Un libro

Leggere è un piacere che pochi si concedono. Per mancanza di tempo, ci si giustifica il più delle volte. Se si trova il tempo per nutrire il corpo si dovrebbe trovare anche quello per nutrire l’anima.
Un libro può essere giocoso, spiritoso, erotico, noioso, toccante, coinvolgente…tutti attributi che cerchiamo ed a volte troviamo anche nelle persone che incrociano la nostra vita. Ma un libro non tradisce mai. E’ quello che è, se non ti piace puoi metterlo da parte senza rancore. I libri non provano rancore. Danno ma non ti tolgono nulla.
Una persona può mentire, spesso solo per difendersi, un libro non mente mai. Puoi decidere di trascorrere una serata in un qualsiasi locale ma rischi di aver buttato via il tuo tempo. Puoi decidere di trascorrere un pomeriggio in libreria o una sera a leggere e non rischi mai.
Il peggiore dei sentimenti che può provocarti è l’indifferenza. Non si può odiare un libro. Una persona ha un volto ed un carattere mutevole, un libro ha solo un’anima ed è sempre quella.
Un libro è un mondo alternativo al mondo di ogni giorno, un oggetto che senza far troppo rumore, ci consegna realtà inimmaginabili, creando quel vuoto nel mondo reale che spesso cerchiamo troppe volte invano.
I libri hanno vita propria, credo che non siamo noi a sceglierli, ma sono loro a scegliere noi con quelle copertine ammiccanti ed i loro titoli, proprio come fanno gli abiti e l’aspetto per le persone.
Spesso non ci rendiamo conto che dietro quelle parole c’è l’animo di una persona con cui abbiamo deciso di trascorrere il nostro tempo, famosa o sconosciuta. Volete mettere la soddisfazione di poter dire di aver conosciuto Shakespeare, Omero, Dante, Dostoevskij, Pirandello o addirittura Buddha. Già, perchè un libro trascende il tempo e le distanze e ti fa entrare nel mondo migliore di persone distanti migliaia di chilometri, che parlano altre lingue o che non ci sono più da secoli o millenni. Perchè leggere un libro è sempre guardare avanti anche se stai andando indietro nel tempo, perchè la nostra esperienza comincia dove quella dell’autore finisce.
Non ha importanza ciò che leggi, un libro, se letto al momento giusto, ti sfonda l’anima e ti cambia per sempre.

