riflessioni

Troppe regole

La nostra società è forse troppo improntata all’educazione esasperata. Fin dalla nascita troviamo delle regole pronte ad attenderci. L’educazione della famiglia, poi quella della scuola in tutte le sue fasi, ci si mette anche la comunità religiosa di cui spesso si fa parte ed infine la società costituita, lo Stato di appartenenza, con i miliardi di leggi e leggine che sei obbligato ad osservare ed addirittura conoscere (ignorantia legis non excusat).

Non dico che sia sbagliato porre alcune regole, ma l’esasperazione spesso non produce i risultati sperati. La nostra anima, crescendo, si appesantisce con un fardello enorme di lecito e illecito, giusto e sbagliato, “sta bene” o “sta male”, al punto che quando la misura è colma si arriva a vivere una vita col pilota automatico senza porsi più questioni sullo scopo della vita stessa.

Gli anni passano e quel bambino assetato di vita ha studiato la storia fatta da altri, ha seguito la moda decisa da altri, ha imparato le regole degli altri, ha creduto in un Dio imposto da altri.

E se l’unica regola fosse quella che propone Sant’Agostino in una sua bellissima poesia?

“Sia che tu taccia,

taci per amore.

Sia che tu parli,

parla per amore.

Sia che tu corregga,

correggi per amore.

Sia che tu perdoni,

perdona per amore.

Sia in te

la radice dell’amore,

poiché da questa radice

non può procedere

se non il bene.

Ama e fa ciò che vuoi”.

Unicità

Siamo abituati a guardare ma non ad osservare, a sentire ma non ad ascoltare, a subire ma mai a percepire. Ogni cosa, persona o evento che colpisce i nostri sensi viene recepito e filtrato attraverso le nostre passate esperienze, interiorizzato ed incasellato nell’immancabile dualismo che ci portiamo dietro. Bello o brutto, giusto o sbagliato, amico o nemico. E’ sempre un giudizio interiorizzato e personale, mai obiettivo. In questo mondo l’obiettività non esiste. E quindi sarò bello per alcuni e brutto per altri, le mie azioni saranno giuste per alcuni e condannate da altri, sarò amico di alcuni e nemico di altri…qualunque cosa faccia.

Non danniamoci la vita per piacere a tutti ed essere amici di tutti, non è possibile. Cerchiamo quindi di essere noi stessi senza timori, con la pace e la serenità nell’anima. Un grado più elevato di saggezza porta sempre solitudine e sii contento di avere anche una sola persona accanto che non ti giudica e ti apprezza solo per quello che sei.

Storia zen

C’era una volta un contadino cinese il cui cavallo era scappato. Tutti i vicini quella sera stessa si recarono da lui per esprimergli il loro dispiacere: “siamo così addolorati di sentire che il tuo cavallo è fuggito. E’ una cosa terribile”. Il contadino rispose: “Forse.” Il giorno successivo il cavallo tornò portandosi dietro sette cavalli selvaggi, e quella sera tutti i vicini tornarono e dissero: “Ma che fortuna! Guarda come sono cambiate le cose. Ora hai otto cavalli!” Il contadino disse: “Forse.” Il giorno dopo suo figlio cercò di domare uno di quei cavalli per cavalcarlo, ma venne disarcionato e si ruppe una gamba, al che tutti esclamarono:“Oh, poveraccio. Questa e’ una vera disdetta” ma ancora una volta il contadino commentò: “Forse.” Il giorno seguente il consiglio di leva si presentò per arruolare gli uomini nell’esercito, e il figlio venne lasciato a casa per via della gamba rotta. Ancora una volta i vicini si fecero intorno per commentare: ”Non è fantastico?” ma di nuovo il contadino disse: “Forse.”

Take it easy

Possiamo lamentarci di un sacco di cose riguardo a questa nostra epoca ma occorre riconoscere che ha anche un sacco di qualità: Novità quotidiane, cambiamenti rapidi, possibilità di piaceri impensabili per le generazioni precedenti, tecnologia sbalorditiva.

