riflessioni

Dialogo con lo specchio

Quella mattina, al suo risveglio, Beppe sentì il rumore della pioggia che batteva incessante sulle imposte chiuse della sua finestra. Mise a terra il piede destro come faceva ogni volta in una specie di strano rituale automatico che lo accompagnava da…quando? Boh, neanche lui ormai se lo ricordava più. Era una di quelle tante, piccole cose che facevano parte del suo essere, il suo codice di riconoscimento che, insieme a tutte le altre manie e pensieri, lo rendeva unico e diverso dagli altri ma alla stessa maniera troppo uguale.
Ancora assonnato si trascinò in bagno, aprendo il rubinetto rosso dell’acqua calda, appoggiando le mani al bordo del lavabo con la testa ancora abbassata e gli occhi chiusi nell’attesa che il flusso dell’acqua raggiungesse la confortevole temperatura necessaria per cominciare la giornata e stabilire i contatti col mondo esterno in quella fredda mattina di febbraio.
Finalmente si decise a sollevare la testa ed aprire gli occhi per guardare il suo viso nello specchio, nei confronti del quale non si vergognava affatto a mostrarsi nelle condizioni border line del risveglio.
Quello che vide lo stupì a tal punto che si lasciò sfuggire un grido strozzato facendo un balzo all’indietro. La sua immagine riflessa lo stava fissando sorridendo. Beppe era consapevole che non c’era proprio nulla da ridere in un lunedì mattina come quello, con una settimana di lavoro stressante che lo attendeva, le vacanze lontanissime, un dolore alla schiena che lo affliggeva da un pò di giorni ed un tempo da cani là fuori pronto a fare da drammatico contorno alla coda in tangenziale che lo avrebbe aspettato di lì a poco.
Beppe richiuse gli occhi ed iniziò a stropicciarseli con veemenza, pensando che fosse uno strano effetto ottico dovuto al fatto che era ancora assonnato e non ben connesso col mondo reale.
Poi, con gli occhi ancora chiusi, si lavò la faccia più volte, allungando le mani sulla sua sinistra per prendere a memoria l’asciugamani e passarselo sul viso. Solo allora riaprì gli occhi lentamente aspettandosi logicamente che lo specchio gli restituisse l’immagine di lui che si passava l’asciugamani.
Ma non fu così. Il suo volto nello specchio era ancora lì che sorrideva. Stavolta, strano a dirsi, Beppe non ebbe la reazione di stupore e quasi paura avuta un attimo prima ma fissò immobile quel volto fin troppo familiare con un’espressione allegra.
“Ma…ma…tu chi sei?” Nel momento esatto in cui l’ebbe pronunciata, quella domanda gli sembrò la più stupida del mondo.
“Chi vuoi che sia?” rispose ironico il Beppe nello specchio, “Sono Beppe”.
“Ma come è possibile tutto questo?…cioè tu dovresti fare quello che faccio io e non stare immobile lì a sorridere mentre io mi sto asciugando la faccia”.
“E questo chi lo avrebbe deciso?” gli chiese l’immagine.
Quella semplice domanda a Beppe sembrò facesse il paio con la stupidità della sua d’esordio in quel dialogo che definire folle era un eufemismo. Però, in effetti, a pensarci bene, non aveva una risposta pronta e disse: “perchè tutti gli specchi riflettono le immagini identiche”.
“Ah bè…qui ti sbagli di grosso mio caro. Ciò che vedi nello specchio è l’esatto contrario di quello che vi è riflesso, quindi tu stamattina sei triste, invece io sorrido”.
La sua mente era incapace di reagire, era come se tutto ciò in cui riteneva di aver creduto fosse stato spazzato via nel giro di un secondo…ed a pensarci bene c’era anche una nota di sarcasmo nella verità che la sua immagine stava descrivendo dall’altra parte dello specchio.
In quel momento Beppe, cercando uno sprazzo di razionalità quando tutto attorno a lui cospirava per fargliela perdere, si aggrappò ad un pensiero che poteva essere la soluzione all’assurdità di quella vicenda. Stava ancora sognando. In effetti non si era mai risvegliato e quel dialogo surreale stava avvenendo mentre lui era ancora disteso nel letto, profondamente addormentato…” e magari fuori c’è anche il sole”.
Quell’idea gli diede un pò di spavalderia, ma…il freddo delle piastrelle sotto i suoi piedi nudi, l’umidità dell’asciugamano che ancora stringeva tra le mani, il suono della sirena di un’ambulanza che passava in quel momento, tutto gli fece capire che era ben sveglio e tutto ciò che stava accadendo era la realtà, o meglio quella che lui credeva fosse la realtà. Darsi uno schiaffo o tirarsi un pizzicotto non avrebbe fatto che confermare il tutto.
“Cosa significa tutto questo?” azzardò a chiedere Beppe alla sua immagine riflessa.
“Significa che tu non accetti che possano esistere altre realtà diverse da quella che la tua mente riesce a concepire. Continui a vivere la tua vita sempre sugli stessi modelli e ti aspetti che qualcosa cambi e invece non cambia mai nulla. Ti sei mai chiesto il perchè?. Oggi io (che sono sempre Beppe) voglio offrirti una visione della vita diversa da quella che sei abituato a vivere, anzi, completamente opposta, come da specchio che si rispetti. Ti sei sempre posto davanti allo specchio per ottenere inconsciamente una risposta visiva alla domanda fondamentale che caratterizza un essere umano: “Chi sono io?”. Ti sei mai chiesto se anche gli altri vedono dal vivo la stessa persona che tu sei abituato a guardare nel tuo specchio? Oppure tu vedi solo quello che riflette il tuo stato d’animo in quel preciso momento? Dimmi un pò, non ti capita a volte di vederti brutto e grasso mentre altre volte ti piaci particolarmente? Credi che dipenda dallo specchio? Non è cambiato nulla da un giorno all’altro, solo cambia l’immagine che hai tu del mondo, te stesso compreso. Non ci fai mai caso, non ci rifletti abbastanza. Vivi la tua vita preconfezionata senza dedicarti un momento a quegli interrogativi che invece hanno un’importanza fondamentale. Perchè? Perchè se indugi su quei pensieri ti senti un pò matto. Non lo fai, non ne parli con gli altri, il pensiero ti sfiora ma poi ti chiedi: cosa penserebbero di me se parlassi di certi argomenti? Quindi eccomi qui per farti capire che oltre la monotona vita di tutti i giorni c’è anche un’esistenza allo specchio che aspetta solo di essere vissuta, e fanculo le opinioni degli altri, ognuno ti vedrà diverso da come vuoi apparire, quindi a che serve cercare di essere qualcosa di definito? Sii felice di come sei, come lo sono io…che poi sono te…solo che tu ancora non te ne rendi conto.”
A quel punto a Beppe cadde l’asciugamani sul pavimento, si chinò a raccoglierlo e quando si rialzò vide la sua immagine riflessa con un’espressione attonita e l’asciugamani in mano.
Fece colazione, si vestì ed uscì di casa.
Quel giorno, malgrado la pioggia, il fatto che fosse lunedì e che ci fosse un traffico infernale in tangenziale, Beppe si ritrovò a sorridere allo specchietto retrovisore della sua automobile.

