racconti

Capelli blu

Anna si alzò molto felice in quella soleggiata mattina di settembre. Quel giorno doveva riprendere la scuola ma l’estate era ancora stabilmente in sella al cavallo della stagione in corso e nel fine settimana si poteva ancora andare al mare.
Il giorno precedente, insieme alla sua migliore amica Elena, avevano deciso di effettuare un pò di cambiamenti e si erano colorate i capelli di una tinta particolare, lei blu acceso ed Elena rosso fucsia. Un modo innocente ed adolescenziale di rompere le regole, di distinguersi ed affermare una individualità in via di formazione, un modo come un altro di sperimentare nuove vie in quello che era ancora l’inizio dell’esistenza.
Si vestì scegliendo l’abbigliamento che più si adattava alle sue forme ed al suo stato d’animo, con dei colori in tinta alla sua nuova capigliatura. Non vedeva l’ora di affermare la propria identità al cospetto dei suoi compagni di classe, in quello che sarebbe stato l’anno conclusivo della sua avventura alle scuole superiori.
Sua madre l’aveva accompagnata come sempre all’ingresso della scuola, dandole un bacio prima di recarsi al lavoro e salutandola con affetto: “Ciao fata turchina, mi raccomando fai la brava!”.
Anna si diresse, con passo spigliato ed un sorriso orgoglioso, verso l’ingresso della scuola, diretta dalle suore del cuore immacolatissimo issimo issimo, per iniziare l’ultimo anno della sua esperienza didattica da adolescente per poi cimentarsi nel Colosseo dei “grandi”, al suo primo gradino costituito dalla facoltà universitaria che avrebbe scelto. Il suo sogno era sempre stato quello di fare il medico, quindi aveva le idee chiare; dopo la scuola superiore si sarebbe iscritta a medicina. Era il modo migliore per aiutare le persone in difficoltà garantendosi una vita abbastanza agiata, almeno era quello che sperava per il suo futuro.
Una volta nell’atrio, mentre stava dirigendosi verso l’aula assegnata per quell’anno alla sua classe, una voce risuonò imperiosa alle sue spalle mettendole una mano sulla spalla: “Dove credi di andare conciata così?”
Anna si bloccò, spaventata dal tocco non certo gentile e dalla voce che lasciava trapelare un disgusto che la sua mente non riusciva a comprendere.
Quando si voltò, incrociò lo sguardo sconvolto ed irato della preside, suor Giacinta, che aveva posto le mani sui fianchi alla maniera del più spavaldo attore di film western anni 30. Una specie di John Wayne in velo e tonaca. Non riusciva a comprendere l’atteggiamento che la preside della scuola aveva assunto e per un attimo si guardò i vestiti nell’infondato timore di aver dimenticato di indossare qualcosa. Jeans, scarpe, maglietta…no c’era tutto, quindi cosa voleva quella suora da lei?
“Non vorrai entrare in classe con quei capelli” biascicò l’anziana suora con veemenza, lasciando partire sui vestiti di Anna qualche gocciolina di astiosa saliva.
“Ma…ma…signora preside…io…io…veramente…cosa c’è che non va”?
“Cosa c’è che non vaaaa? Tu chiedi persino cosa c’è che non vaaaa? Ma ti sei vista nello specchio stamattina? Credi che siamo ad una festa di carnevale invece che al primo giorno in una scuola rispettabile? Mi stai prendendo anche in giro?”
Anna realizzò che il “problema” di suor Giacinta erano i suoi capelli ma non riusciva a capire come mai un colore diverso potesse aver provocato una reazione simile. In fondo non c’erano donne che da more si facevano bionde o viceversa? O magari rosse o con i colpi di sole…dov’era il problema se lei aveva scelto il blu? Non le risultava che il blu fosse fuorilegge. In fondo anche l’abito della donna era di un blu acceso, quindi suor Giacinta poteva indossare un abito blu e a lei era vietato portare i capelli dello stesso colore? Che razza di regola era? E chi l’aveva decisa?
“Adesso tu, signorina, prendi la tua sacca e te ne ritorni a casa, perchè qui, in quelle condizioni indecenti, non ci puoi rimanere nè potrai mai rientrarci se non torni normale! Mi chiedo cosa avranno detto i tuoi genitori…oppure hanno approvato questo scempio? Che mondo! Che tempi! Non c’è proprio speranza per questa gioventù scellerata…troppo permissivismo…dovrebbero raddrizzarvi tutti…che vergogna!”
Anna faticava a capire le ragioni della suora e di tutto il suo livore nei suoi confronti. Per cosa poi? Per il colore dei capelli? Che significava “ritornare normale”? Lei si sentiva normalissima, e poi conosceva il regolamento della scuola, c’era scritto che bisognava avere un abbigliamento decoroso, ma che c’entravano i capelli con l’abbigliamento? I percorsi mentali della suora ed i suoi seguivano direzioni completamente diverse, ma lei aveva gli esami quell’anno, del resto non aveva nessuna intenzione di rasarsi a zero per far contenta la preside.
E poi…con i capelli rasati sarebbe stata “normale” o non l’avrebbero fatta entrare ugualmente? Pareva che ci fosse qualche strana regola che vietasse i capelli di un certo colore, ma non averli proprio? Quello si che sarebbe stato anormale. Forse se avesse messo su una parrucca coi capelli riccioluti e neri come un rasta o come Napo orso capo, alla suora sarebbero andati bene? Era un terno al lotto.
Chissà se c’era qualche regola sulle scarpe o i calzini uno diverso dall’altro, oppure sugli occhiali con una lente si ed una no, o ancora se si poteva accedere alla scuola con un sombrero in testa o con una carota nel naso. Cos’era normale per quella donna?
Anna aveva sempre preso bei voti, mai stata rimandata e in classe era benvoluta da tutti e adesso una normalità spuntata da chissà dove e decisa da chissà chi, ne aveva fatto una ragazza anormale. Che mondo! Che tempi! pensava Anna, vergognandosi subito dopo perchè si era messa sullo stesso piano della suora anche se da un’altra parte dell’universo.
Mentre la ragazzina veniva sospinta fuori dalla preside che continuava ad inveire contro di lei ed i suoi capelli blu, alzò gli occhi al cielo e vide Gesù che la osservava smagrito ed afflitto dal crocifisso in alto sulla parete di fronte. Le piacque pensare, solo per un attimo, che anche lui era mortificato per quello che stava succedendo e che la sua normalità non fosse quella della sua sedicente servitrice che adesso la stava cacciando fuori.
Perchè, e di questo era assolutamente certa, in Paradiso Lui l’avrebbe fatta entrare anche con i capelli blu.