Dialogo con lo specchio

Quella mattina, al suo risveglio, Beppe sentì il rumore della pioggia che batteva incessante sulle imposte chiuse della sua finestra. Mise a terra il piede destro come faceva ogni volta in una specie di strano rituale automatico che lo accompagnava da…quando? Boh, neanche lui ormai se lo ricordava più. Era una di quelle tante, piccole cose che facevano parte del suo essere, il suo codice di riconoscimento che, insieme a tutte le altre manie e pensieri, lo rendeva unico e diverso dagli altri ma alla stessa maniera troppo uguale.
Ancora assonnato si trascinò in bagno, aprendo il rubinetto rosso dell’acqua calda, appoggiando le mani al bordo del lavabo con la testa ancora abbassata e gli occhi chiusi nell’attesa che il flusso dell’acqua raggiungesse la confortevole temperatura necessaria per cominciare la giornata e stabilire i contatti col mondo esterno in quella fredda mattina di febbraio.
Finalmente si decise a sollevare la testa ed aprire gli occhi per guardare il suo viso nello specchio, nei confronti del quale non si vergognava affatto a mostrarsi nelle condizioni border line del risveglio.
Quello che vide lo stupì a tal punto che si lasciò sfuggire un grido strozzato facendo un balzo all’indietro. La sua immagine riflessa lo stava fissando sorridendo. Beppe era consapevole che non c’era proprio nulla da ridere in un lunedì mattina come quello, con una settimana di lavoro stressante che lo attendeva, le vacanze lontanissime, un dolore alla schiena che lo affliggeva da un pò di giorni ed un tempo da cani là fuori pronto a fare da drammatico contorno alla coda in tangenziale che lo avrebbe aspettato di lì a poco.
Beppe richiuse gli occhi ed iniziò a stropicciarseli con veemenza, pensando che fosse uno strano effetto ottico dovuto al fatto che era ancora assonnato e non ben connesso col mondo reale.
Poi, con gli occhi ancora chiusi, si lavò la faccia più volte, allungando le mani sulla sua sinistra per prendere a memoria l’asciugamani e passarselo sul viso. Solo allora riaprì gli occhi lentamente aspettandosi logicamente che lo specchio gli restituisse l’immagine di lui che si passava l’asciugamani.
Ma non fu così. Il suo volto nello specchio era ancora lì che sorrideva. Stavolta, strano a dirsi, Beppe non ebbe la reazione di stupore e quasi paura avuta un attimo prima ma fissò immobile quel volto fin troppo familiare con un’espressione allegra.
“Ma…ma…tu chi sei?” Nel momento esatto in cui l’ebbe pronunciata, quella domanda gli sembrò la più stupida del mondo.
“Chi vuoi che sia?” rispose ironico il Beppe nello specchio, “Sono Beppe”.
“Ma come è possibile tutto questo?…cioè tu dovresti fare quello che faccio io e non stare immobile lì a sorridere mentre io mi sto asciugando la faccia”.
“E questo chi lo avrebbe deciso?” gli chiese l’immagine.
Quella semplice domanda a Beppe sembrò facesse il paio con la stupidità della sua d’esordio in quel dialogo che definire folle era un eufemismo. Però, in effetti, a pensarci bene, non aveva una risposta pronta e disse: “perchè tutti gli specchi riflettono le immagini identiche”.
“Ah bè…qui ti sbagli di grosso mio caro. Ciò che vedi nello specchio è l’esatto contrario di quello che vi è riflesso, quindi tu stamattina sei triste, invece io sorrido”.
La sua mente era incapace di reagire, era come se tutto ciò in cui riteneva di aver creduto fosse stato spazzato via nel giro di un secondo…ed a pensarci bene c’era anche una nota di sarcasmo nella verità che la sua immagine stava descrivendo dall’altra parte dello specchio.
In quel momento Beppe, cercando uno sprazzo di razionalità quando tutto attorno a lui cospirava per fargliela perdere, si aggrappò ad un pensiero che poteva essere la soluzione all’assurdità di quella vicenda. Stava ancora sognando. In effetti non si era mai risvegliato e quel dialogo surreale stava avvenendo mentre lui era ancora disteso nel letto, profondamente addormentato…” e magari fuori c’è anche il sole”.
Quell’idea gli diede un pò di spavalderia, ma…il freddo delle piastrelle sotto i suoi piedi nudi, l’umidità dell’asciugamano che ancora stringeva tra le mani, il suono della sirena di un’ambulanza che passava in quel momento, tutto gli fece capire che era ben sveglio e tutto ciò che stava accadendo era la realtà, o meglio quella che lui credeva fosse la realtà. Darsi uno schiaffo o tirarsi un pizzicotto non avrebbe fatto che confermare il tutto.
“Cosa significa tutto questo?” azzardò a chiedere Beppe alla sua immagine riflessa.
“Significa che tu non accetti che possano esistere altre realtà diverse da quella che la tua mente riesce a concepire. Continui a vivere la tua vita sempre sugli stessi modelli e ti aspetti che qualcosa cambi e invece non cambia mai nulla. Ti sei mai chiesto il perchè?. Oggi io (che sono sempre Beppe) voglio offrirti una visione della vita diversa da quella che sei abituato a vivere, anzi, completamente opposta, come da specchio che si rispetti. Ti sei sempre posto davanti allo specchio per ottenere inconsciamente una risposta visiva alla domanda fondamentale che caratterizza un essere umano: “Chi sono io?”. Ti sei mai chiesto se anche gli altri vedono dal vivo la stessa persona che tu sei abituato a guardare nel tuo specchio? Oppure tu vedi solo quello che riflette il tuo stato d’animo in quel preciso momento? Dimmi un pò, non ti capita a volte di vederti brutto e grasso mentre altre volte ti piaci particolarmente? Credi che dipenda dallo specchio? Non è cambiato nulla da un giorno all’altro, solo cambia l’immagine che hai tu del mondo, te stesso compreso. Non ci fai mai caso, non ci rifletti abbastanza. Vivi la tua vita preconfezionata senza dedicarti un momento a quegli interrogativi che invece hanno un’importanza fondamentale. Perchè? Perchè se indugi su quei pensieri ti senti un pò matto. Non lo fai, non ne parli con gli altri, il pensiero ti sfiora ma poi ti chiedi: cosa penserebbero di me se parlassi di certi argomenti? Quindi eccomi qui per farti capire che oltre la monotona vita di tutti i giorni c’è anche un’esistenza allo specchio che aspetta solo di essere vissuta, e fanculo le opinioni degli altri, ognuno ti vedrà diverso da come vuoi apparire, quindi a che serve cercare di essere qualcosa di definito? Sii felice di come sei, come lo sono io…che poi sono te…solo che tu ancora non te ne rendi conto.”
A quel punto a Beppe cadde l’asciugamani sul pavimento, si chinò a raccoglierlo e quando si rialzò vide la sua immagine riflessa con un’espressione attonita e l’asciugamani in mano.
Fece colazione, si vestì ed uscì di casa.
Quel giorno, malgrado la pioggia, il fatto che fosse lunedì e che ci fosse un traffico infernale in tangenziale, Beppe si ritrovò a sorridere allo specchietto retrovisore della sua automobile.

Grazie!

Grazie. Una parola che usiamo sempre troppo poco e che invece dovremmo ripetere in continuazione, perché c’è sempre qualcosa o qualcuno da ringraziare ogni minuto della nostra vita.

Grazie al destino (chiamiamolo così) che ha voluto che oggi io sia ancora qui. Il tempo, una volta che ti ha agganciato alla nascita, ti trascina via, facendoti incontrare cose belle ed altre meno belle, il tutto comunque sulla mia personale corsia che si intreccia con gli innumerevoli incroci delle vie del tempo di tanti altri, i quali hanno comunque lasciato in me un segno, un ricordo. A volte istantaneo e subito scivolato via nel pozzo senza fondo dell’oblio ed altre volte profondo ed incancellabile, a prescindere da quanto ci siano stati vicino. Amicizia, amore o affetto non hanno il tempo come unità di misura. Ho parlato per anni con persone di cui ricordo a malapena volto e gesti ed ho invece impressi nel cuore voce, viso e parole di persone incrociate per pochissimo e mai più riviste. Grazie anche a tutti loro per aver reso più ricca la mia vita anche se non lo sapranno mai. Da cosa dipende? Io lo chiamo il linguaggio dell’anima. Questi linguaggi, in alcune persone non li comprendo, in altri li capisco anche senza le parole, e non c’è cosa più stupefacente di due persone che comunicano senza parlare. Credo abbia ragione chi una volta ha detto che la parola ci è stata data per nascondere le nostre emozioni. Ma ci sono persone cui non possiamo nascondere nulla.