Grazie!

Grazie. Una parola che usiamo sempre troppo poco e che invece dovremmo ripetere in continuazione, perché c’è sempre qualcosa o qualcuno da ringraziare ogni minuto della nostra vita.

Grazie al destino (chiamiamolo così) che ha voluto che oggi io sia ancora qui. Il tempo, una volta che ti ha agganciato alla nascita, ti trascina via, facendoti incontrare cose belle ed altre meno belle, il tutto comunque sulla mia personale corsia che si intreccia con gli innumerevoli incroci delle vie del tempo di tanti altri, i quali hanno comunque lasciato in me un segno, un ricordo. A volte istantaneo e subito scivolato via nel pozzo senza fondo dell’oblio ed altre volte profondo ed incancellabile, a prescindere da quanto ci siano stati vicino. Amicizia, amore o affetto non hanno il tempo come unità di misura. Ho parlato per anni con persone di cui ricordo a malapena volto e gesti ed ho invece impressi nel cuore voce, viso e parole di persone incrociate per pochissimo e mai più riviste. Grazie anche a tutti loro per aver reso più ricca la mia vita anche se non lo sapranno mai. Da cosa dipende? Io lo chiamo il linguaggio dell’anima. Questi linguaggi, in alcune persone non li comprendo, in altri li capisco anche senza le parole, e non c’è cosa più stupefacente di due persone che comunicano senza parlare. Credo abbia ragione chi una volta ha detto che la parola ci è stata data per nascondere le nostre emozioni. Ma ci sono persone cui non possiamo nascondere nulla.

