Feisbuc

Ogni tanto mi capita di fare riflessioni o scambiare opinioni su quello che è il social network del secolo, il salotto web dove non si può non esserci. Il luogo dove darsi appuntamento per una chiacchierata o condividere pensieri. La bacheca su cui fare inviti alle feste o ostracizzare qualcuno.

Ci sono pure io naturalmente, anche se lo frequento col contagocce da quando preferisco di gran lunga farmi una bella passeggiata qui tra i blog dove leggo cose di gran lunga più appaganti ed interessanti. Questa di WP è una casa con tante stanze e quindi se desidero pace e silenzio vado a leggere qualche poesia da Carlo o da Mistral, se voglio farmi due risate e sparare minchiate vado da Avvo… insomma c’è sempre un posto dove trascorrere tempo in buona compagnia.

Su FB apri la porta e sei subito in piazza, gente che urla ed un sacco di banner che vogliono venderti la loro mercanzia, guarda caso da siti che hai visitato di recente…oh ma allora è vero che non si fanno i cazzi loro…

Quindi ogni tanto mi affaccio, perchè lo considero una specie di mercato del pesce dove ognuno urla la sua minchiata quotidiana che spesso ha lo spessore culturale di una scoreggia. Forse non è stata una buona idea cambiare aria…

Un passaggio di qualche minuto si può sopportare, fa anche sorridere un pò, ma starci tutta la giornata a contare i “like” ed ammirare foto di dubbio gusto credo nuoccia gravemente alla salute (mentale).

Ci sono quelli educati che puntualmente augurano buongiorno, buonasera e buonanotte postando foto di cornetti, fumetti e gnomi e fatine addormentate.

Ci sono gli amanti del selfie impossibile, quelli che rimpiangono la nonna, quelli incazzati col Governo di turno, quelli/e mollati dal fidanzato/a, quelli che ce l’hanno con le donne, con gli uomini, con quelli di colore, col vicino di casa, coi migranti, con Pippo Baudo, col Milan, con L’Inter, la Juve, ecc…

Insomma è il centro commerciale della cazzata e del cervello defunto. Un post su 3 riporta aforismi che spaziano dalla presa per il culo alle categorie sociali a frasi d’amore che farebbero venire il diabete a chi non ce l’ha.

E’ il paradiso di chi predica bene e razzola male. Che poi, se tutti fossero come dicono di essere e professare, con l’amore eterno e l’altruismo che la fa da sovrano, il mondo dovrebbe essere quasi un paradiso ed invece così non è, anzi. Su Facebook c’è il mondo, quindi la maggior parte sono dei bugiardi.

Chi cita Immanuel Kant e si sente rispondere che è il suocero di Diabolik, chi polemizza con chiunque la pensi diversamente da lui, chi crea album delle vacanze ad Ostia o Fregene con i suoceri e foto da balena spiaggiata, chi fotografa la bilancia perchè ha perso tre etti, chi fa conoscere il cane o il gatto alla gente a cui non frega un cazzo di lui, figurati il cane ed il gatto, chi se la prende con Equitalia, con i Carabinieri, chi rompe i maroni con i Marò, chi posta le foto della zia, del cugino, del cognato, o del saggio di danza della nipote. Chi rispolvera foto ingiallite di quando aveva i calzoni corti come la sua memoria.

Poi c’è la categoria peggiore di tutti: chi ti invita a giocare a Candy Crush, la fattoria o altre bestialità simili. Ma dico, quando Dio distribuiva i cervelli tu eri al cesso?

Ecco, a questo punto mi chiedo come mai. Cosa spinge una persona a compiere certe assurdità? Magari ti invitano ad una festa e non spiccichi parola, però prima di uscire hai postato una foto in mutande e turbante…non capisco come funziona.

Ok, sono stato volutamente sarcastico e a questo punto mi viene in mente, per concludere, un divertente detto romano: “O t’elevi, o te levi”, ed io sto pensando di “levarmi” da Facebook…ah la canzone del video è troppo divertente… 🙂

Entanglement

Da quando mi sono appassionato alla fisica quantistica, materia che, fino a poco tempo fa, mi era sconosciuta quanto la lingua mongola, devo confessare che mi si è aperto un mondo, avendovi trovato spunti davvero significativi alle domande che, sempre più frequenti, si affollano nella mia mente. Ho detto spunti e non risposte, eh?

Ebbene, forse la cosa più incredibile, meravigliosa, affascinante, e… terribile per le sue implicazioni è quella del cd. entanglement.

