Mese: luglio 2015

Una favola moderna

Altra favoletta di qualche tempo fa…un’interpretazione personale

gecolife

Nel paese di Belgioioso vivevano due vicini di casa molto diversi tra loro. Il signor Massimo Cicala ed il signor Aurelio Formica, coetanei ed entrambi single.

Massimo viveva una vita molto godereccia, amava dare feste, ascoltare musica ad alto volume, bere buon vino, accompagnarsi a molte donne e vivere notti brave, finendo per alzarsi tardi al mattino, forse con un pò di mal di testa ma sempre con un gran sorriso sulle labbra ed una gran voglia di vivere la sua vita così come se l’era scelta. Aurelio lavorava dalla mattina alla sera, non si concedeva distrazioni, sempre attento al cibo, non fumava, non beveva, insomma nessun vizio ed una vita ordinata aspettando la donna della sua vita con cui mettere su famiglia. Forse li accomunava solo il mal di testa al mattino, ma per il resto non potevano avere uno stile di vita più diverso.

Quelle volte che si…

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Facile…difficile

Ribloggo un mio vecchio articolo quando scrivevo solo a me stesso…

gecolife

Spesso si tende ad affermare nella vita che le grandi soddisfazioni, le quali danno il più alto senso di benessere alle persone, vengono dalla difficoltà delle azioni che si compiono. Più un’opera è difficile, maggiore è la soddisfazione che ne deriva.

Davvero è sempre così? Il discorso regge allorquando si tratta di creazioni materiali o competizioni sportive. Concludere una maratona è più difficile che correre per 5 o 10 chilometri; scrivere un libro è senza dubbio più impegnativo che scrivere un articoletto di giornale, e la soddisfazione che ne deriva cresce di conseguenza.

Ma se spostiamo il discorso su noi stessi e sui comportamenti che ci potrebbero portare enormi benefici, malgrado all’apparenza sia la cosa più facile del mondo, dipendendo dalla volontà, tutto invece si complica, e non poco. Pensiamo alle cattive abitudini di cui siamo consapevoli che faremmo bene a limitare o sopprimere, del tipo fumare, bere o mangiare…

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La recita

Recitiamo di continuo. La vita è una grande commedia (o tragedia a seconda dei punti di vista) in cui indossiamo sorrisi, lacrime ed altri invisibili abiti di scena. Lo facciamo per esprimere desideri, pensieri e sentimenti, veri o falsi che siano. Lo facciamo per prevalere sugli altri in una lotta assurda senza ragioni.

Ed abbiamo bisogno del corpo per farlo, con il contorno del linguaggio. Entrambi strumenti fragili che mostrano le crepe della nostra debolezza.

Siamo perennemente divisi tra interiorità spirituale ed esteriorità corporea, cerchiamo disperatamente di essere autentici o di sembrare tali, con il risultato che non riusciamo mai veramente ad essere noi stessi.

Il palcoscenico del teatro su cui recitiamo la nostra parte è il mondo intero e sembra quasi che, per concederci un intervallo a questa recita “a braccio” e senza copione, il nostro regista ci abbia concesso il sonno.

Le rappresentazioni sono le più varie. Vi è la recita amorosa, l’ingannevole attimo dell’amore che ci fa credere di incrociare uno sguardo sincero, il tocco di una mano che ci desidera, un regalo che non pretende di essere ricambiato. Ma anche lo sguardo più innamorato nasconde una qualche dissimulazione ed è questo suo perenne sfuggirci a rendere l’amore così interessante e così triste. Il poter immaginare la perfetta armonia tra corpo e spirito nell’estasi dell’amore fa di noi gli animali che sperano invano, gli esseri più imperfetti del creato.

Persino la morte, il più tremendo degli shock, è occultato con la recita, con un enorme sforzo di autocontrollo, stemperato in riti sociali densi di consolidate formalità.

Oggi non si fanno più progetti di vita stabili che consentivano, un tempo, più spazio alla libertà di essere se stessi. Prima il figlio del droghiere diventava droghiere a sua volta, il figlio del carabiniere aveva un analogo destino nell’Arma e così via. La vita forse era più noiosa, ma più vera. Ma non è sempre stato questo il prezzo da pagare alla tranquillità?