Ma tutta questa ricchezza non potrebbe nascondere degli insidiosi pericoli? Non sarà per caso che a questa ricchezza esteriore faccia da contrappeso un impoverimento ed una miseria interiori? La grande vetrina del mondo espone quotidianamente nuovi ed invitanti giocattoli che strappano l’uomo dall’attenzione verso se stesso e lo scaraventano fuori dal suo io per farlo lottare ed accaparrarsi tutte quelle meraviglie. Un nuovo, apparente mondo stimolante e pieno di novità tecnologiche ci sta invadendo, impedendoci di focalizzare la nostra attenzione su ciò che davvero siamo. Oggi non sei più giudicato per ciò che sei, ma per ciò che hai.

Ma c’è anche un’altra faccia di questo galoppante progresso ed è l’inquinamento che sta portando ad una rapida contaminazione di cibi, aria ed acqua. Ma non ci sono soltanto questi modelli di inquinamento, c’è anche un notevole inquinamento psichico che sta contaminando il nostro spirito sconvolgendo la nostra spiritualità interiore.

L’invasione della pubblicità e tutte le manipolazioni commerciali provocano volutamente cali di attenzione, di coscienza e di interiorità. Siamo costantemente catturati da mille messaggi vuoti, futili e dannosi, drogati da tutto ciò che è rumoroso, accattivante, facile, già pensato, confezionato e pronto per l’uso. Tutti sanno ciò che è più adatto a te, tu non devi pensarci, ci pensiamo noi. Questa è la tua macchina, il tuo profumo, la tua zuppa, le tue scarpe…ti forniamo tutto noi basta che non pensi con la tua testa. Un bombardamento continuo a cui finiamo per credere, con la conseguenza che se ci credono tutti allora io non posso restare ai margini.

Ma ci vogliono i silenzi per udire le parole, ci vuole uno spazio nella mente affinchè la nostra vera coscienza possa emergere. L’hard-disk della nostra coscienza è ingolfato da troppe cose inutili e più seguiamo ciecamente ciò che è esteriore, meno avremo coscienza.

Abbiamo pensieri e sguardi troppo corti e sempre rivolti all’esterno, attratti come falene impazzite dallo scintillio di quel mondo inutile e fittizio.

Può sembrare una cosa futile, ma la vita che conduciamo nelle città ci accorcia anche lo sguardo, impedendoci di spingerlo in lontananza come potremmo fare invece in spazi aperti ed a contatto con la natura. Palazzi e cemento limitano la nostra vista a pochi metri ovunque volgiamo lo sguardo, l’orizzonte ci è sempre precluso. Poter lanciare lo sguardo il più lontano possibile è invece un modo per allenare la mente alla libertà, ad un’azione più ampia, capace di non farsi imbrigliare ed andare oltre.

Quanti di noi oggi sono davvero capaci di riflettere da soli, con calma, in silenzio? Ed ecco che questa mancanza di spazi interiori provoca angosce, noia, pensieri ossessivi che girano in tondo, ed ecco che preferiamo tornare al più presto all’esterno di noi stessi, a quel vuoto tumulto che ci riempie in modo rassicurante.

Questa società di abbondanza sta creando in noi infinite mancanze. Il troppo cibo ci sta rendendo obesi e cardiopatici, l’abuso di chat e social network ci sta rendendo soli, il troppo lavoro ci sta rendendo stressati e depressi. Troppo di qualcosa corrisponde quasi sempre alla mancanza di qualcos’altro. Non staremo rinunciando a qualcosa di vitale per qualcosa di totalmente inutile ed anzi dannoso?

Schizziamo da un’attività all’altra, non abbiamo mai tempo, c’è una cronica carenza di lentezza, di agire piano e con calma. Oggi c’è chi arriva a dire: “non riesco a stare con le mani in mano”, “se non ho niente da fare impazzisco”, siamo arrivati a questo. Facciamo deliranti e frenetici programmi di attività anche nei weekend o quando siamo in vacanza, abbiamo urgenza di controllare le mail o le novità su Facebook.

Ma è tanto terribile, ogni tanto, restare così senza fare nulla e provare a meditare per dare un’occhiata a quello che abbiamo dentro? Oppure questa azione ci spaventa per quello che potremmo scoprire? Sarebbe tanto terribile fermarsi un’ora ad osservare un tramonto? Scommetto che non ci pensiamo nemmeno a fare una cosa del genere.

Credo che come lo sport sia un toccasana per il corpo, così la meditazione lo è per la mente. Soddisfare un’esigenza di relax e calma mentale certo non è qualcosa di urgente, ma è importante.

