Month: aprile 2015

Storia zen

C’era una volta un contadino cinese il cui cavallo era scappato. Tutti i vicini quella sera stessa si recarono da lui per esprimergli il loro dispiacere: “siamo così addolorati di sentire che il tuo cavallo è fuggito. E’ una cosa terribile”. Il contadino rispose: “Forse.” Il giorno successivo il cavallo tornò portandosi dietro sette cavalli selvaggi, e quella sera tutti i vicini tornarono e dissero: “Ma che fortuna! Guarda come sono cambiate le cose. Ora hai otto cavalli!” Il contadino disse: “Forse.” Il giorno dopo suo figlio cercò di domare uno di quei cavalli per cavalcarlo, ma venne disarcionato e si ruppe una gamba, al che tutti esclamarono:“Oh, poveraccio. Questa e’ una vera disdetta” ma ancora una volta il contadino commentò: “Forse.” Il giorno seguente il consiglio di leva si presentò per arruolare gli uomini nell’esercito, e il figlio venne lasciato a casa per via della gamba rotta. Ancora una volta i vicini si fecero intorno per commentare: ”Non è fantastico?” ma di nuovo il contadino disse: “Forse.”

Calzini bianchi

Di recente ho visto un tale in un locale vestito in maniera sportiva ed elegante che sfoggiava un paio di calzini bianchi corti. Ho notato gli sguardi delle persone, sul disgustato andante, che sorridevano, additandolo come si potrebbe fare con una scimmia allo zoo…di contro notavo anche quel suo menefreghismo compiaciuto nello sfoggiare qualcosa di cui era consapevole che non fosse proprio rispondente alle mode del giorno.

Non so se lo avesse fatto per puro istinto di trasgressione oppure perchè gli piacevano davvero, ma la sua naturalezza ha provocato in me un moto di simpatia per quell’uomo che aveva “osato” sfidare la moda pecorona del momento con consapevolezza e scelta.

Ho riflettuto. Se lo fa lui, viene additato come un troglodita ignorante, se lo avesse fatto l’avvocato Agnelli o l’attore di turno allora avrebbe fatto moda e tutte le pecore nel giro di qualche mese avrebbero sfoggiato orgogliosi un bel paio di calzini bianchi corti…

Il fantamegamarket

Sabato mattina mi svegliai di soprassalto come se mi fossi ridestato da un incubo. Avevo cullato il sogno di un sabato mattina tranquillo dedicato all’ozio completo, dopo una settimana molto dura ed invece…mi toccava accompagnare mia moglie al centro commerciale per la megaspesa, l’attività più odiata dagli italiani (uomini coniugati).

Ho sempre detestato i centri commerciali, quei megamarket che sembrano dei veri e propri templi eretti al consumismo inutile. Ok, l’uomo deve pur nutrirsi ma se quei supermercati si fossero limitati a vendere quello che era davvero indispensabile (e salutare) per la sopravvivenza di un essere umano, sarebbe bastato un locale grande quanto il cesso di casa mia. Infatti mi trovai a pensare con nostalgia a neanche tanto tempo fa quando quei mostri neanche esistevano e mia madre andava a fare la spesa dal piccolo salumaio di fronte e dal fruttivendolo accanto che conoscevano tutti e da cui avevi persino la possibilità di aprire una linea di credito da saldare quando volevi. Bella comodità…e poi in dieci minuti avevi finito, attraversavi la strada ed eri già a casa…

Del resto non mi ricordo mancasse nulla in tavola neanche allora, nelle occasioni speciali quali i pranzi di Natale o i compleanni, c’era ogni ben di dio che aveva anche un gusto diverso, più forte e genuino di quelli di adesso. Certi sapori li ricordo ancora se faccio mente locale, mentre l’arrosto di ieri sera, avendo avuto la fortuna che non mi fosse rimasto sullo stomaco, non me lo ricordavo neppure.

Allora perchè fare code chilometriche e spendere una fortuna per roba inutile? Mah…misteri del progresso…

Malvolentieri mi metto in macchina con mia moglie accanto, diretti al Fantamegamarket “Le torri”, distante 25 chilometri per poi sorbirmi una coda anche per il parcheggio degna di un concerto degli U2.

Mia moglie Ha in mano uno di quegli opuscoli pubblicitari che ti infilano a pacchi nel portone di casa in cui si elencano tutte le offerte del mese che lei aveva già studiato in precedenza ma che stava diligentemente ripassando nel tragitto in auto come un ragioniere psicotico, elogiando la convenienza di svariati prodotti a prezzi davvero imbattibili.

Pensavo che se avesse messo in conto la benzina consumata e soprattutto l’inestimabile valore del tempo libero che stavamo perdendo, i conti non sarebbero affatto tornati.