Grazie a tutti coloro che mi hanno dedicato anche un solo istante della loro vita, con un pensiero, una parola, una frase, un consiglio, un augurio, un incoraggiamento, una stretta di mano o un aiuto concreto. Siamo sempre contenti quando succede ma non riusciamo mai a compensarlo con tutte le volte che siamo noi ad offrire qualcosa agli altri, sicchè è sempre quest’ultimo aspetto che, solo, ci appare nel bilancio della nostra mente la quale inevitabilmente ci porta a considerarci sempre in credito con l’umanità quando invece non è quasi mai così.

Grazie a tutti quelli che mi hanno anche pesantemente criticato, condannando alcuni miei comportamenti nei confronti loro o di altri. Comunque mi hanno spinto a riflettere, a guardare dentro di me, cosa che raramente ci accade, a processare i miei pensieri per arrivare a concludere che spesso avevano anche ragione. Gesti e parole sono per metà di chi li compie e per metà di chi li subisce. Noi vediamo solo il nostro 50% ignorando completamente l’altra metà.

Grazie ai miei genitori, che mi hanno dato tutto ciò che potevano, anche se quel tutto non era forse quello di cui avevo bisogno, ma erano mossi dal più puro dei sentimenti e l’ho capito solo col tempo.

Grazie a chi mi ha insegnato quello che ora so, a chi ha contribuito alla mia esperienza personale, culturale ed affettiva. Il sapere è frazionato tra tutti quanti e non è detto che un bambino non abbia qualcosa di importante da insegnare ad un premio nobel.

Grazie anche a tutti quelli che, per chissà quale ragione, non ho mai conosciuto abbastanza e tra i quali mi piace sempre fantasticare che ci sarebbero state altre grandi amicizie e grandi amori.

Una favola moderna

Nel paese di Belgioioso vivevano due vicini di casa molto diversi tra loro. Il signor Massimo Cicala ed il signor Aurelio Formica, coetanei ed entrambi single.

Massimo viveva una vita molto godereccia, amava dare feste, ascoltare musica ad alto volume, bere buon vino, accompagnarsi a molte donne e vivere notti brave, finendo per alzarsi tardi al mattino, forse con un pò di mal di testa ma sempre con un gran sorriso sulle labbra ed una gran voglia di vivere la sua vita così come se l’era scelta. Aurelio lavorava dalla mattina alla sera, non si concedeva distrazioni, sempre attento al cibo, non fumava, non beveva, insomma nessun vizio ed una vita ordinata aspettando la donna della sua vita con cui mettere su famiglia. Forse li accomunava solo il mal di testa al mattino, ma per il resto non potevano avere uno stile di vita più diverso.

Quelle volte che si incontravano al bar sotto casa, Aurelio rimproverava il modo di vivere di Massimo: “Non condivido proprio il tuo stile di vita, è del tutto irrazionale, quando sarai vecchio, se ci arriverai, te ne pentirai, non pensi proprio al tuo futuro”.

“E’ vero”, rispondeva Massimo, “forse un domani sarò malato, solo ed infelice ma sto agendo in modo del tutto razionale. Per me, essere razionale significa essere felice e la mia felicità coincide con l’attimo presente che supera ogni possibile dolore futuro”.

“Sbagli”, rispondeva Aurelio, “la felicità va vista in prospettiva futura e va spalmata su tutta la tua esistenza. Certo, io oggi so che mi privo di qualcosa, ma so che verrò ripagato, che è giusto quello che faccio e quindi investo sul mio lungo futuro”.

Dopo qualche anno Massimo si ammalò e chiese aiuto ad Aurelio, affinchè gli portasse cibo, acqua e medicine, dato che faceva difficoltà anche solo a salire le scale.

Aurelio nel frattempo si era trasferito ed aveva messo su famiglia, per cui declinò la richiesta di Massimo. “Venire a portarti acqua e cibo ogni giorno sottrarrebbe tempo alla mia vita e non posso preferire il tuo benessere al mio. Ma non ti senti adesso in colpa per aver vissuto così dissennatamente? Stai pagando il tuo stile di vita, così come avevo previsto.”

“Certo!” rispose Massimo, “infatti ne sono sempre stato consapevole, ma adesso è adesso ed all’epoca ho agito in modo razionale. Tu invece mi stai rifiutando un aiuto e questo non è molto razionale”.

“L’adesso per me è tutta la vita” rispose Aurelio, ma conosco una maga potentissima che potrebbe prepararti una pozione che ti regalerebbe un anno in perfetta salute. Ma sappi che questa pozione dura solo un anno, dopo di che le tue condizioni si aggraveranno molto di più di quanto non lo siano adesso”. Io non lo farei…

Massimo non esitò un solo istante, ottenne l’indirizzo della maga e si fece subito preparare la misteriosa pozione che lo riportò in salute e gli consentì di riprendere la vita beata che aveva vissuto fino a quel momento che egli cercò quanto più possibile di intensificare.