Grazie a tutti coloro che mi hanno dedicato anche un solo istante della loro vita, con un pensiero, una parola, una frase, un consiglio, un augurio, un incoraggiamento, una stretta di mano o un aiuto concreto. Siamo sempre contenti quando succede ma non riusciamo mai a compensarlo con tutte le volte che siamo noi ad offrire qualcosa agli altri, sicchè è sempre quest’ultimo aspetto che, solo, ci appare nel bilancio della nostra mente la quale inevitabilmente ci porta a considerarci sempre in credito con l’umanità quando invece non è quasi mai così.

Grazie a tutti quelli che mi hanno anche pesantemente criticato, condannando alcuni miei comportamenti nei confronti loro o di altri. Comunque mi hanno spinto a riflettere, a guardare dentro di me, cosa che raramente ci accade, a processare i miei pensieri per arrivare a concludere che spesso avevano anche ragione. Gesti e parole sono per metà di chi li compie e per metà di chi li subisce. Noi vediamo solo il nostro 50% ignorando completamente l’altra metà.

Grazie ai miei genitori, che mi hanno dato tutto ciò che potevano, anche se quel tutto non era forse quello di cui avevo bisogno, ma erano mossi dal più puro dei sentimenti e l’ho capito solo col tempo.

Grazie a chi mi ha insegnato quello che ora so, a chi ha contribuito alla mia esperienza personale, culturale ed affettiva. Il sapere è frazionato tra tutti quanti e non è detto che un bambino non abbia qualcosa di importante da insegnare ad un premio nobel.

Grazie anche a tutti quelli che, per chissà quale ragione, non ho mai conosciuto abbastanza e tra i quali mi piace sempre fantasticare che ci sarebbero state altre grandi amicizie e grandi amori.

Una favola moderna

Nel paese di Belgioioso vivevano due vicini di casa molto diversi tra loro. Il signor Massimo Cicala ed il signor Aurelio Formica, coetanei ed entrambi single.

Massimo viveva una vita molto godereccia, amava dare feste, ascoltare musica ad alto volume, bere buon vino, accompagnarsi a molte donne e vivere notti brave, finendo per alzarsi tardi al mattino, forse con un pò di mal di testa ma sempre con un gran sorriso sulle labbra ed una gran voglia di vivere la sua vita così come se l’era scelta. Aurelio lavorava dalla mattina alla sera, non si concedeva distrazioni, sempre attento al cibo, non fumava, non beveva, insomma nessun vizio ed una vita ordinata aspettando la donna della sua vita con cui mettere su famiglia. Forse li accomunava solo il mal di testa al mattino, ma per il resto non potevano avere uno stile di vita più diverso.

Quelle volte che si incontravano al bar sotto casa, Aurelio rimproverava il modo di vivere di Massimo: “Non condivido proprio il tuo stile di vita, è del tutto irrazionale, quando sarai vecchio, se ci arriverai, te ne pentirai, non pensi proprio al tuo futuro”.

“E’ vero”, rispondeva Massimo, “forse un domani sarò malato, solo ed infelice ma sto agendo in modo del tutto razionale. Per me, essere razionale significa essere felice e la mia felicità coincide con l’attimo presente che supera ogni possibile dolore futuro”.

“Sbagli”, rispondeva Aurelio, “la felicità va vista in prospettiva futura e va spalmata su tutta la tua esistenza. Certo, io oggi so che mi privo di qualcosa, ma so che verrò ripagato, che è giusto quello che faccio e quindi investo sul mio lungo futuro”.

Dopo qualche anno Massimo si ammalò e chiese aiuto ad Aurelio, affinchè gli portasse cibo, acqua e medicine, dato che faceva difficoltà anche solo a salire le scale.

Aurelio nel frattempo si era trasferito ed aveva messo su famiglia, per cui declinò la richiesta di Massimo. “Venire a portarti acqua e cibo ogni giorno sottrarrebbe tempo alla mia vita e non posso preferire il tuo benessere al mio. Ma non ti senti adesso in colpa per aver vissuto così dissennatamente? Stai pagando il tuo stile di vita, così come avevo previsto.”

“Certo!” rispose Massimo, “infatti ne sono sempre stato consapevole, ma adesso è adesso ed all’epoca ho agito in modo razionale. Tu invece mi stai rifiutando un aiuto e questo non è molto razionale”.