Eh già…le offerte! Questa trappola letale in cui cascano tutte le casalinghe del mondo, affascinate da quel luna park di colori che offre merce a prezzi imbattibili. Le donne di casa sono letteralmente ossessionate dalle offerte nei supermarket, comprano una marea di roba assolutamente inutile solo perchè è in offerta. Se avessero venduto la merda in offerta, loro l’avrebbero comprata.

All’interno di quelle cattedrali del consumismo ci sono persino i banchi informazioni perchè davvero rischi di perderti e durante il fine settimana quei posti non hanno niente da invidiare al suk dei paesi arabi dove se perdi un bambino rischi di non ritrovarlo mai più.

Lì dentro si perde la cognizione del tempo, è un luogo dove non vigono le normali leggi della fisica, una sorta di curvatura dello spaziotempo in cui entri con il sole ed esci che è notte fonda perchè sono aperti fino a quell’ora.

Una banale lista della spesa è inutile, per andare a caccia di quello che esattamente ti serve, sarebbe necessario l’Indiana Jones dei tempi migliori. Cerchi una banalissima Peroni? Auguri! Nel settore birre, che occupa due scaffali chilometrici, ci sono bottiglie che ti ubriacano solo a guardarle. Doppio malto, triplo malto, al limone, superalcoliche, analcoliche… Ma, di grazia, a che serve una birra analcolica? Fa schifo! Se non puoi bere alcol perchè te lo ha prescritto il medico evita le bevande alcoliche, punto. Ci sarà un motivo per cui non esiste il gin o la grappa analcolica.

Poi prendi il bigliettino e ti metti in coda al banco gastronomia dove scopri che sei il settantesimo della fila…neanche in Posta all’ora di punta ti ricapita. Il programma è quello di prendere un pò di affettati, che so prosciutto e salame ma il panorama del cimitero suino che si para davanti ai tuoi occhi ha dell’incredibile…salami di grandezze e forme diverse provenienti da paesi che neanche conosci, prosciutti con gradazioni di sale e grasso su cui potresti stilare una tavola periodica, mortadelle al tartufo, al pepe, alle spezie, al rosmarino, alle noci e per i più fantasiosi addirittura salumi con all’interno facce di orsetti e papere disegnate.

Per non parlare dei formaggi…ti serve del grana? Sei antico! Ti guardano male se lo ordini. Lo tengono ancora solo per i nostalgici. Molto meglio il geitost norvegese o l’oscypek polacco (di che sapranno?) o magari una bella ricotta di Yak o due etti di formaggio agli acari tedesco che ti assicurano avere un gusto impareggiabile. Un formaggio agli acari credo mi assicurerebbe solo una notte di feroce diarrea…

Dopo un periodo di tempo in cui avresti potuto vedere il derby in TV ti ritrovi nel reparto più terrificante di tutti i supermercati: gli yogurt!

Ma, di grazia, che bisogno c’è di una varietà simile di un alimento neppure tanto indispensabile? Avete mai provato a contare quante specie di yogurt ci sono in vendita anche in un supermarket di piccole dimensioni? Magari hanno finito la Peroni ma lo yogurt alla papaya o alle erbe alpine non manca mai.

Reparto frutta e verdura. Cerchi un piede d’insalata, mele, pere ed arance? A parte il fatto che hanno un colore che sembra falso come il dispiacere di Barbara D’Urso nelle sue trasmissioni, c’è da dire che sono di un’infinità di fogge diverse e non sai quale scegliere, così finisci per prenderne un pò a casa, tanto non sanno di un cazzo tutte quante.

Mentre faccio queste riflessioni mia moglie ha riempito il carrello di merci in offerta e noto una quantità di pacchi di dentifricio che mi toccherà campare fino a cent’anni per consumarlo tutto, a meno che non lo lasci in eredità ai figli.

Poco prima di avviarsi ad una delle decine di casse, che si rivelerà immancabilmente la più lenta di tutte in base all’infallibile legge di Murphy, mia moglie scova un’offertona non menzionata sul suo opuscolo evangelico. “Guarda! c’è l’olio in offerta, prendiamone un pò di litri!” Sta per aggiungere un pò del prodotto sul carrello che ha raggiunto le dimensioni della piramide di Giza quando la guardo divertito e le faccio: “Cara, il Castrol è un olio per le auto. Non vorrai farmi stasera una frittura di calamari con quello, vero?”

Una favola qualunque

Nel regno di Gaianuaku i cittadini godevano di una certa ricchezza dovuta alla bontà e munificenza del loro re, il quale non vessava la gente con tasse e balzelli ma permetteva che tenessero per loro la maggior parte dei raccolti e delle loro ricchezze.

L’agio dei cittadini di Gaianuaku era unico rispetto a quello dei regni vicini che dovevano invece sottostare a tiranni ingordi e disinteressati al benessere dei loro sudditi.