Questo fenomeno, riscontrato da rigorose e molteplici dimostrazioni scientifiche, per ora sperimentate sulle particelle più piccole di cui è composta la materia, ha un qualcosa di magico e meraviglioso che non siamo riusciti a capire come possa trovare applicazione in quella che noi definiamo realtà o vita di tutti i giorni. Che si applichi è fuori di dubbio perchè noi stessi siamo costituiti, alla base, di quella stessa materia, che però ha regole che nella vita ci sembrano delle magie che neanche i personaggi di Star Wars riuscirebbero a realizzare. Come mai?

Veniamo all’entanglement. Questo termine fu introdotto per la prima volta da Schroedinger ed è anche conosciuto come paradosso EPR (Einstein, Podolsky, Rosen) o teorema di Bell.

Si tratta di un fenomeno osservato, ma scientificamente inspiegabile, che collega indissolubilmente due elementi anche se essi sono separati fisicamente nello spazio, qualunque sia la distanza che li divide e ovunque siano nell’Universo.

Non mi addentro nel tecnico ma pensate a due trottole che girano, una sulla Terra e l’altra su Plutone piuttosto che su Alfa Centauri o ancora più in là. Se in un certo momento quelle trottole sono state in contatto tra loro e poi le si divide come detto, se io inverto il senso di rotazione di quella sulla Terra, ISTANTANEAMENTE invertirà il suo senso di rotazione anche quella su Plutone, senza che tra di esse vi sia alcuna forma di comunicazione rilevabile.

Incredibile, vero? Che significa? E’ la punta di un iceberg che nasconde qualcosa di infinitamente vasto e nascosto, qualcosa di meraviglioso che non abbiamo capito, perchè implica che ogni cosa che esiste nell’Universo (si badi ho detto Universo, non Terra) può potenzialmente condizionare il comportamento, in modo totale o parziale, di ogni altra cosa esistente nello stesso Universo. Ogni cosa, e quindi ogni essere, sono in qualche modo, seppur razionalmente inspiegabile, collegati con tutto ciò che esiste, interagendo e condizionando tutto ciò che esiste.

Ne deriva che ciò che appare separato nello spazio è in realtà strettamente collegato nello spazio e nel tempo. Anche noi esseri umani.

Personalmente ne deduco che due esseri che sono in qualche maniera entrati in contatto tra loro (entangled) restano comunque connessi, influenzandosi a vicenda. Questa è una cosa che molti di noi già percepiscono nettamente senza riuscire a capirne la ragione (pensate ad una madre con il figlio). Certo, scoprire come questo fenomeno sia concretamente possibile tra sistemi complessi come gli esseri umani è davvero difficile, ma è innegabile che esista.

Altra deduzione: se questo è vero, l’odio verso qualcuno con cui si è stati in contatto si può ritorcere verso di noi? E’ come se odiassimo una parte di noi stessi…

Bè, magari c’è chi potrebbe bollare questa realtà nascosta come una emerita cazzata, ma io non ce la faccio… mi affascina e mi fa paura allo stesso tempo.

Ho provato ad affrontare il discorso anche con persone di Chiesa per cercare di comprendere il loro punto di vista… Sono fortunato che hanno abolito i roghi altrimenti sarei stato certamente condannato come eretico perchè nessuno di loro concepisce il fatto che sia in noi e non in un qualcosa di esterno e capriccioso la vera sorte della nostra vita…

Wabi – Sabi

Credo che la lettura sia davvero un cibo per l’anima. Si condividono pensieri e stati d’animo unici che ci trasmettono sensazioni che la nostra anima riconosce come “sue” senza bisogno di rileggerle. Risaltano immediate, tutto qui.

E’ quello che mi sta succedendo durante la lettura di un libro che avevo sempre messo in disparte con la classica affermazione “lo leggerò dopo”.

Il lettore compulsivo, alla cui categoria appartengo, lo riconosci dal fatto che compra più libri di quanti sa di riuscirne a leggere. Li prende e li mette da parte come farebbe uno scoiattolo con le noci o Zio Paperone con le monete d’oro e sta li a guardarseli pregustando il momento di quando arriverà il loro turno.

Il libro in questione è “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, una scrittrice francese che ha creato un piccolo capolavoro, delineando figure umane di una bellezza e poesia incredibili, nel bene e nel male. Ve lo consiglio.

Nel corso della narrazione mi sono imbattuto in un concetto che mi ha molto colpito, proveniente dalla cultura giapponese. Il wabi-sabi.