Nella vita esiste ciò che è urgente e ciò che è importante. Fare la spesa, pagare le bollette, rispondere alle mail, terminare un lavoro sono tutte cose urgenti. Camminare nella natura, meditare, chiacchierare con gli amici, parlare con i familiari o addirittura non far nulla sono cose importanti. Nella vita, quotidianamente si presentano conflitti tra le cose urgenti e quelle importanti e la dittatura di quelle urgenti non ci lascia spazio alcuno per quelle importanti. L’urgente tenta sempre di prendersi quel poco spazio che dovremmo riservare all’importante.

Non prendiamocela con la cattiva sorte però se nella vita avremo scelto di ignorare completamente ciò che è davvero importante per la vita stessa, dovremo soltanto incolpare noi stessi.

Oltre la nebbia

Che fare quando senti qualcosa che ti grida dentro che la vita non funziona così come la stai vivendo? E cos’è quel qualcosa? Dove vuole portarti, ma soprattutto come?

Tempo fa ho inserito il mio gettone nel videogame della vita, ho avuto qualche arma di base e mi sono conquistato le altre combattendo e sconfiggendo qualche nemico. Qualcun altro, invece mi ha accorciato la linea verde dell’energia ed il timore è sempre quello che sullo schermo appaia la scritta GAME OVER ed io avrei finito i gettoni. Avrei giocato la partita solo combattendo per poi essere sconfitto senza arrivare a capire cosa c’è in fondo al gioco.

Non voglio sprecare il mio gettone e la mia vita combattendo, vorrei cambiare perchè così non mi piace.

Sogno ogni giorno un’esistenza nuova, tranquilla e luminosa, perchè quella che ho vissuto finora è avvolta in una foschia densa e confusa che nasconde quello che c’è oltre la punta del naso. Mi rendo conto che oltre questa nebbia c’è qualcosa di enorme ed importante da fare, ma non riesco ancora a capire che cosa.

Capitano sempre più spesso attimi, intuizioni in cui emozioni sconosciute si muovono nel cuore. Sono solo lampi lontani che faccio fatica a raggiungere.

Mi fa letteralmente imbestialire il fatto che il nostro presente ed il nostro futuro siano impostati su un “programma”, un copione che tutti siamo tenuti a recitare per non essere messi ai margini della società. La scuola, l’università, il lavoro, una casa, vestiti alla moda, la famiglia, il buon nome con gli altri, la loro considerazione ed accettazione. Tutte realtà preconfezionate impostate come regole da seguire per una vita “normale” ma che imprigionano il vero senso di libertà che c’è dentro ognuno di noi.

Quanti ingegneri, avvocati, medici, architetti, anche di successo, avrebbero voluto fare i pittori, i musicisti, i ballerini, gli scultori o i poeti? Quanti riconoscerebbero di aver sacrificato i loro sogni e la loro anima ad una “normalità” o ad un successo che non sentono loro?

Se tutti avessero fatto davvero quello che sentono, il mondo non sarebbe in queste condizioni.

Vorrei vivere una vita straordinaria, non legata a denaro e successo sociale, di quello non mi frega nulla, vorrei dare un senso a tutto, diradare quella nebbia e vedere oltre ma non so ancora davvero cosa desidero, ancora non mi è chiaro. Forse mi basterebbe essere l’artefice del mio vero destino, senza condizionamenti imposti da regole esterne che rischiano di farmi soffocare.

Se riesci a sintonizzarti su quelle sottili vibrazioni che ti arrivano, intuisci che esiste qualcosa di infinitamente superiore a tutto quello per cui hai combattuto e che possiedi. Potresti non riuscire mai a percepirle nel corso di tutta una vita ed allora la vivresti e consumeresti dormendo, ma se ti capita, allora noti che tutte le tue convinzioni si sgretolano, le priorità cambiano, quello che inseguivi fino a ieri perde completamente d’importanza e ti chiedi cosa sta succedendo…non riesci nemmeno a capire se è un bene o un male. Ti viene voglia di combattere, di tornare indietro, di riappropriarti della tua vita, o perlomeno di quella che fino a quel momento avevi creduto fosse la tua vita…ma ti rendi conto che è impossibile tornare indietro… poi una sera guardi uno strano film e senti la protagonista pronunciare queste parole: “La nostra vita non è nostra. Da grembo a tomba siamo legati ad altri, passati e presenti. E da ogni crimine o gentilezza generiamo il nostro destino”.

