Nessuna cosa materiale ha importanza in sè. E’ il valore che noi le diamo a renderla davvero importante.
Il denaro, nella sua essenza, è solo un pezzo di carta, ma per convenzione gli assegniamo un valore che spinge alcuni addirittura ad uccidere o ad uccidersi per quegli stessi, stupidi pezzi di carta. In questo mondo puoi avere tutto o niente a seconda di quanta carta hai.
E non importa se sei bello o brutto, se sei buono oppure un gran bastardo, se sorridi o se piangi, se allunghi una mano a chi ne ha bisogno o vai avanti per la tua strada fottendotene del prossimo… ti giudicheranno solo per la carta che hai, la materia più fragile e vile che ci sia, di cui abbiamo fatto un dio. Puoi avere ville, macchine, gioielli ed addirittura persone al tuo completo servizio in cambio di pezzi di carta e questo, se ci pensi bene, è pura follia. Oggi, quel tipo di carta vale più di molte vite umane.
Strappando un paio di banconote puoi rendere povero ed infelice qualcuno, con quella stessa carta puoi comprare un si, un sorriso (falso, ma potresti non accorgertene mai), una stretta di mano, un appalto, un posto di lavoro ed addirittura il governo di intere nazioni, solo se hai abbastanza carta.
E’ la versione folle del vecchio gioco della morra cinese, ma sasso e forbici sono state da tempo messe da parte, oggi ha vinto la carta.
Basta solo un pò di colore ed il volto di qualche personaggio del passato e sei un uomo ricco e rispettato, più di quanto lo sia stato, nella sua epoca, colui che vi è raffigurato.
Il colore ha sempre contato, i bianchi si sono sentiti superiori ai neri per secoli, poi è arrivato il verde a mettere tutti d’accordo ed ora è quello l’unico colore che conta. Il denaro supera le barriere razziali ma oggi rende schiavi a prescindere dal colore della pelle. “Nessuno è più schiavo di chi si ritiene libero senza esserlo” diceva Goethe.
Si preferiscono gli uomini ricchi agli uomini buoni, si preferisce il denaro senza un uomo ad un uomo senza denaro ed anche questa è follia.
Quei pezzi di carta decidono che cure avrai se sei malato, in che scuola andranno i tuoi figli, dove andrai in vacanza ed addirittura se ci potrai andare, se mangerai bene o se mangerai male. Insomma tutta la tua vita può essere un inferno o un paradiso in base a questa folle convenzione.
Carta contro bontà, carta contro altruismo, carta contro cuore…niente da fare, alla fine vince sempre lei. A causa sua ci viene spesso sottratta quotidianamente la dignità ma non ci interessa poi tanto…ci abbiamo fatto il callo. Ma se ci sottraggono qualche pezzo di carta ci disperiamo, perchè crediamo che anche la dignità abbia un prezzo che con quelli si possa comprare e se pensiamo questo avremo rinunciato anche all’ultimo brandello di anima.
Abbiamo iniziato la nostra storia di esseri umani con le età del ferro e del bronzo che almeno erano metalli nobili ed utili. Oggi siamo nell’età della carta, simbolo dell’inconsistenza assoluta che potrebbe bruciare da un giorno all’altro in un secondo tutti i nostri sogni e le nostre realtà.
Di tutte le sostanze di cui può essere composto Dio, noi ne abbiamo fatto un misero idolo di carta…
Sul pianeta Metatron, a più di 10.000 anni luce dalla Terra, si continua a monitorare il preoccupante sviluppo di questo piccolo ma prezioso astro, necessario all’equilibrio dell’intera galassia ed il consiglio dei 100 saggi di quel pianeta, preoccupato dell’andazzo degli affari terrestri di cui erano incaricati, di concerto con l’Assemblea intergalattica, decide di mandarci alcuni inviati. L’insediamento al potere di certi personaggi in alcuni Paesi chiave, tra cui l’Italia, era un campanello d’allarme che non poteva più essere ignorato.
Il governo di un Paese è cosa seria e quindi all’ennesima pornostar, mafioso di quartiere e cantante neomelodico ad aver conquistato uno scranno in parlamento, si era deciso di prendere provvedimenti.
Metatron, strutturalmente quasi un gemello della Terra, a parte le dimensioni maggiori e due continenti e tre oceani in più, è un pianeta tra i più all’avanguardia nello sviluppo interstellare, ed i suoi abitanti, quasi del tutto simili agli umani, ma molto meno cazzoni, hanno rinunciato da milioni di anni alla politica ed alle bassezze inutili e distruttive di cui ancora soffre la Terra, la quale, invece, è agli inizi della sua evoluzione, per cui il suo invisibile controllo è stato affidato proprio a Metatron, allo stesso modo in cui un bambino piccolo viene sorvegliato dai suoi genitori.
Su Metatron gli abitanti, per comunicare tra loro, usano la mentalica, una scienza che ha affinato doti innate quali la telepatia, per cui non c’è più bisogno di comunicazione verbale che per millenni ha dato luogo a fraintendimenti, guerre, menzogne e clamorosi vaffanculo ed apprezzamenti sulle rispettive sorelle ai semafori. Su Metatron non esistono neanche più i semafori.
Fu così che si decise di inviare il saggio Ysingrinus a mettere un pò d’ordine su quel pianeta, accompagnato dal suo fido collaboratore Olotacovva. Non sapendo come iniziare a comunicare con i terrestri, i due Metatroniani decisero di regredire alle conoscenze tecniche di quel pianeta ed iniziare la loro opera correttiva attraverso un blog, da cui avrebbero poi espanso la loro opera nel tempo, tanto quello non gli mancava, perchè su Metatron un anno equivaleva a 50 anni terrestri.
Per un errore nelle impostazioni delle coordinate spazio-temporali dell’astronave, i due, la prima volta finirono abbastanza indietro nel tempo, all’epoca dei faraoni.
Il buon Ysin quasi si fece ammazzare perchè, materializzatosi nelle stanze di Amenophi III, dandogli amichevoli pacche sulle spalle come tra colleghi, cercò di vendergli alcuni disegni di rosafante, cercando di convincerlo che fosse più potente del Dio Ra e che quindi stava sbagliando le sue strategie di marketing col popolo.
Olotacovva si rese conto che Ysin si stava un pò allargando, e cercò di dissuaderlo, ma egli con le sue affermazioni lapidarie, fece un certo effetto sul faraone il quale, non capendoci un cazzo, promise di convocare il gran sacerdote Minchiothep a cui avrebbe chiesto consulto leggendo le budella di Olotacovva in una casseruola che il malcapitato portava al posto delle mutande.
I due, giunta la notte, decisero saggiamente di non restare in quel luogo e corressero la rotta verso la Terra del 2015.