Oggi è tutto cambiato, la recita e la dissimulazione la fanno da padroni. La competizione è diventata molto più aspra. Si è imparato che il successo è di chi ha i riflessi pronti e la mente adattabile, di chi sa fingere e bluffare, di chi sa resistere al destino che da sempre dissemina le nostre strade degli ostacoli più imprevedibili.

Ed ecco che si ha il trionfo dell’autorappresentazione, del mascheramento, dell’impiego strategico del corpo. Astuzia e malvagità sono diventate necessarie per potersi inserire con successo nel moto perenne degli oscuri rapporti di potere.

Dunque cos’è la vita? Un campo minato.

Cos’è la finzione? L’imprescindibile condizione dell’ascesa sociale.

Cos’è l’amore? Il più meraviglioso di tutti gli inganni.

Supercazzola

Tra gli infiniti problemi che affliggono la società di oggi credo ce ne sia uno che, meglio di tanti altri, rappresenta lo specchio della crisi interpersonale. Riguarda la comunicazione.

Da Petrolini ad Ugo Tognazzi con la sua divertentissima “supercàzzola” il linguaggio incomprensibile è sempre stato oggetto di parossistiche prese per il culo, ma in realtà ci troviamo a fare i conti con questa realtà quotidianamente per cose molto più serie.

Il “linguaggio tecnico” è una maledizione antica che invade ogni settore, ogni disciplina ed addirittura ogni genere di età, come se, in qualche modo, parlare “in gergo”, ti faccia sentire appartenente ad un gruppo piuttosto che a un altro, ma soprattutto, e questa è la jattura peggiore, per escludere gli altri che non appartengono alla tua casta.

In effetti è un problema vecchio quanto il mondo. Fin dai tempi più antichi si recitavano formule magiche e vari “abracadabra” per far colpo sul popolo da parte di finti stregoni ed azzeccagarbugli vari, fino ad arrivare ai nostri giorni in cui manager, agenti di borsa, politici, avvocati e primari ospedalieri, preferiscono usare termini incomprensibili alla gente comune.

Il linguaggio specializzato paga, da un’aura di importanza ed aumenta il potere di chi lo usa. Non esiste al mondo gruppo, associazione o confraternita che non abbia un suo linguaggio tecnico. Ma oggi credo si stia esagerando.

Abbiamo tanti problemi di comunicazione, il mondo virtuale ci ha allontanati, se ci aggiungiamo un linguaggio che ci isola, allora le cose si complicano sul serio.

Che sia linguaggio specializzato o gergo giovanile gli “altri” vengono di solito tagliati fuori.

Se un diciottenne milanese dice a sua madre “Stasera sciallo mà…esco con la cumpa a tazzare a Santa, lo avvisi tu il vecchio che prendo la Merce?”, la povera genitrice ha due alternative:

1) Far finta di aver capito e sparare la solita, inutile raccomandazione di stare attento e tornare presto, che è l’opzione di solito più seguita per evitare inutili mal di testa;

2) Cercare di approfondire la sibillina frase che per lei equivale più o meno al cinese mandarino. In quest’ultimo caso si trova a dover analizzare almeno sei termini che, nel contesto della frase, non le fanno capire una cippa. Finisce così che pensa che il figlio abbia freddo, prenda uno scialle, che esca con una tipa nuova dal nome “Cumpa” (dopo l’ultima che si chiamava Sherazade ormai non si meraviglia) con cui condivide l’hobby della ceramica sacra e deve avvisare il nonno (credente appassionato di bricolage) che gli sta sottraendo dal garage gli attrezzi di lavoro per fare tazze a questa non specificata Santa… Anche la madre più ottusa capirebbe che c’è qualcosa che non va…

Ma, solo per fare un esempio, passiamo in aereoporto. Se si deve annunciare un ritardo nelle partenze, l’altoparlante fa questo annuncio: ” A causa del ritardato arrivo dell’aereomobile, il volo AZ 3758…ecc”. Ma chi cacchio ha redatto un simile annuncio?. Quel tizio vorrei sapere se, quando parla con sua moglie, usa lo stesso linguaggio…

“Concettì, domani devo andare a Roma, prendo l’aereomobile delle 9,50” Ma vaffanculo! Lui dirà “aereo”, ma ai poveri utenti verrà propinata la parola “aereomobile”, i quali si vedranno in difficoltà a protestare per il ritardo per la soggezione…ma che cazzo capisci tu di ritardi, che già fai fatica a capire cos’è un areomobile? E ringrazia il cielo che ti abbiamo pure avvisato!

