli altri solo in modo marginale, sia sotto il punto di vista fisico che quello intellettuale, andando in palestra quasi ogni giorno e leggendo avidamente i grandi autori letterari e filosofi della storia tedesca.
Quando ricevevano la paghetta o, in generale, regali in denaro per il compleanno o per Natale, Peppe quasi sempre dilapidava tutto nei locali o in feste con gli innumerevoli amici e nuove ragazze offrendo da bere a tutti oppure acquistando sneakers all’ultima moda o in genere capi di abbigliamento griffati. Fritz, al contrario, risparmiava tutto quello che poteva e si curava poco delle apparenze modaiole del momento. Preferiva “investire” i suoi guadagni giovanili in libri e palestra, il resto lo metteva da parte.
Era normale, quindi, che Peppe fosse sempre ricercato da tutti, mentre Fritz veniva guardato con più diffidenza e sospetto.
Non era infrequente che Peppe, a causa della sua indole spendacciona, rimanesse a secco di denaro per cui, se ne aveva bisogno per i suoi divertimenti e spese voluttuarie, lo chiedeva in prestito a suo fratello con la solenne promessa che glieli avrebbe presto restituiti. Qualche volta succedeva, ma il più delle volte i soldi non tornavano indietro.
Allorquando giunse il momento della separazione dei loro genitori, il rifiuto comune della prosecuzione dell’attività commerciale di famiglia, determinò di conseguenza anche la separazione delle strade dei due gemelli. Come i loro genitori, anche Peppe e Fritz decisero di andare ognuno per la sua strada.
Genny e Brigitte fecero in modo che il cospicuo patrimonio di famiglia venisse equamente suddiviso tra i gemelli, i quali avrebbero così potuto disporne a loro piacimento per il loro futuro personale e professionale.
Una ulteriore parte del patrimonio della famiglia Caccavella fu utilizzata nella creazione di un fondo patrimoniale intestato ad entrambi, una sorta di “salvagente” per casi di emergenza estrema che avrebbe funzionato da ammortizzatore patrimoniale nel caso in cui uno di loro, o entrambi, si fossero trovati, un domani, in cattive acque.
Il posato Fritz, dopo aver sposato una ragazza di Francoforte, si trasferì in quella stessa città, destinò gran parte dei suoi averi in oculati investimenti e, una volta conseguita la laurea in economia, ed un paio di master in gestione patrimoniale, ebbe, da solo, capacità e conoscenze per veder crescere il suo potere economico di anno in anno.
Il più frivolo Peppe, invece, rimase un single incallito, senza molta stabilità sentimentale e di idee, e preferì investire gran parte dei suoi averi in un ristorante di lusso ed uno stabilimento balneare per VIP su quella stessa riviera sulla quale la storia della sua famiglia aveva avuto inizio.
I due fratelli rimasero comunque in buoni rapporti negli anni che seguirono e certe volte, rispolverando l’antico vizio, Peppe, ogni tanto chiedeva aiuti economici a Fritz in quei casi in cui gli occorreva un pò di liquidità immediata, non volendo attingere al “Fondo salvafratelli” che restava vincolato ai casi di effettiva ed improrogabile emergenza. “Il tedesco”, questo era il nomignolo che Peppe aveva dato al fratello gemello, quasi mai negava il favore richiesto, non mancando però di fargli benevolmente la solita paternale sul suo stile di vita, invitandolo sempre a “mettere la testa (e le finanze) a posto”.
Durante un inverno che sembrava uno come tanti, il mondo intero fu colpito da una terribile pandemia che fece un gran numero di vittime tra la popolazione e colpì in maniera pesantissima l’economia internazionale, dando il colpo di grazia a certi settori produttivi, primi fra tutti, quelli della ristorazione e del turismo.
Facile immaginare quale, tra i nostri due fratelli, fu quello che subì le conseguenze più devastanti di questa inaspettata e tragica situazione.
Ristorante e stabilimento balneare fallirono e Peppe, già fortemente indebitato a causa dello stile di vita che aveva sempre tenuto, ben superiore alle sue effettive possibilità, fu costretto a svenderli per un prezzo di gran lunga inferiore al loro valore effettivo. I suoi folli progetti ed il desiderio sfrenato di una bella vita, lo avevano spinto ad accordi poco leciti anche con la malavita, a cui accettava di riciclare, con le sue attività commerciali, il denaro sporco, in cambio di visibilità e clientela VIP. Quella stessa malavita, nella condizione difficile del blocco forzato di mesi del Paese, non si lasciò sfuggire l’occasione di rilevare i terreni, gli edifici e le licenze che erano appartenute a Peppe in cambio della cancellazione di una parte dei suoi debiti.
Chissà perchè, il buon Peppe non si meravigliò neanche più di tanto quando venne a conoscenza che l’operazione appena descritta fu organizzata e gestita, per conto del crimine organizzato, da uno dei suoi più cari amici d’infanzia.
Il gemello “italiano” si ritrovò quindi in mezzo alla strada, senza un centesimo ed ancora fortemente indebitato con persone con cui non era molto salutare essere in debito.
L’unica alternativa per sopravvivere era quella di accedere al fino ad allora inutilizzato “fondo salvafratelli”, ma, per potere operare su quel fondo, aveva bisogno del necessario benestare di suo fratello Fritz.
Ancora una volta contattò il suo gemello “tedesco”, ed in una videochat dai toni drammatici gli disse che aveva bisogno non solo della sua parte della riserva disposta dai genitori a garanzia di entrambi, ma anche di un cospicuo prestito personale a fondo perduto o, in alternativa, che Fritz gli concedesse l’intero importo del fondo in questione per far fronte alla sua drammatica situazione economica.
Il suo gemello di Francoforte, con la flemma che lo aveva sempre contraddistinto, ascoltò impassibile le sfuriate di Peppe, che alternava ferventi implorazioni a neanche tanto velate minacce, rammentandogli continuamente che erano sempre una famiglia e che solo restando uniti avrebbero fatto felici i loro ormai vecchi genitori.
Fritz pensava che, pur essendo davvero figli degli stessi genitori biologici, per di più gemelli, non potevano esistere al mondo due persone più diverse tra loro non solo per l’aspetto fisico, ma anche e soprattutto per carattere, abitudini e temperamento. Questa volta decise di restare inflessibile e, pur acconsentendo allo scioglimento e conseguente divisione del denaro presente sul Fondo “salva fratelli”, non cedette di un millimetro e rifiutò ogni altra richiesta economica di suo fratello che avrebbe forse, solo in quell’occasione, imparato sulla sua pelle cosa significava essere accorto e previdente sotto il punto di vista patrimoniale, etico e morale.
Cinismo avveduto contro incosciente superficialità. Nasce come una storia di altri tempi ma potrebbe benissimo essere una storia dei nostri giorni…