Dixie

Io sono Dixie e sono una bambola di pezza. In effetti non ho un nome, non ne ho mai avuto bisogno nel mio mondo delle bambole, ma la piccola Agnese, la bambina a cui sono stata affidata, mi ha chiamata così. Certo prima mi ha chiesto se il nome potesse piacermi ed a me è andato bene, breve e simpatico.

Avete mai visto i bambini come sono concentrati quando parlano con noi? Voi credete che stiano fingendo? Ah, no di certo! Tra di noi sappiamo bene come comunicare. Voi adulti avete perso il contatto col mondo della fantasia, quel mondo dove tutto è possibile e dove le vostre stupide regole non contano nulla. Le nostre sono altrettanto valide ma voi non lo capite perchè siete pieni di voi stessi. Non riuscite a vedere oltre la punta del vostro naso, anzi, spesso, non riuscite a vedere neanche quello, infatti vi fate fessi tra di voi tutti i giorni e non ve ne accorgete neppure.

Credete di avere compreso le regole del mondo e ridete dei bambini che parlano con noi, li vedete come creature ingenue ed immature che hanno bisogno di essere guidati ed istruiti secondo le vostre consuetudini che però continuano a causarvi sofferenze e dolore. La riprova è che nessun bambino poi scampa a quella sofferenza e dolore che gli verrà da quello che gli avete insegnato.

La cosa peggiore è che anche voi siete stati bambini ma non ve ne ricordate mai. Anche voi, un tempo, parlavate con noi e ci capivamo. Abbiamo provato a mettervi in guardia ma avete la memoria così intrisa di carriera, di conti, invidia ed arrivismo appresi che avete scordato la meraviglia di stupirsi davanti ad un tramonto o a seguire le mutevoli forme delle bianche nuvole nel cielo.

