Mese: ottobre 2016

Anima terrena o spirito superiore?

Da qualche parte ho letto che Gesù una volta ha diviso le anime in terrene e spiriti superiori. Le prime, a quanto pare, avrebbero scalato la gerarchia sempre su questo pianeta nei millenni “facendo carriera” dal regno minerale per passare a quello vegetale, poi a quello animale per essere finalmente promossi, alla stregua del miglior Fantozzi, ad esseri umani e qui intraprendere un lungo e difficile cammino verso l’illuminazione definitiva. Un percorso davvero lungo e difficile.
I secondi, sempre secondo un’interpretazione condivisibile o meno, sarebbero molto più evoluti ed avrebbero vissuto non solo qui su questo piccolo ammasso di fango chiamato Terra, alla periferia di una galassia tra milioni di altre stelle, ma anche su altri mondi, con ogni probabilità più evoluti di questo (non è che ci voglia poi molto) ed in qualche modo avrebbero una maturità di anima più evoluta di chi, qualche esistenza fa era una scimmia.
E’ una teoria interpretativa delle parole di Cristo, ma se ci si guarda attorno forse l’idea non è così pellegrina.
Guardare migliaia di persone che in uno stadio urlano cori di incitamento al branco di una squadra di calcio non può non richiamare alla mente gli ululati di un gruppo di primati che inneggiano ad un pranzo nella giungla.
Resta da chiedersi se la presenza in questa era di spiriti superiori (voglio evidenziare che il concetto di superiorità non ha nulla anche fare con vanità ed ego) sia una “punizione” per pecche o manchevolezze di questi ultimi oppure una missione per cercare di migliorare questo sperduto pianeta. Opera scelta da arditi volontari che hanno deciso di incarnarsi sul “pianeta delle scimmie”, tanto per fare una citazione cinematografica.
Qui le tentazioni sono tante, ambizioni, egoismo, denaro, tutte droghe dei sensi, e qualcuno è inevitabile che si perda attratto dalle sfolgoranti luci e tette del casinò Terra…ma magari è solo una vacanza premio, con il monito di ricordarti sempre che qui puoi si divertirti, ma hai anche una missione da compiere e quindi o adempi al tuo dovere o dovrai ritornarci…e non so a quanti faccia piacere.