Dopo un anno esatto Aurelio si ritrovò al capezzale di Massimo ormai gravemente ammalato e quasi agonizzante, chiedendogli: “Ne valeva davvero la pena?”

Massimo, in preda a forti dolori, rispose: “Adesso no di certo, ma prima valeva la pena eccome!”

Aurelio disse a Massimo che conosceva un bravo medico che avrebbe potuto salvarlo ma la cura lo avrebbe reso praticamente immobile e trasformato in un invalido.

“Ah no”, rispose Massimo, “non ho mai investito sul futuro e mai potrei farlo a simili condizioni. Addio!” Massimo morì ed Aurelio visse sino 100 anni un’esistenza grigia, evitando occasioni di felicità che avrebbero potuto trasformarsi in infelicità future.

In punto di morte, Aurelio pensò proprio a Massimo e realizzò in quel momento che, rinunciare nell’immediato a ciò che vogliamo e sentiamo, per costruire un futuro del tutto ipotetico, equivale forse a rinunciare ad esistere.

Il primo sorso di birra

Tra i misteri della nostra natura di esseri umani, ai primi posti c’è quello del gusto per la novità, che tende a scalzare quello che abbiamo già e che, dopo un po’, inevitabilmente ci stanca. In questo restiamo sempre bambini. Provate a dare ad un bambino un giocattolo, lascerà tutto quanto per averlo, tutto passa per lui in secondo piano, il cibo, i genitori, tutto. Lo prende, lo analizza, cerca di scoprire tutti i segreti del nuovo oggetto del suo desiderio, all’inizio lo tratta bene, ci gioca facendo attenzione a non romperlo, trova mille utilizzi per una cosa che spesso non ne ha alcuno, poi, inevitabilmente si stufa ed inizia a trattarlo male, spesso lo rompe sperando di trovarci dentro qualcosa che la sua curiosità non ha ancora scoperto. Alla fine, deluso, lo butta via e non lo degna più di uno sguardo. Avanti il prossimo, arriverà un nuovo gioco con cui ripetere la stessa esperienza.

Noi adulti non siamo molto diversi, in questo non siamo mai cresciuti. Il guaio è che, oltre che con gli oggetti, da grandi facciamo lo stesso con le persone. Non c’è soltanto il gusto irrefrenabile per il nuovo cellulare, il nuovo PC, le scarpe o l’automobile, spesso a seguire la stessa sorte sono le persone che ci vivono accanto. Come dei bambini siamo estasiati dalla novità del nuovo partner, e proprio come un bimbo, durante il primo periodo tutto passa in secondo piano. Cerchiamo di scoprire tutto del nostro nuovo oggetto del desiderio, lo coccoliamo, cerchiamo di non rovinarlo ma quell’implacabile killer che è il tempo non sbiadisce soltanto le immagini, ma anche le persone reali. Ed ecco che, rievocando il bambino che è in noi, cerchiamo la novità, qualcosa o qualcuno che ci faccia rivivere quelle emozioni ormai quasi spente.

Mi sono sempre chiesto se tutto ciò dipenda da una nostra predisposizione genetica al nuovo oppure alla nostra disperata ricerca di qualcosa che però non riusciamo mai a trovare. In questo caso bisognerebbe rivedere tutte le teorie sull’amore, compresa la chimera dell’amore eterno, che si fa sempre più fatica ad accettare. Diciamo la verità. Per un uomo, la vera bellezza delle donne è la novità. Non esistono donne belle, esistono donne nuove. perché le donne nuove ci piacciono di più anche se sono oggettivamente più brutte di quella che già abbiamo.

Sia chiaro, non è una giustificazione a quello che succede alla maggior parte delle coppie, ma deve esserci in noi un gene contro il quale proprio non riusciamo ad andare. E poi io parlo da uomo ma lo stesso discorso può essere fatto anche per l’universo femminile.

Il piacere per qualcuno o per qualcosa è inversamente proporzionale al tempo passato con quel qualcuno o qualcosa. provate a pensare alla differenza tra il primo e l’ultimo sorso di una birra gelata, alla prima leccata ad un cono gelato, al primo morso ad un panino imbottito o alla prima forchettata di un piatto fumante di pasta al ragù…il gusto di quelle “prime volte” ti fa chiudere gli occhi per assaporare l’estasi di un desiderio che si avvera. Ma la birra verso la fine si riscalda, il gelato si scioglie, il panino perde sapore negli ultimi morsi ed il gusto della pastasciutta alla fine non lo senti quasi più, anzi capita spesso che di tutto ciò ne avanzi perché ne hai abbastanza.

Dunque è inutile combattere la nostra natura, siamo eterni bambini, sempre alla ricerca di qualcosa che però si direbbe non riusciamo mai a trovare.

La giostra

A volte ho l’impressione che vivere la vita di tutti i giorni sia come essere su una giostra. Sei sempre in movimento, è un giro che non finisce mai, spesso sali ad occupare il posto che trovi libero o più vicino oppure dove gli altri ti indirizzano, difficilmente ti siedi al posto che vorresti. O forse è dovuto al fatto che ci sali da bambino e quindi sono i tuoi genitori a scegliere quel posto che loro ritengono più bello o più sicuro. Macchine dei pompieri, ambulanze, cavalli, moto…la giostra è una metafora della vita in cui difficilmente puoi scegliere il posto su cui fare quel giro che  ti è toccato.

