vita

Il fantamegamarket

Sabato mattina mi svegliai di soprassalto come se mi fossi ridestato da un incubo. Avevo cullato il sogno di un sabato mattina tranquillo dedicato all’ozio completo, dopo una settimana molto dura ed invece…mi toccava accompagnare mia moglie al centro commerciale per la megaspesa, l’attività più odiata dagli italiani (uomini coniugati).

Ho sempre detestato i centri commerciali, quei megamarket che sembrano dei veri e propri templi eretti al consumismo inutile. Ok, l’uomo deve pur nutrirsi ma se quei supermercati si fossero limitati a vendere quello che era davvero indispensabile (e salutare) per la sopravvivenza di un essere umano, sarebbe bastato un locale grande quanto il cesso di casa mia. Infatti mi trovai a pensare con nostalgia a neanche tanto tempo fa quando quei mostri neanche esistevano e mia madre andava a fare la spesa dal piccolo salumaio di fronte e dal fruttivendolo accanto che conoscevano tutti e da cui avevi persino la possibilità di aprire una linea di credito da saldare quando volevi. Bella comodità…e poi in dieci minuti avevi finito, attraversavi la strada ed eri già a casa…

Del resto non mi ricordo mancasse nulla in tavola neanche allora, nelle occasioni speciali quali i pranzi di Natale o i compleanni, c’era ogni ben di dio che aveva anche un gusto diverso, più forte e genuino di quelli di adesso. Certi sapori li ricordo ancora se faccio mente locale, mentre l’arrosto di ieri sera, avendo avuto la fortuna che non mi fosse rimasto sullo stomaco, non me lo ricordavo neppure.

Allora perchè fare code chilometriche e spendere una fortuna per roba inutile? Mah…misteri del progresso…

Malvolentieri mi metto in macchina con mia moglie accanto, diretti al Fantamegamarket “Le torri”, distante 25 chilometri per poi sorbirmi una coda anche per il parcheggio degna di un concerto degli U2.

Mia moglie Ha in mano uno di quegli opuscoli pubblicitari che ti infilano a pacchi nel portone di casa in cui si elencano tutte le offerte del mese che lei aveva già studiato in precedenza ma che stava diligentemente ripassando nel tragitto in auto come un ragioniere psicotico, elogiando la convenienza di svariati prodotti a prezzi davvero imbattibili.

Pensavo che se avesse messo in conto la benzina consumata e soprattutto l’inestimabile valore del tempo libero che stavamo perdendo, i conti non sarebbero affatto tornati.

Eh già…le offerte! Questa trappola letale in cui cascano tutte le casalinghe del mondo, affascinate da quel luna park di colori che offre merce a prezzi imbattibili. Le donne di casa sono letteralmente ossessionate dalle offerte nei supermarket, comprano una marea di roba assolutamente inutile solo perchè è in offerta. Se avessero venduto la merda in offerta, loro l’avrebbero comprata.

All’interno di quelle cattedrali del consumismo ci sono persino i banchi informazioni perchè davvero rischi di perderti e durante il fine settimana quei posti non hanno niente da invidiare al suk dei paesi arabi dove se perdi un bambino rischi di non ritrovarlo mai più.

Lì dentro si perde la cognizione del tempo, è un luogo dove non vigono le normali leggi della fisica, una sorta di curvatura dello spaziotempo in cui entri con il sole ed esci che è notte fonda perchè sono aperti fino a quell’ora.

Una banale lista della spesa è inutile, per andare a caccia di quello che esattamente ti serve, sarebbe necessario l’Indiana Jones dei tempi migliori. Cerchi una banalissima Peroni? Auguri! Nel settore birre, che occupa due scaffali chilometrici, ci sono bottiglie che ti ubriacano solo a guardarle. Doppio malto, triplo malto, al limone, superalcoliche, analcoliche… Ma, di grazia, a che serve una birra analcolica? Fa schifo! Se non puoi bere alcol perchè te lo ha prescritto il medico evita le bevande alcoliche, punto. Ci sarà un motivo per cui non esiste il gin o la grappa analcolica.

Poi prendi il bigliettino e ti metti in coda al banco gastronomia dove scopri che sei il settantesimo della fila…neanche in Posta all’ora di punta ti ricapita. Il programma è quello di prendere un pò di affettati, che so prosciutto e salame ma il panorama del cimitero suino che si para davanti ai tuoi occhi ha dell’incredibile…salami di grandezze e forme diverse provenienti da paesi che neanche conosci, prosciutti con gradazioni di sale e grasso su cui potresti stilare una tavola periodica, mortadelle al tartufo, al pepe, alle spezie, al rosmarino, alle noci e per i più fantasiosi addirittura salumi con all’interno facce di orsetti e papere disegnate.

Per non parlare dei formaggi…ti serve del grana? Sei antico! Ti guardano male se lo ordini. Lo tengono ancora solo per i nostalgici. Molto meglio il geitost norvegese o l’oscypek polacco (di che sapranno?) o magari una bella ricotta di Yak o due etti di formaggio agli acari tedesco che ti assicurano avere un gusto impareggiabile. Un formaggio agli acari credo mi assicurerebbe solo una notte di feroce diarrea…

Dopo un periodo di tempo in cui avresti potuto vedere il derby in TV ti ritrovi nel reparto più terrificante di tutti i supermercati: gli yogurt!

Ma, di grazia, che bisogno c’è di una varietà simile di un alimento neppure tanto indispensabile? Avete mai provato a contare quante specie di yogurt ci sono in vendita anche in un supermarket di piccole dimensioni? Magari hanno finito la Peroni ma lo yogurt alla papaya o alle erbe alpine non manca mai.

Reparto frutta e verdura. Cerchi un piede d’insalata, mele, pere ed arance? A parte il fatto che hanno un colore che sembra falso come il dispiacere di Barbara D’Urso nelle sue trasmissioni, c’è da dire che sono di un’infinità di fogge diverse e non sai quale scegliere, così finisci per prenderne un pò a casa, tanto non sanno di un cazzo tutte quante.

Mentre faccio queste riflessioni mia moglie ha riempito il carrello di merci in offerta e noto una quantità di pacchi di dentifricio che mi toccherà campare fino a cent’anni per consumarlo tutto, a meno che non lo lasci in eredità ai figli.

Poco prima di avviarsi ad una delle decine di casse, che si rivelerà immancabilmente la più lenta di tutte in base all’infallibile legge di Murphy, mia moglie scova un’offertona non menzionata sul suo opuscolo evangelico. “Guarda! c’è l’olio in offerta, prendiamone un pò di litri!” Sta per aggiungere un pò del prodotto sul carrello che ha raggiunto le dimensioni della piramide di Giza quando la guardo divertito e le faccio: “Cara, il Castrol è un olio per le auto. Non vorrai farmi stasera una frittura di calamari con quello, vero?”