Un giorno il giovane Hermes, giunto con suo padre al mercato di Gaianuaku da uno dei regni confinanti per vendere i loro miseri prodotti, sperando di ottenere un prezzo migliore, rimase molto colpito dalla bellezza del villaggio, delle sue case e dei vestiti dei suoi abitanti che vedeva per la prima volta nella sua vita. Hermes non conosceva il sentimento dell’invidia ma sapeva apprezzare la bellezza e tutto in quel posto gli sembrava meraviglioso, tanto che la sua mente priva di malignità lo portò a pensare che anche la gente del villaggio dovesse essere altrettanto meravigliosa.

In una delle poche pause dal lavoro si sedette su di un muretto a mangiare una mela e si trovò a fare conoscenza con dei suoi coetanei che stazionavano li vicino a chiacchierare tra di loro mangiando succulenti panini con la carne che si guardarono bene dall’offrirgli. All’inizio li trovò simpatici ed incuriositi per quello straniero così diverso da loro ma presto iniziarono a fargli domande su chi era, da dove venisse e ciò che possedeva, come se quello fosse tutto quello che gli interessava sapere. La povertà di Hermes fece cambiare atteggiamento ai ragazzi che iniziarono a schernirlo ed a definirlo “barbone” e “pezzente” prendendosi gioco di lui.

In quel momento un cane, in condizioni davvero penose, passò loro accanto, così magro che sembrava non mangiasse da giorni e quando si avvicinò al gruppo, malgrado l’odore della carne lo avesse attratto, si avvicinò ad Hermes che non potè che dividere metà della sua mela con la sventurata bestiolina.

I ragazzi iniziarono a ridere sguaiatamente tirando pietre alla sventurata creatura, urlando che un pulcioso aveva riconosciuto subito un suo simile e che insieme facevano certamente una bella coppia. Hermes si frappose tra la povera bestiola e quei ragazzi trascinandola via con se fino ad arrivare al carretto di suo padre. Il genitore, appena vide il cane, inveì a sua volta contro Hermes urlando che non voleva quel sacco di pulci accanto al suo carro e che nessuno si sarebbe avvicinato a comprare le sue merci con quella bestia li vicino.

Hermes si perse negli occhi teneri ed imploranti di quello sfortunato cane dicendo al padre che non lo avrebbe abbandonato e che sarebbe rimasto con lui.

Allontanatosi con la bestiola che lo seguiva, si trovò ad attraversare le strade del villaggio mentre la gente si scansava al loro passaggio tirando bucce di patate e deridendoli chiedendosi ad alta voce chi avesse più pulci, se lui o il cane…

Hermes aveva solo seguito il suo cuore ed aiutato una creatura in difficoltà e, per questo, si trovava ad essere deriso e messo ai margini della società. Improvvisamente si trovò a riflettere come tutta quella felicità e quel benessere avessero inaridito l’animo delle persone e quel posto non gli appariva più il paradiso che aveva creduto che fosse.

Proprio in quel momento, mentre evitava l’ennesima pietra che gli lanciavano contro, udì l’avvicinarsi di una carrozza trainata da una schiera di cavalli bianchi e subito si fece da parte avvicinando a sè la povera bestiola.

Giunta alla sua altezza, la carrozza improvvisamente si fermò ed Hermes notò che tutti quelli che fino a poco tempo prima stavano insultandolo e lanciandogli oggetti, si inchinarono. Dalla carrozza ne discese quello che doveva essere il re, seguito da una misteriosa e bellissima fanciulla dall’aria molto triste. Il sovrano e la ragazza venivano proprio nella sua direzione ed Hermes ritenne che fosse opportuno inchinarsi al re ed a quella che, con ogni probabilità era sua figlia la principessa. Notò anche che il suo nuovo amico a quattro zampe stava dimenando la coda alla vista della ragazza che stava venendo loro incontro.

“Angel!” gridò la ragazza appena vide il cane, correndogli incontro ed abbracciandolo. La bellissima ragazza sembrò aver ritrovato un sorriso che doveva aver perso da tempo mentre ricopriva di baci il cane.

A quel punto avvenne una cosa strana. Sembrò che la bestiola stesse comunicando alla principessa che quell’incontro e la sua salvezza fossero dipesi da quel giovane male in arnese che il cane continuava a guardare.

“Come ti chiami, giovane straniero?” chiese ad Hermes la principessa.

“Hermes, vostra altezza. Sono venuto dal vicino regno di Soul per vendere con mio padre le nostre merci. Qui è tutto meraviglioso e ricco, ma l’unico amico che ho trovato è stato lui” fece indicando il cane.

“se vorrai, giovane Hermes” disse il re intromettendosi nel discorso, “sarò felice di averti ospite d’onore a palazzo dove potrai avere un lavoro e tutte le ricchezze ed i privilegi che desideri perchè grazie a te mia figlia ha ritrovato il sorriso”.

