Mese: settembre 2015

Nonna Teta

La piccola Teresa restava sempre volentieri a dormire a casa della nonna. I suoi genitori erano spesso fuori casa, quindi la bambina passava molto tempo a casa di nonna “Teta”. Lei, infatti, aveva il suo stesso nome, o forse sarebbe più corretto dire che era Teresa a portare il nome di sua nonna, nel cui volto, dolce e un po’ rugoso, la bambina fantasticava una ricerca dei tratti di come sarebbe diventata in un lontano futuro, quasi un magico specchio del tempo.

A casa di nonna Teta c’era una grande camera degli ospiti che era diventata, a conti fatti, la camera della bambina, dal momento che la nonna di ospiti, in quella casa, non ne aveva più ormai da molti anni.

In quella stessa camera, nel corso degli anni, nonna Teta aveva stipato ogni sorta di ninnoli e soprammobili, nulla di prezioso, quasi un piccolo e colorato bazar che Teresa si divertiva ogni volta ad esaminare, scoprendo talvolta nuovi personaggi e nuovi oggetti che non ricordava di aver visto l’ultima volta.

Le piaceva fantasticare sulla provenienza di ogni singolo oggetto: soldatini di latta, ballerine col tutù, una gabbietta con un variopinto uccellino, pettini di vari colori, occhiali con la montatura di corno, pallide bamboline di porcellana, tutte cose che le pareva possibile trovare solo a casa delle nonne e che costituivano ognuna, ne era certa, un pezzetto della vita di nonna Teta.

Quella lampada colorata a forma di sfera avrebbe giurato non esserci l’ultima volta che era stata a dormire lì, chissà dove l’aveva trovata o chi l’aveva regalata a nonna Teta. Però era una scoperta fantastica, dato che Teresa aveva una paura matta del buio e pensò che poteva lasciare accesa proprio quella lampada invece della fastidiosa abat-jour sul vecchio comodino scuro accanto al letto.

Quando la nonna uscì dalla stanza dopo averle dato il bacio della buonanotte, la piccola Teresa scese dal letto per andare ad accendere la lampada rotonda che aveva scoperto quel giorno tra il colorito esercito di ninnoli sul ripiano del comò.

Con un pizzico di emozione derivata dalla piccola novità che rende meravigliosa la vita quotidiana dei bambini, Teresa premette il pulsante giallo sul retro della lampada, la quale non era collegata a nessun filo elettrico. Si sa che la fredda logica e la rigida ragione non hanno ancora avuto il totale sopravvento sulle anime innocenti, quindi la luce iridescente che si sprigionò da quell’oggetto parve alla piccola la cosa più meravigliosa e naturale del mondo.

Estasiata da quella sua personale scoperta, Teresa si infilò di nuovo sotto le coperte, spegnendo l’abat-jour sul comodino e godendosi il chiarore quasi innaturale della lampada.

Fu allora che la bambina iniziò ad osservare con stupore il gioco di ombre proiettato sulla parete di fronte, risultato del riflesso sul piccolo popolo di soprammobili presenti accanto a quella fonte di luce.

Concentrò il suo sguardo sul muro cercando di addormentarsi, quando le parve di notare un profilo che iniziava a muoversi spiegando un paio di ali senza però spiccare il volo. Sembrava un angelo.

Un misto di allarme ed agitazione si impadronì di Teresa che cercò di porre la massima attenzione a quell’ombra sul muro che nello stesso istante scomparve.

Il sonno era passato e la bambina, seppur non spaventata, restò a letto con le coperte tirate fino al mento a fissare la parete in attesa che l’ombra mostrasse altri movimenti, ma non accadde nulla.

Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, quando sentì i passi di nonna Teta nel corridoio e si fece coraggio nel chiamarla…”Nonna”…

Lei arrivò e, col suo incedere leggero, entrò nella stanza sedendosi sul bordo del letto, con quel sorriso rassicurante che riusciva ad illuminare il cuore di Teresa ogni volta che la guardava. Quello sguardo senza parole riempì la piccola di un improvviso sollievo come un fresco bicchiere d’acqua per un assetato, per cui le parve troppo infantile confessare alla nonna di visioni di ombre in movimento sul muro e si limitò a ricambiare il sorriso scoccandole un bacio sulla guancia ed augurandole la buonanotte. Subito si rigirò dall’altra parte e cadde quasi istantaneamente in un sono profondo e sereno.