Allora cos’è il wabi-sabi? Per gli abitanti del Sol levante è un concetto indefinibile, che riguarda uno stato d’animo e non qualcosa di concreto. Un giapponese stesso lo ha definito come il tentativo di spiegare, in termini fisici, il gusto del cioccolato a chi non lo ha mai assaggiato, attraverso la sua forma ed il suo colore.

Il wabi-sabi è una visione del mondo, fondata sull’accoglimento della transitorietà delle cose, derivata dalla dottrina buddista sull’impermanenza di tutte le cose e dai concetti taoistici.

I termini sono intraducibili, come spesso accade per gli ideogrammi orientali, ma il concetto che ho trovato più significativo è associato a quello che è stato uno dei più grandi architetti della storia, Frank Loyd Wright, il quale sosteneva che una costruzione o, in generale, una cosa, dovrebbe comunque avere in se una sua bellezza. La quale non deve derivare dalla forma e dal modo con cui è costituita, nè da cosa le si mette sopra per abbellirla.

E’ la bellezza delle cose imperfette, grezze, senza inutili aggiunte estetiche; la bellezza delle cose semplici, umili e modeste, con tutte quelle particolarità e stranezze che aggiungono eleganza ed unicità a qualsiasi cosa. E’ collegato alla semplicità della cerimonia del tè.

Un documento zen dei primi dell’800 riporta questa definizione: “Wabi significa che, anche nelle ristrettezze, non nasce alcun pensiero di disagio. Anche nelle difficolta’, l’individuo non e’ mosso da alcun sentimento di bisogno. Anche di fronte al fallimento, uno non pensa all’ingiustizia. Se ti senti prigioniero delle ristrettezze, se ti lamenti delle cose che non hai come privazioni, se ti lamenti perche’ le cose non sono andate per il tuo verso, questo non e’ wabi”.

E’ un’elogio dell’imperfezione ed io la trovo una cosa meravigliosa…

Tempo

Il tempo è un’idea, una percezione intima e personale che cambia da persona a persona. Non credo esista un concetto più diverso eppure uguale del tempo.

Esso sembra uguale per tutti, corre alla stessa maniera e non risparmia nessuno. Ma chi ha bisogno di sapere che ore sono deve portare il tempo con sè e, di conseguenza, possedere un orologio. Ma anche gli orologi non segnano mai la stessa ora, ognuno ha la sua ora diversa, quindi ha la sua stima personale del tempo. Ognuno crede che il “suo tempo” sia quello giusto, quello a cui rifarsi per tutto ciò che ha da fare e fa dipendere la propria vita da quei ritmi. Ed infatti in un attimo si nasce ed in un attimo si può morire.

Se il tempo si libera si trasforma. Un tempo breve arriva ad essere scomposto e suddiviso in frazioni sempre più piccole. Per chi corre i 100 metri ogni frazione di secondo è vitale, per chi ha libertà, una frazione di secondo non esiste neppure.

Il tempo è come il mercurio: se lo spargi, tende a ricompattarsi di nuovo, ritrovando la sua integrità.

L’uomo ha creduto di domare e possedere il tempo, rinchiudendolo nei suoi orologi. Qualcuno ha detto che conosciamo bene il valore di un orologio, ma non conosciamo affatto il valore del tempo che esso misura.

Se liberi il tempo scoprirai che scorre in maniera diversa a seconda delle persone. Per alcuni è lento e viscoso come pece, per altri fugge via ed è il metro con cui misurano la vita che passa. Ammazzare il tempo è un pò come suicidarsi quindi.

Le più grandi menti della storia, dagli antichi filosofi greci ai più moderni scienziati fino ad Einstein, hanno cercato di definirlo, di dargli una definizione, di imbrigliarlo in un concetto di fissità che fosse valido nel… tempo. Ma come si fa a fermare il concetto di tempo? Se non puoi fermare lui, come puoi fermare ciò che esso è?

Sant’Agostino diceva, a chi gli chiedeva cos’era, che se nessuno glielo domandava lo sapeva, ma nel momento in cui gli ponevano la domanda non lo sapeva più.

Il tempo ci rende socialmente accettabili se siamo puntuali e riprovevoli se siamo ritardatari, il tempo è croce e delizia degli innamorati e cambia a seconda della sedia su cui sei seduto, se su una sdraio in spiaggia o sulla poltrona del dentista.

Il tempo passa? No, lui resta. Siamo noi che passiamo senza aver capito nulla.