La piccola Agnese non dorme mai senza di me e tutte le notti le resto abbracciata vegliando sui suoi sogni innocenti che al mattino commentiamo. Voi dormite sempre da soli anche se avete qualcuno di fianco e passate notti buie e senza sogni e quelle volte che ve li ricordate, li avete dimenticati un attimo dopo perchè non date loro nessuna importanza. Noi bambole invece lo sappiamo bene che i sogni sono messaggi dell’anima quando vaga fuori dal corpo e fa esperienze nuove per dirvi qualcosa, ma per voi sono soltanto stupide fantasie e quasi vi vergognate a parlare di loro, incatenati come siete ad una realtà che neanche vi appaga.

Avete fretta che i vostri figli crescano per avere alleati fidati nel vostro mondo limitato, a cui insegnare qualcosa che altri hanno insegnato a voi prima e così sempre nei secoli senza rendervi conto che l’infanzia è quanto più vicino ci sia al paradiso come voi lo intendete.

Agnese presto sarà grande e si dimenticherà di me. Se sarò fortunata mi conserverà in una buia cassapanca che un giorno riaprirà, e, nel vedermi le affiorerà un sorriso. Sarà tutto ciò che mi resta del ricordo di uno splendido periodo che abbiamo vissuto insieme. Ma va bene così.

In fondo è così che va la vostra vita.

Ti leggo nel pensiero

Alan aveva deciso quella mattina di recarsi al lavoro a piedi, godendosi i tiepidi raggi del primo sole primaverile tagliando per il parco, invece di ingolfarsi nel caotico e snervante traffico dei lavoratori mattinieri che mettevano a dura prova cuore e polmoni, incolonnati nelle loro scatole metalliche a perdere il tempo più inutile e controproducente di tutta la giornata.

Mentre transitava, assorto nei suoi pensieri, sotto uno degli enormi alberi del parco, un ramo per fortuna non troppo grande, forse indebolito da qualche recente temporale, si staccò dal tronco e precipitò colpendo Alan esattamente al centro della testa.

L’uomo si portò istintivamente le mani al capo mentre la vista gli si annebbiava per un attimo e fece in tempo a raggiungere una panchina vicina per sedersi, temendo di svenire.

Credeva di essersi aperto la testa e continuava a tastarla accorgendosi poi, con gran sollievo, che non c’era niente di rotto, nessuna ferita sanguinante, solo l’accenno di un bozzo che sarebbe diventato, con ogni probabilità un notevole ematoma.

Dopo qualche minuto in cui aveva preferito restare in posizione seduta, dopo aver fatto un paio di tentativi di mettersi in posizione eretta senza nessun effetto particolare, decise di riprendere il cammino verso l’ufficio, dove, una volta arrivato, avrebbe subito messo del ghiaccio per tamponare gli effetti della botta.

Si sentiva stranamente rinvigorito, l’unica cosa particolare era un certo brusio che percepiva in sottofondo, come una serie di voci che si sovrapponevano sussurrando nella sua testa. “Sicuramente sono gli effetti della botta che ho appena preso…passerà” pensò Alan mentre procedeva a passo spedito verso il suo luogo di lavoro.

Giunto all’ingresso dello stabile in cui si trovava lo studio di architettura in cui lavorava, salutò il custode augurandogli il buongiorno e mentre riceveva analogo saluto, dalla stessa direzione percepì, in maniera sovrapposta, ma chiaramente udibile la frase “buongiorno un cazzo”.

Alan si arrestò di colpo guardandosi attorno, non riuscendo a capire la fonte di quello che aveva ben udito, visto che nel portone erano presenti soltanto lui ed il custode. Non vedendo nessuno scosse il capo e si avviò verso l’ascensore credendo che fosse stato uno strano effetto dovuto alla botta da poco ricevuta.

Giunto in ufficio salutò la segretaria avviandosi verso la sua stanza, udendo stavolta distintamente una voce che gli sussurrava “non sopporto questo posto e gli stronzi che ci lavorano”. Ancora una volta Alan si bloccò voltandosi di scatto verso la segretaria che gli indirizzò un sorriso che sembrò falso come un Rolex thailandese.