Socializzare…

Prendendo spunto da un libro che ho letto di recente mi è venuta in testa un’idea un pò particolare. Sto cercando di capire come metterla in pratica, sarebbe un’iniziativa che credo riscontrerebbe notevoli consensi, venendo incontro ad un disperato bisogno della società di oggi e di tutti coloro che vorrebbero renderla migliore.

In fondo di cosa abbiamo un disperato bisogno al giorno d’oggi? Secondo me di comunicazione. E non sto parlando di quella falsa dei media che hanno il solo scopo di farti un lavaggio del cervello unidirezionale ed a cui non hai la possibilità di interloquire, nè quella fredda ed impersonale offerta da internet nelle sue molteplici forme. Certo, con la rete almeno hai la possibilità di confrontarti e scambiare opinioni, ma il tutto avviene in modo freddo e distaccato, spesso senza possibilità di contatto diretto e senza poter verificare che chi sta dall’altra parte del computer sia davvero quello che dice di essere.

Le persone hanno un notevole bisogno di conoscere e confrontarsi, in maniera civile, ed arricchirsi vicendevolmente con un sano confronto che sia utile a tutti, solo che nella vita frenetica di oggi mancano del tutto le occasioni per incontrarsi e soprattutto per incontrare persone nuove.

Da sempre i nuovi incontri sono stati fonte di crescita e di nuove sensazioni ed emozioni, uno scambio di idee, esperienze e passioni che spesso possono cambiare l’intera vita. Restare confinati nel proprio ambiente fatto di idee e frequentazioni ripetitive porta inevitabilmente ad atrofizzare la fantasia e la coscienza, creando tutta una serie di problemi, primo fra tutti quella sensazione di insoddisfazione, noia, solitudine e tristezza di cui soffre oggi quasi tutto il genere umano.

E ben poca gioia si trae dal placebo della rincorsa sfrenata all’accumulo del possedimento di beni materiali perchè essi ci portano inevitabilmente a confrontarci con gli altri in questa folle caccia al tesoro e generare inimicizie ed invidie che ci allontanano ancora di più dalle vere amicizie e dalle possibilità di conoscenze positive, attraendo falsi egoisti interessati soltanto a spartirsi la tua torta materiale.

Chi di noi non ha mai sperimentato la gioia dell’amicizia disinteressata, il fascino di una discussione su un argomento che ci interessa con chi dimostra di saperne più di noi, o l’arricchimento di un confronto teso non a far predominare le nostre idee su quelle dell’altro ma finalizzato ad un sereno scambio di opinioni?

Ebbene, al giorno d’oggi, questo sta diventando una rarità, confinata a poche occasioni perlopiù organizzate da gruppi politici, culturali o religiosi che comunque, pur offrendo la possibilità di allargare il panorama delle proprie conoscenze, lo lasciano confinato in una uniformità di vedute caratterizzata dalla stessa ideologia che li ha creati.

Allora perchè non prendere l’iniziativa di creare un gruppo, aperto a tutti, che dia la possibilità alle persone che vivono in una stessa città di conoscersi e confrontarsi su tutto ciò di cui hanno voglia? Ogni tanto, invece di passare la serata in casa a guardare la televisione, perchè non si potrebbe organizzare un incontro di anime erranti in cerca di compagnia e confronti? Senza fini specifici, solo per passare una serata con persone nuove in cerca di stimoli sociali, confronti e, eventualmente, amicizia.

Quante porte potrebbero aprirsi, quante occasioni di crescita e di sostegno ai problemi a cui crediamo di non saper trovare una soluzione, sempre con la possibilità di scegliere con chi andare d’accordo e con chi no, invece di accettare coloro che le opportunità sociali (peraltro scarse) ci mettono di fronte.

Una specie di “club delle chiacchiere” in cui essere liberi di sottoporre quesiti esistenziali, problemi o semplicemente argomenti futili su cui discorrere in libertà e senza obblighi o impegni, da convocare ogni volta che se ne sente la voglia o che qualcuno lo richieda, usando le infinite possibilità di internet per restare in contatto ed ampliare il giro in maniera proficua.

Credete sia una follia?

Take it easy

Possiamo lamentarci di un sacco di cose riguardo a questa nostra epoca ma occorre riconoscere che ha anche un sacco di qualità: Novità quotidiane, cambiamenti rapidi, possibilità di piaceri impensabili per le generazioni precedenti, tecnologia sbalorditiva.

Ma tutta questa ricchezza non potrebbe nascondere degli insidiosi pericoli? Non sarà per caso che a questa ricchezza esteriore faccia da contrappeso un impoverimento ed una miseria interiori? La grande vetrina del mondo espone quotidianamente nuovi ed invitanti giocattoli che strappano l’uomo dall’attenzione verso se stesso e lo scaraventano fuori dal suo io per farlo lottare ed accaparrarsi tutte quelle meraviglie. Un nuovo, apparente mondo stimolante e pieno di novità tecnologiche ci sta invadendo, impedendoci di focalizzare la nostra attenzione su ciò che davvero siamo. Oggi non sei più giudicato per ciò che sei, ma per ciò che hai.

Ma c’è anche un’altra faccia di questo galoppante progresso ed è l’inquinamento che sta portando ad una rapida contaminazione di cibi, aria ed acqua. Ma non ci sono soltanto questi modelli di inquinamento, c’è anche un notevole inquinamento psichico che sta contaminando il nostro spirito sconvolgendo la nostra spiritualità interiore.

L’invasione della pubblicità e tutte le manipolazioni commerciali provocano volutamente cali di attenzione, di coscienza e di interiorità. Siamo costantemente catturati da mille messaggi vuoti, futili e dannosi, drogati da tutto ciò che è rumoroso, accattivante, facile, già pensato, confezionato e pronto per l’uso. Tutti sanno ciò che è più adatto a te, tu non devi pensarci, ci pensiamo noi. Questa è la tua macchina, il tuo profumo, la tua zuppa, le tue scarpe…ti forniamo tutto noi basta che non pensi con la tua testa. Un bombardamento continuo a cui finiamo per credere, con la conseguenza che se ci credono tutti allora io non posso restare ai margini.

Ma ci vogliono i silenzi per udire le parole, ci vuole uno spazio nella mente affinchè la nostra vera coscienza possa emergere. L’hard-disk della nostra coscienza è ingolfato da troppe cose inutili e più seguiamo ciecamente ciò che è esteriore, meno avremo coscienza.