Il ventriloquo

Daniel era un noto ventriloquo. Si era esibito sui più famosi palcoscenici del mondo insieme al suo pappagallo di pezza a cui aveva dato il nome di Gonzalo e gli faceva dire tutto quello che voleva senza che nessuno si accorgesse che il suono delle sue parole veniva dal suo diaframma invece che dalla bocca di Gonzalo che si apriva e si chiudeva, ovviamente manovrata da lui.

Questo sdoppiamento del suo volere, tra atto fisico ed effettiva volontà, lo aveva sempre stupito ed affascinato, al punto che non si rendeva conto nemmeno lui di come fosse possibile questo tipo di dialogo scisso tra la sua mente ed i suoi pensieri da una parte e l’uccello finto dall’altra, che, suo malgrado, era diventato il protagonista di tutti i suoi spettacoli.

Fu durante la lettura di un libro di Alberto Moravia, ” Io e lui”, che gli avevano regalato ad un compleanno, che a Daniel venne un’idea balzana. Si chiese se questo tipo di dialogo potesse funzionare anche al contrario, sfruttando le sue capacità. Per sperimentare questa teoria doveva instaurare un dialogo con una parte di se stesso, non poteva essere altrimenti, e quindi se funzionava con Gonzalo che era il suo uccello finto, Daniel si chiese se poteva dar voce al suo uccello vero che fino ad allora lo aveva sempre in un certo senso guidato ma a cui non aveva mai dato voce autonoma.

Aveva sempre avuto sane ed irrefrenabili pulsioni sessuali con le molte donne con cui aveva avuto a che fare, niente di anormale, ma quando gli si paravano davanti sperimentava, a livello inconscio, quella sensazione di sdoppiamento che era solito mettere in scena nei suoi spettacoli dando voce a Gonzalo. Si rendeva conto che i suoi pensieri e desideri non corrispondevano affatto a quello che veniva espresso dalle sue parole nei dialoghi con il gentil sesso, così mentre si trovava a pensare ” hai delle tette da urlo, ci perderei le ore a toccarle”, si trovava a parlare di situazioni familiari o del senso della vita cercando frasi ad effetto che potessero colpire la sua interlocutrice. A volte funzionava, altre volte no.

Fu così che un bel giorno decise di effettuare un esperimento, forte delle sue doti professionali, e quindi si concentrò nel dar voce al suo uccello nel dialogo che gli fosse capitato con la prossima ragazza con cui sarebbe uscito. Per entrare completamente nel ruolo, si vide costretto a dare un nome al suo pisello. Se funzionava con Gonzalo, avrebbe dovuto senz’altro funzionare con lui, e chissà cosa sarebbe successo.

Era curioso ed emozionato, quindi decise di ribattezzarlo Cirillo, in nome del suo bisnonno che gli avevano raccontato fosse morto durante una scopata con una donna inglese in tempo di guerra…non aveva mai saputo se fosse verità o solo una leggenda familiare, ma gli faceva comunque piacere dedicare quella nuova impresa al suo sconosciuto e leggendario parente.

Dato che non poteva arrivare impreparato all’appuntamento, si esercitò per intere giornate a dar campo libero a Cirillo senza che i di lui pensieri fossero filtrati dalla mente conscia di Daniel. Con sua incredibile sorpresa scoprì che Cirillo aveva in effetti un cervello, una volontà, o comunque lo si voglia chiamare, tutto suo che dialogava in qualche modo con l’effettivo cervello razionale di Daniel, solo che quest’ultimo, per consolidata abitudine, poneva una stretta censura a tutto quello che veniva fuori dai pensieri lascivi di Cirillo, i quali, inevitabilmente, non avevano voce propria, ma restavano confinati nell’inconscio di Daniel confusi con quelli della sua coscienza.

Finalmente arrivò la sera tanto attesa per il rivoluzionario esperimento, in cui il ventriloquo aveva imparato a lasciare campo libero a Cirillo senza frapporre i filtri automatici della ragione derivanti dai suoi pensieri dettati dalle regole su come ci si dovesse comportare in determinate situazioni.