Il dramma delle convinzioni

Siamo convinti di essere ciò che crediamo di essere. Io sono fatto così…per quella roba non sono portato…chi mi fa questo con me ha chiuso…sono bello, brutto, alto, magro, grasso, sensibile, attento, distratto…e potrei continuare all’infinito nella marea di attributi che continuiamo a dare a noi stessi per farci belli o cercare di compatire gli altri.
Non siamo niente di tutto ciò. Abitualmente, quando incontro qualcuno gli chiedo: “Tu chi sei?” Le risposte che ricevo il più delle volte mi dicono chi ho di fronte. “Io sono un avvocato, un medico, un ingegnere, un impiegato…”. Altre volte mi dicono “Io sono Maria, Silvia, Patrizia, Marco, Giulio, Antonio…”
Non mi viene da rispondergli che io non gli ho chiesto come si chiamano o cosa fanno nella vita, che la mia domanda era più profonda…ma il 99% delle persone vi darà questo tipo di risposte. Se non lo fa avete davanti una persona speciale.
Nasciamo tabule rase, e, dopo qualche anno, tutto il sistema ci piomba addosso con il suo devastante condizionamento e ci trasforma in avvocati, medici, ecc… e questo è il gradino più basso dell’essere, perché tra un “avvocato” ed un “Antonio”, mi vedo costretto a preferire tutta la vita Antonio.
nessuno ha contezza di non essere davvero né un avvocato, né Antonio ma un qualcosa di unico ed inimitabile di cui non si rende minimamente conto.
Ok la professione non dice una mazza, serve solo ad identificare il tipo di burattino che sei, ma il nome? Puoi davvero dire che quel nome sia davvero il “tuo” nome? Certo che no, diamine, te l’hanno dato altri, magari appioppandoti il nome di uno zio morto giovane o del nonno anche lui scomparso prematuramente…
Vogliamo parlare del cognome? Anche quello non è mica tuo, ti è capitato di diritto per avere avuto la ventura di nascere in quella famiglia, ha la stessa valenza di quando dici “sono italiano”, il che è una cosa che non ha parimenti senso. Se fossi nato anche solo 150 anni fa non avrebbe avuto senso dire “sono italiano” perché l’Italia ancora non esisteva. Allora si è italiani perché si è nati in un’epoca in cui esiste un qualcosa che non si è capito cosa sia che si chiama Italia che oggi esiste e domani magari non esisterà più? Che senso ha?
Eppure noi siamo stati programmati fin dall’infanzia ad essere questi spauracchi con cui abbiamo finito per identificarci. A scuola, in famiglia, in chiesa, alla TV ci hanno indottrinati a schierarci ed a cucirci addosso un’etichetta che non ci appartiene…noi, noi, noi e loro…loro…loro e per millenni si sono fatte guerre per questo, si sono creati falsi dei dalla cui parte tu sei nel giusto mentre gli “altri” sono il nemico. Ma pensate che se esistesse un Dio simile sarebbe contento di tutto questo? Non credo proprio quindi è evidente che non siamo chi crediamo di essere e crediamo in qualcosa che non esiste.
Ma tutto ciò fa paura, significa distruggere tutte le convinzioni che abbiamo, significa che ci rendiamo conto di non sapere più chi siamo davvero perché abbiamo paura di guardarci dentro per scoprirlo e realizzare che abbiamo buttato via la vita identificandoci in una parte che altri ci hanno cucito addosso.
Se aprite la gabbia ad un uccellino nato e vissuto in quella stessa gabbia non avrà mai il coraggio di volare fuori, perché ciò che non conosciamo ci fa ancora troppa paura. Peccato che non conosciamo praticamente nulla di questo ineguagliabile mistero chiamato vita….

Storia di un Cristiano Qualunque

Ohi, soy espanol, me gusta el futbòl, e aquí in Italia es la patria del futbòl: yo soy Cristiano Qualunque y quiero far feliz todos los tifosos que adoro. Es un suegno estar aquí…me danno una paquada de dinero por tirar calci al balón y soy feliz… (questa la tagliamo…parole dell’intervistatore)
“Queste le prime parole in italiano stentato che il bomber fenomeno Cristiano Qualunque ha pronunciato al suo arrivo alla Grullentus, che ha sborsato ben 4000 fantastiliardi per assicurarsi le prestazioni del fenomeno catalano”.
Al suo arrivo all’aereoporto di Pensamal c’erano 5000 idiot…ehm tifosi in delirio che hanno accompagnato con urla estatiche le parole del Qualunque.
“Señor presidente, gracias por la fiducia (y por el dinero), dígame donde estás una discoteque que tengo gran voglia de trombàr”.
“Ehm..Cristiano, vabbè che siamo in Italia ma almeno inizia a giocare e poi magari pensi a divertirti”…
“Ah, ma mi compañeros me dicen che aquí prima se tromba poi se trabaja”.
“Vabbè, vabbè ma non lo devi dire in pubblico, qui abbiamo preso tutti per il culo e credono che bisogna lavorare prima di divertirsi, altrimenti come faremmo a darti 4000 fantastiliardi se non avessimo preso per il culo milioni di tifosi? Mica so soldi nostri, altrimenti col cazzo stavi qua, eri a pascolare las pecoras in Catalogna”….
“Puerca vaca, tienes rajon, es mejor que me estoy silente y non dico più cazadas…ma donde se tromba aquí?”
“No te preocupe, tu primero de todo tienes que decir che ami los tifosos, que son toda la tu vida, que el mister es especial ed el presidente es magico, son todas cazzatas ma se non le dici qua non magnamos nè noi né tu…del resto te avemos acquistado por tu fulgida intelligenza….ehm”
“allora dedico mi gollazos a los tifosos che me amano”
“cazzo, questo è più intelligente degli altri, ha capito subito…gli altri ci mettono anni”
“Tu mi dici quello che devo fare ed io lo faccio”
“Merda, ha già imparato l’italiano e parla come Pino la lavatrice, questo vince il pallone d’oro”.
“Chiedo l’adeguamento del contratto, una villa al mare e zoccolas a go go”
“Ok, chiama quel ciccione ingordo del suo agente, questo lo rifiliamo agli sceicchi per la prossima stagione, non sappiamo se è davvero bravo…ma è intelligente e di uno così non sappiamo che farcene”…