Il ragazzo accettò volentieri, riflettendo su come la strada verso il paradiso passasse attraverso l’amore per qualunque forma di vita bisognosa d’affetto piuttosto che nella ricerca affannosa dell’inutile riconoscimento sociale.

Socializzare…

Prendendo spunto da un libro che ho letto di recente mi è venuta in testa un’idea un pò particolare. Sto cercando di capire come metterla in pratica, sarebbe un’iniziativa che credo riscontrerebbe notevoli consensi, venendo incontro ad un disperato bisogno della società di oggi e di tutti coloro che vorrebbero renderla migliore.

In fondo di cosa abbiamo un disperato bisogno al giorno d’oggi? Secondo me di comunicazione. E non sto parlando di quella falsa dei media che hanno il solo scopo di farti un lavaggio del cervello unidirezionale ed a cui non hai la possibilità di interloquire, nè quella fredda ed impersonale offerta da internet nelle sue molteplici forme. Certo, con la rete almeno hai la possibilità di confrontarti e scambiare opinioni, ma il tutto avviene in modo freddo e distaccato, spesso senza possibilità di contatto diretto e senza poter verificare che chi sta dall’altra parte del computer sia davvero quello che dice di essere.

Le persone hanno un notevole bisogno di conoscere e confrontarsi, in maniera civile, ed arricchirsi vicendevolmente con un sano confronto che sia utile a tutti, solo che nella vita frenetica di oggi mancano del tutto le occasioni per incontrarsi e soprattutto per incontrare persone nuove.

Da sempre i nuovi incontri sono stati fonte di crescita e di nuove sensazioni ed emozioni, uno scambio di idee, esperienze e passioni che spesso possono cambiare l’intera vita. Restare confinati nel proprio ambiente fatto di idee e frequentazioni ripetitive porta inevitabilmente ad atrofizzare la fantasia e la coscienza, creando tutta una serie di problemi, primo fra tutti quella sensazione di insoddisfazione, noia, solitudine e tristezza di cui soffre oggi quasi tutto il genere umano.

E ben poca gioia si trae dal placebo della rincorsa sfrenata all’accumulo del possedimento di beni materiali perchè essi ci portano inevitabilmente a confrontarci con gli altri in questa folle caccia al tesoro e generare inimicizie ed invidie che ci allontanano ancora di più dalle vere amicizie e dalle possibilità di conoscenze positive, attraendo falsi egoisti interessati soltanto a spartirsi la tua torta materiale.

Chi di noi non ha mai sperimentato la gioia dell’amicizia disinteressata, il fascino di una discussione su un argomento che ci interessa con chi dimostra di saperne più di noi, o l’arricchimento di un confronto teso non a far predominare le nostre idee su quelle dell’altro ma finalizzato ad un sereno scambio di opinioni?

Ebbene, al giorno d’oggi, questo sta diventando una rarità, confinata a poche occasioni perlopiù organizzate da gruppi politici, culturali o religiosi che comunque, pur offrendo la possibilità di allargare il panorama delle proprie conoscenze, lo lasciano confinato in una uniformità di vedute caratterizzata dalla stessa ideologia che li ha creati.

Allora perchè non prendere l’iniziativa di creare un gruppo, aperto a tutti, che dia la possibilità alle persone che vivono in una stessa città di conoscersi e confrontarsi su tutto ciò di cui hanno voglia? Ogni tanto, invece di passare la serata in casa a guardare la televisione, perchè non si potrebbe organizzare un incontro di anime erranti in cerca di compagnia e confronti? Senza fini specifici, solo per passare una serata con persone nuove in cerca di stimoli sociali, confronti e, eventualmente, amicizia.

Quante porte potrebbero aprirsi, quante occasioni di crescita e di sostegno ai problemi a cui crediamo di non saper trovare una soluzione, sempre con la possibilità di scegliere con chi andare d’accordo e con chi no, invece di accettare coloro che le opportunità sociali (peraltro scarse) ci mettono di fronte.

Una specie di “club delle chiacchiere” in cui essere liberi di sottoporre quesiti esistenziali, problemi o semplicemente argomenti futili su cui discorrere in libertà e senza obblighi o impegni, da convocare ogni volta che se ne sente la voglia o che qualcuno lo richieda, usando le infinite possibilità di internet per restare in contatto ed ampliare il giro in maniera proficua.

Credete sia una follia?

Take it easy

Possiamo lamentarci di un sacco di cose riguardo a questa nostra epoca ma occorre riconoscere che ha anche un sacco di qualità: Novità quotidiane, cambiamenti rapidi, possibilità di piaceri impensabili per le generazioni precedenti, tecnologia sbalorditiva.