Abbiamo pensieri e sguardi troppo corti e sempre rivolti all’esterno, attratti come falene impazzite dallo scintillio di quel mondo inutile e fittizio.

Può sembrare una cosa futile, ma la vita che conduciamo nelle città ci accorcia anche lo sguardo, impedendoci di spingerlo in lontananza come potremmo fare invece in spazi aperti ed a contatto con la natura. Palazzi e cemento limitano la nostra vista a pochi metri ovunque volgiamo lo sguardo, l’orizzonte ci è sempre precluso. Poter lanciare lo sguardo il più lontano possibile è invece un modo per allenare la mente alla libertà, ad un’azione più ampia, capace di non farsi imbrigliare ed andare oltre.

Quanti di noi oggi sono davvero capaci di riflettere da soli, con calma, in silenzio? Ed ecco che questa mancanza di spazi interiori provoca angosce, noia, pensieri ossessivi che girano in tondo, ed ecco che preferiamo tornare al più presto all’esterno di noi stessi, a quel vuoto tumulto che ci riempie in modo rassicurante.

Questa società di abbondanza sta creando in noi infinite mancanze. Il troppo cibo ci sta rendendo obesi e cardiopatici, l’abuso di chat e social network ci sta rendendo soli, il troppo lavoro ci sta rendendo stressati e depressi. Troppo di qualcosa corrisponde quasi sempre alla mancanza di qualcos’altro. Non staremo rinunciando a qualcosa di vitale per qualcosa di totalmente inutile ed anzi dannoso?

Schizziamo da un’attività all’altra, non abbiamo mai tempo, c’è una cronica carenza di lentezza, di agire piano e con calma. Oggi c’è chi arriva a dire: “non riesco a stare con le mani in mano”, “se non ho niente da fare impazzisco”, siamo arrivati a questo. Facciamo deliranti e frenetici programmi di attività anche nei weekend o quando siamo in vacanza, abbiamo urgenza di controllare le mail o le novità su Facebook.

Ma è tanto terribile, ogni tanto, restare così senza fare nulla e provare a meditare per dare un’occhiata a quello che abbiamo dentro? Oppure questa azione ci spaventa per quello che potremmo scoprire? Sarebbe tanto terribile fermarsi un’ora ad osservare un tramonto? Scommetto che non ci pensiamo nemmeno a fare una cosa del genere.

Credo che come lo sport sia un toccasana per il corpo, così la meditazione lo è per la mente. Soddisfare un’esigenza di relax e calma mentale certo non è qualcosa di urgente, ma è importante.

Nella vita esiste ciò che è urgente e ciò che è importante. Fare la spesa, pagare le bollette, rispondere alle mail, terminare un lavoro sono tutte cose urgenti. Camminare nella natura, meditare, chiacchierare con gli amici, parlare con i familiari o addirittura non far nulla sono cose importanti. Nella vita, quotidianamente si presentano conflitti tra le cose urgenti e quelle importanti e la dittatura di quelle urgenti non ci lascia spazio alcuno per quelle importanti. L’urgente tenta sempre di prendersi quel poco spazio che dovremmo riservare all’importante.

Non prendiamocela con la cattiva sorte però se nella vita avremo scelto di ignorare completamente ciò che è davvero importante per la vita stessa, dovremo soltanto incolpare noi stessi.

Lo sconosciuto

Chi siamo noi? Questo dovremmo saperlo, almeno credere di saperlo anche se a volte ci stupiamo da soli per ciò che facciamo o pensiamo, quindi davvero possiamo dire di conoscerci?

Ma come si fa a conoscersi davvero? Siamo sempre vissuti con noi stessi, in fondo non ci siamo mai separati neppure per un istante, ma forse abbiamo dato per scontate cose che non erano del tutto scontate. A chi non è mai capitato di avere reazioni inconsulte di cui ci si è pentiti o stupiti immediatamente dopo? Allora quale parte di noi è affiorata in quel determinato momento? Forse qualcosa che cerchiamo di nascondere anche a noi stessi, qualcosa che non accettiamo faccia parte della nostra persona e del nostro carattere.

Avete mai pensato che non vi siete mai visti veramente? Voi siete dentro quel corpo, siete quel corpo e la conoscenza che ne avete è alquanto indiretta, attraverso delle foto o uno specchio. E quante volte vi capita di non piacervi in quelle stesse foto o in quello stesso specchio? Comunque resta una conoscenza indiretta. Foto e specchio rimandano un’immagine che il più delle volte non è mai quella reale, per cui affermare che non vi siete mai visti e mai potrete vedervi è un dato di fatto inconfutabile.

Stesso discorso per la nostra voce. Suono e timbro percepito da noi stessi mentre parliamo è completamente diverso da quello percepito dagli altri. Avete mai provato ad ascoltare la vostra voce registrata? Irriconoscibile.

Ma allora siamo davvero così sconosciuti a noi stessi? Per quanto riguarda l’esterno abbiamo visto di si, forse perchè l’esterno non ha molta importanza (anche se per la maggior parte degli esseri umani sembra sia l’unica cosa essenziale), ma chi non cerca almeno di conoscersi internamente allora è destinato per sempre a restare un estraneo a se stesso. Un destino terribile, a ben pensarci. Convivere tutta la vita nel corpo e nella mente di uno sconosciuto.

Deve esistere una conoscenza che è molto più grande di noi e può essere raggiunta attraverso l’amore e la solidarietà totale ed incondizionata tra tutti gli esseri umani che sono in qualche maniera tutti collegati gli uni agli altri. Ma la società ed il suo stile di vita ci sta spingendo sempre di più verso l’isolamento e la solitudine, il vero male di questi tempi, che ci porta a metterci l’uno contro l’altro, nell’affannosa, inutile ricerca dell’affermazione di un ego che, da solo, non può arrivare da nessuna parte. Sconosciuti tra gli sconosciuti.

E’ facile comprendere chi resta aggrappato alle apparenze, alle mode ed alle infinite frivolezze della vita, esse sono un porto sicuro con regole precise e ben conosciute, un gioco con rigide istruzioni a cui adeguarsi. Chi le segue ha diritto a sedersi al tavolo dei giocatori, chi non le segue è fuori.

Io ho deciso di alzarmi da quel tavolo, non condividevo le regole e non mi piacevano molto i giocatori ma mi rendo conto che la strada è impervia, buia e sconosciuta per chi ha il coraggio di avventurarsi su sentieri che in pochissimi cercano di percorrere. Nessun punto di riferimento, solo una bussola che ci è stata data dalla nascita ma che non è mai stata usata.