Oppure, al TG, si consiglia, “da parte delle autorità sanitarie, di evitare il consumo di mitili a causa di possibile contagio di escherichia coli”. Ma chi cazzo lo capisce? Non è più semplice dire di evitare di mangiare le cozze perchè si possono contrarre malattie intestinali rischiose?

Ancora, “Operazione di polizia che ha consentito di stroncare un traffico di sostanze stupefacenti grazie all’ausilio delle unità cinofile”. Vai a chiedere ad un pensionato di Andria cosa sono le unità cinofile…e spiegagli che sono cani…quello risponde: “Madù…io teng un’unità cinofila da dieci anni e neanche lo sapevo”…

Per non parlare di medici, avvocati o politici, per cui la temperatura corporea è la febbre, le escussioni dei testi sono semplici domande, ed il problema del debito pubblico è il risultato di quello che si sono fregati in anni di governo.

Io li frusterei fino a quando non pronunciano correttamente queste ignobili cazzate.

Il guaio è che gli specialisti del sapere temono che un’eventuale semplicità di espressione possa essere scambiata per ignoranza. E’ gente che non ama il prossimo e che tiene alla propria immagine più di quanto non tenga alla divulgazione del sapere.

Adesso vado perchè ho un’impellente minzione…in altre parole mi scappa la pipì…

Un senso

Credo che ci sia una domanda che tutti gli esseri umani si siano posti almeno una volta nella vita. Riguarda il senso di quest’ultima. Malgrado sia una domanda tanto comune, è destinata, il più delle volte, a rimanere tale perchè nessuno può pretendere di avere una risposta. Ed allora ti fai la domanda e ti dai la risposta, ma poi ti senti come Marzullo e ti vergogni a dire al mondo che fai pensieri simili e ributti il tutto nello svuotatasche del cervello, dove ci sono tutte le chiavi della vita, ma sono troppe e non sai più qual’è quella che apre il portone principale.

Pochissime menti eccelse hanno avuto il coraggio di esternare un tentativo di risposta e, se lo hanno fatto, è stato perchè avevano le “spalle coperte” da un curriculum di tutto rispetto. Da Socrate fino ad arrivare a Freud, Fromm, Einstein e Dostoevskij ognuno ha detto la sua.

Tu le leggi e cerchi di scoprire se quella chiave griffata si adatta alla tua serratura ma non potrebbe funzionare così perchè ognuno ha la sua. Solo che la vita le ha mischiate ed è questo il vero casino. Il destino beffardo può aver dato a Mario Rossi la chiave di Einstein e viceversa.

Personalmente non sono nessuno rispetto a cotanti geni ma in questo contesto ristretto mi azzardo a dire la mia.

Evitare il quesito equivale a lasciarsi andare, a vivere una vita preconfezionata dalle mode e dai costumi, dai piccoli litigi, dalle invidie, dagli odi, dalla filosofia “dell’io sono migliore di te”, dall’identificarsi con modelli di furbizia e di bellezza che alla fine sono soltanto nella tua testa perchè qualcuno ce li ha messi, ma non sono i tuoi. Resti uno dei tanti fantocci.

Il senso della vita è estorcere felicità a se stessi, nuotare controcorrente come i salmoni, cercare il tuo sentiero vero tra i milioni di strade che ti si pongono davanti ogni ora. E’ un gioco al rilancio, dove devi avere sempre un asso da giocare, e se non ce l’hai devi bluffare e far credere di averlo.

E’ un puzzle che ti hanno consegnato in scatola quando sei nato, coi pezzi mischiati, e tu devi mettere tutti al loro posto se vuoi capire cosa raffigura l’immagine, altrimenti ti giochi il tuo giro invano.

Ci vuole pazienza, non è un gioco per istintivi che non sanno guardare oltre quello che gli succede al momento. La vita non è azione e reazione immediata, è chiedersi il perchè. E la risposta potrebbe arrivare subito, tra un mese o tra anni, non puoi saperlo. le cose lente, in fondo, sono le più belle. Bisogna saper aspettare.