“L’adesso per me è tutta la vita” rispose Aurelio, ma conosco una maga potentissima che potrebbe prepararti una pozione che ti regalerebbe un anno in perfetta salute. Ma sappi che questa pozione dura solo un anno, dopo di che le tue condizioni si aggraveranno molto di più di quanto non lo siano adesso”. Io non lo farei…

Massimo non esitò un solo istante, ottenne l’indirizzo della maga e si fece subito preparare la misteriosa pozione che lo riportò in salute e gli consentì di riprendere la vita beata che aveva vissuto fino a quel momento che egli cercò quanto più possibile di intensificare.

Dopo un anno esatto Aurelio si ritrovò al capezzale di Massimo ormai gravemente ammalato e quasi agonizzante, chiedendogli: “Ne valeva davvero la pena?”

Massimo, in preda a forti dolori, rispose: “Adesso no di certo, ma prima valeva la pena eccome!”

Aurelio disse a Massimo che conosceva un bravo medico che avrebbe potuto salvarlo ma la cura lo avrebbe reso praticamente immobile e trasformato in un invalido.

“Ah no”, rispose Massimo, “non ho mai investito sul futuro e mai potrei farlo a simili condizioni. Addio!” Massimo morì ed Aurelio visse sino 100 anni un’esistenza grigia, evitando occasioni di felicità che avrebbero potuto trasformarsi in infelicità future.

In punto di morte, Aurelio pensò proprio a Massimo e realizzò in quel momento che, rinunciare nell’immediato a ciò che vogliamo e sentiamo, per costruire un futuro del tutto ipotetico, equivale forse a rinunciare ad esistere.

Il primo sorso di birra

Tra i misteri della nostra natura di esseri umani, ai primi posti c’è quello del gusto per la novità, che tende a scalzare quello che abbiamo già e che, dopo un po’, inevitabilmente ci stanca. In questo restiamo sempre bambini. Provate a dare ad un bambino un giocattolo, lascerà tutto quanto per averlo, tutto passa per lui in secondo piano, il cibo, i genitori, tutto. Lo prende, lo analizza, cerca di scoprire tutti i segreti del nuovo oggetto del suo desiderio, all’inizio lo tratta bene, ci gioca facendo attenzione a non romperlo, trova mille utilizzi per una cosa che spesso non ne ha alcuno, poi, inevitabilmente si stufa ed inizia a trattarlo male, spesso lo rompe sperando di trovarci dentro qualcosa che la sua curiosità non ha ancora scoperto. Alla fine, deluso, lo butta via e non lo degna più di uno sguardo. Avanti il prossimo, arriverà un nuovo gioco con cui ripetere la stessa esperienza.

Noi adulti non siamo molto diversi, in questo non siamo mai cresciuti. Il guaio è che, oltre che con gli oggetti, da grandi facciamo lo stesso con le persone. Non c’è soltanto il gusto irrefrenabile per il nuovo cellulare, il nuovo PC, le scarpe o l’automobile, spesso a seguire la stessa sorte sono le persone che ci vivono accanto. Come dei bambini siamo estasiati dalla novità del nuovo partner, e proprio come un bimbo, durante il primo periodo tutto passa in secondo piano. Cerchiamo di scoprire tutto del nostro nuovo oggetto del desiderio, lo coccoliamo, cerchiamo di non rovinarlo ma quell’implacabile killer che è il tempo non sbiadisce soltanto le immagini, ma anche le persone reali. Ed ecco che, rievocando il bambino che è in noi, cerchiamo la novità, qualcosa o qualcuno che ci faccia rivivere quelle emozioni ormai quasi spente.

Mi sono sempre chiesto se tutto ciò dipenda da una nostra predisposizione genetica al nuovo oppure alla nostra disperata ricerca di qualcosa che però non riusciamo mai a trovare. In questo caso bisognerebbe rivedere tutte le teorie sull’amore, compresa la chimera dell’amore eterno, che si fa sempre più fatica ad accettare. Diciamo la verità. Per un uomo, la vera bellezza delle donne è la novità. Non esistono donne belle, esistono donne nuove. perché le donne nuove ci piacciono di più anche se sono oggettivamente più brutte di quella che già abbiamo.

Sia chiaro, non è una giustificazione a quello che succede alla maggior parte delle coppie, ma deve esserci in noi un gene contro il quale proprio non riusciamo ad andare. E poi io parlo da uomo ma lo stesso discorso può essere fatto anche per l’universo femminile.