Per questo bisogna credere sempre e solo in se stessi. Anche se gli altri ti sono contro, difendi sino alla morte le tue idee, sono le tue e non devi rinunciarci per sposare quelle di un altro. Le idee sono come i figli, non puoi rinnegarli anche se non sono perfetti, ma sono i tuoi e devi difenderli a qualunque costo.

Essere coerenti con le proprie idee è il vero modo di essere liberi. Seguire una moda significa non avere idee proprie, vuol dire che hai bisogno che qualche altro ti dica cosa fare, come devi vestire, dove devi andare a divertirti, cosa mangiare, cosa dire, cosa guardare alla TV, insomma diventi un burattino che non ha in mano i suoi fili, li ha qualcun altro e ti farà andare dove vuole lui, non dove decidi tu.

Pensa sempre con la tua testa, non cercare riscontri o approvazioni, non saranno mai unanimi e finiranno col privarti delle tue sicurezze. Non cercare consigli, anzi cerca, nei limiti del possibile, di non darne. I consigli sono giudizi travestiti e qualunque realtà va osservata, non giudicata per essere compresa. I giudizi, poi, sono come le impronte digitali, ogni essere umano sulla terra ha i suoi e quindi sono ciò che di meno obiettivo esista, frutto dell’esperienza di vita di ognuno.

Se vuoi davvero cambiare la tua vita cerca di non cambiare mai te stesso…

Futuro in corso

Conosciamo solo una parte infinitesimale del significato e funzionamento dell’universo e di tutto ciò da cui è formato, compresi noi stessi. E, di conseguenza, conosciamo solo la corrispondente parte di noi stessi e di come funzioniamo a nostra volta.

Tutto ci è sconosciuto e ciò che non arriviamo a conoscere, anche se ne avvertiamo l’esistenza, lo chiamiamo Dio. Dio è tutto ciò che non arriviamo a comprendere, quell’ordine supremo ancora troppo lontano dalle nostre piccole menti limitate.

Per tale ragione quell’ordine non può essere giusto o sbagliato, quel qualcosa, semplicemente esiste.

Ma noi ci identifichiamo con la nostra piccolezza, crediamo di essere al vertice della scala evolutiva ma tra noi e gli uomini delle caverne di decine di migliaia di anni fa non c’è molta differenza, biologica e di pensiero.

Crediamo di aver scoperto le leggi che governano questa che chiamiamo realtà eppure siamo continuamente in balìa degli eventi e ci lamentiamo di qualcosa che chiamiamo fato o Dio e che ci appare giusto o ingiusto a seconda delle nostre aspettative.

Ma possiamo avere davvero la presupponenza di credere che al fato, a Dio o all’universo importi davvero delle nostre minuscole aspettative generate da una mente immatura?

Si pensi a Galileo quando affermò che era la terra a girare attorno al sole e non il contrario, o a quando si era convinti che la stessa terra fosse piatta. I fautori di quelle “strambe” teorie furono emarginati e puniti come eretici e pazzi ma avevano ragione.

Quelle verità erano li, immutabili e a disposizione. C’erano ma non le vedevano. Chi può essere così folle da dire che oggi non siamo nella stessa situazione? Che cioè non riusciamo ancora a vedere cose ed eventi che esistono ma che non riusciamo a percepire?

Fino a quando non riusciremo a rivelare tutta la verità che ci circonda e di cui siamo fatti, esisterà sempre un Dio in cui sarà troppo facile e scontato rifugiarsi e la strada è ancora lunga…

New Year Day

A dicembre si gioca il solito incontro di pugilato che finisce per metterti inevitabilmente al tappeto. Si comincia con la serie di jab dell’immacolata e relativo ponte per arrivare al diretto natalizio. Neanche il tempo di incassare il colpo e ti ritrovi disteso dal montante al volto del capodanno. L’ho già detto, ma lo ribadisco: odio le feste.

In questa settimana infernale il problema che sembra assillare la maggior parte delle persone è sempre la stessa: “che si fa a capodanno?”

Ma poi, cazzo, mi chiedo: perché si deve fare per forza qualcosa? Se sei fortunato ed hai casa, animali e famiglia, perché non approfittarne?

Invece no. Se hai un posto a qualche veglione sei uno “di vita”, mentre se non hai alternative sei uno sfigato.

E già…il veglione. L’incubo di questo periodo. Location e compagnia non hanno importanza, sono secondari. L’importante è partecipare. E non importa se fuori nevica, se rischi una lavastoviglie sulla macchina, parcheggiata a 2 chilometri di distanza, se il giorno dopo hai il 90 % di possibilità di essere preda di una attacco di cagarella fulminante per la merda che ti propinano ed il tavernello spacciato come vino della casa, se il giorno dopo magari ti tocca andare al lavoro in condizioni fisiche da far invidia ad uno zombie struccato, se trascuri figli piccoli, animali domestici e genitori anziani. Ma che vuoi che siano simili inezie? Vai col veglione!

Mi sorge il dubbio che veglione sia una crasi per “veglia del coglione”. Se il mio dentista lavorasse la notte di capodanno avrei più piacere a farmi curare una carie che non a partecipare ad un veglione.

Ma volete mettere la libidine di quando, a 30 secondi dalla mezzanotte si mette a palla il maxischermo dove quel pinguino lampadato dello strapagato presentatore inizia il conto alla rovescia con una bottiglia di spumante accanto a Gigi D’Alessio e la sciaquetta di turno con tette e culo di fuori mentre ci sono 15 gradi sottozero? Vette di piacere incredibile, mentre il tavernello ottunde i sensi e corrode il fegato ed altri organi interni.

Allo scadere del fatidico ultimo secondo, mentre attacca l’inevitabile ritornello de “L’anno che verrà” di Lucio Dalla si ode un concerto asincrono di tappi di Asti Gancia che saltano, con l’immancabile rincoglionito che eiacula precocemente e l’imbranato che diventa paonazzo nel vano tentativo di estrarre un tappo incollato che farebbe bene a tener buono per l’anno successivo invece che farlo saltare quando tutti se ne stanno già andando via. Dicono che porti sfiga. Ma la vera sfiga è quella di essere lì, quindi non credo e certe dicerie.

L’ennesima occasione in più per dimenticare l’amarezza della vita, invece di affrontarla e risolverla.

Per non parlare della barbara e demenziale usanza dei botti. Ma che cazzo avete da sparare bombe che più sono rumorose e più fanno figo? Cosa minchia festeggiate, se domani sarete di nuovo nella solita merda? I botti sono pericolosi e spaventano a morte gli animali, quindi, se proprio volete provare l’ebbrezza del rumore, chiudetevi in uno stanzino e sparateveli sui piedi, poi vedete l’effetto che fa.