Il mistero della coscienza

Coscienza è un termine che usiamo frequentemente e senza piena consapevolezza. “sei un incosciente”, rimorde la coscienza” ha perso coscienza”… ci siamo mai chiesti cosa significhi davvero?
Fa parte di noi? Nel senso che la sua sede è in qualche zona del nostro cervello? Secondo gli scienziati non è così, neanche loro hanno capito cos’è e dove si trova.
Ma se volessimo definirla come lo faremmo? La coscienza è ciò che ci rende umani e ci distingue da tutte le altre specie e le cose animate e inanimate. Le sostanze di cui siamo fatti, noi o una pietra, non sono molto differenti. Noi come loro siamo fatti di atomi e molecole, idrogeno, ossigeno, carbonio e roba simile, ma la differenza tra me ed un sasso è appunto la coscienza, la consapevolezza di essere qualcosa di più, la consapevolezza della nostra esistenza e di un ruolo conseguente, altrimenti saremmo stati come tutto il resto…incoscienti.
Ma ogni parola per definirla ci porta comunque fuori strada ed individuarla compiutamente è un’impresa disperata anche per il più preparato degli scienziati. Allora cos’è? Si è accertato che anche in pazienti con elettroencefalogramma piatto o in coma la coscienza continua ad esistere, così come continua ad esistere durante il sonno mentre sogniamo…non potremmo sognare senza una coscienza, ma allora cos’è? E’ una sorta di trucco, un’illusione che una parte del cervello fa all’altra?
Voglio azzardare una definizione personale basata sull’esperienza. La coscienza, quella vera, diversa dalla mente razionale che ci tormenta sempre, è in qualche modo la consapevolezza di esserci, di essere presenti a noi stessi in un determinato momento. La facoltà di ascoltarsi, di tenere alta quell’attenzione che ti porta a percepire qualcosa che nello stato normale di quotidianità ti sfuggirebbe.
La vita quotidiana in qualche modo è paragonabile a quello che le cellule del nostro corpo fanno ad ogni istante senza che noi si dica loro cosa fare: respirare, digerire, purificare il sangue, combattere gli invasori del corpo e tutte le miriadi di funzioni fisiologiche che avvengono in automatico senza che noi ci si renda conto. Così, al giorno d’oggi, la maggior parte delle persone vive “in automatico”: si alza, si lava, va al lavoro, guida l’auto, mangia, parla, dorme e fa sesso, il tutto in modo automatico senza essere presente a ciò che fa. Il pensiero, di solito, mentre facciamo tutte quelle cose, va al passato o al futuro e quindi a rimpianti o preoccupazioni, nella migliore delle ipotesi a progetti.
Basta questo per dire di avere una coscienza? Secondo me no; essere coscienti significa  appunto essere presenti a se stessi in un determinato momento e noi non lo siamo quasi mai. Fateci caso.
Quelle volte che riusciamo a dare ascolto alla nostra coscienza personale, e solo in quel momento, riusciamo ad avere idee, intuizioni, sprazzi di genio che non potrebbero mai capitare mentre si bestemmia imbottigliati nel traffico.
Siamo riusciti a creare computer che fanno miliardi di operazioni in un secondo, noi non ci riusciremmo (a stento riusciremmo a fare una banale divisione), ma né ora né mai si riuscirà a creare un’intelligenza artificiale che abbia una coscienza. Tutto ciò che facciamo “in automatico” potrebbe essere fatto da un qualsiasi robot (tranne il sesso, ok, ma quello è un discorso a parte), ma un robot non potrà mai avere coscienza di se stesso. Ed è qui il segreto.
Ma allora che cos’è davvero? perché siamo gli unici esseri che apparentemente ce l’hanno?
Il libro dell’immagine di testa, di un noto filosofo americano, cerca di dare una risposta a questo impossibile interrogativo, ma ognuno dovrebbe essere tenuto a dare la sua, cercando di essere…cosciente.