Ma tutta questa ricchezza non potrebbe nascondere degli insidiosi pericoli? Non sarà per caso che a questa ricchezza esteriore faccia da contrappeso un impoverimento ed una miseria interiori? La grande vetrina del mondo espone quotidianamente nuovi ed invitanti giocattoli che strappano l’uomo dall’attenzione verso se stesso e lo scaraventano fuori dal suo io per farlo lottare ed accaparrarsi tutte quelle meraviglie. Un nuovo, apparente mondo stimolante e pieno di novità tecnologiche ci sta invadendo, impedendoci di focalizzare la nostra attenzione su ciò che davvero siamo. Oggi non sei più giudicato per ciò che sei, ma per ciò che hai.

Ma c’è anche un’altra faccia di questo galoppante progresso ed è l’inquinamento che sta portando ad una rapida contaminazione di cibi, aria ed acqua. Ma non ci sono soltanto questi modelli di inquinamento, c’è anche un notevole inquinamento psichico che sta contaminando il nostro spirito sconvolgendo la nostra spiritualità interiore.

L’invasione della pubblicità e tutte le manipolazioni commerciali provocano volutamente cali di attenzione, di coscienza e di interiorità. Siamo costantemente catturati da mille messaggi vuoti, futili e dannosi, drogati da tutto ciò che è rumoroso, accattivante, facile, già pensato, confezionato e pronto per l’uso. Tutti sanno ciò che è più adatto a te, tu non devi pensarci, ci pensiamo noi. Questa è la tua macchina, il tuo profumo, la tua zuppa, le tue scarpe…ti forniamo tutto noi basta che non pensi con la tua testa. Un bombardamento continuo a cui finiamo per credere, con la conseguenza che se ci credono tutti allora io non posso restare ai margini.

Ma ci vogliono i silenzi per udire le parole, ci vuole uno spazio nella mente affinchè la nostra vera coscienza possa emergere. L’hard-disk della nostra coscienza è ingolfato da troppe cose inutili e più seguiamo ciecamente ciò che è esteriore, meno avremo coscienza.

Abbiamo pensieri e sguardi troppo corti e sempre rivolti all’esterno, attratti come falene impazzite dallo scintillio di quel mondo inutile e fittizio.

Può sembrare una cosa futile, ma la vita che conduciamo nelle città ci accorcia anche lo sguardo, impedendoci di spingerlo in lontananza come potremmo fare invece in spazi aperti ed a contatto con la natura. Palazzi e cemento limitano la nostra vista a pochi metri ovunque volgiamo lo sguardo, l’orizzonte ci è sempre precluso. Poter lanciare lo sguardo il più lontano possibile è invece un modo per allenare la mente alla libertà, ad un’azione più ampia, capace di non farsi imbrigliare ed andare oltre.

Quanti di noi oggi sono davvero capaci di riflettere da soli, con calma, in silenzio? Ed ecco che questa mancanza di spazi interiori provoca angosce, noia, pensieri ossessivi che girano in tondo, ed ecco che preferiamo tornare al più presto all’esterno di noi stessi, a quel vuoto tumulto che ci riempie in modo rassicurante.

Questa società di abbondanza sta creando in noi infinite mancanze. Il troppo cibo ci sta rendendo obesi e cardiopatici, l’abuso di chat e social network ci sta rendendo soli, il troppo lavoro ci sta rendendo stressati e depressi. Troppo di qualcosa corrisponde quasi sempre alla mancanza di qualcos’altro. Non staremo rinunciando a qualcosa di vitale per qualcosa di totalmente inutile ed anzi dannoso?

Schizziamo da un’attività all’altra, non abbiamo mai tempo, c’è una cronica carenza di lentezza, di agire piano e con calma. Oggi c’è chi arriva a dire: “non riesco a stare con le mani in mano”, “se non ho niente da fare impazzisco”, siamo arrivati a questo. Facciamo deliranti e frenetici programmi di attività anche nei weekend o quando siamo in vacanza, abbiamo urgenza di controllare le mail o le novità su Facebook.

Ma è tanto terribile, ogni tanto, restare così senza fare nulla e provare a meditare per dare un’occhiata a quello che abbiamo dentro? Oppure questa azione ci spaventa per quello che potremmo scoprire? Sarebbe tanto terribile fermarsi un’ora ad osservare un tramonto? Scommetto che non ci pensiamo nemmeno a fare una cosa del genere.

Credo che come lo sport sia un toccasana per il corpo, così la meditazione lo è per la mente. Soddisfare un’esigenza di relax e calma mentale certo non è qualcosa di urgente, ma è importante.

Nella vita esiste ciò che è urgente e ciò che è importante. Fare la spesa, pagare le bollette, rispondere alle mail, terminare un lavoro sono tutte cose urgenti. Camminare nella natura, meditare, chiacchierare con gli amici, parlare con i familiari o addirittura non far nulla sono cose importanti. Nella vita, quotidianamente si presentano conflitti tra le cose urgenti e quelle importanti e la dittatura di quelle urgenti non ci lascia spazio alcuno per quelle importanti. L’urgente tenta sempre di prendersi quel poco spazio che dovremmo riservare all’importante.