Non vorrei cadere nel patetico, ma personalmente non c’è stato un capodanno in cui il pensiero, almeno per un momento non mi sia corso a chi è in guerra, a chi, in un letto di ospedale, lotta tra la vita e la morte o ci sta perché i suoi familiari sono al veglione, a chi non ha un bicchiere d’acqua con cui bere, a chi sta lavorando, a chi semplicemente non è nello stato mentale di festeggiare per cazzi suoi, e soprattutto agli animali per strada o nei ricoveri al freddo e al gelo, insomma a quell’esercito silenzioso a cui quello dei “veglionisti” sembrerebbe un ritrovo di rincoglioniti. Lo so, serve a poco, ma io ci penso e mi commuovo per loro.

Non è una critica, sia chiaro. Esprimo solo il mio punto di vista, dal momento che abbiamo la fortuna di vivere in una società aperta che consente di esporre liberamente i propri pensieri. Per i “veglionisti” il rincoglionito sono io, ma sono contento di esserlo.

Non è una notte speciale. Il tempo passa uguale per tutti e l’universo, che sta li da miliardi di anni con i suoi misteri irrisolti non sa cosa sia il concetto di capodanno, perché il tempo non esiste, è solo una convenzione, una delle mutevoli dimensioni della nostra povera realtà umana. Se non credete a me dovreste credere almeno ad un tale che si chiama Albert Einstein, perché era lui che lo diceva.

Se proprio devo stappare una bottiglia e fare degli auguri, mi piace farli alle persone care che ancora mi sopportano su questo pianeta. Voltarmi tra una massa di sconosciuti ubriachi ed augurare falsamente buon anno a qualcuno che magari mai più rivedrò in vita mia mi sembrerebbe inutile, stupido ed ipocrita.

Si dovrebbe cercare di vivere la vita assaporando ogni momento con quello che ci offre, perché ogni momento della nostra vita è un capodanno che potrebbe regalarci gioie e dolori senza il disperato bisogno dell’ennesima manifestazione di rincoglionimento sociale.

Ah…dimenticavo…Buon anno a tutti…

Donne

Parliamo di donne.

Viste dalla parte di un uomo, ovviamente. Il problema è proprio questo: le donne non sono mai gli esseri che un uomo osserva e crede di capire nella sua mente. No, no, niente di più sbagliato. Se un uomo analizza una donna col suo metro di giudizio non capirà mai niente. Ergo, è valido anche il discorso inverso, solo che noi le sottovalutiamo, mentre loro, spesso, ci sopravvalutano.

Un uomo crederà che un “no” è no e che un “si” è un si. Invece per loro esistono solo i “forse” che racchiudono una sola risposta a svariate domande e che sono suscettibili di improvvisi cambiamenti.

Sono un’opera incompiuta, perennemente incompiuta, e si riservano il diritto di cambiare idea in corso d’opera, a seconda di ciò che un uomo fa o dice in quel determinato momento. Però, se si ostinano, cercano disperatamente, anche per mesi o anni, un senso a frasi che hanno un solo, evidente senso maschile, ma non corrisponde al loro modo di vedere, quindi cercano di adattarlo ad una delle loro infinite sfumature. E’ come voler fare entrare il piede di Lebron James nelle scarpette da danza di una ballerina. E’ inutile che vi dannate, non ci entra!

Con loro ogni strategia va a farsi fottere…mi fanno ridere quegli imbecilli che scrivono libri ed organizzano corsi di seduzione perchè secondo i loro insegnamenti ed attraverso le loro strategie “tutte cadranno ai tuoi piedi”. Forse lo fanno per spennare qualche pollo, e fin qui lo capisco, ma se ci credono vuol dire che non hanno capito un cazzo neppure loro.

Le donne vivono l’attimo come va davvero vissuto e non importa quello che succederà domani. Possono sposare uno stronzo, sapendo che è stronzo, ma in quel momento sono appagate e va bene così. Tanto sanno di avere la forza di far fronte a tutto, anche ai loro errori di un momento, ma quel momento se lo sono goduto in pieno. Certo, si lamentano anche loro, ma la capacità di reagire alle avversità che hanno creato da sole nella loro vita gli consente di vivere l’attimo molto più profondamente di noi.

Mi sembra quasi che abbiano il “carpe diem” nel loro DNA, una vicinanza molto più profonda del significato della vita di noi uomini, che invece siamo impelagati nelle pastoie di una razionalità che ci offusca la mente e che ci costringe ad evitare cazzate che potrebbero rivelarsi invece eventi molto appaganti per investire su un futuro che non c’è ancora e che forse mai ci sarà.

Loro vedono il lato bello delle cose anche dove il bello non c’è, si dipingono la mente di mille colori per scegliere quelli da dare alla vita, mentre per noi esistono solo il bianco ed il nero e, qualche volta, se siamo indecisi, il grigio.

Una donna cavalca la vita come fa con una moto, sempre seduta alla punta del sellino, quasi fosse pronta a scivolar via quando vuole mentre noi l’occupiamo al centro, forti di convinzioni che sono tutte nostre e di nessun altro.

Noi le confiniamo in due sole categorie, le brave ragazze (quelle con cui stiamo) e le puttane (le donne degli altri) mentre per loro non vale il discorso contrario. Non esistono i bravi ragazzi e i playboy, ci sono anche i soggetti, gli intellettuali, gli animali da letto col cervello di un tronista, gli amici (solo gli uomini pensano che l’amicizia con una donna non possa esistere), gli uomini “utili” (concetto sconosciuto al genere maschile), gli sfigati, i matti, quelli che “proprio non li capisco” e potrei continuare per ore…

Per noi sono belle o brutte, mentre per loro l’aspetto fisico conta fino ad un certo punto. Se sai prendere una donna alla testa allora sei arrivato anche alle sue mutande, anche se non sei proprio Brad Pitt e lei è una figa spaziale. Sembra che abbiano tutte un loro “interruttore” nascosto che ti trovi a far scattare sempre per caso e mai di proposito. Insomma, se ti va di culo e lo trovi, potresti farcela con chiunque.

Loro vedono ogni uomo in modo differente, cercano un ideale che potrebbe incarnarsi in chiunque. Ed ecco che il principe azzurro potrebbe essere basso e con gli occhiali ed avere una bicicletta invece che un cavallo bianco o una Porsche Carrera. Puoi gonfiare i muscoli quanto vuoi ed ammazzarti in palestra, ma se non dimostri di avere qualcos’altro da gonfiare ed altre carte da giocarti, con loro duri il tempo di un verde ad un semaforo.