Anche io sono salito su un posto che non avrei scelto se fossi stato libero di scegliere. All’inizio ti piace comunque, l’ebbrezza del girare, il mondo che ti passa davanti, le grida degli altri, ma dopo un po’ ti rendi conto che la cosa si fa monotona, che il paesaggio è sempre uguale, che rincorri e vieni rincorso ma, in fondo, resti sempre dove sei.

Allora pensi di scendere, vorresti vedere come è il mondo visto da un’altra prospettiva. Ma se gli altri ti vedono scendere mentre la giostra sta girando pensano che tu sia pazzo…non si può scendere dalla giostra, non è permesso farlo. Ti sei guadagnato questo giro, hai occupato un posto e adesso devi aspettare che il giro finisca, poi potrai lasciare il posto ad un altro.

Chi sta girando è felice, spaventato, preoccupato, sereno, agitato ma a nessuno viene in mente di scendere. Io ho deciso di scendere, di vedere il mondo con i piedi per terra, non sulla pedana rotante della giostra, manovrata da chi non vuole che tu interrompa quello che ti è stato assegnato. Non funziona così. Rischi di farti male. Il mondo è fatto da tante giostre, ogni città in cui viviamo lo è, più grande o più piccola, in una fiera di paese o in un luna park e chi non ha un posto sulla giostra è un folle, un emarginato.

Ma io l’ho fatto, sono riuscito a scendere indenne e sto guardando il mondo con altri occhi. E mi rendo conto che il mondo, la vita è completamente diversa vista da quella prospettiva. Posso guardare tutto ciò che mi sta attorno con calma, con i miei tempi, fermarmi quando voglio, proseguire quando mi va. Sulla giostra no, devi girare alla velocità di chi manovra e la prospettiva che hai è sempre la stessa, fatta di cose che ciclicamente ritornano sempre.

E guardi anche chi è rimasto sulla giostra…e ti chiedi come hai fatto a rimanerci per tanto tempo, rinunciando alla possibilità di scandire da solo i ritmi della tua meravigliosa esistenza…

Facile…difficile

Spesso si tende ad affermare nella vita che le grandi soddisfazioni, le quali danno il più alto senso di benessere alle persone, vengono dalla difficoltà delle azioni che si compiono. Più un’opera è difficile, maggiore è la soddisfazione che ne deriva.

Davvero è sempre così? Il discorso regge allorquando si tratta di creazioni materiali o competizioni sportive. Concludere una maratona è più difficile che correre per 5 o 10 chilometri; scrivere un libro è senza dubbio più impegnativo che scrivere un articoletto di giornale, e la soddisfazione che ne deriva cresce di conseguenza.

Ma se spostiamo il discorso su noi stessi e sui comportamenti che ci potrebbero portare enormi benefici, malgrado all’apparenza sia la cosa più facile del mondo, dipendendo dalla volontà, tutto invece si complica, e non poco. Pensiamo alle cattive abitudini di cui siamo consapevoli che faremmo bene a limitare o sopprimere, del tipo fumare, bere o mangiare troppo; pensiamo alla possibilità di perdonare quelli che ci hanno fatto soffrire a causa di gesti o parole che non ci sono piaciute; pensiamo al voler bene a noi stessi sempre e comunque invece che maledirci ogni volta che commettiamo un errore; pensiamo alla possibilità di essere ottimisti sul futuro invece di vedere il male in tutti ed in tutto.

E si badi che non è una questione puramente caratteriale che cambia da persona a persona, ma una costante autodistruttiva del nostro essere di cui non riusciamo a liberarci malgrado siamo consapevoli che una maggiore forza di volontà potrebbe eliminare tutti quei difetti che ci rendono la vita un inferno. Lao Tze diceva giustamente: “Chi conquista il prossimo è potente, chi domina se stesso è invincibile”.

Per la maggior parte di noi le cattive abitudini, radicatesi nell’intera società, sono quasi diventate dei rassicuranti gesti quotidiani e non bastano le infinite motivazioni che dovrebbero indurci a cambiare strada per ottenere gli enormi, conseguenti benefici. Invece di scegliere liberamente il percorso che ci porterebbe ad una vita più sana e più felice, insistiamo follemente su una via che siamo consapevoli essere quella sbagliata, ma non riusciamo a fare altrimenti. Come mai?

La risposta che mi sono dato è che ci manca una sufficiente consapevolezza, quella convinzione interiore e profonda che si armonizza con il nostro io più autentico.La consapevolezza non è come la conoscenza, non si può inculcare come un dato o una nozione qualsiasi, ma rappresenta quella “luce” che eleva la persona al di sopra dell’ignoranza e della massificazione. Consapevolezza è osservare senza giudicare, accettare che altri commettano errori come i nostri e perdonarli se ne siamo la vittima, seguire la nostra anima e non la nostra mente razionale. Abbiamo tutti gli elementi per poterlo fare e cambiare la nostra vita, allora perché non iniziare da subito?

“Oggi è il primo giorno del tempo che ci resta…un giorno buono per incominciare”

Serendipità

Mi sono imbattuto più volte in questo neologismo che non ha riscontri nella nostra lingua, infatti, altro non è che l’italianizzazione della parola anglosassone “serendipity”, il cui significato è quello di fare felici scoperte per puro caso, oppure trovare una determinata cosa mentre se ne stava cercando un’altra.