Caso & caos

Che cosa è il caso? Qualcuno ha raccolto sotto questa definizione tutto ciò a cui non riusciamo a dare una spiegazione. Ne deduco che, siccome in questo mondo non riusciamo a dare spiegazioni plausibili quasi a nulla, allora tutto il mondo è governato dal caso. Verità troppo scomoda?
Quando ci accade qualcosa che sembra non abbia senso, davvero è frutto di una coincidenza senza apparenti ragioni? E’ un quesito che mi sono sempre posto ma pensate alle conseguenze della risposta.
In caso affermativo non dovremmo mai preoccuparci delle nostre azioni perché saremmo in balìa di un destino capriccioso che non è possibile governare e prevedere. Spesso passiamo la vita intera a fare progetti che poi non si avverano, oppure incappiamo in malanni fisici, brutti incontri, eventi avversi e diamo sempre la colpa al caso.
Diciamo che quest’ultimo forse è l’oppio che ci è stato dato per non impazzire, perché se così non fosse ed il caso non esistesse sarebbe davvero un bel casino per la nostra già fragile mente.
Caso è la parola magica che persino i più eminenti scienziati, che ad esso proprio non dovrebbero credere, usano per celare una verità sgradevole: la nostra ignoranza assoluta su come funzionano davvero le leggi dell’Universo.
Quando non abbiamo risposte evochiamo il caso allo stesso modo con cui gli antichi evocavano dei o numi per dare risposte a fenomeni inspiegabili piuttosto che riconoscere la propria ignoranza abissale.
Forse non a caso (perdonate il gioco di parole), il termine caos è composto dalle stesse lettere e da caso a caos il passo è breve.
Ma caos è una parola che inquieta, trasmette un’idea di confusione assoluta, genera panico. Caso è certamente più elegante, più rispettosa, tutti le si sottomettono mentre al caos si cerca di reagire con l’ordine. A nessuno verrebbe in mente che in fondo sono sinonimi.
Il caso è un pesante velo steso sul gigantesco disegno dell’universo, impossibile da sollevare per la nostra limitata conoscenza, non per nulla il termine deriva dal latino “casus”, che significa caduta, è il nostro Dio pagano quando siamo costretti ad accettare qualcosa che non ci piace. Se quel qualcosa ci piacesse gli avremmo dato il nome di “fortuna” ma il personaggio è sempre lui. Un attore poliedrico delle nostre vite che spesso si fa chiamare anche destino.
Jung è stato l’unico a spingersi un po’ oltre, a cercare di sollevare a fatica quel velo di ignoranza ed ha dato un altro nome al caso. Ha parlato di sincronicità, una maniera elegante di affermare, attraverso le vie un po’ contorte della psicanalisi, che certe manifestazioni della realtà sono dovute a qualche misteriosa ragione presente nelle leggi dell’Universo, smentendo l’esistenza del caso.
Il regista e scrittore svedese Kay Pollak, nel suo libro “Nessun incontro è un caso”, lo descrive con queste belle parole:
“Immaginate che nessun incontro fra le persone sia casuale. Immaginate che ogni persona che incontriate sia mandata per uno scopo. Quando questa idea mi attraversò la mente per la prima volta la mia reazione fu di dubbio. Impossibile, pensai, chi mai potrebbe organizzare tutti questi incontri? Ma, a poco a poco, sperimentai, come questo pensiero rendesse straordinariamente e tangibilmente più gratificante procedere nel cammino della vita. Infatti, un buon numero di incontri, sia con persone che già conoscevo che con sconosciuti, diventò più eccitante, talvolta quasi inebriante! Immagino che chiunque io incontri mi sia mandato per uno scopo. Incomincio a pensare e a credere decisamente che sia così e questo pensiero rende la vita più divertente e piena di significato. Se riguardate alla vostra vita passata, potete constatare che ogni persona che avete incontrato – ogni singola persona – ha contribuito, a suo modo, a farvi essere quello che siete oggi. Ogni incontro che avete fatto, nei modi più svariati, ha messo in evidenza qualcosa di voi. Perché non provate a pensarci? Prendetevela con calma e rimanete per un po’ in compagnia di quest’idea. Chiunque io incontri mi è mandato per uno scopo. Leggete attentamente. Posso e voglio imparare dagli altri. Essi esistono per insegnarmi a crescere”.
Rinunciare al caso, da parte degli esseri umani, significa rinunciare alla propria libertà di azione, in quanto si dovrebbe di conseguenza ammettere l’esistenza della nostra responsabilità, sia pure “colposa”, in tutto ciò che facciamo, in tutte le scelte che compiamo, assumendocene tutta la responsabilità. E questo non è comodo, quindi se qualcosa va storto non è mai colpa nostra, ma colpa del caso…ci rassegniamo e continuiamo a dormire tranquilli nella beata ignoranza. Domani è un altro giorno, chissà cosa mi riserverà il caso…
Forse è proprio vero allora che il caso è un ordine da decifrare, come diceva Josè Saramago…
E forse non state leggendo questo per caso…