I due, sulla base delle nuove coordinate inserite, sbarcarono in Puglia in una calda mattinata di agosto, davanti all’abitazione di tale Niphus, un abitante di Orione che da circa sette secoli stava facendo una tesi e degli studi su quegli strambi terrestri.
Dopo aver provato la Germania ed i suoi Wurstel, l’Inghilterra ed i suoi pancakes, la Spagna e la sua paella, il saggio Niphus aveva deciso di stabilirsi in Puglia, rapito da un tegame di riso, patate e cozze al forno preparatogli da una procace indigena, tale Miss Tresso che lo aveva accolto dopo un viaggio di 15 anni luce allorquando era affamato come un puma e stava iniziando a mangiare cavi elettrici e bere cherosene.
Il suo dolce benvenuto (“Mò…ci cazz iè cuss?) gli suonò come una melodia e da allora il buon NIphus non ha più abbandonato le coste pugliesi a cui è ancora molto affezionato, ci si fa il bagno a mezzanotte con la cravatta, anche se continua a bere come un orioniano.
Il saggio Ysingrinus ed il fido Olotacovva svegliarono Niph con una tempesta di rutti e bestemmie mentali alle 3 di notte, per cui l’uomo centenario originario di Orione rispose in terrestre con una sfilza di contumelie da fare la permanente ad un levriero afghano.
Una volta chiarito l’equivoco si salutarono calorosamente e si diedero appuntamento al ristorante di tale Vinvivendus, altro emigrato dalla lontana galassia definita “Masterchef” a causa delle sue prelibatezze culinarie quali mazzancolle al plutonio ed arrosticini “supernova”, cotti alla luce di una nana gigante…
Dopo una ricca abbuffata di specialità intergalattiche, innaffiata da una damigiana di primitivo di Plutone, i due Metatroniani riferirono a Niphus delle preoccupazioni del consiglio dei saggi in ordine agli affari terrestri mentre Olotacovva faceva pure apprezzamenti sulla mise di Miss grattandosi la casseruola con noncuranza.
Il cibo ed il primitivo non permisero di prendere decisioni drastiche quella sera, per cui si decise soltanto di iniziare a sondare il terreno aprendo ognuno un suo blog, sulla base delle direttive ricevute, su cui sarebbero state selezionate alcune persone degne di promuovere una rivoluzione culturale sul pianeta Terra. Comunque il tempo non mancava e quella era ancora una missione esplorativa.
E così fu fatto, aggiornandosi ogni mese terrestre a casa di Miss che ogni volta deliziava i visitatori con la sua personale interpretazione di danze pugliesi in ciabatte e burqua, inframezzate da espressioni (“Auuuuzzzz”) di un personaggio locale, tale Leone di Lernia, del tutto sconosciuto ai nostri alieni…
Pare che i saggi di Metatron, al momento, siano seriamente preoccupati dalla piega che stanno prendendo gli eventi, non tanto per gli affari terrestri, ma per lo sbarellamento dei loro Metainviati, testimoniato dalle letture dei rispettivi blog, che hanno causato vari mancamenti negli anziani di quel pianeta che li seguono sotto mentite spoglie…
Tu sei invecchiata e noi siamo cresciuti. Io e mia sorella siamo adesso ciò che tu eri soltanto ieri ma i tuoi occhi sono sempre gli stessi, belli e profondi che ci puoi cadere dentro.
Anche le tue parole non sono cambiate, sempre ferme in un tempo che non ti sei mai resa conto che passa e ti divora. Ma non ti importa di questo, tu sai che puoi fermarlo con il tuo affetto, che è più potente del tempo e vi fate beffe l’uno dell’altra.
Tu hai la certezza innata dei sentimenti, lui ha la sicurezza dell’ineluttabilità. Nessuno cede di un millimetro. Ed è una lotta impari da cui non si esce vincitori.
Lui ci tira da una parte, alleato alla nostra vita che cambia, tu lo fai dall’altra, alleata con l’amore, perchè forse non vuoi che lui ci consumi. Ha consumato te, ma questo non ti importa, basta che risparmi noi.
Ti rifugi nei ricordi, cerchi appoggi nel passato dove lui è già stato e non può ritornare e ne fai un mondo di corazze e fotografie che metti in campo come soldatini pronti ad andare in battaglia. Ma il passato è pesante e quei soldatini sono di piombo, muoverli costa fatica e devi spostarli uno ad uno se vuoi ottenere uno schieramento che stia in piedi e che regga agli urti del destino.
Lui ti ha sottratto gli alleati più potenti, papà non c’è più e lui era il generale silenzioso che muoveva quelle truppe di fango e di sabbia. Ora devono ubbidire a te, ma tu devi trovare il coraggio e toccare corde che ti sono sconosciute, suonare melodie che non hai mai suonato per dettare la carica. Un ruolo che non hai mai ricoperto.
Ma hai già dato tanto, sei stanca e te lo leggo negli occhi…le battaglie sfiniscono, spossano, distruggono le armi e le truppe ma tu sai che hai dalla tua parte l’amore di una madre e quella è un arma potente, la più potente di tutte, e sei pronta a metterla in gioco ogni momento. A metterla in discussione, se necessario.
Hai ferite che non si vedono, e fili da cucito attaccati alla tua uniforme per rattoppare maglie e ferite invisibili come le tue, e cucchiaini da perdere e ritrovare per essere felice di averlo fatto. Hai piante con cui parlare, perchè noi figli siamo andati via e parli a loro di noi perchè le loro radici tu sai che arrivano fino al cielo ed è lo stesso cielo che noi vediamo in città a te estranee e che ci porta quei messaggi di cuore.
Hai iniziato questa guerra da quando siamo venuti al mondo, ci hai lanciato come un arco lancia le sue frecce ed hai sperato che colpissero il bersaglio della vita. Lo hanno fatto. La vita non ha mai un solo bersaglio. Quella vita che tu hai immaginato per noi e che forse non è stata quella che tu avresti voluto, ma che ti ha fatto trincerare dietro le solite parole “basta che siate felici voi”, facendo spallucce e cercando di capire una realtà che ti è sfuggita, troppo distante per i tuoi occhi.
Le tue imprese per noi le hai tenute per te, come se fosse la cosa più naturale del mondo, come se scalare una montagna fosse impresa di tutti i giorni, facile come preparare un caffè. Per te lo è stata, io non so se ne sarò mai capace.
So che siamo stati i più bei regali della vita per te, ma non abbiamo mai capito quanto tu lo fossi per noi, ed ancora adesso facciamo fatica a capirlo, ma ci fidiamo. Come potremmo non fidarci di te?