L’etimologia di questa strana parola deriva da “Serendip”, il nome che nell’antichità veniva dato allo Sri Lanka e che si trova appunto in una fiaba persiana, “I tre principi di Serendippo”, che narra dei tre figli di un re che intraprendono un viaggio, incontrando sul loro cammino una serie di indizi che li salvano da molte occasioni difficili. Prescindendo dall’etimologia della parola, trattasi di una di quelle esperienze con cui si ha a che fare più volte di quanto non si pensi.

Applicando il concetto ai grandi eventi potremmo, per esempio, dire che il più famoso dei “serendipitai” della storia sia stato Cristoforo Colombo, il quale, partito alla volta delle Indie con le sue caravelle, si trovò a sbarcare in un continente sconosciuto che avrebbe legato il suo nome alla futura storia del genere umano. Inoltre, la serendipità è all’ordine del giorno nel campo della ricerca scientifica, laddove è risaputo che le scoperte più importanti vengono fatte mentre si stava cercando altro. Basti pensare a Fleming che scoprì la penicillina disinfettando una provetta.

A molti il concetto potrà sembrare assimilabile a quello di caso o mera fortuna, ma il valore aggiunto della serendipità sta proprio nel fatto che il caso fortunato è legato a sagacia, intuito e coraggio, proprio come nella citata fiaba dei tre principi. In questo caso la fortuna non piove dal cielo mentre si sta fermi ad oziare ma ci assiste a condizione che noi si sia in grado di poterla afferrare, perché, come diceva Pasteur, “il caso favorisce solo la mente preparata”. Potremmo definirla “l’arte di trarre profitto”, da cui la capacità, non da tutti, di vedere la grandezza ed il disegno divino anche nelle piccole cose, affrontando la quotidianità con uno stato d’animo privo di paura ed insicurezza per tutto ciò che ci è nuovo.

Cerchiamo quindi, nella vita, di essere sempre più curiosi e meno frettolosi, giudicando tutti gli eventi, belli o brutti che siano, con lungimiranza ed attenzione invece che con risposte di ansia immediata. E’ vero che la fortuna premia gli audaci, ma è anche vero che l’esperienza ci insegna che quasi tutte le cose che desideriamo, le troviamo proprio quando smettiamo di cercarle. Più accanimento ci mettiamo e più sembrano sfuggirci.

L’aspettativa, accompagnata dall’ansia ci fa ottenere esattamente l’effetto opposto. Buona serendipità a tutti.

Tris d’assi

Girovagando su blog e siti vari della rete ci si imbatte spesso in varie “classifiche” di personaggi noti e meno noti, intellettuali e gente comune che esprime personali gradimenti in merito alle cose più disparate, dalle auto ai sentimenti, dagli sportivi ai difetti umani.

La cosa si fa soggettivamente interessante quando vengono analizzati argomenti che ci interessano. In tal caso è stimolante mettere a confronto le opinioni che ci conducono, spesso, ad incontrare personalità davvero molto affini alla nostra.

Nel caso di specie parliamo di libri. Ognuno di noi, nella vita, almeno alle scuole dell’obbligo, ha letto un libro. Approcciarsi ad una lettura è sempre qualcosa di particolare che coinvolge il nostro stato d’animo. Si può leggere per interesse, per ingannare il tempo, per distrarsi, per approfondire un argomento che ci sta a cuore, per andare a caccia di emozioni e sentimenti, per lavoro, insomma ognuno sfoglia le pagine di un libro per un motivo, ma in ogni caso un libro non delude mai. Entusiasmo, risveglio, noia, indignazione, amore, un libro lascia sempre una traccia nella vita di chi lo legge, un ricordo che può essere ripreso ed utilizzato in qualsiasi momento della nostra esperienza, tutto il contrario di quello che fa la televisione, con la qualità attuale delle sue programmazioni.

Un libro riesce, in maniera quasi magica, ad assumere una vita propria del tutto indipendente dal suo autore, di cui spesso non si ricorda neanche il nome, facendoci dimenticare che le sensazioni che ci provoca sono frutto di una mente come la nostra che ha avuto l’ardire (ed il tempo) di mettere nero su bianco il frutto di un’idea.

Ed ecco che, quando si vanno a stilare classifiche dei libri migliori che si sono letti, in base alle esperienze soggettive, si trova un panorama variegato di personalità, di pensieri e di idee oltre che di spunti per ampliare la propria esperienza di lettura. Dimmi cosa leggi e ti dirò chi sei.

Voglio farlo anche io, mettendo in cima alla mia lista 3 libri la cui lettura non impegna neanche tanto, visto che sono di poche pagine, nulla a che vedere, quindi con quei tomi la cui vista preoccuperebbe anche un lettore incallito.

Due di essi sono libri che si potrebbero definire “per ragazzi”, due favole allegoriche che hanno come protagonisti, rispettivamente, un gabbiano ed un bambino.

Il primo è “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach che racconta di un gabbiano emarginato dal suo gruppo perchè voleva inseguire il suo sogno.

Il secondo è “Il piccolo principe” di Antoine de Saint-Exupéry che narra del poetico incontro tra un bambino ed un pilota di aerei che è costretto ad un atterraggio di fortuna nel deserto.