Biografie

Chi non è mai stato affascinato dalle biografie? Chiunque sappia leggere ha sicuramente voluto saperne di più sulle personalità che hanno fatto la storia, coloro che, nel bene o nel male, hanno cambiato il mondo ed il corso della vita della gente. Menti illuminate, profeti, eroi, generali e presidenti di nazioni, imperatori o gente comune che in qualche maniera ha lasciato il segno su miliardi di persone.
Fino a qualche tempo fa nel settore biografie di una libreria o biblioteca che si rispettasse potevi trovare libri che raccontavano le debolezze e gli aspetti nascosti della vita di Napoleone, Marco Aurelio, Giulio Cesare, Aristotele, Alessandro Magno, sino ad arrivare ai giorni nostri attraversando i secoli ed arrivare a JFK, Steve Jobs, Nelson Mandela, Hitler, Stalin, Einstein e così via.
Di recente il livello è un pò scaduto ed anche le biografie hanno iniziato a rispecchiare il decadimento dei tempi. Non più generali di armate, feroci dittatori, martiri o Presidenti di nazioni. Hanno iniziato a farsi avanti le star dell’effimero, coloro che non hanno letteralmente fatto un cazzo per cambiare il mondo ma che rispecchiavano l’abisso di ignoranza e pochezza in cui il mondo stesso è precipitato.
Niente più martiri, santi, eroi… il popolo bue ha perso interesse per certe icone, le quali, a dire la verità, sono anche scomparse dal panorama storico per lasciare il posto ad attori, attrici, calciatori e sportivi in generale.
Ok, non c’è nulla di male per chi ha voglia di scoprire come è morta Marilyn Monroe, a chi vuole conoscere il carattere di John Mc Enroe o Andre Agassi, in fondo anche loro sono state leggende nel loro settore di competenza anche se non hanno cambiato il mondo.
Poi arriviamo ai tempi odierni ed ecco che l’orrore delle biografie libresche tocca un fondo che non può essere superato.
Gente che neanche sa parlare la sua lingua (parlo dell’italiano per appartenenza etnica) si cimenta nella scrittura che è cosa sacra. Scrivere un libro è comunicazione, trasmissione di concetti e pensieri che raggiungono un numero infinito di persone, è una responsabilità che va usata con cautela.
Oggi in testa alle classifiche di vendita chi ci trovate? le biografie di Totti, Marchisio, Buffon, insomma carneadi che non hanno molto di più da raccontare che se scrivesse una biografia la signora Immacolata, portinaia di uno stabile di Bari.
Eppure vendono, le persone li leggono anche se è chiaro che non li hanno scritti loro perchè neanche azzeccano due congiuntivi di fila.
Lo spunto mi è venuto perchè proprio oggi ho letto che un calciatore strapagato dell’Inter ha scritto a 23 anni una biografia che ha scatenato critiche tra tifosi forse più ignoranti di lui.
Mi chiedo e vi chiedo? Ma come cazzo si fa a scrivere una biografia a 23 anni quando sei nessuno e la vita ancora deve iniziare? Ma il peggio è per i poveracci che spendono soldi per questo…per certa gente è sicuro che non c’è alcuna speranza di evoluzione.
Aridatece baffone….