Ed infine il paradosso più grande a testimonianza di una complessità inarrivabile: se vuoi la loro massima attenzione devi dar loro la massima attenzione, ascoltarle, magari anche solo annuendo se sei proprio un cretino. Ascoltale ed assecondale senza dar loro consigli, tanto, alla fine, fanno sempre di testa loro…

Il cappellaio matto

Mi sto allontanando dal branco. Mi sento sempre più solo. Non so quando e come è iniziato. Sia chiaro, non è un grido di aiuto o di sofferenza, no, affatto. E’ il risultato di una costante introspezione che mi porta a riflettere su ciò che conta nella vita. Ho iniziato ponendomi delle domande, tante, troppe. E adesso non so dare una risposta, a nessuna. Per ora. Mi chiedo come facciano le persone a non porsi certe domande sulla loro vita, a non cercare un senso a tutte le difficoltà che gli si parano davanti, a non rendersi conto di essere artefici del loro destino. Perchè un senso deve esserci. Noi siamo più di quello che sembriamo.

E’ meglio proseguire con una benda davanti agli occhi o avere gli occhi aperti quando davanti c’è solo il buio? Forse la domanda andrebbe riformulata. Si è più sicuri a procedere con una realtà virtuale imposta dal sistema o avere il coraggio di togliersi lo schermo e procedere ad occhi aperti nell’oscurità? nel primo caso vedi sempre una luce ma è artificiale, è quella che vedono tutti andando in una certa direzione, tutti conformati alla strada che la realtà virtuale proietta. Emozioni comuni, esperienze comuni, tutto può ricondursi alle regole di un gioco che stiamo giocando come pedine e non certo da protagonisti quali siamo e dobbiamo essere.

Io sto camminando a tentoni nel buio e non vedo quello che gli altri vedono, vedo soltanto loro camminare, scontrarsi, soffrire, discutere andando in una direzione dove il buio è più nero.

C’è chi è convinto di sapere dove sta andando ma va solo dove lo stanno portando. Io invece non so dove sto andando, un pò come la “selva oscura” di Dante, un sentiero di mistero e paura che deve condurre da qualche parte anche se la meta non è chiara.

Ci sono tante, infinite domande che ci si dovrebbe porre se si fa funzionare la mente in modo autonomo. Lo so che non è facile trovare le risposte, ma non capisco come non si possa porsi almeno le domande per sperimentare qualcosa che trascende una vita programmata e, tutto sommato, noiosa. Ti accorgi, senti che ci sono poteri in te che ogni tanto affiorano, ma non ti rendi conto del perchè. Il più delle volte li liquidi con la spiegazione di una banale coincidenza, casualità. E torni a dormire. Ma succedono ancora e ancora. E allora forse devi renderti conto che non sono coincidenze, che ci deve essere un’altra spiegazione ed io ho tutta l’intenzione ed il tempo di trovarla. Forse questa vita non mi basterà, ma non ho intenzione di mollare. E’ una strada da cui non si torna indietro.

Nel paese delle meraviglie di Alice c’è una frase simbolica del Cappellaio matto che dice: “C’è un posto che non ha eguali sulla terra… Questo luogo è un luogo unico al mondo, una terra colma di meraviglie, mistero e pericolo. Si dice che per sopravvivere qui bisogna essere matti come un cappellaio. E, per fortuna…io lo sono”.

La ragazza dai capelli blu

Anna si alzò molto felice in quella soleggiata mattina di settembre. Quel giorno doveva riprendere la scuola ma l’estate era ancora stabilmente in sella al cavallo della stagione in corso e nel fine settimana si poteva ancora andare al mare.

Il giorno precedente, insieme alla sua migliore amica Elena, avevano deciso di effettuare un pò di cambiamenti e si erano colorate i capelli di una tinta particolare, lei blu acceso ed Elena rosso fucsia. Un modo innocente ed adolescenziale di rompere le regole, di distinguersi ed affermare una personalità in via di formazione, un modo come un altro di sperimentare nuove vie in quello che era ancora l’inizio dell’esistenza.

Si vestì scegliendo l’abbigliamento che più si adattava alle sue forme ed al suo stato d’animo, con dei colori in tinta alla sua nuova capigliatura. Non vedeva l’ora di affermare la propria identità al cospetto dei suoi compagni di classe, in quello che sarebbe stato l’anno conclusivo della sua avventura alle scuole superiori.

Sua madre l’aveva accompagnata come sempre all’ingresso della scuola, dandole un bacio prima di recarsi al lavoro e salutandola con affetto: “Ciao fata turchina, mi raccomando fai la brava!”.

Anna si diresse, con passo spigliato ed un sorriso orgoglioso, verso l’ingresso della scuola, diretta dalle suore del cuore immacolatissimo, per iniziare l’ultimo anno della sua esperienza didattica da adolescente per poi cimentarsi nel Colosseo dei “grandi”, al suo primo gradino costituito dalla facoltà universitaria che avrebbe scelto. Il suo sogno era sempre stato quello di fare il medico, quindi aveva le idee chiare; dopo la scuola superiore si sarebbe iscritta a medicina. Era il modo migliore per aiutare le persone in difficoltà garantendosi una vita abbastanza agiata, almeno era quello che sperava per il suo futuro.

Una volta nell’atrio, mentre stava dirigendosi verso l’aula assegnata per quell’anno alla sua classe, una voce risuonò imperiosa alle sue spalle mettendole una mano sulla spalla: “Dove credi di andare conciata così?”

Anna si bloccò, spaventata dal tocco non certo gentile e dalla voce che lasciava trapelare un disgusto che la sua mente non riusciva a capire.

Quando si voltò, incrociò lo sguardo sconvolto ed irato della preside, suor Giacinta, che aveva posto le mani sui fianchi alla maniera del più spavaldo attore di film western anni 30. Una specie di John Wayne in velo e tonaca. Non riusciva a comprendere l’atteggiamento che la preside della scuola aveva assunto e per un attimo si guardò i vestiti nell’infondato timore di aver dimenticato di indossare qualcosa. Jeans, scarpe, maglietta…no c’era tutto, quindi cosa voleva quella suora da lei?

“Non vorrai entrare in classe con quei capelli” biascicò l’anziana suora con veemenza, lasciando partire sui vestiti di Anna qualche gocciolina di astiosa saliva.

“Ma…ma…signora preside…io…io…veramente…cosa c’è che non va”?