Non posso non sottolineare, tra i primi due libri che ho menzionato, una incredibile coincidenza…entrambi gli autori (Bach e Saint-Exupéry) sono aviatori, persone abituate a volare…sarà davvero una coincidenza?

Il terzo è anch’esso una favola: “L’alchimista” di Paulo Coelho che parla della storia fantastica di un giovane pastore, Santiago, alla ricerca del suo cammino interiore.

Molti li avranno letti, magari non saranno nemmeno piaciuti, ma, come per le persone, il rapporto con i libri è una faccenda del tutto soggettiva…ma se non lo avete fatto, vale la pena provare.

Il valore del tempo

l tempo…un’entità indefinita, un concetto di importanza vitale nella vita di oggi ma altrettanto indefinibile se gli si vuole dare una valenza precisa…personalmente credo che riserviamo, a ciò che vale davvero, solo gli avanzi della vita. Siamo sempre indaffarati, di corsa, ansiosi. Chi si ferma è perduto…è questo il motto della società di oggi. Niente di più sbagliato. L’uomo corre e si dimentica di vivere, come se fosse destinato a vivere per sempre.

All’uomo di oggi piace essere invischiato in mille occupazioni, impegni, appuntamenti, scadenze di lavoro…piace non avere tempo. Oggi, chi ha tempo è un fallito. Allora ammetto di essere un fallito in base alla comune concezione, ma Io non credo che sia così. Il perdente è quello che è vittima del suo tempo. In questo periodo mi sono fatto il più grande regalo che potessi farmi: mi sono fermato. Ho lasciato il mio allucinante lavoro, fatto di scadenze, pressioni, responsabilità della libertà degli altri.

Automaticamente ho trovato il tempo per fare quello che più mi piace e mi sento rinato, libero dai vincoli che non sono più disposto ad accettare. Se trovi il coraggio di cambiare ti si apre un mondo…il tuo mondo. La vita non è breve, siamo noi che ci affanniamo a renderla tale, sprecando quel dono prezioso che è il tempo che ci è stato dato. Lo diceva anche Seneca nel suo meraviglioso “De brevitate vitae”. Con ciò non voglio affermare che bisogna tralasciare i propri doveri in onore di una presunta libertà, ma soltanto vivere la vita con una consapevolezza diversa.

Inevitabilmente, appena hai la possibilità di aprire le porte al tempo, la tua vera essenza vola, libera di andare dove vuole, portandoti su quella che forse è la tua vera strada; devi soltanto seguirla e potrebbe farti scoprire realtà che non immaginavi. All’inizio mi sono sentito un po’ in colpa, al pensiero di quello che gli altri avrebbero pensato di me e delle mie scelte, ma questo è l’altro grande errore che commettiamo…lasciarci influenzare dai giudizi, dalle convenzioni, da una realtà preconfezionata che non ci appartiene.

Ma questo sarà oggetto di un prossimo argomento…

Destino o libero arbitrio?

Credo che sia una domanda che tutti noi ci siamo posti almeno una volta nella vita ed è indubbio che la risposta sarebbe risolutiva sul nostro modo di affrontare l’esistenza che stiamo vivendo su questa terra. Quanto di quello che ci accade viene deciso da noi e quanto, invece, è frutto di casualità o di un destino prestabilito? Immaginate che importanza avrebbe conoscerne la risposta. In fondo tutti noi viviamo la nostra quotidianità come se puntassimo sull’esistenza del solo libero arbitrio, profondamente convinti di essere sempre noi a scegliere, in ogni momento, quello che ci va di fare in base a gusti, volontà e preferenze, con le dovute eccezioni, naturalmente, dettate dalle più radicate convenzioni sociali e dalla legge.

E se, invece, fosse proprio vero il contrario? Se questo “giro di vita” fosse preordinato proprio per farci vivere quelle esperienze, belle o brutte, che portano la nostra anima verso quel percorso di maturazione a cui tutti saremmo destinati in base alle convinzioni di molte ideologie mistiche orientali? Se fosse tutto frutto di quel “grande disegno” che a tutti sfugge ma che potrebbe senza dubbio essere possibile?

Personalmente non credo che quest’ultima ipotesi sia del tutto da scartare, anzi la ritengo la più plausibile. In questo caso dovremmo davvero rivedere il nostro stile di vita. A questo punto dannarsi l’anima e rovinarsi la vita per raggiungere dei propositi che ci siamo prefissati potrebbe risultare del tutto inutile. Incazzature, stress, delusioni, progetti naufragati…potrebbe tutto far parte di un destino che noi non conosciamo ma che ci appartiene inesorabilmente e contro cui non possiamo andare. Osho diceva: “Ciò che dovrà accadere accadrà. E tu hai una sola scelta: andarci insieme o andarci contro”.