Abbiamo imparato a camminare da soli ma tu ti ostini a non volerci lasciare andare la mano, senza sapere che basta la stretta del tuo cuore per non farci cadere. E se cadremo ci basterà pensarti per poterci rialzare e continuare, perchè te lo dobbiamo. Perché ci hai insegnato che si fa così.
Abbiamo la fortuna di averti ancora, coi capelli bianchi, le gambe stanche e l’innocenza di una nuvola in un cielo azzurro. La vita ci ha fatto questo regalo, speriamo di averlo meritato, mamma.
Vorrei iniziare questo piccolo esercizio di stile chiedendo umilmente perdono al vate Stefano Benni, uno dei più grandi scrittori italiani in circolazione secondo il mio modesto parere, che ha saputo inventare capolavori divertenti ma, al contempo, dalla profondità incredibile.
Ricordo di aver letto Bar Sport parecchi anni fa e non c’è stato mai nessun altro libro che mi abbia fatto ridere da solo come uno scemo al pari di quello.
Ogni città, ogni quartiere ha il suo “Bar Sport”. Forse ogni gruppo di persone ha i suoi personaggi caratteristici. Li trovi nelle assemblee condominiali, nei circoli, a scuola, insomma dappertutto.
Nei piccoli centri il bar non è altro che il luogo di ritrovo di comitive e gruppi di persone di ogni età che si sono suddivisi territorio e tavolini come un giocatore di Risiko farebbe sul tabellone, anche con riguardo all’arco temporale della giornata.
Si inizia al mattino con l’ondata isterica dei “colazionisti”, che giocano col tempo, ed in dieci minuti di colazione, 5 li perdono a guardare l’orologio. Sono i “riassuntivi” della giornata appena iniziata. Contano i minuti, cercando di condensare il tempo a disposizione per accontentare tutti. Un saluto al barista, che all’ora della colazione è il protagonista assoluto di quella commedia dell’assurdo che si svolge davanti ai suoi occhi, poi una rapida occhiata in giro per individuare i conoscenti a cui regalare parole mangiate tra i morsi al cornetto ed i sorsi al cappuccino. Quando il tempo a disposizione è scaduto, tracannano il caffè o il cappuccino a 6000 gradi in un sorso solo, provocandosi paurose ustioni e spesso devono aggiungere qualche minuto al ritardo, dal momento che non hanno considerato l’effetto cagarella che quello sconsiderato gesto inevitabilmente innesca. Ciò porta allo spiacevole inconveniente che il cesso del bar, alle 9,30 di mattina, è peggio di quello della stazione di Calcutta a fine giornata.
I dialoghi durante la colazione al bar hanno lo stesso umorismo di una convention di becchini, che va sfumando mano a mano che si avvicina il fine settimana. Quindi, se ti scappa qualche battuta, vedi di accertarti che sia di venerdì, perchè se commetti un simile errore al lunedì mattina (magari pure con la pioggia), ci sono due sole possibilità: o hai vinto al superenalotto o fai il barbiere.
Nel bar ogni categoria umana sceglie la sua fascia oraria per impossessarsi dei locali e delle vettovaglie e dettare le sue regole, quindi al mattino non troverai mai bottiglie di vino, carte e pensionati che ammazzano il tempo. Al mattino è il tempo che ammazza la gente per una sorta di vendetta ricorrente.
Un pensionato col giornale, in un bar alle 8, si nota come Marilyn Manson in smoking bianco ad un ballo di beneficienza o come un pipistrello disteso al sole a mezzogiorno ed il poverino si guarda bene di frequentare luoghi che non offrono il minimo indispensabile per sopravvivere.
Troviamo quindi “l’avvoltoio”, il quale cerca improbabili approcci broccoleschi a quell’orario impossibile, magari sperando in un numero di telefono da poter utilizzare in momenti più calmi e proficui. Costoro sono quelli che ordinano il caffè, scelgono la posizione strategica al bancone e tentano approcci privi di fantasia alle povere avventrici semiaddormentate, nella speranza di trovare a quell’ora la guardia abbassata. Nei vari tentativi (tutti miseramente falliti) il caffè è diventato imbevibile, per cui tale patetico elemento viene in genere definito il “Rocco Sifredda” del bar di mattina.
Poi abbiamo “lo scroccone”, colui che finge di leggere il giornale davanti al bar in attesa dell’attimo in cui individua la sua vittima potenziale. Saluto ipocrita (Ehilà carissimo-magari non si ricorda neanche il nome-) e domanda di prassi (come va?) con lisciatina che suona falsa come una banconota da 150 euro (stamattina ti trovo in gran forma!). Poi si blocca e resta in attesa della fatidica controdomanda: “prendi qualcosa?” Nel caso questa non arrivi, si rimette in postazione a leggere il giornale. Questo elemento di solito lo smascheri perchè la Gazzetta che ha in mano è quella del mese prima ed è un mero strumento di lavoro.
Non è infrequente incontrare quello che viene definito “la gazza ladra” che, altri non è che colui il quale, con ostentata nonchalance, si fotte puntualmente la “Gazza” a disposizione dei clienti del bar, facendola sparire, con abile ed incurante gesto, nella borsa da lavoro. A volte si spinge addirittura a sfilare un pacchetto di caramelle dall’espositore ed è convinto che ti abbia fregato solo perché il barista lo lascia perdere.
Altro tipo da bar mattutino è “l’esigente”, la disperazione di tutti i baristi. Quando entra si crea un’ondata di panico dietro il banco e si racconta di baristi che si sono strappati grembiuli ed abiti in preda alla disperazione. L’esigente è quello che ordina il caffè nel modo più complicato possibile ed ogni vota aggiunge una variante, per cui diventa impossibile memorizzare i suoi gusti. Il caffè può essere ristretto, decaffeinato, in tazza grande, macchiato freddo, schiumato, al ghiaccio, shakerato, doppio, con panna e l’esigente gioca svariate combinazioni di questi elementi ed è pronto a fare un cazziatone al barista che ne sbaglia anche uno come se il suo caffè fosse la formula alchemica per trasformare il piombo in oro. E’ facile che chieda, come accompagnamento, un cornetto alla marmellata di fragoline di bosco ma, a quel punto, rischia un cazzotto in faccia dal barista, quindi, di solito, se ne guarda bene.
Ma, al mattino il più stressato è proprio il barista, che vorrebbe avere sei braccia come la Dea Kalì ed infatti sempre più spesso adesso si notano baristi extracomunitari che così possono tranquillamente bestemmiare nella loro lingua che tanto non li capisce nessuno, ed anche se ti danno dello stronzo, lo fanno col sorriso e quindi tu lo prendi per un complimento, mentre il titolare del bar perderebbe indubbiamente buona parte dei clienti se desse aria ai pensieri nella sua madrelingua.
