Affetti

Ricordi

Quanta tenerezza suscitano certi ricordi…
Adesso che la vita mi ha un pò indurito ed ha cambiato le priorità delle mie attenzioni, mi vengono in mente gli amori adolescenziali, quelle ragazze che credevo potessero cambiare la mia vita tutte le volte che le conoscevo.
Non contava l’esperienza, ogni volta era come giocare una schedina, eri convinto che potesse essere quella vincente e, fino a quando non verificavi, fantasticavi come avrebbe potuto essere la tua esistenza con quel piccolo, potenziale tesoro.
Quante promesse mai mantenute, quanti occhi che sono diventati gli occhi di qualcun altro ma che in quel momento erano lo specchio della tua anima, quanti gesti e parole stupide che in quegli attimi erano le cose più romantiche ed importanti del mondo…
Per qualcuna avrei sfidato il mondo intero, senza sapere che esso comunque mi aspettava al varco, con o senza di lei…adesso so che era senza.

Nonna Teta

La piccola Teresa restava sempre volentieri a dormire a casa della nonna. I suoi genitori erano spesso fuori casa, quindi la bambina passava molto tempo a casa di nonna “Teta”. Lei, infatti, aveva il suo stesso nome, o forse sarebbe più corretto dire che era Teresa a portare il nome di sua nonna, nel cui volto, dolce e un po’ rugoso, la bambina fantasticava una ricerca dei tratti di come sarebbe diventata in un lontano futuro, quasi un magico specchio del tempo.

A casa di nonna Teta c’era una grande camera degli ospiti che era diventata, a conti fatti, la camera della bambina, dal momento che la nonna di ospiti, in quella casa, non ne aveva più ormai da molti anni.

In quella stessa camera, nel corso degli anni, nonna Teta aveva stipato ogni sorta di ninnoli e soprammobili, nulla di prezioso, quasi un piccolo e colorato bazar che Teresa si divertiva ogni volta ad esaminare, scoprendo talvolta nuovi personaggi e nuovi oggetti che non ricordava di aver visto l’ultima volta.

Le piaceva fantasticare sulla provenienza di ogni singolo oggetto: soldatini di latta, ballerine col tutù, una gabbietta con un variopinto uccellino, pettini di vari colori, occhiali con la montatura di corno, pallide bamboline di porcellana, tutte cose che le pareva possibile trovare solo a casa delle nonne e che costituivano ognuna, ne era certa, un pezzetto della vita di nonna Teta.

Quella lampada colorata a forma di sfera avrebbe giurato non esserci l’ultima volta che era stata a dormire lì, chissà dove l’aveva trovata o chi l’aveva regalata a nonna Teta. Però era una scoperta fantastica, dato che Teresa aveva una paura matta del buio e pensò che poteva lasciare accesa proprio quella lampada invece della fastidiosa abat-jour sul vecchio comodino scuro accanto al letto.

Quando la nonna uscì dalla stanza dopo averle dato il bacio della buonanotte, la piccola Teresa scese dal letto per andare ad accendere la lampada rotonda che aveva scoperto quel giorno tra il colorito esercito di ninnoli sul ripiano del comò.

Con un pizzico di emozione derivata dalla piccola novità che rende meravigliosa la vita quotidiana dei bambini, Teresa premette il pulsante giallo sul retro della lampada, la quale non era collegata a nessun filo elettrico. Si sa che la fredda logica e la rigida ragione non hanno ancora avuto il totale sopravvento sulle anime innocenti, quindi la luce iridescente che si sprigionò da quell’oggetto parve alla piccola la cosa più meravigliosa e naturale del mondo.

Estasiata da quella sua personale scoperta, Teresa si infilò di nuovo sotto le coperte, spegnendo l’abat-jour sul comodino e godendosi il chiarore quasi innaturale della lampada.

Fu allora che la bambina iniziò ad osservare con stupore il gioco di ombre proiettato sulla parete di fronte, risultato del riflesso sul piccolo popolo di soprammobili presenti accanto a quella fonte di luce.

Concentrò il suo sguardo sul muro cercando di addormentarsi, quando le parve di notare un profilo che iniziava a muoversi spiegando un paio di ali senza però spiccare il volo. Sembrava un angelo.

Un misto di allarme ed agitazione si impadronì di Teresa che cercò di porre la massima attenzione a quell’ombra sul muro che nello stesso istante scomparve.

Il sonno era passato e la bambina, seppur non spaventata, restò a letto con le coperte tirate fino al mento a fissare la parete in attesa che l’ombra mostrasse altri movimenti, ma non accadde nulla.

Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, quando sentì i passi di nonna Teta nel corridoio e si fece coraggio nel chiamarla…”Nonna”…

Lei arrivò e, col suo incedere leggero, entrò nella stanza sedendosi sul bordo del letto, con quel sorriso rassicurante che riusciva ad illuminare il cuore di Teresa ogni volta che la guardava. Quello sguardo senza parole riempì la piccola di un improvviso sollievo come un fresco bicchiere d’acqua per un assetato, per cui le parve troppo infantile confessare alla nonna di visioni di ombre in movimento sul muro e si limitò a ricambiare il sorriso scoccandole un bacio sulla guancia ed augurandole la buonanotte. Subito si rigirò dall’altra parte e cadde quasi istantaneamente in un sono profondo e sereno.