“Cosa c’è che non vaaaa? Tu chiedi persino cosa c’è che non vaaaa? Ma ti sei vista nello specchio stamattina? Credi che siamo ad una festa di carnevale invece che al primo giorno in una scuola rispettabile? Mi stai prendendo anche in giro?”

Anna realizzò che il “problema” di suor Giacinta erano i suoi capelli ma non riusciva a capire come mai un colore diverso potesse aver provocato una reazione simile. In fondo non c’erano donne che da more si facevano bionde o viceversa? O magari rosse o con i colpi di sole…dov’era il problema se lei aveva scelto il blu? Non le risultava che il blu fosse fuorilegge. In fondo anche l’abito della donna era di un blu acceso, quindi suor Giacinta poteva indossare un abito blu e a lei era vietato portare i capelli dello stesso colore? Che razza di regola era? E chi l’aveva decisa?

“Adesso tu, signorina, prendi la tua sacca e te ne ritorni a casa, perchè qui, in quelle condizioni indecenti, non ci puoi rimanere nè potrai mai rientrarci se non torni normale! Mi chiedo cosa avranno detto i tuoi genitori…oppure hanno approvato questo scempio? Che mondo! Che tempi! Non c’è proprio speranza per questa gioventù scellerata…troppo permissivismo…dovrebbero raddrizzarvi tutti…che vergogna!”

Anna faticava a capire le ragioni della suora e di tutto il suo livore nei suoi confronti. Per cosa poi? Per il colore dei capelli? Che significava “ritornare normale”? Lei si sentiva normalissima, e poi conosceva il regolamento della scuola, c’era scritto che bisognava avere un abbigliamento decoroso, ma che c’entravano i capelli con l’abbigliamento? I percorsi mentali della suora ed i suoi seguivano direzioni completamente diverse, ma lei aveva gli esami quell’anno, del resto non aveva nessuna intenzione di raparsi a zero per far contenta la preside.

E poi…con i capelli rasati sarebbe stata “normale” o non l’avrebbero fatta entrare ugualmente? Pareva che ci fosse qualche strana regola che vietasse i capelli di un certo colore, ma non averli proprio? Quello si che sarebbe stato anormale. Forse se avesse messo su una parrucca coi capelli riccioluti e neri come un rasta o come Napo orso capo, alla suora sarebbero andati bene? Era un terno al lotto.

Chissà se c’era qualche regola sulle scarpe o i calzini uno diverso dall’altro, oppure sugli occhiali con una lente si ed una no, o ancora se si poteva accedere alla scuola con un sombrero in testa o con una carota nel naso. Cos’era normale per quella donna?

Anna aveva sempre preso bei voti, mai stata rimandata e in classe era benvoluta da tutti e adesso una normalità spuntata da chissà dove e decisa da chissà chi, ne aveva fatto una ragazza anormale. Che mondo! Che tempi! pensava Anna, vergognandosi subito dopo perchè si era messa sullo stesso piano della suora anche se da un’altra parte del pianeta.

Mentre la ragazzina veniva sospinta fuori dalla preside che continuava ad inveire contro di lei ed i suoi capelli blu, alzò gli occhi al cielo e vide Gesù che la osservava smagrito ed afflitto dal crocifisso in alto sulla parete di fronte. Le piacque pensare, solo per un attimo, che anche lui era mortificato per quello che stava succedendo e che la sua normalità non fosse quella della sua sedicente servitrice che adesso la stava cacciando fuori.

Perchè, e di questo era assolutamente certa, in Paradiso Lui l’avrebbe fatta entrare anche con i capelli blu.

Grazie!

Grazie. Una parola che usiamo sempre troppo poco e che invece dovremmo ripetere in continuazione, perché c’è sempre qualcosa o qualcuno da ringraziare ogni minuto della nostra vita.

Grazie al destino (chiamiamolo così) che ha voluto che oggi io sia ancora qui. Il tempo, una volta che ti ha agganciato alla nascita, ti trascina via, facendoti incontrare cose belle ed altre meno belle, il tutto comunque sulla mia personale corsia che si intreccia con gli innumerevoli incroci delle vie del tempo di tanti altri, i quali hanno comunque lasciato in me un segno, un ricordo. A volte istantaneo e subito scivolato via nel pozzo senza fondo dell’oblio ed altre volte profondo ed incancellabile, a prescindere da quanto ci siano stati vicino. Amicizia, amore o affetto non hanno il tempo come unità di misura. Ho parlato per anni con persone di cui ricordo a malapena volto e gesti ed ho invece impressi nel cuore voce, viso e parole di persone incrociate per pochissimo e mai più riviste. Grazie anche a tutti loro per aver reso più ricca la mia vita anche se non lo sapranno mai. Da cosa dipende? Io lo chiamo il linguaggio dell’anima. Questi linguaggi, in alcune persone non li comprendo, in altri li capisco anche senza le parole, e non c’è cosa più stupefacente di due persone che comunicano senza parlare. Credo abbia ragione chi una volta ha detto che la parola ci è stata data per nascondere le nostre emozioni. Ma ci sono persone cui non possiamo nascondere nulla.

Grazie a tutti coloro che mi hanno dedicato anche un solo istante della loro vita, con un pensiero, una parola, una frase, un consiglio, un augurio, un incoraggiamento, una stretta di mano o un aiuto concreto. Siamo sempre contenti quando succede ma non riusciamo mai a compensarlo con tutte le volte che siamo noi ad offrire qualcosa agli altri, sicchè è sempre quest’ultimo aspetto che, solo, ci appare nel bilancio della nostra mente la quale inevitabilmente ci porta a considerarci sempre in credito con l’umanità quando invece non è quasi mai così.

Grazie a tutti quelli che mi hanno anche pesantemente criticato, condannando alcuni miei comportamenti nei confronti loro o di altri. Comunque mi hanno spinto a riflettere, a guardare dentro di me, cosa che raramente ci accade, a processare i miei pensieri per arrivare a concludere che spesso avevano anche ragione. Gesti e parole sono per metà di chi li compie e per metà di chi li subisce. Noi vediamo solo il nostro 50% ignorando completamente l’altra metà.

Grazie ai miei genitori, che mi hanno dato tutto ciò che potevano, anche se quel tutto non era forse quello di cui avevo bisogno, ma erano mossi dal più puro dei sentimenti e l’ho capito solo col tempo.

Grazie a chi mi ha insegnato quello che ora so, a chi ha contribuito alla mia esperienza personale, culturale ed affettiva. Il sapere è frazionato tra tutti quanti e non è detto che un bambino non abbia qualcosa di importante da insegnare ad un premio nobel.