Nel paese di Belgioioso vivevano due vicini di casa molto diversi tra loro. Il signor Massimo Cicala ed il signor Aurelio Formica, coetanei ed entrambi single.
Massimo viveva una vita molto godereccia, amava dare feste, ascoltare musica ad alto volume, bere buon vino, accompagnarsi a molte donne e vivere notti brave, finendo per alzarsi tardi al mattino, forse con un pò di mal di testa ma sempre con un gran sorriso sulle labbra ed una gran voglia di vivere la sua vita così come se l’era scelta. Aurelio lavorava dalla mattina alla sera, non si concedeva distrazioni, sempre attento al cibo, non fumava, non beveva, insomma nessun vizio ed una vita ordinata aspettando la donna della sua vita con cui mettere su famiglia. Forse li accomunava solo il mal di testa al mattino, ma per il resto non potevano avere uno stile di vita più diverso.
Spesso si tende ad affermare nella vita che le grandi soddisfazioni, le quali danno il più alto senso di benessere alle persone, vengono dalla difficoltà delle azioni che si compiono. Più un’opera è difficile, maggiore è la soddisfazione che ne deriva.
Davvero è sempre così? Il discorso regge allorquando si tratta di creazioni materiali o competizioni sportive. Concludere una maratona è più difficile che correre per 5 o 10 chilometri; scrivere un libro è senza dubbio più impegnativo che scrivere un articoletto di giornale, e la soddisfazione che ne deriva cresce di conseguenza.
Ma se spostiamo il discorso su noi stessi e sui comportamenti che ci potrebbero portare enormi benefici, malgrado all’apparenza sia la cosa più facile del mondo, dipendendo dalla volontà, tutto invece si complica, e non poco. Pensiamo alle cattive abitudini di cui siamo consapevoli che faremmo bene a limitare o sopprimere, del tipo fumare, bere o mangiare…
Recitiamo di continuo. La vita è una grande commedia (o tragedia a seconda dei punti di vista) in cui indossiamo sorrisi, lacrime ed altri invisibili abiti di scena. Lo facciamo per esprimere desideri, pensieri e sentimenti, veri o falsi che siano. Lo facciamo per prevalere sugli altri in una lotta assurda senza ragioni.
Ed abbiamo bisogno del corpo per farlo, con il contorno del linguaggio. Entrambi strumenti fragili che mostrano le crepe della nostra debolezza.
Siamo perennemente divisi tra interiorità spirituale ed esteriorità corporea, cerchiamo disperatamente di essere autentici o di sembrare tali, con il risultato che non riusciamo mai veramente ad essere noi stessi.
Il palcoscenico del teatro su cui recitiamo la nostra parte è il mondo intero e sembra quasi che, per concederci un intervallo a questa recita “a braccio” e senza copione, il nostro regista ci abbia concesso il sonno.
Le rappresentazioni sono le più varie. Vi è la recita amorosa, l’ingannevole attimo dell’amore che ci fa credere di incrociare uno sguardo sincero, il tocco di una mano che ci desidera, un regalo che non pretende di essere ricambiato. Ma anche lo sguardo più innamorato nasconde una qualche dissimulazione ed è questo suo perenne sfuggirci a rendere l’amore così interessante e così triste. Il poter immaginare la perfetta armonia tra corpo e spirito nell’estasi dell’amore fa di noi gli animali che sperano invano, gli esseri più imperfetti del creato.
Persino la morte, il più tremendo degli shock, è occultato con la recita, con un enorme sforzo di autocontrollo, stemperato in riti sociali densi di consolidate formalità.
Oggi non si fanno più progetti di vita stabili che consentivano, un tempo, più spazio alla libertà di essere se stessi. Prima il figlio del droghiere diventava droghiere a sua volta, il figlio del carabiniere aveva un analogo destino nell’Arma e così via. La vita forse era più noiosa, ma più vera. Ma non è sempre stato questo il prezzo da pagare alla tranquillità?
Oggi è tutto cambiato, la recita e la dissimulazione la fanno da padroni. La competizione è diventata molto più aspra. Si è imparato che il successo è di chi ha i riflessi pronti e la mente adattabile, di chi sa fingere e bluffare, di chi sa resistere al destino che da sempre dissemina le nostre strade degli ostacoli più imprevedibili.
Ed ecco che si ha il trionfo dell’autorappresentazione, del mascheramento, dell’impiego strategico del corpo. Astuzia e malvagità sono diventate necessarie per potersi inserire con successo nel moto perenne degli oscuri rapporti di potere.
Dunque cos’è la vita? Un campo minato.
Cos’è la finzione? L’imprescindibile condizione dell’ascesa sociale.
Cos’è l’amore? Il più meraviglioso di tutti gli inganni.
Tra gli infiniti problemi che affliggono la società di oggi credo ce ne sia uno che, meglio di tanti altri, rappresenta lo specchio della crisi interpersonale. Riguarda la comunicazione.
Da Petrolini ad Ugo Tognazzi con la sua divertentissima “supercàzzola” il linguaggio incomprensibile è sempre stato oggetto di parossistiche prese per il culo, ma in realtà ci troviamo a fare i conti con questa realtà quotidianamente per cose molto più serie.
Il “linguaggio tecnico” è una maledizione antica che invade ogni settore, ogni disciplina ed addirittura ogni genere di età, come se, in qualche modo, parlare “in gergo”, ti faccia sentire appartenente ad un gruppo piuttosto che a un altro, ma soprattutto, e questa è la jattura peggiore, per escludere gli altri che non appartengono alla tua casta.
In effetti è un problema vecchio quanto il mondo. Fin dai tempi più antichi si recitavano formule magiche e vari “abracadabra” per far colpo sul popolo da parte di finti stregoni ed azzeccagarbugli vari, fino ad arrivare ai nostri giorni in cui manager, agenti di borsa, politici, avvocati e primari ospedalieri, preferiscono usare termini incomprensibili alla gente comune.
Il linguaggio specializzato paga, da un’aura di importanza ed aumenta il potere di chi lo usa. Non esiste al mondo gruppo, associazione o confraternita che non abbia un suo linguaggio tecnico. Ma oggi credo si stia esagerando.
Abbiamo tanti problemi di comunicazione, il mondo virtuale ci ha allontanati, se ci aggiungiamo un linguaggio che ci isola, allora le cose si complicano sul serio.
Che sia linguaggio specializzato o gergo giovanile gli “altri” vengono di solito tagliati fuori.