Se funzionava avrebbe scoperto un mondo, se non fosse andata bene avrebbe fatto un buco nell’acqua ed avrebbe preso un bel due di picche. Non sarebbe stata la prima nè l’ultima volta, quindi…pazienza.

Proprio per non avere rimpianti su un’occasione sprecata decise di tentare con una ragazza che aveva conosciuto qualche anno prima e che aveva incontrato saltuariamente senza che fosse mai successo nulla. A dire il vero non era proprio niente di speciale ma quella sera si sentiva come Enrico Fermi quando doveva dimostrare che anni di studi sulla bomba atomica potevano funzionare veramente per cambiare il mondo.

Prese contatti con la cavia prescelta, Agnese, e fissò un appuntamento a cena utilizzando ancora la testa di Daniel quantomeno per l’organizzazione logistica dell’incontro. Una volta di fronte alla sua interlocutrice, avrebbe lasciato campo libero a Cirillo e sarebbe stato a vedere cosa sarebbe successo.

L’appuntamento era alle 20,30 al ristorante “Sakamoto”, il miglior giapponese della città. Cirillo, come location, non si sarebbe accontentato di nulla di meno per il suo esordio nell’approccio con una donna. Si salutarono con circostanza e presero posto a sedere. In quel preciso istante, Daniel iniziò a ad usare la sua bocca, oltre che per gustare l’ottimo cibo, anche per dar campo libero e voce a Cirillo. La sua mente, almeno per quella sera, poteva essere compiaciuta spettatrice di tutto quello che sarebbe successo.

Il buon Cirillo non poteva certo attingere ad argomenti elaborati e culturali alla pari del cervello di Daniel quindi partì in quarta con il sesso in cui invece era un maestro. A dire il vero non lo fece in modo volgare ed aggressivo, ma dimostrò invece di possedere un notevole savoir faire unito ad adeguata spregiudicatezza. Argomenti eleganti e diretti conditi da complimenti sull’aspetto fisico di Agnese che dimostrava di apprezzare molto le attenzioni.

Tutti i segnali corporei della ragazza stavano a dimostrare che l’argomento, accompagnato dai complimenti, la intrigava alquanto. Iniziò con l’attorcigliarsi ciocche di capelli, continuava a toccarsi il collo, a giocare con l’accendino di Daniel, fino ad arrivare a fare gesti inequivocabili con il dito sull’orlo del bicchiere.

Daniel era davvero stupito su come le donne si lasciassero intrigare molto di più dagli argomenti diretti del cervello nascosto degli uomini rispetto a quello ufficiale che spesso commetteva errori imperdonabili. Del resto Cirillo non mentiva mai e questa era una dote che le donne apprezzano molto, mentre dimostravano di accorgersi da minimi dettagli quando lo stesso uomo cercava di prenderle per il culo.

Cirillo, in quel momento, gli stava dando una lezione di vita ottenendo risultati di molto superiori ad ogni sua più rosea aspettativa. Più volte la sua mente conscia si era trovata in disaccordo sulla temerarietà degli assunti cirillici e lui si era trovato umoristicamente a pensare che fossero proprio degli “argomenti del cazzo” ma continuò a lasciarlo fare, in fondo l’esperimento doveva concludersi fino alla fine.

Giunti alle ultime battute della cena, allorquando era arrivato il momento di decidere se e come proseguire la serata, Cirillo manifestò, per bocca di Daniel, la volontà di un pò di appassionata intimità per “andare più a fondo in quella meravigliosa conoscenza” che aveva avuto luogo in quelle ore, accompagnata da un buon bicchiere di porto che magari le avrebbe fatto rivelare qualche altro segreto che ancora non era stato scoperto della sua appassionata e spregiudicata personalità.

Una volta in auto, Daniel decise inopinatamente di riprendere in mano il filo del discorso, togliendo voce a Cirillo e riprendendo le redini dell’incontro, ormai convinto che la serata di sesso fosse cosa acquisita. Iniziò a parlare di progetti di vita e pettegolezzi su amicizie comuni che lasciarono alquanto interdetta Agnese, la quale forse percepì un certo cambiamento di rotta nella linearità della serata. La banalità del discorso, una volta giunti sotto casa di Daniel, aveva provocato un brusco cambiamento degli intenti della ragazza, la quale espresse la volontà di essere riaccompagnata a casa con il pretesto che l’indomani avrebbe dovuto alzarsi presto per svolgere del lavoro che aveva in arretrato. Daniel, suo malgrado, l’accontentò e rientrò a casa da solo.