Nonna Teta le accarezzò per un po’ i morbidi capelli biondi e, resasi conto che la bambina ormai dormiva, si alzò dal letto per uscire dalla stanza.

Simultaneamente fece lo stesso anche l’ombra, riapparsa sul muro, proiettata dalla piccola lampada, nel cui fascio di luce l’anziana donna era venuta a trovarsi dopo essersi seduta sul letto.

Poi, riunendosi alla leggera figura argentea di nonna Teta, l’ombra uscì nella sua scia voltando la testa un’ultima volta, sorridendo, verso il letto di Teresa.

A mia madre

Tu sei invecchiata e noi siamo cresciuti. Io e mia sorella siamo adesso ciò che tu eri soltanto ieri ma i tuoi occhi sono sempre gli stessi, belli e profondi che ci puoi cadere dentro.

Anche le tue parole non sono cambiate, sempre ferme in un tempo che non ti sei mai resa conto che passa e ti divora. Ma non ti importa di questo, tu sai che puoi fermarlo con il tuo affetto, che è più potente del tempo e vi fate beffe l’uno dell’altra.

Tu hai la certezza innata dei sentimenti, lui ha la sicurezza dell’ineluttabilità. Nessuno cede di un millimetro. Ed è una lotta impari da cui non si esce vincitori.

Lui ci tira da una parte, alleato alla nostra vita che cambia, tu lo fai dall’altra, alleata con l’amore, perchè forse non vuoi che lui ci consumi. Ha consumato te, ma questo non ti importa, basta che risparmi noi.

Ti rifugi nei ricordi, cerchi appoggi nel passato dove lui è già stato e non può ritornare e ne fai un mondo di corazze e fotografie che metti in campo come soldatini pronti ad andare in battaglia. Ma il passato è pesante e quei soldatini sono di piombo, muoverli costa fatica e devi spostarli uno ad uno se vuoi ottenere uno schieramento che stia in piedi e che regga agli urti del destino.

Lui ti ha sottratto gli alleati più potenti, papà non c’è più e lui era il generale silenzioso che muoveva quelle truppe di fango e di sabbia. Ora devono ubbidire a te, ma tu devi trovare il coraggio e toccare corde che ti sono sconosciute, suonare melodie che non hai mai suonato per dettare la carica. Un ruolo che non hai mai ricoperto.

Ma hai già dato tanto, sei stanca e te lo leggo negli occhi…le battaglie sfiniscono, spossano, distruggono le armi e le truppe ma tu sai che hai dalla tua parte l’amore di una madre e quella è un arma potente, la più potente di tutte, e sei pronta a metterla in gioco ogni momento. A metterla in discussione, se necessario.

Hai ferite che non si vedono, e fili da cucito attaccati alla tua uniforme per rattoppare maglie e ferite invisibili come le tue, e cucchiaini da perdere e ritrovare per essere felice di averlo fatto. Hai piante con cui parlare, perchè noi figli siamo andati via e parli a loro di noi perchè le loro radici tu sai che arrivano fino al cielo ed è lo stesso cielo che noi vediamo in città a te estranee e che ci porta quei messaggi di cuore.

Hai iniziato questa guerra da quando siamo venuti al mondo, ci hai lanciato come un arco lancia le sue frecce ed hai sperato che colpissero il bersaglio della vita. Lo hanno fatto. La vita non ha mai un solo bersaglio. Quella vita che tu hai immaginato per noi e che forse non è stata quella che tu avresti voluto, ma che ti ha fatto trincerare dietro le solite parole “basta che siate felici voi”, facendo spallucce e cercando di capire una realtà che ti è sfuggita, troppo distante per i tuoi occhi.

Le tue imprese per noi le hai tenute per te, come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se scalare una montagna fosse impresa di tutti i giorni, facile come preparare un caffè. Per te lo è stata, io non so se ne sarò mai capace.

So che siamo stati i più bei regali della vita per te, ma non abbiamo mai capito quanto tu lo fossi per noi, ed ancora adesso facciamo fatica a capirlo, ma ci fidiamo. Come potremmo non fidarci di te?

Abbiamo imparato a camminare da soli ma tu ti ostini a non volerci lasciare andare la mano, senza sapere che basta la stretta del tuo cuore per non farci cadere. E se cadremo ci basterà pensarti per poterci rialzare e continuare, perchè te lo dobbiamo. Perché ci hai insegnato che si fa così.

Abbiamo la fortuna di averti ancora, coi capelli bianchi, le gambe stanche e l’innocenza di una nuvola in un cielo azzurro. La vita ci ha fatto questo regalo, speriamo di averlo meritato, mamma.