Il senso della vita è trovare un senso in tutto ciò che senso sembra non averne, è non chiedersi mai perchè, proprio perchè chiederselo è il modo migliore per rovinare un miracolo. E’ accettare il buio con un sorriso che nessuno vede. E’ dare al tempo il valore che vuoi tu, non quello che ti dice l’orologio, perchè un giorno dura un’ora quando sei felice ed un’ora può durare un giorno quando sei triste.

Il senso della vita è camminare ed andare avanti e per questo non ti servono le gambe; ci sono persone che vanno a mille su una sedia a rotelle ed altre che restano immobili anche se corrono i 100 metri in 10 secondi netti.

Il senso della vita, in fondo, è solo una questione di punti di vista, e sono questi ultimi che creano le nostre abitudini, le quali, a loro volta, creano noi, in un circolo vizioso dal quale non riusciamo ad uscire.

L’ABC della felicità

Premetto che è la prima volta che mi cimento in questo esercizio per dar seguito ad una delle nomine che mi è pervenuta, ma ritengo che l’argomento meriti una certa considerazione, in quanto trattasi dell’araba fenice che tutti cercano ma che nessuno sa dove trovare.

Un argomento concreto ed ambito ma etereo e sfuggente come il sole che si affaccia tra le nuvole…e credi che il tempo volga al bello, invece riprende a piovere. E quando esci con l’ombrello ti accorgi che non serve più, perchè non avevi capito niente. Ti sembrava una cosa ed il cielo ti ha risposto in altro modo. E’ un pò la metafora della vita.

Le definizioni della felicità sono soggettive, ce n’è una per ogni essere umano, come le impronte digitali o come la definizione dell’amore perchè hanno tratti in comune la felicità e l’amore. Gli ostacoli alla felicità sono nella nostra mente, non nel mondo e forse la felicità è quando, in un determinato momento, non cambieresti nulla della tua vita.

La felicità forse è il motore della nostra esistenza, è la possibilità che diamo a noi stessi di essere ciò che siamo davvero e la possiamo scorgere anche nelle difficoltà che siamo in grado di superare. Sono le cose che ti strappano un sorriso da quando ti svegli a quando ti addormenti. Felicità è un attimo, l’aver messo il punto ad un lavoro difficile, sospirare soddisfatto alla fine di un libro o di un film, ti passa davanti veloce e devi saperla cogliere perchè non sai quando tornerà. E’ ripetibile ma non durevole, dove tutto è dove deve stare, è equilibrio, armonia, nelle cose e con le persone che ti sono vicine.

E’ un sorso di acqua fresca quando hai sete, è il primo squillo del telefono quando aspetti una chiamata, una parentesi che si può chiudere subito, un goal della tua squadra del cuore a tempo scaduto, nel profumo di un fiore, nel canto dei grilli in una notte stellata, che si assapora a piccole dosi. E’ la notizia che aspetti un figlio, è la smorfia di quel figlio quando ti guarda per la prima volta e sorride, è un complimento, un perdono, un parcheggio libero in pieno centro, un abbraccio, la stanchezza dopo una notte di lavoro duro…la felicità è tutto e niente. La felicità va condivisa con chi ci sta a fianco ma va fatta sussurrando perchè pare che la tristezza abbia il sonno leggero.

Venendo alla mia personale interpretazione del suo ABC, direi:

Accettazione: la felicità credo parta da questa rara capacità umana. Accettare se stessi e la vita con tutto ciò che offre. Accettazione da non confondere con rassegnazione. Sai benissimo che ci saranno alti e bassi, gioie e dolori. Nessuno è esente da questo movimento ondulatorio dell’esistenza. Riguarda belli e brutti, grassi e magri, poveri e ricchi, santi ed assassini. La felicità umana è un attimo fuggente ma la pace interiore può essere un traguardo stabile ed infatti non è un caso che nel corso dei millenni, a partire da Buddha, tutte le persone illuminate hanno puntato alla pace interiore, non alla felicità.

Benessere: inteso nel senso di ottimismo. Guardiamo la vita tutti con gli stessi occhi ma abbiamo tutti occhiali diversi. Chi non vede l’attimo vicino, chi non riesce a vedere il lontano futuro, chi ha lenti così scure che vede tutto nero ma nessuno pensa a togliersi gli occhiali e guardare il mondo con i suoi occhi, perché così forse capirebbe il suo concetto di felicità.