Mentre apriva la porta di casa, si ritrovò a pronunciare un “vaffanculo!” ad alta voce ed alla fine si addormentò chiedendosi se fosse stato effettivamente lui a maledire se stesso ad alta voce oppure se Cirillo aveva comunque voluto dire l’ultima, sintomatica frase di quella strana, inconsueta serata.

Intuizione

Intuizione è un attimo, una scintilla, un improvviso squarcio nella nebbia del quotidiano. E non arriva da sola, no. E’ ispirazione, capacità creativa, estro. Chi pensa che siano solo colpi di fortuna si sbaglia di grosso. L’intuizione è metodo, pensiero voluto, evoluzioni mentali…e molta chimica. L’intuizione è l’altra faccia della sensibilità. Se sei arido non intuisci le emozioni, le menti degli altri ti sono precluse e non riesci ad avere feeling. La sensibilità però ti porta su un piano pericoloso, perchè capisci i sentimenti prima che si manifestino, riesci ad assorbire emozioni nascenti, ti appropri di sguardi che non sono tuoi, rubi frutti ancora acerbi. Non sempre è positivo. L’intuizione rompe l’apparenza e genera una sensazione impercettibile che ti striscia lievemente addosso, calma e placida, a volte immobile, che resta così anche per un tempo infinito senza che tu riesca a darle retta. Poi torna ad accendersi il pensiero, la nebbia si dirada e la razionalità torna a governare tutto, riportando le cose nella loro scontata ovvietà…

Donne

Parliamo di donne.

Viste dalla parte di un uomo, ovviamente. Il problema è proprio questo: le donne non sono mai gli esseri che un uomo osserva e crede di capire nella sua mente. No, no, niente di più sbagliato. Se un uomo analizza una donna col suo metro di giudizio non capirà mai niente. Ergo, è valido anche il discorso inverso, solo che noi le sottovalutiamo, mentre loro, spesso, ci sopravvalutano.

Un uomo crederà che un “no” è no e che un “si” è un si. Invece per loro esistono solo i “forse” che racchiudono una sola risposta a svariate domande e che sono suscettibili di improvvisi cambiamenti.

Sono un’opera incompiuta, perennemente incompiuta, e si riservano il diritto di cambiare idea in corso d’opera, a seconda di ciò che un uomo fa o dice in quel determinato momento. Però, se si ostinano, cercano disperatamente, anche per mesi o anni, un senso a frasi che hanno un solo, evidente senso maschile, ma non corrisponde al loro modo di vedere, quindi cercano di adattarlo ad una delle loro infinite sfumature. E’ come voler fare entrare il piede di Lebron James nelle scarpette da danza di una ballerina. E’ inutile che vi dannate, non ci entra!

Con loro ogni strategia va a farsi fottere…mi fanno ridere quegli imbecilli che scrivono libri ed organizzano corsi di seduzione perchè secondo i loro insegnamenti ed attraverso le loro strategie “tutte cadranno ai tuoi piedi”. Forse lo fanno per spennare qualche pollo, e fin qui lo capisco, ma se ci credono vuol dire che non hanno capito un cazzo neppure loro.

Le donne vivono l’attimo come va davvero vissuto e non importa quello che succederà domani. Possono sposare uno stronzo, sapendo che è stronzo, ma in quel momento sono appagate e va bene così. Tanto sanno di avere la forza di far fronte a tutto, anche ai loro errori di un momento, ma quel momento se lo sono goduto in pieno. Certo, si lamentano anche loro, ma la capacità di reagire alle avversità che hanno creato da sole nella loro vita gli consente di vivere l’attimo molto più profondamente di noi.

Mi sembra quasi che abbiano il “carpe diem” nel loro DNA, una vicinanza molto più profonda del significato della vita di noi uomini, che invece siamo impelagati nelle pastoie di una razionalità che ci offusca la mente e che ci costringe ad evitare cazzate che potrebbero rivelarsi invece eventi molto appaganti per investire su un futuro che non c’è ancora e che forse mai ci sarà.

