New Year Day

A dicembre si gioca il solito incontro di pugilato che finisce per metterti inevitabilmente al tappeto. Si comincia con la serie di jab dell’immacolata e relativo ponte per arrivare al diretto natalizio. Neanche il tempo di incassare il colpo e ti ritrovi disteso dal montante al volto del capodanno. L’ho già detto, ma lo ribadisco: odio le feste.

In questa settimana infernale il problema che sembra assillare la maggior parte delle persone è sempre la stessa: “che si fa a capodanno?”

Ma poi, cazzo, mi chiedo: perché si deve fare per forza qualcosa? Se sei fortunato ed hai casa e famiglia, perché non approfittarne?

Invece no. Se hai un posto a qualche veglione sei uno “di vita”, mentre se non hai alternative sei uno sfigato.

E già…il veglione. L’incubo di questo periodo. Location e compagnia non hanno importanza, sono secondari. L’importante è partecipare. E non importa se fuori nevica, se rischi una lavastoviglie sulla macchina, parcheggiata a 2 chilometri di distanza, se il giorno dopo hai il 90 % di possibilità di essere preda di una attacco di cagarella fulminante per la merda che ti propinano ed il tavernello spacciato come vino della casa, se il giorno dopo magari ti tocca andare al lavoro in condizioni fisiche da far invidia ad uno zombie struccato, se trascuri figli piccoli e genitori anziani. Ma che vuoi che siano simili inezie? Vai col veglione!

Mi sorge il dubbio che veglione sia una crasi per “veglia del coglione”. Se il mio dentista lavorasse la notte di capodanno avrei più piacere a farmi curare una carie che non a partecipare ad un veglione.

Ma volete mettere la libidine di quando, a 30 secondi dalla mezzanotte si mette a palla il maxischermo dove quel pinguino lampadato dello strapagato presentatore inizia il conto alla rovescia con una bottiglia di spumante accanto a Gigi D’Alessio e la sciaquetta di turno con tette e culo di fuori mentre ci sono 15 gradi sottozero? Vette di piacere incredibile, mentre il tavernello ottunde i sensi e corrode il fegato ed altri organi interni.

Allo scadere del fatidico ultimo secondo, mentre attacca l’inevitabile ritornello de “L’anno che verrà” di Lucio Dalla si ode un concerto asincrono di tappi di Asti Gancia che saltano, con l’immancabile rincoglionito che eiacula precocemente e l’imbranato che diventa paonazzo nel vano tentativo di estrarre un tappo incollato che farebbe bene a tener buono per l’anno successivo invece che farlo saltare quando tutti se ne stanno già andando via. Dicono che porti sfiga. Ma la vera sfiga è quella di essere lì, quindi non credo e certe dicerie.

L’ennesima occasione in più per dimenticare l’amarezza della vita, invece di affrontarla e risolverla.

Non vorrei cadere nel patetico, ma personalmente non c’è stato un capodanno in cui il pensiero, almeno per un momento non mi sia corso a chi è in guerra, a chi, in un letto di ospedale, lotta tra la vita e la morte o ci sta perché i suoi familiari sono al veglione, a chi non ha un bicchiere d’acqua con cui bere, a chi sta lavorando, a chi semplicemente non è nello stato mentale di festeggiare per cazzi suoi, insomma a quell’esercito silenzioso a cui quello dei “veglionisti” sembrerebbe un ritrovo di rincoglioniti. Lo so, serve a poco, ma io ci penso e mi commuovo per loro.

Non è una critica, sia chiaro. Esprimo solo il mio punto di vista, dal momento che abbiamo la fortuna di vivere in una società aperta che consente di esporre liberamente i propri pensieri. Per i “veglionisti” il rincoglionito sono io, ma sono contento di esserlo.

Non è una notte speciale. Il tempo passa uguale per tutti e l’universo, che sta li da miliardi di anni con i suoi misteri irrisolti non sa cosa sia il concetto di capodanno, perché il tempo non esiste, è solo una convenzione, una delle mutevoli dimensioni della nostra povera realtà umana. Se non credete a me dovreste credere almeno ad un tale che si chiama Albert Einstein, perché era lui che lo diceva.

Se proprio devo stappare una bottiglia e fare degli auguri, mi piace farli alle persone care che ancora mi sopportano su questo pianeta. Voltarmi tra una massa di sconosciuti ubriachi ed augurare falsamente buon anno a qualcuno che magari mai più rivedrò in vita mia mi sembrerebbe inutile, stupido ed ipocrita.

Si dovrebbe cercare di vivere la vita assaporando ogni momento con quello che ci offre, perché ogni momento della nostra vita è un capodanno che potrebbe regalarci gioie e dolori senza il disperato bisogno dell’ennesima manifestazione di rincoglionimento sociale.

Ah…dimenticavo…Buon anno a tutti…

4 comments

  1. mia mamma dice sempre qanto alle feste;
    “e un giorno come un l’altra, passa come tutti” si grandioso condividio. non piace neanche a me… mai piaciuta! come odio il carnevale 🙂
    ma amo (amavo il natale con le mie bimbe piccole) ora son grandi e diventato un giorno qualsiesi!

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