Se un diciottenne milanese dice a sua madre “Stasera sciallo mà…esco con la cumpa a tazzare a Santa, lo avvisi tu il vecchio che prendo la Merce?”, la povera genitrice ha due alternative:
1) Far finta di aver capito e sparare la solita, inutile raccomandazione di stare attento e tornare presto, che è l’opzione di solito più seguita per evitare inutili mal di testa;
2) Cercare di approfondire la sibillina frase che per lei equivale più o meno al cinese mandarino. In quest’ultimo caso si trova a dover analizzare almeno sei termini che, nel contesto della frase, non le fanno capire una cippa. Finisce così che pensa che il figlio abbia freddo, prenda uno scialle, che esca con una tipa nuova dal nome “Cumpa” (dopo l’ultima che si chiamava Sherazade ormai non si meraviglia) con cui condivide l’hobby della ceramica sacra e deve avvisare il nonno (credente appassionato di bricolage) che gli sta sottraendo dal garage gli attrezzi di lavoro per fare tazze a questa non specificata Santa… Anche la madre più ottusa capirebbe che c’è qualcosa che non va…
Ma, solo per fare un esempio, passiamo in aereoporto. Se si deve annunciare un ritardo nelle partenze, l’altoparlante fa questo annuncio: ” A causa del ritardato arrivo dell’aereomobile, il volo AZ 3758…ecc”. Ma chi cacchio ha redatto un simile annuncio?. Quel tizio vorrei sapere se, quando parla con sua moglie, usa lo stesso linguaggio…
“Concettì, domani devo andare a Roma, prendo l’aereomobile delle 9,50” Ma vaffanculo! Lui dirà “aereo”, ma ai poveri utenti verrà propinata la parola “aereomobile”, i quali si vedranno in difficoltà a protestare per il ritardo per la soggezione…ma che cazzo capisci tu di ritardi, che già fai fatica a capire cos’è un areomobile? E ringrazia il cielo che ti abbiamo pure avvisato!
Oppure, al TG, si consiglia, “da parte delle autorità sanitarie, di evitare il consumo di mitili a causa di possibile contagio di escherichia coli”. Ma chi cazzo lo capisce? Non è più semplice dire di evitare di mangiare le cozze perchè si possono contrarre malattie intestinali rischiose?
Ancora, “Operazione di polizia che ha consentito di stroncare un traffico di sostanze stupefacenti grazie all’ausilio delle unità cinofile”. Vai a chiedere ad un pensionato di Andria cosa sono le unità cinofile…e spiegagli che sono cani…quello risponde: “Madù…io teng un’unità cinofila da dieci anni e neanche lo sapevo”…
Per non parlare di medici, avvocati o politici, per cui la temperatura corporea è la febbre, le escussioni dei testi sono semplici domande, ed il problema del debito pubblico è il risultato di quello che si sono fregati in anni di governo.
Io li frusterei fino a quando non pronunciano correttamente queste ignobili cazzate.
Il guaio è che gli specialisti del sapere temono che un’eventuale semplicità di espressione possa essere scambiata per ignoranza. E’ gente che non ama il prossimo e che tiene alla propria immagine più di quanto non tenga alla divulgazione del sapere.
Adesso vado perchè ho un’impellente minzione…in altre parole mi scappa la pipì…
Credo che ci sia una domanda che tutti gli esseri umani si siano posti almeno una volta nella vita. Riguarda il senso di quest’ultima. Malgrado sia una domanda tanto comune, è destinata, il più delle volte, a rimanere tale perchè nessuno può pretendere di avere una risposta. Ed allora ti fai la domanda e ti dai la risposta, ma poi ti senti come Marzullo e ti vergogni a dire al mondo che fai pensieri simili e ributti il tutto nello svuotatasche del cervello, dove ci sono tutte le chiavi della vita, ma sono troppe e non sai più qual’è quella che apre il portone principale.
Pochissime menti eccelse hanno avuto il coraggio di esternare un tentativo di risposta e, se lo hanno fatto, è stato perchè avevano le “spalle coperte” da un curriculum di tutto rispetto. Da Socrate fino ad arrivare a Freud, Fromm, Einstein e Dostoevskij ognuno ha detto la sua.
Tu le leggi e cerchi di scoprire se quella chiave griffata si adatta alla tua serratura ma non potrebbe funzionare così perchè ognuno ha la sua. Solo che la vita le ha mischiate ed è questo il vero casino. Il destino beffardo può aver dato a Mario Rossi la chiave di Einstein e viceversa.
Personalmente non sono nessuno rispetto a cotanti geni ma in questo contesto ristretto mi azzardo a dire la mia.
Evitare il quesito equivale a lasciarsi andare, a vivere una vita preconfezionata dalle mode e dai costumi, dai piccoli litigi, dalle invidie, dagli odi, dalla filosofia “dell’io sono migliore di te”, dall’identificarsi con modelli di furbizia e di bellezza che alla fine sono soltanto nella tua testa perchè qualcuno ce li ha messi, ma non sono i tuoi. Resti uno dei tanti fantocci.
Il senso della vita è estorcere felicità a se stessi, nuotare controcorrente come i salmoni, cercare il tuo sentiero vero tra i milioni di strade che ti si pongono davanti ogni ora. E’ un gioco al rilancio, dove devi avere sempre un asso da giocare, e se non ce l’hai devi bluffare e far credere di averlo.
E’ un puzzle che ti hanno consegnato in scatola quando sei nato, coi pezzi mischiati, e tu devi mettere tutti al loro posto se vuoi capire cosa raffigura l’immagine, altrimenti ti giochi il tuo giro invano.
Ci vuole pazienza, non è un gioco per istintivi che non sanno guardare oltre quello che gli succede al momento. La vita non è azione e reazione immediata, è chiedersi il perchè. E la risposta potrebbe arrivare subito, tra un mese o tra anni, non puoi saperlo. le cose lente, in fondo, sono le più belle. Bisogna saper aspettare.
Il senso della vita è trovare un senso in tutto ciò che senso sembra non averne, è non chiedersi mai perchè, proprio perchè chiederselo è il modo migliore per rovinare un miracolo. E’ accettare il buio con un sorriso che nessuno vede. E’ dare al tempo il valore che vuoi tu, non quello che ti dice l’orologio, perchè un giorno dura un’ora quando sei felice ed un’ora può durare un giorno quando sei triste.
Il senso della vita è camminare ed andare avanti e per questo non ti servono le gambe; ci sono persone che vanno a mille su una sedia a rotelle ed altre che restano immobili anche se corrono i 100 metri in 10 secondi netti.
Il senso della vita, in fondo, è solo una questione di punti di vista, e sono questi ultimi che creano le nostre abitudini, le quali, a loro volta, creano noi, in un circolo vizioso dal quale non riusciamo ad uscire.