Esperienza scolastica? #Catastrofe

Ribloggo un post di Cris che sto seguendo da poco…le parole del filmato e la sua esperienza mi hanno davvero colpito… in linea con quello che vado affermando da un po’ di tempo a questa parte. Qui si parla di scuola, un argomento che è a me ormai lontano, ma spero che faccia riflettere affinché si limiti lo scempio a cui tuttora sottoponiamo i giovani studenti….

Avatar di HarleyQuinnEndlessLove

Prima di leggere vi prego di guardare questo video di Federico Clapis , altrimenti non ha senso.

La prima volta che ho visto questo video, ho pensato : “allora non sono l’unica matta che crede fermamente che il nostro sistema scolastico sia una violenza mentale?”

La mia esperienza scolastica? una tragedia!!!

Iniziando dall’asilo , non volevo andarci.

Urla e pianti tutte le mattine, come la maggior parte dei bambini d’altronde, ma le mie crisi non sono mai finite.

Alle scuole elementari , fingevo ogni giorno mal di pancia , stomaco testa e via dicendo, non seguivo le lezioni in classe, ed in più ero dislessica , avevo molta difficoltà a leggere,nel mio caso quella “dislessia” era solo dovuta ad un rifiuto mentale verso quel contesto.

Alle scuole medie , il coltello nella piaga lo girò, la mia professoressa di Matematica e Scienze, al quanto isterica , e con lo stesso…

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Centro di gravità permanente

La prima cosa che viene in mente è la canzone di Battiato…alzi la mano chi ha pensato proprio a quello leggendo il titolo del post, magari canticchiandola un pò. Ah tutti vedo. In effetti lo spunto è quello.

Non si tratta di cercare un punto fisso che dia sicurezza, io suggerirei qualcosa di più profondo. Un punto fisso lo abbiamo tutti. La famiglia, il lavoro, gli amici, anche la squadra di calcio per cui tifi, va bene tutto. Ma è tutto esterno.

Niente a che vedere con la nostra anima, cosa che, allo stato, pochissime persone ascoltano e posseggono del tutto. Magari credono di controllarla invece ne sono controllati.

Se sei in balia di qualcosa di esterno, sarai inevitabilmente alla mercè degli eventi. Se cambiano loro, allora cambierai anche tu e non c’è niente che tu possa fare per evitarlo. Se metti il destino nelle mani di qualcosa al di fuori di te, affidi una bottiglia al mare…il messaggio andrà dove lo porteranno le correnti e tu non potrai farci nulla.

Ti rappresenterai con ciò che credi di essere e di sapere e, se qualcosa non andrà nel verso giusto, darai sempre la colpa agli altri, a quell’esterno che credi ti influenzi sempre. Un comodo alibi, tutto sommato.

Il tuo centro di gravità permanente non è altro che uno stato di coscienza, una centratura dell’essere di chi osserva senza giudicare. Ah questo è difficile, eh?

Chi è centrato credo che cerchi di osservare tutto senza esprimere giudizi, osserva e basta. Stop. Non esiste giusto o sbagliato, esiste una scelta soggettiva.

Nel momento in cui ti sbilanci in un giudizio perdi quel centro, ti schieri da una parte o dall’altra e sei di nuovo nella massa. In quella massa che soffre e che lotta perchè crede che il suo punto di vista sia quello “giusto”. Non c’è mai un punto di vista che sia giusto oggettivamente. Tutti i punti di vista sono in qualche modo giusti secondo gli occhi di chi li osserva.

Credo che la sventura peggiore del genere umano è quella dell’avere ragione. Tutti credono di avere ragione. Con la loro testa però, che non è per nulla disposta ad immaginare cosa passa per la testa degli altri.

Anche perchè chi è che esprime il suo giudizio ultimo su cosa è giusto? Noi non siamo mai uno…siamo tanti (centomila) e siamo nessuno… chi conosce Pirandello non può non essere d’accordo. Anche per noi stessi quello che è “giusto” oggi potrebbe non esserlo domani.

Cerco un centro di gravità permanente…che non mi faccia mai cambiare idea sulle cose e sulla gente…ecco, proprio questo, il rispetto di se stessi e degli altri. Quante volte ci siamo riusciti? Quante volte siamo riusciti a trovare quella centratura dell’io? Senza, riusciamo solo a trovare tante reazioni dei nostri tanti io, ognuno dei quali pensa a suo modo, e reagisce a suo modo. Se non riusciamo ad essere costanti noi, come possiamo cercare il giusto nelle idee altrui?

Allora osserva e basta, non dare giudizi. Solo così non potrai mai cambiare idea sulle cose e sulla gente….