Loro vedono il lato bello delle cose anche dove il bello non c’è, si dipingono la mente di mille colori per scegliere quelli da dare alla vita, mentre per noi esistono solo il bianco ed il nero e, qualche volta, se siamo indecisi, il grigio.

Una donna cavalca la vita come fa con una moto, sempre seduta alla punta del sellino, quasi fosse pronta a scivolar via quando vuole mentre noi l’occupiamo al centro, forti di convinzioni che sono tutte nostre e di nessun altro.

Noi le confiniamo in due sole categorie, le brave ragazze (quelle con cui stiamo) e le puttane (le donne degli altri) mentre per loro non vale il discorso contrario. Non esistono i bravi ragazzi e i playboy, ci sono anche i soggetti, gli intellettuali, gli animali da letto col cervello di un tronista, gli amici (solo gli uomini pensano che l’amicizia con una donna non possa esistere), gli uomini “utili” (concetto sconosciuto al genere maschile), gli sfigati, i matti, quelli che “proprio non li capisco” e potrei continuare per ore…

Per noi sono belle o brutte, mentre per loro l’aspetto fisico conta fino ad un certo punto. Se sai prendere una donna alla testa allora sei arrivato anche alle sue mutande, anche se non sei proprio Brad Pitt e lei è una figa spaziale. Sembra che abbiano tutte un loro “interruttore” nascosto che ti trovi a far scattare sempre per caso e mai di proposito. Insomma, se ti va di culo e lo trovi, potresti farcela con chiunque.

Loro vedono ogni uomo in modo differente, cercano un ideale che potrebbe incarnarsi in chiunque. Ed ecco che il principe azzurro potrebbe essere basso e con gli occhiali ed avere una bicicletta invece che un cavallo bianco o una Porsche Carrera. Puoi gonfiare i muscoli quanto vuoi ed ammazzarti in palestra, ma se non dimostri di avere qualcos’altro da gonfiare ed altre carte da giocarti, con loro duri il tempo di un verde ad un semaforo.

Ed infine il paradosso più grande a testimonianza di una complessità inarrivabile: se vuoi la loro massima attenzione devi dar loro la massima attenzione, ascoltarle, magari anche solo annuendo se sei proprio un cretino. Ascoltale ed assecondale senza dar loro consigli, tanto, alla fine, fanno sempre di testa loro…

Il mio miglior nemico

Non ho nemici, almeno non credo. Come qualcuno ha già detto, sono responsabile di ciò che dico e faccio, ma non lo sono delle interpretazioni che gli altri danno ai miei gesti ed alle mie parole.

Mi sono sempre sforzato di non far del male a nessuno e quando ci sono stato proprio costretto per una questione di “legittima difesa”, ho cercato, anche a costo di sacrifici, di limitare i danni.

Quindi credo di non avere nemici nel vero senso della parola. Forse ho deluso qualcuno, ma nemici no. Almeno non nel senso che c’è qualcuno che mi vuole morto.

Bè, a ben vedere un nemico ce l’ho, il peggiore dei nemici, la mia nemesi, quello con cui combattere la più sanguinosa delle battaglie, il giustiziere dei giustizieri, il samurai invincibile: me stesso.

E’ una vita che sto cercando di farmelo amico, di parlarci, di condividere i sogni, di capirlo ed accompagnarlo dove vuole andare. E’ difficile, quasi impossibile. A volte non mi riconosco, mi sorprendo da me, quindi mi viene da pensare: se non mi riconosco io stesso come posso sperare che mi capiscano gli altri?

E, se razionalizzi questo concetto, non badi più al giudizio della gente, sai che comunque non può essere che fallace, non puoi prendertela perchè ti criticano per i capelli lunghi, i vestiti strani o i numerosi tatuaggi…non sai neanche tu perchè li hai fatti. Ti piacevano e tanto basta.

E quel desiderio che non conosci, ma che ti porta verso mete sconosciute, non sai spiegartelo neanche tu, ma c’è e lo segui.

Qui c’è da fare un distinguo. Ti fai un tatuaggio o ti tingi i capelli di blu perchè lo fanno tutti o perchè ti piace e te ne fotti del giudizio degli altri? Nel primo caso dovresti rivedere qualcosa. Ti stai lasciando trascinare da una corrente che non è la tua e che ti porterà laddove un giorno non ti piacerà essere arrivato. Allora o torni indietro oppure ti abbandoni alla corrente e rinunci ad essere te stesso. Nel secondo caso allora chiediti il perchè. Perchè ti piacciono i capelli blu o quel gigantesco tatuaggio di un gabbiano sulla schiena?