Grazie anche a tutti quelli che, per chissà quale ragione, non ho mai conosciuto abbastanza e tra i quali mi piace sempre fantasticare che ci sarebbero state altre grandi amicizie e grandi amori.

Il primo sorso di birra

Tra i misteri della nostra natura di esseri umani, ai primi posti c’è quello del gusto per la novità, che tende a scalzare quello che abbiamo già e che, dopo un po’, inevitabilmente ci stanca. In questo restiamo sempre bambini. Provate a dare ad un bambino un giocattolo, lascerà tutto quanto per averlo, tutto passa per lui in secondo piano, il cibo, i genitori, tutto. Lo prende, lo analizza, cerca di scoprire tutti i segreti del nuovo oggetto del suo desiderio, all’inizio lo tratta bene, ci gioca facendo attenzione a non romperlo, trova mille utilizzi per una cosa che spesso non ne ha alcuno, poi, inevitabilmente si stufa ed inizia a trattarlo male, spesso lo rompe sperando di trovarci dentro qualcosa che la sua curiosità non ha ancora scoperto. Alla fine, deluso, lo butta via e non lo degna più di uno sguardo. Avanti il prossimo, arriverà un nuovo gioco con cui ripetere la stessa esperienza.

Noi adulti non siamo molto diversi, in questo non siamo mai cresciuti. Il guaio è che, oltre che con gli oggetti, da grandi facciamo lo stesso con le persone. Non c’è soltanto il gusto irrefrenabile per il nuovo cellulare, il nuovo PC, le scarpe o l’automobile, spesso a seguire la stessa sorte sono le persone che ci vivono accanto. Come dei bambini siamo estasiati dalla novità del nuovo partner, e proprio come un bimbo, durante il primo periodo tutto passa in secondo piano. Cerchiamo di scoprire tutto del nostro nuovo oggetto del desiderio, lo coccoliamo, cerchiamo di non rovinarlo ma quell’implacabile killer che è il tempo non sbiadisce soltanto le immagini, ma anche le persone reali. Ed ecco che, rievocando il bambino che è in noi, cerchiamo la novità, qualcosa o qualcuno che ci faccia rivivere quelle emozioni ormai quasi spente.

Mi sono sempre chiesto se tutto ciò dipenda da una nostra predisposizione genetica al nuovo oppure alla nostra disperata ricerca di qualcosa che però non riusciamo mai a trovare. In questo caso bisognerebbe rivedere tutte le teorie sull’amore, compresa la chimera dell’amore eterno, che si fa sempre più fatica ad accettare. Diciamo la verità. Per un uomo, la vera bellezza delle donne è la novità. Non esistono donne belle, esistono donne nuove. perché le donne nuove ci piacciono di più anche se sono oggettivamente più brutte di quella che già abbiamo.

Sia chiaro, non è una giustificazione a quello che succede alla maggior parte delle coppie, ma deve esserci in noi un gene contro il quale proprio non riusciamo ad andare. E poi io parlo da uomo ma lo stesso discorso può essere fatto anche per l’universo femminile.

Il piacere per qualcuno o per qualcosa è inversamente proporzionale al tempo passato con quel qualcuno o qualcosa. provate a pensare alla differenza tra il primo e l’ultimo sorso di una birra gelata, alla prima leccata ad un cono gelato, al primo morso ad un panino imbottito o alla prima forchettata di un piatto fumante di pasta al ragù…il gusto di quelle “prime volte” ti fa chiudere gli occhi per assaporare l’estasi di un desiderio che si avvera. Ma la birra verso la fine si riscalda, il gelato si scioglie, il panino perde sapore negli ultimi morsi ed il gusto della pastasciutta alla fine non lo senti quasi più, anzi capita spesso che di tutto ciò ne avanzi perché ne hai abbastanza.

Dunque è inutile combattere la nostra natura, siamo eterni bambini, sempre alla ricerca di qualcosa che però si direbbe non riusciamo mai a trovare.

La giostra

A volte ho l’impressione che vivere la vita di tutti i giorni sia come essere su una giostra. Sei sempre in movimento, è un giro che non finisce mai, spesso sali ad occupare il posto che trovi libero o più vicino oppure dove gli altri ti indirizzano, difficilmente ti siedi al posto che vorresti. O forse è dovuto al fatto che ci sali da bambino e quindi sono i tuoi genitori a scegliere quel posto che loro ritengono più bello o più sicuro. Macchine dei pompieri, ambulanze, cavalli, moto…la giostra è una metafora della vita in cui difficilmente puoi scegliere il posto su cui fare quel giro che  ti è toccato.

Anche io sono salito su un posto che non avrei scelto se fossi stato libero di scegliere. All’inizio ti piace comunque, l’ebbrezza del girare, il mondo che ti passa davanti, le grida degli altri, ma dopo un po’ ti rendi conto che la cosa si fa monotona, che il paesaggio è sempre uguale, che rincorri e vieni rincorso ma, in fondo, resti sempre dove sei.

Allora pensi di scendere, vorresti vedere come è il mondo visto da un’altra prospettiva. Ma se gli altri ti vedono scendere mentre la giostra sta girando pensano che tu sia pazzo…non si può scendere dalla giostra, non è permesso farlo. Ti sei guadagnato questo giro, hai occupato un posto e adesso devi aspettare che il giro finisca, poi potrai lasciare il posto ad un altro.

Chi sta girando è felice, spaventato, preoccupato, sereno, agitato ma a nessuno viene in mente di scendere. Io ho deciso di scendere, di vedere il mondo con i piedi per terra, non sulla pedana rotante della giostra, manovrata da chi non vuole che tu interrompa quello che ti è stato assegnato. Non funziona così. Rischi di farti male. Il mondo è fatto da tante giostre, ogni città in cui viviamo lo è, più grande o più piccola, in una fiera di paese o in un luna park e chi non ha un posto sulla giostra è un folle, un emarginato.

Ma io l’ho fatto, sono riuscito a scendere indenne e sto guardando il mondo con altri occhi. E mi rendo conto che il mondo, la vita è completamente diversa vista da quella prospettiva. Posso guardare tutto ciò che mi sta attorno con calma, con i miei tempi, fermarmi quando voglio, proseguire quando mi va. Sulla giostra no, devi girare alla velocità di chi manovra e la prospettiva che hai è sempre la stessa, fatta di cose che ciclicamente ritornano sempre.

E guardi anche chi è rimasto sulla giostra…e ti chiedi come hai fatto a rimanerci per tanto tempo, rinunciando alla possibilità di scandire da solo i ritmi della tua meravigliosa esistenza…