Nonna Teta

La piccola Teresa restava sempre volentieri a dormire a casa della nonna. I suoi genitori erano spesso fuori casa, quindi la bambina passava molto tempo a casa di nonna “Teta”. Lei, infatti, aveva il suo stesso nome, o forse sarebbe più corretto dire che era Teresa a portare il nome di sua nonna, nel cui volto, dolce e un po’ rugoso, la bambina fantasticava una ricerca dei tratti di come sarebbe diventata in un lontano futuro, quasi un magico specchio del tempo.

A casa di nonna Teta c’era una grande camera degli ospiti che era diventata, a conti fatti, la camera della bambina, dal momento che la nonna di ospiti, in quella casa, non ne aveva più ormai da molti anni.

In quella stessa camera, nel corso degli anni, nonna Teta aveva stipato ogni sorta di ninnoli e soprammobili, nulla di prezioso, quasi un piccolo e colorato bazar che Teresa si divertiva ogni volta ad esaminare, scoprendo talvolta nuovi personaggi e nuovi oggetti che non ricordava di aver visto l’ultima volta.

Le piaceva fantasticare sulla provenienza di ogni singolo oggetto: soldatini di latta, ballerine col tutù, una gabbietta con un variopinto uccellino, pettini di vari colori, occhiali con la montatura di corno, pallide bamboline di porcellana, tutte cose che le pareva possibile trovare solo a casa delle nonne e che costituivano ognuna, ne era certa, un pezzetto della vita di nonna Teta.

Quella lampada colorata a forma di sfera avrebbe giurato non esserci l’ultima volta che era stata a dormire lì, chissà dove l’aveva trovata o chi l’aveva regalata a nonna Teta. Però era una scoperta fantastica, dato che Teresa aveva una paura matta del buio e pensò che poteva lasciare accesa proprio quella lampada invece della fastidiosa abat-jour sul vecchio comodino scuro accanto al letto.

Quando la nonna uscì dalla stanza dopo averle dato il bacio della buonanotte, la piccola Teresa scese dal letto per andare ad accendere la lampada rotonda che aveva scoperto quel giorno tra il colorito esercito di ninnoli sul ripiano del comò.

Con un pizzico di emozione derivata dalla piccola novità che rende meravigliosa la vita quotidiana dei bambini, Teresa premette il pulsante giallo sul retro della lampada, la quale non era collegata a nessun filo elettrico. Si sa che la fredda logica e la rigida ragione non hanno ancora avuto il totale sopravvento sulle anime innocenti, quindi la luce iridescente che si sprigionò da quell’oggetto parve alla piccola la cosa più meravigliosa e naturale del mondo.

Estasiata da quella sua personale scoperta, Teresa si infilò di nuovo sotto le coperte, spegnendo l’abat-jour sul comodino e godendosi il chiarore quasi innaturale della lampada.

Fu allora che la bambina iniziò ad osservare con stupore il gioco di ombre proiettato sulla parete di fronte, risultato del riflesso sul piccolo popolo di soprammobili presenti accanto a quella fonte di luce.

Concentrò il suo sguardo sul muro cercando di addormentarsi, quando le parve di notare un profilo che iniziava a muoversi spiegando un paio di ali senza però spiccare il volo. Sembrava un angelo.

Un misto di allarme ed agitazione si impadronì di Teresa che cercò di porre la massima attenzione a quell’ombra sul muro che nello stesso istante scomparve.

Il sonno era passato e la bambina, seppur non spaventata, restò a letto con le coperte tirate fino al mento a fissare la parete in attesa che l’ombra mostrasse altri movimenti, ma non accadde nulla.

Non riuscì a capire quanto tempo fosse passato, quando sentì i passi di nonna Teta nel corridoio e si fece coraggio nel chiamarla…”Nonna”…

Lei arrivò e, col suo incedere leggero, entrò nella stanza sedendosi sul bordo del letto, con quel sorriso rassicurante che riusciva ad illuminare il cuore di Teresa ogni volta che la guardava. Quello sguardo senza parole riempì la piccola di un improvviso sollievo come un fresco bicchiere d’acqua per un assetato, per cui le parve troppo infantile confessare alla nonna di visioni di ombre in movimento sul muro e si limitò a ricambiare il sorriso scoccandole un bacio sulla guancia ed augurandole la buonanotte. Subito si rigirò dall’altra parte e cadde quasi istantaneamente in un sono profondo e sereno.

Nonna Teta le accarezzò per un po’ i morbidi capelli biondi e, resasi conto che la bambina ormai dormiva, si alzò dal letto per uscire dalla stanza.