Nonna Teta le accarezzò per un po’ i morbidi capelli biondi e, resasi conto che la bambina ormai dormiva, si alzò dal letto per uscire dalla stanza.

Simultaneamente fece lo stesso anche l’ombra, riapparsa sul muro, proiettata dalla piccola lampada, nel cui fascio di luce l’anziana donna era venuta a trovarsi dopo essersi seduta sul letto.

Poi, riunendosi alla leggera figura argentea di nonna Teta, l’ombra uscì nella sua scia voltando la testa un’ultima volta, sorridendo, verso il letto di Teresa.

Schegge

E’ troppo breve questa vita perché si possa capirla ed inseguirne il significato più nascosto;

essa non ti da tregua, ed in un solo istante può prendersi tutto.

Tutto ciò che ti aveva dato sino all’attimo precedente.

Niente va più.

E’ una certezza che non da certezze,

un filo di seta sospeso in un gioco di rasoi.

E’ un’opera magica che sfugge al riflesso della cieca ragione,

e tanto più è ricca quanto più se ne allontana.

Ma la amo questa mia vita, fatta di marmo e di fango,

somma di giorni, uno dopo l’altro.

Cammino attraverso me stesso, sui sassi o sul velluto,

e incontro santi, ladri, vecchi, giovani e vuoti buffoni,

ma finisco sempre con l’incontrar me stesso.

Più mi ci addentro e meno ne capisco, ma voglio vivere sino in fondo

questa oscura farsa dove tutti abbiamo una parte,

e voglio farlo sempre a modo mio.

Magari abbandonando tutto solo per un sogno,

perché bisogna dare un senso a questa vita,

proprio perché forse non ne ha nessuno.

Il jukebox

Vi siete mai chiesti da dove diavolo vengono fuori i pensieri (belli o brutti, non importa) che ti affiorano all’improvviso nel cervello? Voglio dire: dove erano un attimo prima di intrufolarsi tra le idee che stavano vagando in tutt’altra direzione? Sono stato io a tirarli fuori da chissà quale cassetto del mio armadio delle scemenze o erano lì che svolazzavano da qualche parte e mi sono caduti in testa come una cacca di piccione?

In altre parole, erano dentro o fuori di me?

Molti si chiederanno se ho iniziato a bere anche di pomeriggio, ma voglio tranquillizzare tutti: sono sobrio. A volte queste cose mi lasciano perplesso e quasi mi convincono che i pensieri e le idee siano cose molto più materiali di come siamo abituati a concepirle.

Forse la mente è una specie di juke-box con un’infinità di pezzi, di tutti i generi e di tutte le epoche ma certe volte, dannazione, non sono io che infilo la moneta e scelgo la musica. Vi dirò, anche se può piacermi l’idea di essere un dannato juke-box, quello che non mi piace affatto è che ci sia qualcuno che mi ci infila le monete per farmi suonare quello che dice lui.

Adesso che ci penso… ieri sono andato a letto di buonumore e stamattina mi sono alzato incazzato di brutto. Sarà stato il solito DJ a cambiare il pezzo da suonare nella mia mente? Se così fosse allora c’è qualcosa che mi sfugge.

Si, è vero, quando frullano per la testa, non posso negare che i pensieri siano “miei”, in fondo quella è la mia testa e non quella di qualcun altro ma non riesco mai a capire da quale porta siano entrati.

Quasi sempre sono pensieri banali, stelle cadenti che appaiono e subito dopo scompaiono senza tornare mai più, ma a volte ti può capitare l’idea che può cambiare il mondo. Penso ad Archimede o a Newton che hanno scoperto delle leggi fondamentali mentre facevano il bagno o dormivano sotto un albero di mele. Mi viene da pensare che per farti avere idee di un certo livello devi essere rilassato, mentre dovresti cestinare subito ogni pensiero che ti passa per la testa quando sei incazzato…

Eh no, il vecchio Archie o Sir Isaac non potevano proprio avercele già dentro certe idee facendo il bagno o dormendo, quindi… quindi devono per forza venire da fuori, da qualche altra parte… oddìo però questa cosa fa un po’ paura, bisogna correre ai ripari, chiudere i cancelli della mente, potrebbero entrare cose davvero brutte… oppure… oppure potrebbe materializzarsi il lampo di genio, lo spunto per una storia incredibile, quel filo conduttore che devi solo seguire per creare qualcosa di meraviglioso che ogni uomo sogna…