Il piacere per qualcuno o per qualcosa è inversamente proporzionale al tempo passato con quel qualcuno o qualcosa. provate a pensare alla differenza tra il primo e l’ultimo sorso di una birra gelata, alla prima leccata ad un cono gelato, al primo morso ad un panino imbottito o alla prima forchettata di un piatto fumante di pasta al ragù…il gusto di quelle “prime volte” ti fa chiudere gli occhi per assaporare l’estasi di un desiderio che si avvera. Ma la birra verso la fine si riscalda, il gelato si scioglie, il panino perde sapore negli ultimi morsi ed il gusto della pastasciutta alla fine non lo senti quasi più, anzi capita spesso che di tutto ciò ne avanzi perché ne hai abbastanza.

Dunque è inutile combattere la nostra natura, siamo eterni bambini, sempre alla ricerca di qualcosa che però si direbbe non riusciamo mai a trovare.

La giostra

A volte ho l’impressione che vivere la vita di tutti i giorni sia come essere su una giostra. Sei sempre in movimento, è un giro che non finisce mai, spesso sali ad occupare il posto che trovi libero o più vicino oppure dove gli altri ti indirizzano, difficilmente ti siedi al posto che vorresti. O forse è dovuto al fatto che ci sali da bambino e quindi sono i tuoi genitori a scegliere quel posto che loro ritengono più bello o più sicuro. Macchine dei pompieri, ambulanze, cavalli, moto…la giostra è una metafora della vita in cui difficilmente puoi scegliere il posto su cui fare quel giro che  ti è toccato.

Anche io sono salito su un posto che non avrei scelto se fossi stato libero di scegliere. All’inizio ti piace comunque, l’ebbrezza del girare, il mondo che ti passa davanti, le grida degli altri, ma dopo un po’ ti rendi conto che la cosa si fa monotona, che il paesaggio è sempre uguale, che rincorri e vieni rincorso ma, in fondo, resti sempre dove sei.

Allora pensi di scendere, vorresti vedere come è il mondo visto da un’altra prospettiva. Ma se gli altri ti vedono scendere mentre la giostra sta girando pensano che tu sia pazzo…non si può scendere dalla giostra, non è permesso farlo. Ti sei guadagnato questo giro, hai occupato un posto e adesso devi aspettare che il giro finisca, poi potrai lasciare il posto ad un altro.

Chi sta girando è felice, spaventato, preoccupato, sereno, agitato ma a nessuno viene in mente di scendere. Io ho deciso di scendere, di vedere il mondo con i piedi per terra, non sulla pedana rotante della giostra, manovrata da chi non vuole che tu interrompa quello che ti è stato assegnato. Non funziona così. Rischi di farti male. Il mondo è fatto da tante giostre, ogni città in cui viviamo lo è, più grande o più piccola, in una fiera di paese o in un luna park e chi non ha un posto sulla giostra è un folle, un emarginato.

Ma io l’ho fatto, sono riuscito a scendere indenne e sto guardando il mondo con altri occhi. E mi rendo conto che il mondo, la vita è completamente diversa vista da quella prospettiva. Posso guardare tutto ciò che mi sta attorno con calma, con i miei tempi, fermarmi quando voglio, proseguire quando mi va. Sulla giostra no, devi girare alla velocità di chi manovra e la prospettiva che hai è sempre la stessa, fatta di cose che ciclicamente ritornano sempre.

E guardi anche chi è rimasto sulla giostra…e ti chiedi come hai fatto a rimanerci per tanto tempo, rinunciando alla possibilità di scandire da solo i ritmi della tua meravigliosa esistenza…

Serendipità

Mi sono imbattuto più volte in questo neologismo che non ha riscontri nella nostra lingua, infatti, altro non è che l’italianizzazione della parola anglosassone “serendipity”, il cui significato è quello di fare felici scoperte per puro caso, oppure trovare una determinata cosa mentre se ne stava cercando un’altra.

L’etimologia di questa strana parola deriva da “Serendip”, il nome che nell’antichità veniva dato allo Sri Lanka e che si trova appunto in una fiaba persiana, “I tre principi di Serendippo”, che narra dei tre figli di un re che intraprendono un viaggio, incontrando sul loro cammino una serie di indizi che li salvano da molte occasioni difficili. Prescindendo dall’etimologia della parola, trattasi di una di quelle esperienze con cui si ha a che fare più volte di quanto non si pensi.