Simultaneamente fece lo stesso anche l’ombra, riapparsa sul muro, proiettata dalla piccola lampada, nel cui fascio di luce l’anziana donna era venuta a trovarsi dopo essersi seduta sul letto.

Poi, riunendosi alla leggera figura argentea di nonna Teta, l’ombra uscì nella sua scia voltando la testa un’ultima volta, sorridendo, verso il letto di Teresa.

Schegge

E’ troppo breve questa vita perché si possa capirla ed inseguirne il significato più nascosto;

essa non ti da tregua, ed in un solo istante può prendersi tutto.

Tutto ciò che ti aveva dato sino all’attimo precedente.

Niente va più.

E’ una certezza che non da certezze,

un filo di seta sospeso in un gioco di rasoi.

E’ un’opera magica che sfugge al riflesso della cieca ragione,

e tanto più è ricca quanto più se ne allontana.

Ma la amo questa mia vita, fatta di marmo e di fango,

somma di giorni, uno dopo l’altro.

Cammino attraverso me stesso, sui sassi o sul velluto,

e incontro santi, ladri, vecchi, giovani e vuoti buffoni,

ma finisco sempre con l’incontrar me stesso.

Più mi ci addentro e meno ne capisco, ma voglio vivere sino in fondo

questa oscura farsa dove tutti abbiamo una parte,

e voglio farlo sempre a modo mio.

Magari abbandonando tutto solo per un sogno,

perché bisogna dare un senso a questa vita,

proprio perché forse non ne ha nessuno.

Il jukebox

Vi siete mai chiesti da dove diavolo vengono fuori i pensieri (belli o brutti, non importa) che ti affiorano all’improvviso nel cervello? Voglio dire: dove erano un attimo prima di intrufolarsi tra le idee che stavano vagando in tutt’altra direzione? Sono stato io a tirarli fuori da chissà quale cassetto del mio armadio delle scemenze o erano lì che svolazzavano da qualche parte e mi sono caduti in testa come una cacca di piccione?

In altre parole, erano dentro o fuori di me?

Molti si chiederanno se ho iniziato a bere anche di pomeriggio, ma voglio tranquillizzare tutti: sono sobrio. A volte queste cose mi lasciano perplesso e quasi mi convincono che i pensieri e le idee siano cose molto più materiali di come siamo abituati a concepirle.

Forse la mente è una specie di juke-box con un’infinità di pezzi, di tutti i generi e di tutte le epoche ma certe volte, dannazione, non sono io che infilo la moneta e scelgo la musica. Vi dirò, anche se può piacermi l’idea di essere un dannato juke-box, quello che non mi piace affatto è che ci sia qualcuno che mi ci infila le monete per farmi suonare quello che dice lui.

Adesso che ci penso… ieri sono andato a letto di buonumore e stamattina mi sono alzato incazzato di brutto. Sarà stato il solito DJ a cambiare il pezzo da suonare nella mia mente? Se così fosse allora c’è qualcosa che mi sfugge.

Si, è vero, quando frullano per la testa, non posso negare che i pensieri siano “miei”, in fondo quella è la mia testa e non quella di qualcun altro ma non riesco mai a capire da quale porta siano entrati.

Quasi sempre sono pensieri banali, stelle cadenti che appaiono e subito dopo scompaiono senza tornare mai più, ma a volte ti può capitare l’idea che può cambiare il mondo. Penso ad Archimede o a Newton che hanno scoperto delle leggi fondamentali mentre facevano il bagno o dormivano sotto un albero di mele. Mi viene da pensare che per farti avere idee di un certo livello devi essere rilassato, mentre dovresti cestinare subito ogni pensiero che ti passa per la testa quando sei incazzato…

Eh no, il vecchio Archie o Sir Isaac non potevano proprio avercele già dentro certe idee facendo il bagno o dormendo, quindi… quindi devono per forza venire da fuori, da qualche altra parte… oddìo però questa cosa fa un po’ paura, bisogna correre ai ripari, chiudere i cancelli della mente, potrebbero entrare cose davvero brutte… oppure… oppure potrebbe materializzarsi il lampo di genio, lo spunto per una storia incredibile, quel filo conduttore che devi solo seguire per creare qualcosa di meraviglioso che ogni uomo sogna…

Non ho a disposizione un albero di mele, quindi vado a farmi un bel bagno…

L’angelo

Tutti erano convinti che Bosa fosse una bambina dalla fantasia molto vivida. Alla sua età nessuno faceva caso al fatto che ella parlasse con un amico immaginario, che ci giocasse insieme e che gli chiedesse consigli su come comportarsi. Il papà e la mamma di Bosa erano sempre molto impegnati nel loro lavoro ed in molte altre attività, sportive o di società… Bosa era comunque molto amata e poteva chiedere ciò che voleva, cose materiali, giocattoli, e loro le concedevano tutto, ma non era proprio tutto quello che la bambina desiderava.