Non prendiamocela con la cattiva sorte però se nella vita avremo scelto di ignorare completamente ciò che è davvero importante per la vita stessa, dovremo soltanto incolpare noi stessi.

Il mago dei regali

Una persona che considero un vero amico mi ha di recente fatto un regalo. Tra le doti che gli riconosco, oltre a quella fondamentale di una vera e disinteressata amicizia con la A maiuscola nei miei confronti, già di per se un bene prezioso al giorno d’oggi, c’è la sua innata capacità di azzeccare sempre i regali che decide di farmi.

La vita ci offre una miriade di occasioni standard per fare regali: compleanni, Natale, lauree, nascita di un bambino, San Valentino, matrimoni, tutti eventi in cui si arriva a ridosso della scadenza e si è perennemente in crisi al pensiero di cosa regalare all’amato/a, al figlio/a o al laureando/a di turno. Il più delle volte si finisce con lo spremersi le meningi inutilmente e ripiegare in zona Cesarini su un evergreen che nel 99% dei casi finirà in fondo ad un cassetto o, nella peggiore delle ipotesi, nel bidone della spazzatura (per gli ecologisti convinti si procederà al drammatico rituale del riciclaggio del regalo in questione che finirà per entrare in un terrificante giro che a volte lo riporta beffardamente alla persona che ha iniziato la catena).

Quindi ecco che arrivano cravatte, cornici d’argento, penne stilografiche, libri su argomenti demenziali ma di pregiata edizione, collanine con santi e madonne, agende di pelle…insomma la tomba della fantasia. Ed a questa miserabile pantomima fa da contraltare l’espressione pseudofelice del malcapitato ricevente/festeggiato che, scartando l’ennesima cravatta (anche se di Hermès) che non indosserebbe neanche ad un veglione di carnevale vestito da Sbirulino, esclama la frase di rito già rodata: “ma è stupenda! proprio quella che desideravo, ottima scelta…grazie! Grazie davvero!”. L’ha imparata a memoria, reprimendo conati di vomito e la recita ormai da attore consumato meritevole dell’oscar per qualsiasi pezzo di ciarpame si trovi costretto a scartare alla presenza dei mittenti che, con la coscienza sporca, sfoggiano anch’essi un sorriso di circostanza falso come un doblone di cioccolata, sperando, in cuor loro, che quel devastante momento finisca quanto prima e che il povero festeggiato passi al prossimo regalo. Il trionfo dell’ipocrisia.

Tutto questo solo perchè ai regalanti non frega una beata minchia della persona e quindi del regalo, e magari neanche volevano andarci a quella stramaledetta festa o matrimonio.

Personalmente, quindi, ritengo che il trucco per un buon regalo sia quello di essere “sentito” se fatto ad una persona a cui tieni veramente. Come in tutte le cose della vita, quando ci si mette il cuore non si sbaglia mai. Di contro, anche se doveste regalare una cravatta, state pur certi che il festeggiato avrà da conto quella cravatta come nessun’altra. La indosserà ogni volta che ne avrà l’occasione e diventerà quasi un portafortuna, arrivando a conservarla gelosamente anche quando avrà terminato la sua carriera di cravatta indossabile.

Le cose, come le persone su questo strano mondo, sono tutte fatte della stessa cosa primaria: l’energia (E=mc2, vi dice niente?). Ed energia positiva finirà inevitabilmente per attrarre altra energia positiva e viceversa. E’ una regola fisica semplicissima, ma pare che la stragrande maggioranza del genere umano non l’abbia ancora compresa.

Tornando al regalo che ho ricevuto, devo dire che si tratta di un quadro. Una riproduzione di un’opera di un artista francese, Paul Signac, dal titolo “Ritratto di Felix Feneon”.

Premetto che l’arte pittorica non è mai stata tra le mie passioni, quindi sarei stato portato a pensare che si sarebbe trattato di un regalo che non mi si addiceva, invece…

Per prima cosa sono stato colpito dai colori della tela, mi hanno provocato una serie di sensazioni contrastanti, una sorta di caos che attrae subito l’osservatore. Poi mi sono invece soffermato sull’uomo in primo piano, distinto ed elegante, sulla sua espressione concentrata unicamente sul piccolo fiore bianco che tiene in mano, simbolo di purezza, incurante del colorato caos che lo circonda. Mi è subito parso, dopo un pò che l’osservavo, come una perfetta metafora della vita, dove basta non lasciarsi prendere dalla spirale caotica della società consumistica per volgere lo sguardo e proteggere quello che più conta, la propria fragile coscienza.

Mi sono documentato su quell’opera e…ci avevo azzeccato in pieno! Sono riuscito a cogliere l’esatto messaggio dell’autore e questo mi ha reso molto soddisfatto e mi ha fatto apprezzare quell’opera non solo per il valore affettivo che riveste, ma anche come una mia iniziazione allo splendido mondo dell’arte.