Consapevolezza: la felicità sta nella consapevolezza del momento. Potrebbero passarti accanto attimi di felicità, ma se non ne hai consapevolezza andrebbero sprecati come pioggia nel mare. Consapevolezza è non fare scelte, perchè la scelta porta con se il conflitto. Chi è costretto a scegliere è confuso e quindi vive un conflitto. La consapevolezza è scelta di ciò che è, senza alternative. Solo questo può darti la felicità senza il rischio di rimpianti.

Non faccio nomine ma lascio aperta a tutti la strada di una risposta…

Ventriloquo

Daniel era un noto ventriloquo. Si era esibito sui più famosi palcoscenici del mondo insieme al suo pappagallo di pezza a cui aveva dato il nome di Gonzalo e gli faceva dire tutto quello che voleva senza che nessuno si accorgesse che il suono delle sue parole veniva dal suo diaframma invece che dalla bocca di Gonzalo che si apriva e si chiudeva, ovviamente manovrata da lui.

Questo sdoppiamento del suo volere, tra atto fisico ed effettiva volontà, lo aveva sempre stupito ed affascinato, al punto che non si rendeva conto nemmeno lui di come fosse possibile questo tipo di dialogo scisso tra la sua mente ed i suoi pensieri da una parte e l’uccello finto dall’altra, che, suo malgrado, era diventato il protagonista di tutti i suoi spettacoli.

Fu durante la lettura di un libro di Alberto Moravia, ” Io e lui”, che gli avevano regalato ad un compleanno, che a Daniel venne un’idea balzana. Si chiese se questo tipo di dialogo potesse funzionare anche al contrario, sfruttando le sue capacità. Per sperimentare questa teoria doveva instaurare un dialogo con una parte di se stesso, non poteva essere altrimenti, e quindi se funzionava con Gonzalo che era il suo uccello finto, Daniel si chiese se poteva dar voce al suo uccello vero che fino ad allora lo aveva sempre in un certo senso guidato ma a cui non aveva mai dato voce autonoma.

Aveva sempre avuto sane ed irrefrenabili pulsioni sessuali con le molte donne con cui aveva avuto a che fare, niente di anormale, ma quando gli si paravano davanti sperimentava, a livello inconscio, quella sensazione di sdoppiamento che era solito mettere in scena nei suoi spettacoli dando voce a Gonzalo. Si rendeva conto che i suoi pensieri e desideri non corrispondevano affatto a quello che veniva espresso dalle sue parole nei dialoghi con il gentil sesso, così mentre si trovava a pensare ” hai delle tette da urlo, ci perderei le ore a toccarle”, si trovava a parlare di situazioni familiari o del senso della vita cercando frasi ad effetto che potessero colpire la sua interlocutrice. A volte funzionava, altre volte no.

Fu così che un bel giorno decise di effettuare un esperimento, forte delle sue doti professionali, e quindi si concentrò nel dar voce al suo uccello nel dialogo che gli fosse capitato con la prossima ragazza con cui sarebbe uscito. Per entrare completamente nel ruolo, si vide costretto a dare un nome al suo pisello. Se funzionava con Gonzalo, avrebbe dovuto senz’altro funzionare con lui, e chissà cosa sarebbe successo.

Era curioso ed emozionato, quindi decise di ribattezzarlo Cirillo, in nome del suo bisnonno che gli avevano raccontato fosse morto durante una scopata con una donna inglese in tempo di guerra…non aveva mai saputo se fosse verità o solo una leggenda familiare, ma gli faceva comunque piacere dedicare quella nuova impresa al suo sconosciuto e leggendario parente.

Dato che non poteva arrivare impreparato all’appuntamento, si esercitò per intere giornate a dar campo libero a Cirillo senza che i di lui pensieri fossero filtrati dalla mente conscia di Daniel. Con sua incredibile sorpresa scoprì che Cirillo aveva in effetti un cervello, una volontà, o comunque lo si voglia chiamare, tutto suo che dialogava in qualche modo con l’effettivo cervello razionale di Daniel, solo che quest’ultimo, per consolidata abitudine, poneva una stretta censura a tutto quello che veniva fuori dai pensieri lascivi di Cirillo, i quali, inevitabilmente, non avevano voce propria, ma restavano confinati nell’inconscio di Daniel confusi con quelli della sua coscienza.