Non ho a disposizione un albero di mele, quindi vado a farmi un bel bagno…

L’angelo

Tutti erano convinti che Bosa fosse una bambina dalla fantasia molto vivida. Alla sua età nessuno faceva caso al fatto che ella parlasse con un amico immaginario, che ci giocasse insieme e che gli chiedesse consigli su come comportarsi. Il papà e la mamma di Bosa erano sempre molto impegnati nel loro lavoro ed in molte altre attività, sportive o di società… Bosa era comunque molto amata e poteva chiedere ciò che voleva, cose materiali, giocattoli, e loro le concedevano tutto, ma non era proprio tutto quello che la bambina desiderava.

“Avere tanto tempo con me stessa mi fa essere attenta a ciò che ho dentro e ciò che c’è fuori”, pensava. Mamma e papà non hanno tempo e non si soffermano molto su ciò che li circonda, figuriamoci se fanno abbastanza caso a quello che hanno dentro.

Miyo era il suo angelo custode, lui c’era sempre, le stava accanto, ci giocava, le parlava e Bosa una volta gli chiese: “Anche i miei genitori hanno amici personali come te con cui parlare?” “Certo” rispose Miyo, “Tanto tempo fa ci parlavano anche, ma si sono dimenticati di loro e adesso neanche li vedono più, ma essi sono sempre con loro”.

Un bel giorno di primavera, rientrando a casa da sola perché la mamma aveva un impegno importante e non poteva andare a prenderla, Bosa si fermò ad osservare per strada un barbone che, seduto su una cassetta di frutta, ascoltava da una vecchia radio una dolcissima musica classica. Bosa chiese a Miyo, sempre accanto a lei: “Come mai c’è tanta infelicità nel mondo?” Miyo rispose: “Perché credi che quell’uomo sia infelice, Bosa? solo perché gli basta poco per sorridere e vive per strada?”

Il barbone, accortosi di loro, fece un cenno di saluto, strizzando l’occhio a Miyo che rispose al gesto.

“Lui può vederti?” chiese a quel punto Bosa meravigliata. “Certo, i suoi occhi non hanno mai smesso di osservare la vita”, fu la risposta di Miyo. “Lui ha solo scelto di essere veramente libero al di fuori di ogni convenzione”.

“Starai sempre con me?” chiese la bambina a Miyo a quel punto. “Io sarò sempre con te, piccola mia e guiderò i tuoi passi” rispose il suo amico “invisibile”.

“E potrò parlarti sempre, tutte le volte che ne avrò bisogno?”, incalzò la bambina.

Miyo rispose con un sorriso di compassione: “Questo dipenderà da te, se sceglierai di continuare ad avere occhi per vedermi”.

L’uomo delle monetine

La piccola Bosa sembrava una di quelle bambine venute fuori dalla copertina di un libro, bionda con le treccine e due occhioni azzurri in cui sembrava che si specchiasse il cielo. La sua allegria e la risata erano contagiose, faceva letteralmente innamorare tutti coloro che avevano la fortuna di conoscerla, pareva quasi che non appartenesse a questo mondo, tanta era l’allegria e serenità che riusciva ad infondere alle persone con cui riusciva a parlare con quel suo linguaggio da piccola filosofa in erba sorridente. “Bosa, come mai sorridi sempre?” E lei di rimando “Perché non dovrei? Non ti accorgi di quanto è bella la vita?”. Se riuscivi a scambiare qualche parola con lei ti dava risposte disarmanti a cui non si riusciva a dare risposte “da grandi” e ti costringevano a riflettere su quello che era il suo punto di vista, così lontano dai problemi che ti affliggono nel corso di una giornata come tutte le altre.

Un giorno, in una meravigliosa mattina di primavera, Bosa era a passeggio con la sua mamma in una via del centro, quando la sua attenzione venne attratta da un uomo che faceva roteare in aria una monetina. Con l’attenzione tipica dei bambini alle cose banali, si accorse che quella monetina, a volte, scompariva in aria, provocando un soddisfatto sorriso sulla faccia di quell’uomo, che provvedeva a sostituirla con un’altra che prendeva dalla sua tasca.