“Avere tanto tempo con me stessa mi fa essere attenta a ciò che ho dentro e ciò che c’è fuori”, pensava. Mamma e papà non hanno tempo e non si soffermano molto su ciò che li circonda, figuriamoci se fanno abbastanza caso a quello che hanno dentro.

Miyo era il suo angelo custode, lui c’era sempre, le stava accanto, ci giocava, le parlava e Bosa una volta gli chiese: “Anche i miei genitori hanno amici personali come te con cui parlare?” “Certo” rispose Miyo, “Tanto tempo fa ci parlavano anche, ma si sono dimenticati di loro e adesso neanche li vedono più, ma essi sono sempre con loro”.

Un bel giorno di primavera, rientrando a casa da sola perché la mamma aveva un impegno importante e non poteva andare a prenderla, Bosa si fermò ad osservare per strada un barbone che, seduto su una cassetta di frutta, ascoltava da una vecchia radio una dolcissima musica classica. Bosa chiese a Miyo, sempre accanto a lei: “Come mai c’è tanta infelicità nel mondo?” Miyo rispose: “Perché credi che quell’uomo sia infelice, Bosa? solo perché gli basta poco per sorridere e vive per strada?”

Il barbone, accortosi di loro, fece un cenno di saluto, strizzando l’occhio a Miyo che rispose al gesto.

“Lui può vederti?” chiese a quel punto Bosa meravigliata. “Certo, i suoi occhi non hanno mai smesso di osservare la vita”, fu la risposta di Miyo. “Lui ha solo scelto di essere veramente libero al di fuori di ogni convenzione”.

“Starai sempre con me?” chiese la bambina a Miyo a quel punto. “Io sarò sempre con te, piccola mia e guiderò i tuoi passi” rispose il suo amico “invisibile”.

“E potrò parlarti sempre, tutte le volte che ne avrò bisogno?”, incalzò la bambina.

Miyo rispose con un sorriso di compassione: “Questo dipenderà da te, se sceglierai di continuare ad avere occhi per vedermi”.

L’uomo delle monetine

La piccola Bosa sembrava una di quelle bambine venute fuori dalla copertina di un libro, bionda con le treccine e due occhioni azzurri in cui sembrava che si specchiasse il cielo. La sua allegria e la risata erano contagiose, faceva letteralmente innamorare tutti coloro che avevano la fortuna di conoscerla, pareva quasi che non appartenesse a questo mondo, tanta era l’allegria e serenità che riusciva ad infondere alle persone con cui riusciva a parlare con quel suo linguaggio da piccola filosofa in erba sorridente. “Bosa, come mai sorridi sempre?” E lei di rimando “Perché non dovrei? Non ti accorgi di quanto è bella la vita?”. Se riuscivi a scambiare qualche parola con lei ti dava risposte disarmanti a cui non si riusciva a dare risposte “da grandi” e ti costringevano a riflettere su quello che era il suo punto di vista, così lontano dai problemi che ti affliggono nel corso di una giornata come tutte le altre.

Un giorno, in una meravigliosa mattina di primavera, Bosa era a passeggio con la sua mamma in una via del centro, quando la sua attenzione venne attratta da un uomo che faceva roteare in aria una monetina. Con l’attenzione tipica dei bambini alle cose banali, si accorse che quella monetina, a volte, scompariva in aria, provocando un soddisfatto sorriso sulla faccia di quell’uomo, che provvedeva a sostituirla con un’altra che prendeva dalla sua tasca.

Bosa sciolse la sua mano, stretta a quella della mamma, e corse verso quell’uomo guardandolo dal basso verso l’alto. “Come riesci a farlo?” Gli chiese.

“Semplicemente le mando da un’altra parte” rispose lo sconosciuto, per nulla disorientato dalla domanda che gli aveva posto a bruciapelo quella bambina dagli occhi azzurri come il cielo che li sovrastava in quel momento.

“E tu sai dove vanno a finire le monetine che stai lanciando in aria?” chiese Bosa pendendo dalle sue labbra.

“In un mondo vicino…ma troppo lontano per chi non riesce a vedere” rispose enigmaticamente l’uomo.

“Tu vieni da quel mondo?” insistette la piccola.