Ancora una volta non c’era nessun altro e quindi non riusciva a spiegarsi da dove provenisse quella voce che egli aveva ancora una volta nettamente percepito.

Si sedette alla sua scrivania un po’ confuso e frastornato, non capendo se la sensazione derivasse dalla botta presa nel parco oppure da quelle voci a cui non sapeva dare una spiegazione razionale.

In quel momento entrò nella sua stanza Erik, il responsabile con cui aveva un progetto importante in condivisione che dovevano consegnare di lì a breve.

“Ciao Alan, a che punto sono i disegni del progetto?”

“Quasi completati Erik, prima della fine della mattinata ci vediamo per verificare il lavoro ed oggi pomeriggio andremo sul cantiere fuori città”, rispose Alan.

“Sarà il solito lavoro fatto col culo…e dovrò restare in ufficio sino a notte fonda per correggere le cagate che hai combinato”. La voce giunse fin troppo nitida ai sensi di Alan per non fargli pensare che fosse uno scherzo della sua percezione. Aveva osservato Erik che non aveva mosso le labbra per esprimere alcuna parola ma era assolutamente convinto che quei suoni che gli erano giunti erano una specie di pensiero ad alta voce che il suo collega aveva espresso a livello mentale.

“Scusami Erik, devo fare una telefonata urgente, ti spiace se ci aggiorniamo più tardi per parlarne?”.

“Non c’è problema Alan, passa da me appena puoi”.

Non riusciva a capacitarsi di quello che stava accadendo, sembrava che…per qualche misteriosa ragione, riuscisse a sentire con i sensi comuni quello che la gente attorno a lui pensava senza esprimerlo…ma non poteva essere possibile…a meno che…ma si…la botta in testa che ho appena ricevuto, chissà, deve avermi misteriosamente attivato un’area del cervello che mi consente di udire sensibilmente i pensieri della gente che mi sta attorno.

Euforico, ma allo stesso impaurito per questa teoria inverosimile che aveva partorito, aveva bisogno di sperimentare se la sua idea era corretta e non il frutto di una patologia mentale nascosta che aveva iniziato a manifestarsi proprio in quel momento.

Uscì dalla sua stanza e si recò da Alicia, la responsabile dell’amministrazione, che sapeva essere da tempo invaghita di lui ma che non aveva voluto mai frequentare ed illudere.

“Ciao Alicia, come va stamattina, passato una bella serata ieri?”

“Niente di che Alan, l’ho passata a casa a guardare la TV. A te tutto bene?”. “Si, grazie, anche io nulla che valga la pena raccontare”, rispose. Alle parole uscite dalle labbra di Alicia si sovrapposero altre, parimenti udite da Alan altrettanto chiaramente… “Se fossi venuto a casa mia ci saremmo divertiti entrambi…”.

Stavolta la meraviglia e lo shock iniziarono a lasciare il posto ad una sottile e strana soddisfazione, poiché stava avendo la conferma che si stesse verificando esattamente quello che pensava: riusciva a sentire i pensieri degli altri.

Prese congedo dalla ragazza adducendo ancora la scusa di una telefonata importante che aveva ricordato di fare e tornò a sedersi nella sua stanza per riflettere su quello che gli stava capitando. Le cause erano certamente legate al colpo ricevuto in testa nel parco ma a quel punto era inutile riflettere sul perché, piuttosto sulle implicazioni che da quello ne sarebbero derivate. Forse era sempre stato il sogno di tutti riuscire a leggere i reconditi pensieri della gente ma davvero era una cosa positiva? Voleva davvero sapere cosa gli altri pensassero di lui? A cosa sarebbe servito mettere a nudo l’anima di chi gli stava di fronte? Iniziava a sentirsi come un ladro che, senza volerlo, si insinuava nella stanza più segreta della casa rovistando negli angoli più nascosti.

Questi pensieri iniziarono a dargli un certo mal di testa, per cui decise di avvisare che non si sentiva bene e che sarebbe tornato a casa.

Rientrando si imbattè in Jason, il suo amico e vicino di casa a cui disse appunto di star rientrando dal lavoro perchè non si sentiva troppo bene. “Sarà certamente per quelle schifezze che cucina tua moglie”. Alan percepì quello che doveva essere il pensiero di Jason tra le parole di circostanza che invece stava esprimendo ad alta voce e gli venne da sorridere. Anche lui sapeva che Jane non era una gran cuoca.