Viale del tramonto

Siamo alla canna del gas, è ufficiale. Ormai anche gli inossidabili miti di Hollywood vivono tempi di crisi nera e si sono ridotti a fare i lavori più umili.
Quelli che fino a pochi anni fa erano le icone sexy per milioni di persone in tutto il mondo, persone invidiate con cachet miliardari per ogni film girato, quelli che hanno fatto sognare milioni di donne in tutto il mondo, oggi accettano “pochi spiccioli” dalle aziende per fare la parte dei coglioni in spot pubblicitari demenziali.
Noi tutti stiamo seguendo in questi ultimi mesi la tristissima fase terminale della carriera di un “macho” come Bruce Willis che, dopo ruoli indimenticabili in film d’azione e drammatici, ha accettato di farsi prendere per il culo come un minorato mentale pronunciando frasi in un italiano sconnesso che neanche un lobotomizzato riuscirebbe a replicare così male.
La cosa più triste è che viene sistematicamente paraculato da quel cicciobombo che gli fa da spalla mentre lui ride beato come se non si rendesse conto dove si trova e chi ce l’ha portato in quel posto a girare quegli spot. Vede un po’ di figa in giro e sorride, forse ormai si accontenta di poco.
Chiunque abbia visto all’opera John McLane nei vari “Die Hard” non può non aver avuto un conato di vomito nel vedere gli spot Vodafone.
Ma perdio, Bruce, almeno fai uno spot come Rocco Siffredi, che, con la sua “patatina” è rimasto fedele al suo campo lavorativo per non deludere i suoi fans, non puoi, seppure strapagato, fare la figura del cazzone in quel modo…hai anche tu dei figli che ti staranno guardando…
Il buon Clooney almeno ha avuto il buonsenso di non cadere così in basso. Anche se ci mette la faccia per un misero caffè, continua a parlare nella sua lingua senza risultare ridicolo a cimentarsi in un idioma non suo ed ha come spalla Joe Black e donne di un certo livello, non certo il coattone che hanno appioppato al vecchio Bruce.
Altri tempi, non c’è che dire. Un mito del “machismo” hollywoodiano come Clint Eastwood avrebbe sparato a chiunque gli avesse proposto una pubblicità del genere e si sarebbe fatto evirare piuttosto che urlare “Non c’è campo! dov’è campoooo?”. Vergogna!
E che dire di Antonio Banderas che parla con le galline? Che dopo aver girato film con un mostro sacro come Antony Hopkins (che gli avrà tolto il saluto) e molti altri, si è ridotto a sfornare pane e biscotti in uno spot che rasenta il comico e che ti fa vergognare per lui?
Non si salva neanche Kevin Costner che finge di essere un appassionato di tonno e si ingozza di qualcosa che neanche sa cos’è.
Viene da rimpiangere il vecchio Ernesto Calindri che, facendo la pubblicità di un amaro molti anni fa, seduto ad un tavolo in mezzo al traffico, diceva: “Fermate il mondo! Voglio scendere.”