Andarci insieme significa accettare, razionalizzare e capire che il destino sceglie spesso strade tortuose per condurci alla meta, che non sono quasi mai quelle che noi abbiamo scelto. A questo proposito c’è una storia zen molto significativa: “C’era una volta un contadino cinese il cui cavallo era scappato. Tutti i vicini quella sera stessa si recarono da lui per esprimergli il loro dispiacere: “siamo così addolorati di sentire che il tuo cavallo è fuggito. E’ una cosa terribile”. Il contadino rispose: “Forse.” Il giorno successivo il cavallo tornò portandosi dietro sette cavalli selvaggi, e quella sera tutti i vicini tornarono e dissero: “Ma che fortuna! Guarda come sono cambiate le cose. Ora hai otto cavalli!” Il contadino disse: “Forse.” Il giorno dopo suo figlio cercò di domare uno di quei cavalli per cavalcarlo, ma venne disarcionato e si ruppe una gamba, al che tutti esclamarono:“Oh, poveraccio. Questa e’ una vera disdetta” ma ancora una volta il contadino commentò: “Forse.” Il giorno seguente il consiglio di leva si presentò per arruolare gli uomini nell’esercito, e il figlio venne lasciato a casa per via della gamba rotta. Ancora una volta i vicini si fecero intorno per commentare: ”Non è fantastico?” ma di nuovo il contadino disse: “Forse.”

Noi tutti facciamo delle libere scelte (libero arbitrio), o almeno pensiamo di farle, ma è anche vero che ci accadono spesso cose che non scegliamo (destino). Ciò potrebbe essere dovuto al nostro karma, quel bagaglio pesante ed invisibile che tutti ci portiamo dietro come risultato di tutte le esperienze della nostra anima immortale. La chiave di tutto, quindi, sta nella consapevolezza, per cui, in tutto ciò che ci accade, bisogna essere consapevoli e semplicemente accettare imparando la lezione. Ma non in modo passivo affermando “è il mio karma e non posso farci niente”, ma scegliere come reagire, usando quell’evento come stimolo per migliorare noi stessi esteriormente ed interiormente. Un karma negativo può essere mitigato dalla nostra consapevolezza o dalle nostre buone azioni, o semplicemente dalla nostra consapevolezza.

Neale Donald Walsh, nel suo libro “Conversazioni con Dio”, afferma che l’anima sceglie tavolozza, colori e tela, indirizzando la vita in diversi modi, ma siamo noi, alla fine che dipingiamo il quadro. Destino e libero arbitrio possono quindi coesistere in questi termini. Possiamo fare alcune scelte ma solo con il materiale che ci è stato dato a disposizione. Se siamo nati alti 1,60 non possiamo lamentarci di non poter diventare delle stelle del basket. Peraltro, l’indirizzo e gli apprendimenti della nostra esistenza, ci si ripresenteranno tante volte quante ne serviranno per capirli ed accoglierli, dapprima in modo dolce, successivamente, poi, se ci ostiniamo ad ignorarli, in modo sempre più severo attraverso attriti e sofferenza. Sta a noi avere l’intelligenza di comprendere i segni distintivi del cammino ed accettarli per quello che sono.

Scrolliamoci di dosso quella visione limitata che continua a caratterizzare ed avvelenare le nostre esistenze, ed impariamo a guardare oltre l’orizzonte. Quando vedete un’isola viene da dire: “Ecco un’isola!”, ma vi sbagliate. Togliete l’acqua, e vedrete che l’isola è collegata alla terraferma.

L’era del geco

L’ammirazione e la simpatia per questo animaletto le ho riscoperte di recente. Al contrario di lucertole ed altri animali simili, il geco non mi ha mai provocato sensazioni di repulsione o paura quando lo vedevo arrampicarsi agilmente sui muri dei posti di campagna in cui mi sono trovato, anzi mi incantava osservarlo compiere quegli strani scatti in traiettorie che solo lui poteva inventare, restando il più delle volte immobile quasi a ricambiare il mio sguardo.

Credo di non essere il solo ad essermi figurato una scena come questa, dato che un grande filosofo/scrittore contemporaneo come Jostein Gaarder (i suoi libri sono meravigliosi…), nel suo libro “Maya” racconta, in un lungo capitolo, un divertente dialogo tra il protagonista ed un geco che, nella sua stanza, si era piazzato sulla sua bottiglia di gin rischiando di farla cadere.

Il geco ha sempre avuto una forte carica simbolica, è un piccolo rettile, una specie di coccodrillo bonsai, che preferisce climi caldi, del tutto innocuo per l’uomo, che sta a significare, per molte popolazioni, il valore dell’adattabilità, rigenerazione, forza e capacità di sopravvivenza, tutti valori necessari all’uomo per poter sopravvivere ed andare avanti anche quando sulla strada si frappongono ostacoli all’apparenza invalicabili.

Sapersi adattare ad ogni situazione, ed andare sempre avanti senza mai arrendersi, è l’insegnamento che ci deriva da quasto piccolo rettile tenace e tranquillo. Alcuni attribuiscono al geco poteri soprannaturali, guardandolo con un senso di timore e riverenza. Alla pari delle tartarughe, infatti, vengono visti come animali che fanno da tramite tra il mondo dei vivi e quello dei defunti, silenziose sentinelle del passato.

E’ anche simbolo di salute e protezione dei sognatori, oltre che di amicizia, forse a causa delle sue incredibili ventose che gli permettono di attecchire su qualunque superficie, al punto che la conformazione delle sue zampe è oggetto di studio anche da parte degli scienziati della NASA. Inoltre il geco si nutre di moscerini e zanzare, insetti a noi fastidiosi, simboleggiando la liberazione da tutto ciò che non ci piace. Ha inoltre una specie di voce, un suono che ricorda il suoi nome…ge-ko…ge-ko.

Insomma il geco ha infinite connotazioni positive e per me ha anche significati particolari, quindi ho deciso di prenderlo come ispirazione ed augurio per una nuova vita…