Finalmente arrivò la sera tanto attesa per il rivoluzionario esperimento, in cui il ventriloquo aveva imparato a lasciare campo libero a Cirillo senza frapporre i filtri automatici della ragione derivanti dai suoi pensieri dettati dalle regole su come ci si dovesse comportare in determinate situazioni.

Se funzionava avrebbe scoperto un mondo, se non fosse andata bene avrebbe fatto un buco nell’acqua ed avrebbe preso un bel due di picche. Non sarebbe stata la prima nè l’ultima volta, quindi…pazienza.

Proprio per non avere rimpianti su un’occasione sprecata decise di tentare con una ragazza che aveva conosciuto qualche anno prima e che aveva incontrato saltuariamente senza che fosse mai successo nulla. A dire il vero non era proprio niente di speciale ma quella sera si sentiva come Enrico Fermi quando doveva dimostrare che anni di studi sulla bomba atomica potevano funzionare veramente per cambiare il mondo.

Prese contatti con la cavia prescelta, Elena, e fissò un appuntamento a cena utilizzando ancora la testa di Daniel quantomeno per l’organizzazione logistica dell’incontro. Una volta di fronte alla sua interlocutrice, avrebbe lasciato campo libero a Cirillo e sarebbe stato a vedere cosa sarebbe successo.

L’appuntamento era alle 20,30 al ristorante “Sakamoto”, il miglior giapponese della città. Cirillo, come location, non si sarebbe accontentato di nulla di meno per il suo esordio nell’approccio con una donna. Si salutarono con circostanza e presero posto a sedere. In quel preciso istante, Daniel iniziò a ad usare la sua bocca, oltre che per gustare l’ottimo cibo, anche per dar campo libero e voce a Cirillo. La sua mente, almeno per quella sera, poteva essere compiaciuta spettatrice di tutto quello che sarebbe successo.

Il buon Cirillo non poteva certo attingere ad argomenti elaborati e culturali alla pari del cervello di Daniel quindi partì in quarta con il sesso in cui invece era un maestro. A dire il vero non lo fece in modo volgare ed aggressivo, ma dimostrò invece di possedere un notevole savoir faire unito ad adeguata spregiudicatezza. Argomenti eleganti e diretti conditi da complimenti sull’aspetto fisico di Elena che dimostrava di apprezzare molto le attenzioni.

Tutti i segnali corporei della ragazza stavano a dimostrare che l’argomento, accompagnato dai complimenti, la intrigava alquanto. Iniziò con l’attorcigliarsi ciocche di capelli, continuava a toccarsi il collo, a giocare con l’accendino di Daniel, fino ad arrivare a fare gesti inequivocabili con il dito sull’orlo del bicchiere.

Daniel era davvero stupito su come le donne si lasciassero intrigare molto di più dagli argomenti diretti del cervello nascosto degli uomini rispetto a quello ufficiale che spesso commetteva errori imperdonabili. Del resto Cirillo non mentiva mai e questa era una dote che le donne apprezzano molto, mentre dimostravano di accorgersi da minimi dettagli quando lo stesso uomo cercava di prenderle per il culo.

Cirillo, in quel momento, gli stava dando una lezione di vita ottenendo risultati di molto superiori ad ogni sua più rosea aspettativa. Più volte la sua mente conscia si era trovata in disaccordo sulla temerarietà degli assunti cirillici e lui si era trovato umoristicamente a pensare che fossero proprio degli “argomenti del cazzo” ma continuò a lasciarlo fare, in fondo l’esperimento doveva concludersi fino alla fine.

Giunti alle ultime battute della cena, allorquando era arrivato il momento di decidere se e come proseguire la serata, Cirillo manifestò, per bocca di Daniel, la volontà di un pò di appassionata intimità per “andare più a fondo in quella meravigliosa conoscenza” che aveva avuto luogo in quelle ore, accompagnata da un buon bicchiere di porto che magari le avrebbe fatto rivelare qualche altro segreto che ancora non era stato scoperto della sua appassionata e spregiudicata personalità.