Un grazie quindi al mio amico Bruno per il suo splendido regalo…

SOS creatività

Siamo davvero in crisi.

Non parlo di crisi economica, quella poco mi interessa dato che mi vanto di capire il minimo indispensabile sull’argomento, giusto quanto basta per gestire con accortezza le mie piccole finanze personali o concludere con sufficiente disinvoltura una partita di Monopoli.

La crisi che più mi preoccupa è quella della creatività, del libero pensiero che, anche in periodi di profonda crisi economica, non si è mai arrestata ed ha trovato sempre le giuste soluzioni per fare uscire gli uomini dai periodi più bui della loro storia.

Negli anni più terribili del XX secolo abbiamo trovato la forza per uscire, più forti di prima, da due devastanti guerre mondiali e un crack economico al cui confronto, la crisi dei nostri giorni sembra grave quanto il morbillo per un bambino.

Eppure non riusciamo più a venirne fuori, annaspiamo in una pozzanghera e diamo tutte le colpe dei nostri mali e problemi (anche personali) alla “crisi”. E non mi si venga a dire che è colpa di governanti inetti e ladroni che hanno portato allo sfascio le istituzioni. Paragonare Bossi e Prodi a Hitler e Stalin sarebbe come dire che Gigi D’Alessio ha stesso talento musicale di Mozart o Chopin. Certo, in quegli anni il mondo aveva i Roosvelt ed i Churchill, noi abbiamo Renzi ed Hollande e questo è un bel punto a vantaggio dei tempi passati…

Ma proprio qui sta la questione. Le crisi hanno sempre prodotto eroi, grandi uomini che sono riusciti a trascinare la società fuori dalle peggiori paludi, oggi, ed in ogni settore, produciamo solo imbecilli. Perchè? E non parlo solo di politica. Elencare le doti negative dei politici e governanti di oggi sarebbe facile come picchiare qualcuno seduto sulla tazza del cesso. Il più “sano” ha la rogna.

Va bene, direte voi, non ci pensiamo…che si fa? Andiamo al cinema a distrarci per vedere un bel film. Ecco…buona idea…che propone il programma? Oggi siamo indecisi tra il cinepanettone con Boldi, De Sica e tette e culo della strappona di turno e Checco Zalone. Poi ci sono Ficarra e Picone, Claudio Bisio e, per i più intellettuali, l’ultimo thriller di Hollywood col vendicatore/giustiziere tutto muscoli e occhiali da sole che spara agli spacciatori/terroristi cattivi di turno ammazzando da solo, nella scena finale, un esercito superarmato di cattivoni malgrado abbia già in corpo 5 o 6 pallottole ed un paio di pugnalate. Mito! Idolo! Che figo! Ma come farà? Io non riuscirei a rispondere al telefono a chi mi propone un nuovo piano telefonico se ho un accenno di mal di testa…

In questo cinematografico deserto del neurone, in questo paesaggio lunare dell’intelligenza filmica mi tornano alla mente i tempi in cui al cinema si sfornavano mensilmente capolavori degni di essere visti e rivisti, infatti lo facciamo ancora oggi con nostalgia.

“Il Padrino”, “C’era una volta in America”, “Salvate il soldato Ryan”, “Carlito’s way”, “I soliti sospetti”, “Pulp fiction”, “Il miglio verde”, “Qualcuno volò sul nido del cuculo”…potrei andare avanti all’infinito e sto citando titoli “leggeri”, film di cassetta che potrebbero non piacere solo ad un deficiente con la meningite.

Li guardavamo rapiti, seduti su scomode sedie di legno pieghevoli rese più morbide solo dalla quantità di cewingum che ci avevano impastato sopra i cretini di turno. Dopo le quattro ore del Padrino, su un sedile che avrebbe fatto venire la scoliosi ad un fachiro, ti alzavi rapito e soddisfatto con un argomento di discussione che sarebbe durato giorni e tornavi a casa con la soddisfazione di aver speso bene i soldi del biglietto.

Oggi ti siedi sprofondando in poltrone hi-tech con tanto di occhialini HD per vedere….cosa? Boldi che cade dalla scala urlando “che dolooooooreeeee” e De Sica che fa il figo toccando le tette dell’ochetta la cui recitazione farebbe apparire Rin Tin Tin degno dell’oscar alla carriera?

Ma possibile che nessuno oggi ha più un’idea nuova che non sia far cadere Boldi dalla scala? Ed ecco che tutto quello che si riesce a fare per far tornare il grande cinema sono i prequel, i sequel e i vari Rocky e Rambo che saranno arrivati al numero 187 con il povero Stallone che, per tirare su qualche lira, combatte ancora spacciatori e terroristi con l’artrite che gli devasta le ginocchia ed il parrucchino per nascondere la pelata. Ma come si fa?