Una volta a casa decise di dormirci sopra. Con la mente riposata da un paio di ore di sonno avrebbe forse visto tutto più chiaro… o chissà… quello strano fenomeno sarebbe scomparso così come era apparso.

Si risvegliò proprio mentre sua moglie Jane stava rientrando a casa dal lavoro e fu alquanto stupita di trovarlo a letto a riposare. Alan le raccontò che era rientrato prima dallo studio per un malessere cercando di decidere se metterla al corrente anche di quello strano fenomeno che gli stava capitando. La baciò e si stava recando in bagno mentre udì distintamente un pensiero di sua moglie che lo bloccò. Dovette appoggiarsi al mobile accanto per non perdere l’equilibrio e metabolizzare il pensiero di Jane che aveva appena udito.

“Accidenti, oggi non potrò vedermi con Patrick…devo avvisarlo subito”. Patrick era il suo amico dai tempi dell’università ed aveva sempre avuto un debole per Jane e adesso stava realizzando che i due avevano una relazione. Fece dietrofront e si avvicinò in silenzio verso la cucina dove, in un angolo, Jane stava sommessamente parlando al cellulare, era sin troppo ovvio con chi.

Tornò in camera da letto dove si rivestì in fretta e, senza profferire parola, raccolse chiavi e portafoglio precipitandosi fuori di casa nel tiepido sole di quel pomeriggio. Aveva bisogno di pensare, riflettere su tutto, il lavoro, il suo matrimonio, e quel maledetto e sconosciuto “potere” che gli stava mandando a monte tutta la vita…ed erano passate solo poche ore da quando era successo. Chissà cos’altro lo aspettava. Si sarebbe trovato ben presto da solo, senza amici, senza moglie e senza lavoro…tutto per colpa di uno stupido ramo che gli era caduto sulla testa.

Giunto nel parco, si sedette sulla stessa panchina dove poche ore prima aveva avuto origine l’evento che gli stava rivoluzionando l’esistenza. Alan si trovò a riflettere sul fatto che si riteneva che il cervello utilizzasse solo il 7% delle proprie capacità e, tra il non trascurabile 93% rimanente, c’era sicuramente la facoltà di leggere i pensieri che in lui si era attivata in maniera del tutto fortuita. Ma lui non era pronto per un dono del genere, essere dotati in un mondo livellato verso il basso nello sviluppo cerebrale riusciva a generare solo una indicibile sofferenza, come quella che stava sperimentando Alan in quel momento.

Non era mai stato un cattolico convinto, ma in quel preciso istante si trovò a pregare con fervore Dio perché lo liberasse da quell’inferno, restituendogli la sua vita normale.

Dopo un tempo indefinibile trascorso su quella panchina, Alan si alzò per proseguire il suo cammino, non avendo intenzione di tornare a casa perché non sapeva ancora come far fronte alla situazione.

Mentre attraversava la strada all’uscita del parco, immerso del tutto nei suoi pensieri, non si avvide di un’auto che, sbucata dalla curva alla sua destra, lo centrò in pieno. Il buio lo avvolse.

Stava riaprendo gli occhi a fatica sotto una forte luce al neon che gli dava fastidio. Aveva un gran mal di testa e si rese ben presto conto di essere disteso in un letto di ospedale.

In quel momento avvertì la presenza di alcune persone accanto a lui che entrarono nel suo campo visivo oscurando quella fastidiosa luce che gli feriva gli occhi.

Riconobbe subito il suo amico Patrick e sua moglie Jane visibilmente sollevati che gli stavano sorridendo mormorandogli parole del tipo “andrà tutto bene”, “sei stato investito da un’auto”.

Tutto il resto era pace e silenzio.

Alan, stringendo con amore la mano di Jane disse le sue prime parole da quando ebbe ripreso conoscenza: “Tesoro, ma che mi è successo? Non ricordo nulla”. Lei e Patrick si guardarono per un attimo poi gli sorrisero benevoli. La sua preghiera era stata esaudita, l’effettiva realtà è un peso troppo gravoso da sopportare…