Premetto che è la prima volta che mi cimento in questo esercizio per dar seguito ad una delle nomine che mi è pervenuta, ma ritengo che l’argomento meriti una certa considerazione, in quanto trattasi dell’araba fenice che tutti cercano ma che nessuno sa dove trovare.
Un argomento concreto ed ambito ma etereo e sfuggente come il sole che si affaccia tra le nuvole…e credi che il tempo volga al bello, invece riprende a piovere. E quando esci con l’ombrello ti accorgi che non serve più, perchè non avevi capito niente. Ti sembrava una cosa ed il cielo ti ha risposto in altro modo. E’ un pò la metafora della vita.
Le definizioni della felicità sono soggettive, ce n’è una per ogni essere umano, come le impronte digitali o come la definizione dell’amore perchè hanno tratti in comune la felicità e l’amore. Gli ostacoli alla felicità sono nella nostra mente, non nel mondo e forse la felicità è quando, in un determinato momento, non cambieresti nulla della tua vita.
La felicità forse è il motore della nostra esistenza, è la possibilità che diamo a noi stessi di essere ciò che siamo davvero e la possiamo scorgere anche nelle difficoltà che siamo in grado di superare. Sono le cose che ti strappano un sorriso da quando ti svegli a quando ti addormenti. Felicità è un attimo, l’aver messo il punto ad un lavoro difficile, sospirare soddisfatto alla fine di un libro o di un film, ti passa davanti veloce e devi saperla cogliere perchè non sai quando tornerà. E’ ripetibile ma non durevole, dove tutto è dove deve stare, è equilibrio, armonia, nelle cose e con le persone che ti sono vicine.
E’ un sorso di acqua fresca quando hai sete, è il primo squillo del telefono quando aspetti una chiamata, una parentesi che si può chiudere subito, un goal della tua squadra del cuore a tempo scaduto, nel profumo di un fiore, nel canto dei grilli in una notte stellata, che si assapora a piccole dosi. E’ la notizia che aspetti un figlio, è la smorfia di quel figlio quando ti guarda per la prima volta e sorride, è un complimento, un perdono, un parcheggio libero in pieno centro, un abbraccio, la stanchezza dopo una notte di lavoro duro…la felicità è tutto e niente. La felicità va condivisa con chi ci sta a fianco ma va fatta sussurrando perchè pare che la tristezza abbia il sonno leggero.
Venendo alla mia personale interpretazione del suo ABC, direi:
Accettazione: la felicità credo parta da questa rara capacità umana. Accettare se stessi e la vita con tutto ciò che offre. Accettazione da non confondere con rassegnazione. Sai benissimo che ci saranno alti e bassi, gioie e dolori. Nessuno è esente da questo movimento ondulatorio dell’esistenza. Riguarda belli e brutti, grassi e magri, poveri e ricchi, santi ed assassini. La felicità umana è un attimo fuggente ma la pace interiore può essere un traguardo stabile ed infatti non è un caso che nel corso dei millenni, a partire da Buddha, tutte le persone illuminate hanno puntato alla pace interiore, non alla felicità.
Benessere: inteso nel senso di ottimismo. Guardiamo la vita tutti con gli stessi occhi ma abbiamo tutti occhiali diversi. Chi non vede l’attimo vicino, chi non riesce a vedere il lontano futuro, chi ha lenti così scure che vede tutto nero ma nessuno pensa a togliersi gli occhiali e guardare il mondo con i suoi occhi, perché così forse capirebbe il suo concetto di felicità.
Consapevolezza: la felicità sta nella consapevolezza del momento. Potrebbero passarti accanto attimi di felicità, ma se non ne hai consapevolezza andrebbero sprecati come pioggia nel mare. Consapevolezza è non fare scelte, perchè la scelta porta con se il conflitto. Chi è costretto a scegliere è confuso e quindi vive un conflitto. La consapevolezza è scelta di ciò che è, senza alternative. Solo questo può darti la felicità senza il rischio di rimpianti.
Non faccio nomine ma lascio aperta a tutti la strada di una risposta…
Daniel era un noto ventriloquo. Si era esibito sui più famosi palcoscenici del mondo insieme al suo pappagallo di pezza a cui aveva dato il nome di Gonzalo e gli faceva dire tutto quello che voleva senza che nessuno si accorgesse che il suono delle sue parole veniva dal suo diaframma invece che dalla bocca di Gonzalo che si apriva e si chiudeva, ovviamente manovrata da lui.
Questo sdoppiamento del suo volere, tra atto fisico ed effettiva volontà, lo aveva sempre stupito ed affascinato, al punto che non si rendeva conto nemmeno lui di come fosse possibile questo tipo di dialogo scisso tra la sua mente ed i suoi pensieri da una parte e l’uccello finto dall’altra, che, suo malgrado, era diventato il protagonista di tutti i suoi spettacoli.
Fu durante la lettura di un libro di Alberto Moravia, ” Io e lui”, che gli avevano regalato ad un compleanno, che a Daniel venne un’idea balzana. Si chiese se questo tipo di dialogo potesse funzionare anche al contrario, sfruttando le sue capacità. Per sperimentare questa teoria doveva instaurare un dialogo con una parte di se stesso, non poteva essere altrimenti, e quindi se funzionava con Gonzalo che era il suo uccello finto, Daniel si chiese se poteva dar voce al suo uccello vero che fino ad allora lo aveva sempre in un certo senso guidato ma a cui non aveva mai dato voce autonoma.
Aveva sempre avuto sane ed irrefrenabili pulsioni sessuali con le molte donne con cui aveva avuto a che fare, niente di anormale, ma quando gli si paravano davanti sperimentava, a livello inconscio, quella sensazione di sdoppiamento che era solito mettere in scena nei suoi spettacoli dando voce a Gonzalo. Si rendeva conto che i suoi pensieri e desideri non corrispondevano affatto a quello che veniva espresso dalle sue parole nei dialoghi con il gentil sesso, così mentre si trovava a pensare ” hai delle tette da urlo, ci perderei le ore a toccarle”, si trovava a parlare di situazioni familiari o del senso della vita cercando frasi ad effetto che potessero colpire la sua interlocutrice. A volte funzionava, altre volte no.
Fu così che un bel giorno decise di effettuare un esperimento, forte delle sue doti professionali, e quindi si concentrò nel dar voce al suo uccello nel dialogo che gli fosse capitato con la prossima ragazza con cui sarebbe uscito. Per entrare completamente nel ruolo, si vide costretto a dare un nome al suo pisello. Se funzionava con Gonzalo, avrebbe dovuto senz’altro funzionare con lui, e chissà cosa sarebbe successo.