Una volta in auto, Daniel decise inopinatamente di riprendere in mano il filo del discorso, togliendo voce a Cirillo e riprendendo le redini dell’incontro, ormai convinto che la serata di sesso fosse cosa acquisita. Iniziò a parlare di progetti di vita e pettegolezzi su amicizie comuni che lasciarono alquanto interdetta Elena, la quale forse percepì un certo cambiamento di rotta nella linearità della serata. La banalità del discorso, una volta giunti sotto casa di Daniel, aveva provocato un brusco cambiamento degli intenti della ragazza, la quale espresse la volontà di essere riaccompagnata a casa con il pretesto che l’indomani avrebbe dovuto alzarsi presto per svolgere del lavoro che aveva in arretrato. Daniel, suo malgrado, l’accontentò e rientrò a casa da solo.

Mentre apriva la porta di casa, si ritrovò a pronunciare un “ma vaffanculo!” ad alta voce ed alla fine si addormentò chiedendosi se fosse stato effettivamente lui a maledire se stesso ad alta voce oppure se Cirillo aveva comunque voluto dire l’ultima, sintomatica frase di quella strana, inconsueta serata.

La strana storia di una foca

Al quinto giorno della faticosa creazione della Terra e di tutti gli esseri che l’avrebbero abitata, Dio si trovò a dover organizzare la dislocazione delle creature che aveva partorito nella sua divina genialità, come se dovesse appiccicare le figurine su un album completamente vuoto. Si convinse che un compito del genere poteva essere affidato ad un software del suo God computer che aveva appositamente creato con il simbolo del primo frutto da Lui ideato, la mela, che però quell’ingordo imbecille di Adamo aveva morsicato malgrado il suo espresso divieto, sobillato dalla sua dolce metà, tale Eva, che fin da subito gli stava creando problemi di ordine e disciplina con le sue tentazioni. Si appuntò che avrebbe dovuto correggere quelle sbavature creative, magari riducendo di un paio di misure le tette di Eva, ma in seguito gli passò di mente.

Guardò con disappunto il suo PC con la mela morsicata e studiò un’app che sistemasse tutti gli esseri viventi nelle zone del globo più adeguate alle loro caratteristiche.

Sarebbe bastato inserire il nome e la foto di ogni singolo essere nel riquadro dell’app, che ribattezzò “Animal house”, per ottenere la zona più appropriata in cui far nascere i primi esemplari di quella specie.

Ai suoi esseri prediletti, uomo e donna, aveva riservato un posto privilegiato nel resort a 5 galassie extralusso che aveva chiamato “Eden”, da cui aveva bandito i due maggiori flagelli, le malattie e la politica, ma la loro bravata d’esordio alla sua mela lo aveva fatto veramente incazzare, al punto che si era riproposto, per i prossimi 20 milioni di anni, di non farli mai più rientrare e di sistemarli invece sul pianeta insieme a tutti gli altri, con annessi di malattie, cataclismi e politici dementi così avrebbero imparato a vivere. “Tra qualche milione di anni vediamo come si comportano e poi eventualmente deciderò se riammetterli nell’Eden”, si disse (da fonti autorevoli si è venuto a sapere che, in base alla situazione attuale, ciò non avverrà mai).

Volendo comunque mettere alla prova le loro abilità in condizioni differenti, sparse gli uomini un pò a caso su tutto il globo, mandando quelli dalla carnagione più chiara nei posti con poco sole e quelli dalla pelle più scura laddove il sole batteva implacabile tutto l’anno, in modo tale che l’abbronzatura non diventasse uno status symbol e si sentissero tutti uguali, per il resto si sarebbero arrangiati.

Poi prese ad inserire i dati di tutti gli animali nell’app “animal house” e distribuì questi ultimi in base alle zone in cui le loro caratteristiche avrebbero trovato facile adattamento per la sopravvivenza.

Non si accorse che, per un bug nel programma, la foca, la quale avrebbe dovuto essere mandata principalmente ai poli per le sue evidenti caratteristiche, venne invece spedita in Africa.

Subito la foca si rese conto che qualcosa non andava. Quasi tutti gli animali che vedeva intorno avevano lunghe zampe con cui correvano come matti, chi inseguiva e chi era inseguito, uno in particolare la stupì. Aveva il collo così lungo che la foca, che invece il collo non lo aveva neanche, non riusciva neanche a vedere dov’era la testa…pensava che avesse la testa fra le nuvole. Poi si rese conto che a lei piaceva un sacco il pesce, ma di pesce lì intorno neanche l’ombra…poi con quel maledetto caldo si sarebbe accontentata anche soltanto dell’ombra senza il pesce.