Ok resto a casa a guardare la TV che è meglio…

Che propone oggi il palinsesto? Ehm… Rai1 con il Festival di San Remo, Rai2 con una trepidante fiction ambientata nell’800 con Gabriel Garko prete che fa strage di cuori inaccessibili di suore in un convento, il cui coinvolgimento emotivo forse è solo secondo al polpettone del discorso del Presidente della Repubblica l’ultimo dell’anno.

Rai3 con una biografia di Berlinguer ottima per chi soffre di insonnia, Canale5 con la De Filippi che fa la perfida croupier strappando audience con le disgrazie della gente, risultando falsa come una banconota da 120 Euro.

Ok ma c’è Sky coi suoi mille telefilm americani di supereroi, nani telepati, uomini invisibili, poliziotti integerrimi, vampiri teenagers e, per gli amanti dello sport c’è persino la diretta da Posillipo del campionato mondiale di lancio della pizza.

Altro disastro.

Magari si potrebbe andare ad un bel concerto musicale. Stadi e palazzetti ospitano ogni giorno artisti che fanno musica. Vediamo…abbiamo una band di diciottenni lobotomizzati la cui originalità dei testi e qualità della musica sono profondi come il bidet di casa mia, Lady Gaga che ha avuto almeno il buon gusto di scegliersi un nome in assonanza a quello che le urlerebbero milioni di persone (a parte i suoi neurolesi fans) se mai dovessero trovarsi ad un suo concerto, poi ci sono “le merendine atomiche”, i “cronical diarreah”,gli “urine festival”, i “vomitory”, i “putridity” (esistono davvero!)…ma no, dai, lasciamo stare la musica. Questa gente lascerà un segno indelebile nel panorama musicale come una scoreggia nella bora di Trieste.

Quelli che hanno fatto musica vera o sono morti uccisi dal tempo, dall’alcol, dalle droghe e dall’AIDS o sono troppo vecchi per reggere un concerto di tre ore…

Ok, allora si va sul culturale, andiamo a vedere una bella mostra d’arte. Oggi c’è in esposizione un tale che si chiama Lucio Fontana. Uno che fa arte tagliando le tele o facendoci dei buchi. Ok, non discuto il povero Fontana che, tra l’altro, è morto da un pezzo, ma quale imbecille sta glorificando oggi un’opera d’arte degna del peggior Freddy Kruger? Cercare un messaggio artistico in una tela lacerata da un banale taglierino e faselo pagare centinaia di migliaia di Euro dal miliardario gonzo di turno mi fa pensare ad un’abile messa in scena della Yakuza che governa il deserto dell’arte oggi. Se facessi il critico d’arte azzarderei l’interpretazione che il buon Fontana, nelle sue opere di buchi e tagli si è ispirato alla cosa che più di tutte gli uomini (anche i non artisti) hanno in testa: la figa.

Poi ci sono quelli che sputano sulla tela, quelli che dipingono con la cacca, quelli che fanno dipingere al loro figlio di tre anni e riescono a convincere qualcuno a dire che è “arte astratta che trasuda malinconia sociale mista ad uno scettiscismo mistico tipico delle anime infelici”.

Ma se qualcuno di talento riuscisse oggi a dipingere soggetti al passo dei tempi (non dico Monna Lisa) con la tecnica, i colori e le ombre di un Caravaggio o di un Van Gogh verrebbe cacciato a calci in culo dalle gallerie e bollato come asino? O più semplicemente dobbiamo giungere alla conclusione che uomini così non ne nascono più? Perchè?

Voglio puntualizzare che non sono un nostalgico dei tempi andati, uno di quelli che “si stava meglio quando si stava peggio”, a me piacciono questi tempi di progresso tecnologico, di infinite scelte, di comodità solo qualche anno fa impensabili, ma mi chiedo: non sarà che tutto questo progresso ci ha rammolliti? Non avrà ucciso la nostra creatività, il nostro talento naturale? E non sarà che questa anestesia cerebrale ci impedisce di trovare in noi stessi quella forza delle idee che ci permetta di uscire dalla crisi senza delegare questo compito a dei governanti inetti e ladroni? Se fosse così siamo davvero nella merda…

Svegliamoci, riappropriamoci del nostro tempo e delle nostre funzioni cerebrali invece di sacrificarle a Boldi che cade dalla scala.

Credo che l’unico settore, tra quelli elencati prima che ancora si salvi sia quello della scrittura, dei libri, dove alcune valide e coraggiose voci sempre più isolate cercano di urlare, nel deserto dell’indifferenza, un grido di risveglio delle coscienze creative. Ma oggi si legge sempre meno, preferiamo ad un buon libro il Festival di San Remo, Checco Zalone e Stallone ottantenne che ancora fa strage di cattivoni. Che tristezza…

La mente più illustre che sia mai esistita, Albert Einstein, ai primi del 900 aveva detto: “non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”. Amara verità.