Era curioso ed emozionato, quindi decise di ribattezzarlo Cirillo, in nome del suo bisnonno che gli avevano raccontato fosse morto durante una scopata con una donna inglese in tempo di guerra…non aveva mai saputo se fosse verità o solo una leggenda familiare, ma gli faceva comunque piacere dedicare quella nuova impresa al suo sconosciuto e leggendario parente.
Dato che non poteva arrivare impreparato all’appuntamento, si esercitò per intere giornate a dar campo libero a Cirillo senza che i di lui pensieri fossero filtrati dalla mente conscia di Daniel. Con sua incredibile sorpresa scoprì che Cirillo aveva in effetti un cervello, una volontà, o comunque lo si voglia chiamare, tutto suo che dialogava in qualche modo con l’effettivo cervello razionale di Daniel, solo che quest’ultimo, per consolidata abitudine, poneva una stretta censura a tutto quello che veniva fuori dai pensieri lascivi di Cirillo, i quali, inevitabilmente, non avevano voce propria, ma restavano confinati nell’inconscio di Daniel confusi con quelli della sua coscienza.
Finalmente arrivò la sera tanto attesa per il rivoluzionario esperimento, in cui il ventriloquo aveva imparato a lasciare campo libero a Cirillo senza frapporre i filtri automatici della ragione derivanti dai suoi pensieri dettati dalle regole su come ci si dovesse comportare in determinate situazioni.
Se funzionava avrebbe scoperto un mondo, se non fosse andata bene avrebbe fatto un buco nell’acqua ed avrebbe preso un bel due di picche. Non sarebbe stata la prima nè l’ultima volta, quindi…pazienza.
Proprio per non avere rimpianti su un’occasione sprecata decise di tentare con una ragazza che aveva conosciuto qualche anno prima e che aveva incontrato saltuariamente senza che fosse mai successo nulla. A dire il vero non era proprio niente di speciale ma quella sera si sentiva come Enrico Fermi quando doveva dimostrare che anni di studi sulla bomba atomica potevano funzionare veramente per cambiare il mondo.
Prese contatti con la cavia prescelta, Elena, e fissò un appuntamento a cena utilizzando ancora la testa di Daniel quantomeno per l’organizzazione logistica dell’incontro. Una volta di fronte alla sua interlocutrice, avrebbe lasciato campo libero a Cirillo e sarebbe stato a vedere cosa sarebbe successo.
L’appuntamento era alle 20,30 al ristorante “Sakamoto”, il miglior giapponese della città. Cirillo, come location, non si sarebbe accontentato di nulla di meno per il suo esordio nell’approccio con una donna. Si salutarono con circostanza e presero posto a sedere. In quel preciso istante, Daniel iniziò a ad usare la sua bocca, oltre che per gustare l’ottimo cibo, anche per dar campo libero e voce a Cirillo. La sua mente, almeno per quella sera, poteva essere compiaciuta spettatrice di tutto quello che sarebbe successo.
Il buon Cirillo non poteva certo attingere ad argomenti elaborati e culturali alla pari del cervello di Daniel quindi partì in quarta con il sesso in cui invece era un maestro. A dire il vero non lo fece in modo volgare ed aggressivo, ma dimostrò invece di possedere un notevole savoir faire unito ad adeguata spregiudicatezza. Argomenti eleganti e diretti conditi da complimenti sull’aspetto fisico di Elena che dimostrava di apprezzare molto le attenzioni.
Tutti i segnali corporei della ragazza stavano a dimostrare che l’argomento, accompagnato dai complimenti, la intrigava alquanto. Iniziò con l’attorcigliarsi ciocche di capelli, continuava a toccarsi il collo, a giocare con l’accendino di Daniel, fino ad arrivare a fare gesti inequivocabili con il dito sull’orlo del bicchiere.
Daniel era davvero stupito su come le donne si lasciassero intrigare molto di più dagli argomenti diretti del cervello nascosto degli uomini rispetto a quello ufficiale che spesso commetteva errori imperdonabili. Del resto Cirillo non mentiva mai e questa era una dote che le donne apprezzano molto, mentre dimostravano di accorgersi da minimi dettagli quando lo stesso uomo cercava di prenderle per il culo.
Cirillo, in quel momento, gli stava dando una lezione di vita ottenendo risultati di molto superiori ad ogni sua più rosea aspettativa. Più volte la sua mente conscia si era trovata in disaccordo sulla temerarietà degli assunti cirillici e lui si era trovato umoristicamente a pensare che fossero proprio degli “argomenti del cazzo” ma continuò a lasciarlo fare, in fondo l’esperimento doveva concludersi fino alla fine.
Giunti alle ultime battute della cena, allorquando era arrivato il momento di decidere se e come proseguire la serata, Cirillo manifestò, per bocca di Daniel, la volontà di un pò di appassionata intimità per “andare più a fondo in quella meravigliosa conoscenza” che aveva avuto luogo in quelle ore, accompagnata da un buon bicchiere di porto che magari le avrebbe fatto rivelare qualche altro segreto che ancora non era stato scoperto della sua appassionata e spregiudicata personalità.
Una volta in auto, Daniel decise inopinatamente di riprendere in mano il filo del discorso, togliendo voce a Cirillo e riprendendo le redini dell’incontro, ormai convinto che la serata di sesso fosse cosa acquisita. Iniziò a parlare di progetti di vita e pettegolezzi su amicizie comuni che lasciarono alquanto interdetta Elena, la quale forse percepì un certo cambiamento di rotta nella linearità della serata. La banalità del discorso, una volta giunti sotto casa di Daniel, aveva provocato un brusco cambiamento degli intenti della ragazza, la quale espresse la volontà di essere riaccompagnata a casa con il pretesto che l’indomani avrebbe dovuto alzarsi presto per svolgere del lavoro che aveva in arretrato. Daniel, suo malgrado, l’accontentò e rientrò a casa da solo.
Mentre apriva la porta di casa, si ritrovò a pronunciare un “ma vaffanculo!” ad alta voce ed alla fine si addormentò chiedendosi se fosse stato effettivamente lui a maledire se stesso ad alta voce oppure se Cirillo aveva comunque voluto dire l’ultima, sintomatica frase di quella strana, inconsueta serata.
Al quinto giorno della faticosa creazione della Terra e di tutti gli esseri che l’avrebbero abitata, Dio si trovò a dover organizzare la dislocazione delle creature che aveva partorito nella sua divina genialità, come se dovesse appiccicare le figurine su un album completamente vuoto. Si convinse che un compito del genere poteva essere affidato ad un software del suo God computer che aveva appositamente creato con il simbolo del primo frutto da Lui ideato, la mela, che però quell’ingordo imbecille di Adamo aveva morsicato malgrado il suo espresso divieto, sobillato dalla sua dolce metà, tale Eva, che fin da subito gli stava creando problemi di ordine e disciplina con le sue tentazioni. Si appuntò che avrebbe dovuto correggere quelle sbavature creative, magari riducendo di un paio di misure le tette di Eva, ma in seguito gli passò di mente.