Bosa sciolse la sua mano, stretta a quella della mamma, e corse verso quell’uomo guardandolo dal basso verso l’alto. “Come riesci a farlo?” Gli chiese.

“Semplicemente le mando da un’altra parte” rispose lo sconosciuto, per nulla disorientato dalla domanda che gli aveva posto a bruciapelo quella bambina dagli occhi azzurri come il cielo che li sovrastava in quel momento.

“E tu sai dove vanno a finire le monetine che stai lanciando in aria?” chiese Bosa pendendo dalle sue labbra.

“In un mondo vicino…ma troppo lontano per chi non riesce a vedere” rispose enigmaticamente l’uomo.

“Tu vieni da quel mondo?” insistette la piccola.

“Adesso sono qui perché mi vedi e sono con te, ma se volessi potrei andare anche lì”.

“Com’è il mondo dall’altra parte?” gli chiese Bosa.

“Esattamente uguale a questo, cambiano soltanto i pensieri delle persone, solo che esistono persone nuove, mentre altre non ci sono più. Vedi, questa non è l’unica realtà possibile, ce ne sono infinite altre proprio come tu le vuoi ed altrettante come tu invece temi, tutto dipende dalla tua volontà e dalle tue scelte”.

Le mise in mano una monetina e si allontanò per la sua strada cantando uno strano motivetto:

“Non c’è ieri, non c’è domani…solo il presente è nelle tue mani…”

La vita in diretta

Premetto che non guardo quasi mai la TV. E’ un accessorio estetico a casa mia e se non fosse per i tornei del grande Slam di Tennis, qualche concerto di musica classica, qualche film davvero bello e le partite del Cagliari (ebbene si, anche io ho il mio punto debole calcistico), ci potrei scrivere sopra come se fosse una stupida lavagna nera.

Capisco che ci siano persone che la tengono sempre accesa, che si nutrono di essa e di tutto ciò che da quello schermo viene sputato fuori, convinti che se “lo dicono in Tv” allora sia tutto vero.

E allora giù con overdose di telenovelas, serie TV, giochi a quiz demenziali e taroccati, culi e tette danzanti di povere criste senza un briciolo di cervello e dignità, dilettanti allo sbaraglio, critici incazzati che insultano, gente che si picchia, che sviene, conduttori di TG che annunciano migliaia di morti in un terremoto col sorriso sulle labbra o, con lo stesso sorriso compìto da schermo, mostrano foto di bambini spiaggiati come pesci per sbarchi finiti in tragedia…

Ma come si può cercare di migliorare, di evolvere, di imparare se il nostro maestro di vita è quell’infernale rettangolo nero? Che potere ha quell’aggeggio demoniaco?

Mica è poi solo in casa…si sta espandendo come l’ebola in ogni anfratto della nostra vita, ci segue ovunque siamo, ormai l’abbiamo sul cellulare, sul tablet, e persino sugli schermi delle macchine della palestra mentre facciamo sport… E poi i governi combattono il fumo e l’erba perchè alterano le funzioni del cervello. E la TV allora?

Bene, ieri vado a fare un’oretta di corsa sul tapis roulant della mia palestra ed ecco lì che appena parte, appare lo schermo con il programma impostato di default: “La vita in diretta”.

Sarebbe da definire la morte in diretta, però quella del tuo cervello. Lo definiscono programma di informazione, di cronaca, ma che cazzo vi bevete? Questa è ubriacatura di massa, trash Tv, pura spazzatura, merda vera.

A quell’ora in TV ci sono i bambini perdio, come si può inscenare un talk show in cui si discute con battute sorridenti di assassini seriali, pedofili, molestatori sessuali, mariti che picchiano a sangue le mogli, tecniche per gonfiare il seno, una fogna umana inframezzata da spot pubblicitari di farmaci e bambole…pura follia.

Saranno anni che quegli sfigati di conduttori hanno a che fare con gli stessi casi di cronaca che tormentano il nostro Paese e che faremmo bene a dimenticare invece di vederceli riproposti in tutte le salse e con nuove interviste che analizzano aspetti che non esistono.

E vai con il delitto di Cogne, con i vari, presunti assassini di bambine, con le coppie dell’acido, con l’uxoricida a piede libero, con i delitti di Perugia e di Garlasco e così via. Sempre quelli. La magistratura, con l’arsenale di mezzi a sua disposizione non ne ha cavato una minchia. Questi due imbecilli televisivi ed i loro ospiti decerebrati avanzano ipotesi mentre scorrono immagini di sangue e foto da tomba.