Applicando il concetto ai grandi eventi potremmo, per esempio, dire che il più famoso dei “serendipitai” della storia sia stato Cristoforo Colombo, il quale, partito alla volta delle Indie con le sue caravelle, si trovò a sbarcare in un continente sconosciuto che avrebbe legato il suo nome alla futura storia del genere umano. Inoltre, la serendipità è all’ordine del giorno nel campo della ricerca scientifica, laddove è risaputo che le scoperte più importanti vengono fatte mentre si stava cercando altro. Basti pensare a Fleming che scoprì la penicillina disinfettando una provetta.

A molti il concetto potrà sembrare assimilabile a quello di caso o mera fortuna, ma il valore aggiunto della serendipità sta proprio nel fatto che il caso fortunato è legato a sagacia, intuito e coraggio, proprio come nella citata fiaba dei tre principi. In questo caso la fortuna non piove dal cielo mentre si sta fermi ad oziare ma ci assiste a condizione che noi si sia in grado di poterla afferrare, perché, come diceva Pasteur, “il caso favorisce solo la mente preparata”. Potremmo definirla “l’arte di trarre profitto”, da cui la capacità, non da tutti, di vedere la grandezza ed il disegno divino anche nelle piccole cose, affrontando la quotidianità con uno stato d’animo privo di paura ed insicurezza per tutto ciò che ci è nuovo.

Cerchiamo quindi, nella vita, di essere sempre più curiosi e meno frettolosi, giudicando tutti gli eventi, belli o brutti che siano, con lungimiranza ed attenzione invece che con risposte di ansia immediata. E’ vero che la fortuna premia gli audaci, ma è anche vero che l’esperienza ci insegna che quasi tutte le cose che desideriamo, le troviamo proprio quando smettiamo di cercarle. Più accanimento ci mettiamo e più sembrano sfuggirci.

L’aspettativa, accompagnata dall’ansia ci fa ottenere esattamente l’effetto opposto. Buona serendipità a tutti.

Il valore del tempo

l tempo…un’entità indefinita, un concetto di importanza vitale nella vita di oggi ma altrettanto indefinibile se gli si vuole dare una valenza precisa…personalmente credo che riserviamo, a ciò che vale davvero, solo gli avanzi della vita. Siamo sempre indaffarati, di corsa, ansiosi. Chi si ferma è perduto…è questo il motto della società di oggi. Niente di più sbagliato. L’uomo corre e si dimentica di vivere, come se fosse destinato a vivere per sempre.

All’uomo di oggi piace essere invischiato in mille occupazioni, impegni, appuntamenti, scadenze di lavoro…piace non avere tempo. Oggi, chi ha tempo è un fallito. Allora ammetto di essere un fallito in base alla comune concezione, ma Io non credo che sia così. Il perdente è quello che è vittima del suo tempo. In questo periodo mi sono fatto il più grande regalo che potessi farmi: mi sono fermato. Ho lasciato il mio allucinante lavoro, fatto di scadenze, pressioni, responsabilità della libertà degli altri.

Automaticamente ho trovato il tempo per fare quello che più mi piace e mi sento rinato, libero dai vincoli che non sono più disposto ad accettare. Se trovi il coraggio di cambiare ti si apre un mondo…il tuo mondo. La vita non è breve, siamo noi che ci affanniamo a renderla tale, sprecando quel dono prezioso che è il tempo che ci è stato dato. Lo diceva anche Seneca nel suo meraviglioso “De brevitate vitae”. Con ciò non voglio affermare che bisogna tralasciare i propri doveri in onore di una presunta libertà, ma soltanto vivere la vita con una consapevolezza diversa.

Inevitabilmente, appena hai la possibilità di aprire le porte al tempo, la tua vera essenza vola, libera di andare dove vuole, portandoti su quella che forse è la tua vera strada; devi soltanto seguirla e potrebbe farti scoprire realtà che non immaginavi. All’inizio mi sono sentito un po’ in colpa, al pensiero di quello che gli altri avrebbero pensato di me e delle mie scelte, ma questo è l’altro grande errore che commettiamo…lasciarci influenzare dai giudizi, dalle convenzioni, da una realtà preconfezionata che non ci appartiene.

Ma questo sarà oggetto di un prossimo argomento…