Guardò con disappunto il suo PC con la mela morsicata e studiò un’app che sistemasse tutti gli esseri viventi nelle zone del globo più adeguate alle loro caratteristiche.
Sarebbe bastato inserire il nome e la foto di ogni singolo essere nel riquadro dell’app, che ribattezzò “Animal house”, per ottenere la zona più appropriata in cui far nascere i primi esemplari di quella specie.
Ai suoi esseri prediletti, uomo e donna, aveva riservato un posto privilegiato nel resort a 5 galassie extralusso che aveva chiamato “Eden”, da cui aveva bandito i due maggiori flagelli, le malattie e la politica, ma la loro bravata d’esordio alla sua mela lo aveva fatto veramente incazzare, al punto che si era riproposto, per i prossimi 20 milioni di anni, di non farli mai più rientrare e di sistemarli invece sul pianeta insieme a tutti gli altri, con annessi di malattie, cataclismi e politici dementi così avrebbero imparato a vivere. “Tra qualche milione di anni vediamo come si comportano e poi eventualmente deciderò se riammetterli nell’Eden”, si disse (da fonti autorevoli si è venuto a sapere che, in base alla situazione attuale, ciò non avverrà mai).
Volendo comunque mettere alla prova le loro abilità in condizioni differenti, sparse gli uomini un pò a caso su tutto il globo, mandando quelli dalla carnagione più chiara nei posti con poco sole e quelli dalla pelle più scura laddove il sole batteva implacabile tutto l’anno, in modo tale che l’abbronzatura non diventasse uno status symbol e si sentissero tutti uguali, per il resto si sarebbero arrangiati.
Poi prese ad inserire i dati di tutti gli animali nell’app “animal house” e distribuì questi ultimi in base alle zone in cui le loro caratteristiche avrebbero trovato facile adattamento per la sopravvivenza.
Non si accorse che, per un bug nel programma, la foca, la quale avrebbe dovuto essere mandata principalmente ai poli per le sue evidenti caratteristiche, venne invece spedita in Africa.
Subito la foca si rese conto che qualcosa non andava. Quasi tutti gli animali che vedeva intorno avevano lunghe zampe con cui correvano come matti, chi inseguiva e chi era inseguito, uno in particolare la stupì. Aveva il collo così lungo che la foca, che invece il collo non lo aveva neanche, non riusciva neanche a vedere dov’era la testa…pensava che avesse la testa fra le nuvole. Poi si rese conto che a lei piaceva un sacco il pesce, ma di pesce lì intorno neanche l’ombra…poi con quel maledetto caldo si sarebbe accontentata anche soltanto dell’ombra senza il pesce.
Quindi fece di necessità virtù e si fece vegetariana. La prima volta che provò a mangiare verdure stette malissimo.
Una volta si trovò a tu per tu con un leone. Il bestione aveva un fare minaccioso ma la guardava con stupore. Lui, da animale qual’era, evidentemente aveva concluso che le prede commestibili bisognava catturarle correndo, insomma il pane se lo doveva sudare, invece quella foca stava lì immobile che lo fissava coi suoi occhioni senza muoversi. Pensò che sicuramente non era buona da mangiare.
Ben presto tutti si accorsero che la foca, per quanto simpatica e carina, in quell’ambiente combinava soltanto disastri. Gli animali, nelle loro folli corse, inciampavano su di lei, o venivano schizzati dal fango quando trovava qualche pozzanghera con un pò d’acqua dove cercava di sguazzare e la intorbidiva tutta. E poi quel dannato caldo…
Un giorno decise di spingersi un pò oltre quell’ambiente inospitale ed arrivò alle porte di una missione dove una monaca la trovò che saltellava con difficoltà e visibilmente provata. La monaca realizzò che dovesse trattarsi di quell’animale strano di cui tutti parlavano nella savana, che faceva fare uno strano verso a tutti gli animali quando se la trovavano tra le zampe… “fo-ka” “fo-ka”, probabilmente era un abbreviativo per “fottuta kakakazz” e quindi la foca venne accolta nel villaggio e le venne dato il nome di Avvo Katola, che in Swaili significa “umano geloso o petomane folle”.
Si trovò ben presto più a suo agio in quel nuovo contesto e tutta la gente del villaggio, principalmente i bambini, le si affezionarono moltissimo. Faceva versi buffi ed aveva doti che tutti iniziarono ad apprezzare col tempo. Aveva uno splendido carattere ed anche uno straordinario senso dell’equilibrio, dentro e fuori, infatti una volta che un bambino aveva provato a lanciarle una palla, Avvo Katola era riuscita a tenerla sul muso immobile senza farla mai cadere, sintomo di grande intelligenza e concentrazione. Ogni bambino del villaggio voleva stare con lei a giocare e la foca trascorreva le ore con loro molto volentieri.
Un bel giorno Dio, facendo una verifica della situazione degli esseri viventi sulla Terra, si accorse di aver commesso un imperdonabile errore: aveva mandato la foca in Africa! Ma anche lui forse commise un secondo errore e rimandò la foca nel suo habitat preassegnato.
Una volta arrivata al polo la foca si rese conto di essere una delle tante, di non essere più apprezzata per le sue doti e qualità e, anche se c’era un sacco di pesce da mangiare ed acqua a volontà, faceva un pò troppo freddo per i suoi gusti. A quel caldo ci aveva ormai fatto l’abitudine. E poi non c’erano nè palle nè il sorriso dei bambini con cui giocare, niente risate, niente divertimento, la notte durava mesi interi ed il sole non scaldava. L’unica caratteristica che aveva conservato era quella di combinare casini nuotando ed andando a sbattere contro tutti quelli del branco di cui faceva parte. Poi c’erano tanti animali, in acqua e fuori che volevano mangiarsela.
La foca, quindi, ben presto finì con l’intristirsi, non si sentiva apprezzata, non riusciva a trovare un ruolo nel branco che le desse soddisfazione, quindi chiese a Dio di farla ritornare dai suoi bambini in Africa, dove aveva conosciuto la felicità e l’amore per le cose semplici.
“Ma una foca che si rispetti deve stare nel mare” tuonò Dio allorquando udì la supplica della sua creatura. Però, resosi conto che la foca era molto triste, nella sua benevolenza l’accontentò, e lei potè tornare finalmente a sorridere tra i suoi bimbi.
Non è detto che il luogo in cui nasci, con le regole e le comodità che vengono ritenute le migliori, sia il posto adatto a te. Il tuo posto è ovunque sorride il tuo cuore.