Il top poi sono gli ospiti di questo talk show dell’orrore. Starlette che non sanno fare due più due con le bocce in vista che fanno scempio della grammatica, giornalisti tronfi con voglia di apparire e pronti a litigi e scazzottate in diretta a chiunque contraddica le loro teorie, una schiera di psicologi e psichiatri che non riconoscerebbero Jack lo squartatore neanche se confessasse, finti amici del presunto assassino o della vittima che finalmente raccontano particolari che nessuno aveva mai sentito, neanche i magistrati che su quei crimini stanno indagando da anni…

A quel punto mi è venuto un conato di vomito, ho acceso il mio ipod ed ho continuato a correre ascoltando i Pooh che, al confronto, fanno più cultura della Divina Commedia letta in diretta da Dante Alighieri….

Il dio di carta

Nessuna cosa materiale ha importanza in sè. E’ il valore che noi le diamo a renderla davvero importante.

Il denaro, nella sua essenza, è solo un pezzo di carta, ma per convenzione gli assegniamo un valore che spinge alcuni addirittura ad uccidere o ad uccidersi per quegli stessi, stupidi pezzi di carta. In questo mondo puoi avere tutto o niente a seconda di quanta carta hai.

E non importa se sei bello o brutto, se sei buono oppure un gran bastardo, se sorridi o se piangi, se allunghi una mano a chi ne ha bisogno o vai avanti per la tua strada fottendotene del prossimo… ti giudicheranno solo per la carta che hai, la materia più fragile e vile che ci sia, di cui abbiamo fatto un dio. Puoi avere ville, macchine, gioielli ed addirittura persone al tuo completo servizio in cambio di pezzi di carta e questo, se ci pensi bene, è pura follia. Oggi, quel tipo di carta vale più di molte vite umane.

Strappando un paio di banconote puoi rendere povero ed infelice qualcuno, con quella stessa carta puoi comprare un si, un sorriso (falso, ma potresti non accorgertene mai), una stretta di mano, un appalto, un posto di lavoro ed addirittura il governo di intere nazioni, solo se hai abbastanza carta.

E’ la versione folle del vecchio gioco della morra cinese, ma sasso e forbici sono state da tempo messe da parte, oggi ha vinto la carta.

Basta solo un pò di colore ed il volto di qualche personaggio del passato e sei un uomo ricco e rispettato, più di quanto lo sia stato, nella sua epoca, colui che vi è raffigurato.

Il colore ha sempre contato, i bianchi si sono sentiti superiori ai neri per secoli, poi è arrivato il verde a mettere tutti d’accordo ed ora è quello l’unico colore che conta. Il denaro supera le barriere razziali ma oggi rende schiavi a prescindere dal colore della pelle. “Nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo” diceva Goethe.

Si preferiscono gli uomini ricchi agli uomini buoni, si preferisce il denaro senza un uomo ad un uomo senza denaro ed anche questa è follia.

Quei pezzi di carta decidono che cure avrai se sei malato, in che scuola andranno i tuoi figli, dove andrai in vacanza ed addirittura se ci potrai andare, se mangerai bene o se mangerai male. Insomma tutta la tua vita può essere un inferno o un paradiso in base a questa folle convenzione.

Carta contro bontà, carta contro altruismo, carta contro cuore…niente da fare, alla fine vince sempre lei. A causa sua ci viene spesso sottratta quotidianamente la dignità ma non ci interessa poi tanto…ci abbiamo fatto il callo. Ma se ci sottraggono qualche pezzo di carta ci disperiamo, perchè crediamo che anche la dignità abbia un prezzo che con quelli si possa comprare e se pensiamo questo avremo rinunciato anche all’ultimo brandello di anima.

Abbiamo iniziato la nostra storia di esseri umani con le età del ferro e del bronzo che almeno erano metalli nobili ed utili. Oggi siamo nell’età della carta, simbolo dell’inconsistenza assoluta che potrebbe bruciare da un giorno all’altro in un secondo tutti i nostri sogni e le nostre realtà.

Di tutte le sostanze di cui può essere composto Dio, noi ne abbiamo fatto un misero idolo di carta…