Quindi fece di necessità virtù e si fece vegetariana. La prima volta che provò a mangiare verdure stette malissimo.

Una volta si trovò a tu per tu con un leone. Il bestione aveva un fare minaccioso ma la guardava con stupore. Lui, da animale qual’era, evidentemente aveva concluso che le prede commestibili bisognava catturarle correndo, insomma il pane se lo doveva sudare, invece quella foca stava lì immobile che lo fissava coi suoi occhioni senza muoversi. Pensò che sicuramente non era buona da mangiare.

Ben presto tutti si accorsero che la foca, per quanto simpatica e carina, in quell’ambiente combinava soltanto disastri. Gli animali, nelle loro folli corse, inciampavano su di lei, o venivano schizzati dal fango quando trovava qualche pozzanghera con un pò d’acqua dove cercava di sguazzare e la intorbidiva tutta. E poi quel dannato caldo…

Un giorno decise di spingersi un pò oltre quell’ambiente inospitale ed arrivò alle porte di una missione dove una monaca la trovò che saltellava con difficoltà e visibilmente provata. La monaca realizzò che dovesse trattarsi di quell’animale strano di cui tutti parlavano nella savana, che faceva fare uno strano verso a tutti gli animali quando se la trovavano tra le zampe… “fo-ka” “fo-ka”, probabilmente era un abbreviativo per “fottuta kakakazz” e quindi la foca venne accolta nel villaggio e le venne dato il nome di Avvo Katola, che in Swaili significa “umano geloso o petomane folle”.

Si trovò ben presto più a suo agio in quel nuovo contesto e tutta la gente del villaggio, principalmente i bambini, le si affezionarono moltissimo. Faceva versi buffi ed aveva doti che tutti iniziarono ad apprezzare col tempo. Aveva uno splendido carattere ed anche uno straordinario senso dell’equilibrio, dentro e fuori, infatti una volta che un bambino aveva provato a lanciarle una palla, Avvo Katola era riuscita a tenerla sul muso immobile senza farla mai cadere, sintomo di grande intelligenza e concentrazione. Ogni bambino del villaggio voleva stare con lei a giocare e la foca trascorreva le ore con loro molto volentieri.

Un bel giorno Dio, facendo una verifica della situazione degli esseri viventi sulla Terra, si accorse di aver commesso un imperdonabile errore: aveva mandato la foca in Africa! Ma anche lui forse commise un secondo errore e rimandò la foca nel suo habitat preassegnato.

Una volta arrivata al polo la foca si rese conto di essere una delle tante, di non essere più apprezzata per le sue doti e qualità e, anche se c’era un sacco di pesce da mangiare ed acqua a volontà, faceva un pò troppo freddo per i suoi gusti. A quel caldo ci aveva ormai fatto l’abitudine. E poi non c’erano nè palle nè il sorriso dei bambini con cui giocare, niente risate, niente divertimento, la notte durava mesi interi ed il sole non scaldava. L’unica caratteristica che aveva conservato era quella di combinare casini nuotando ed andando a sbattere contro tutti quelli del branco di cui faceva parte. Poi c’erano tanti animali, in acqua e fuori che volevano mangiarsela.

La foca, quindi, ben presto finì con l’intristirsi, non si sentiva apprezzata, non riusciva a trovare un ruolo nel branco che le desse soddisfazione, quindi chiese a Dio di farla ritornare dai suoi bambini in Africa, dove aveva conosciuto la felicità e l’amore per le cose semplici.

“Ma una foca che si rispetti deve stare nel mare” tuonò Dio allorquando udì la supplica della sua creatura. Però, resosi conto che la foca era molto triste, nella sua benevolenza l’accontentò, e lei potè tornare finalmente a sorridere tra i suoi bimbi.

Non è detto che il luogo in cui nasci, con le regole e le comodità che vengono ritenute le migliori, sia il posto adatto a te. Il tuo posto è ovunque sorride il tuo cuore.

Dedicata a chi apprezza le favole… 😉