“Adesso sono qui perché mi vedi e sono con te, ma se volessi potrei andare anche lì”.

“Com’è il mondo dall’altra parte?” gli chiese Bosa.

“Esattamente uguale a questo, cambiano soltanto i pensieri delle persone, solo che esistono persone nuove, mentre altre non ci sono più. Vedi, questa non è l’unica realtà possibile, ce ne sono infinite altre proprio come tu le vuoi ed altrettante come tu invece temi, tutto dipende dalla tua volontà e dalle tue scelte”.

Le mise in mano una monetina e si allontanò per la sua strada cantando uno strano motivetto:

“Non c’è ieri, non c’è domani…solo il presente è nelle tue mani…”

La vita in diretta

Premetto che non guardo quasi mai la TV. E’ un accessorio estetico a casa mia e se non fosse per i tornei del grande Slam di Tennis, qualche concerto di musica classica, qualche film davvero bello e le partite del Cagliari (ebbene si, anche io ho il mio punto debole calcistico), ci potrei scrivere sopra come se fosse una stupida lavagna nera.

Capisco che ci siano persone che la tengono sempre accesa, che si nutrono di essa e di tutto ciò che da quello schermo viene sputato fuori, convinti che se “lo dicono in Tv” allora sia tutto vero.

E allora giù con overdose di telenovelas, serie TV, giochi a quiz demenziali e taroccati, culi e tette danzanti di povere criste senza un briciolo di cervello e dignità, dilettanti allo sbaraglio, critici incazzati che insultano, gente che si picchia, che sviene, conduttori di TG che annunciano migliaia di morti in un terremoto col sorriso sulle labbra o, con lo stesso sorriso compìto da schermo, mostrano foto di bambini spiaggiati come pesci per sbarchi finiti in tragedia…

Ma come si può cercare di migliorare, di evolvere, di imparare se il nostro maestro di vita è quell’infernale rettangolo nero? Che potere ha quell’aggeggio demoniaco?

Mica è poi solo in casa…si sta espandendo come l’ebola in ogni anfratto della nostra vita, ci segue ovunque siamo, ormai l’abbiamo sul cellulare, sul tablet, e persino sugli schermi delle macchine della palestra mentre facciamo sport… E poi i governi combattono il fumo e l’erba perchè alterano le funzioni del cervello. E la TV allora?

Bene, ieri vado a fare un’oretta di corsa sul tapis roulant della mia palestra ed ecco lì che appena parte, appare lo schermo con il programma impostato di default: “La vita in diretta”.

Sarebbe da definire la morte in diretta, però quella del tuo cervello. Lo definiscono programma di informazione, di cronaca, ma che cazzo vi bevete? Questa è ubriacatura di massa, trash Tv, pura spazzatura, merda vera.

A quell’ora in TV ci sono i bambini perdio, come si può inscenare un talk show in cui si discute con battute sorridenti di assassini seriali, pedofili, molestatori sessuali, mariti che picchiano a sangue le mogli, tecniche per gonfiare il seno, una fogna umana inframezzata da spot pubblicitari di farmaci e bambole…pura follia.

Saranno anni che quegli sfigati di conduttori hanno a che fare con gli stessi casi di cronaca che tormentano il nostro Paese e che faremmo bene a dimenticare invece di vederceli riproposti in tutte le salse e con nuove interviste che analizzano aspetti che non esistono.

E vai con il delitto di Cogne, con i vari, presunti assassini di bambine, con le coppie dell’acido, con l’uxoricida a piede libero, con i delitti di Perugia e di Garlasco e così via. Sempre quelli. La magistratura, con l’arsenale di mezzi a sua disposizione non ne ha cavato una minchia. Questi due imbecilli televisivi ed i loro ospiti decerebrati avanzano ipotesi mentre scorrono immagini di sangue e foto da tomba.

Il top poi sono gli ospiti di questo talk show dell’orrore. Starlette che non sanno fare due più due con le bocce in vista che fanno scempio della grammatica, giornalisti tronfi con voglia di apparire e pronti a litigi e scazzottate in diretta a chiunque contraddica le loro teorie, una schiera di psicologi e psichiatri che non riconoscerebbero Jack lo squartatore neanche se confessasse, finti amici del presunto assassino o della vittima che finalmente raccontano particolari che nessuno aveva mai sentito, neanche i magistrati che su quei crimini stanno indagando da anni…

A quel punto mi è venuto un conato di vomito, ho acceso il mio ipod ed ho continuato a correre ascoltando i Pooh che, al confronto, fanno più cultura della Divina Commedia letta in diretta da Dante Alighieri….