Ed ecco che ti trovi di fronte, nella sua cruda realtà, il tuo miglior nemico: quel qualcosa che ti spinge a compiere dei gesti di cui dubiti la correttezza ma che ti piace fare.

Allora lo affronti, gli chiedi: “Perchè?”. Non ti risponderà mai, ti sorriderà e ti spingerà a riflettere, ma dovrai scoprirlo da solo.

Poi ci sono delle volte in cui mi darei una pacca sulla schiena, altre volte in cui non mi sopporto proprio. Ma non riesco ad essere abbastanza soddisfatto nel primo caso e non riesco ad odiarmi nel secondo. Insomma un vero casino.

Mille volte mi sono ripromesso di fare o non fare una determinata cosa, mangiare meglio, smettere di fumare, avere una vita più regolare, non bestemmiare, non desiderare la donna d’altri…anzi no, le ultime due fanno parte di un decalogo troppo antico quindi non le ho mai sentite mie. Ma quelle che ho sentito mie invece non sono riuscito a metterle in pratica fino in fondo, inizio ma poi mi tradisco. Ma si può essere più idioti ed inaffidabili? Un giorno sono irremovibile ed il giorno dopo faccio esattamente il contrario di quello che mi ero fermamente riproposto. Non vi fidate di me, mai. Se riesco a fregare me stesso immaginate cosa potrei fare a voi.

Un nemico, se non lo puoi battere, cerchi almeno di evitarlo, ognuno per la sua strada. Ma come posso prendere una strada diversa da quella che mi sono scelto io stesso?

Se fosse possibile mi prenderei un pò di ferie da me stesso, ogni volta una silenziosa discussione col mio miglior nemico, specie quando si tratta di scelte importanti. Fallo! No, anzi, rifletti…forse non è la scelta migliore….ma si, dai, buttati! E se poi…

Eh no, basta, quando fa così proprio non lo sopporto il mio miglior nemico. ma perchè continui a mettermi in testa dei dubbi? Se ho deciso che è così, così sarà! Mmmmm…sei sicuro? ma chi comanda qui? Io o tu? E chi sono io? E chi sei tu?

Quasi sarebbero da preferire gli ordini imposti, almeno non li si può discutere anche se sono i più stupidi del mondo. Lo devo fare, quindi non rompere! Ma è possibile che per andare d’accordo io e te, devo ubriacarmi?

Io mi vedo come unico, tutti ci vediamo come unici, ma non ci rendiamo conto che in noi vivono tante personalità? E non tutte ci piacciono…il Dottor Jekyll ne sapeva qualcosa. “Oggi mi sento triste”, oppure “oggi mi sembri radioso”, “oggi non ho voglia di fare nulla”, “oggi ho un sonno pazzesco” e così via all’infinito. Quindi c’è il me triste, quello allegro, quello stanco, affamato, incazzato…oddìo allora quanti nemici ho? Stai a vedere che ne ho più dentro che fuori.

Ma, dopo tutto questo tempo a litigarci, ho capito una cosa: che riusciremo a ritrovare noi stessi soltanto quando avremo messo pace tra noi ed il nostro miglior nemico, perchè lui è li per insegnarti qualcosa che non si impara a scuola nè da nessun altra parte, qualcosa che lui sa e che sta a te scoprire. E se sei in pace con lui, sei in pace col mondo.

La straordinaria storia di una foca

Al quinto giorno della faticosa creazione della Terra e di tutti gli esseri che l’avrebbero abitata, Dio si trovò a dover organizzare la dislocazione delle sue creature, come se dovesse appiccicare le figurine su un album completamente vuoto. Si convinse che un compito del genere poteva essere affidato ad un software del suo computer che aveva appositamente creato con il simbolo del primo frutto da Lui ideato, la mela, che però quell’ingordo imbecille di Adamo aveva morsicato malgrado il suo espresso divieto, sobillato dalla sua dolce metà, tale Eva che fin da subito gli stava creando problemi di ordine e disciplina. Si appuntò che avrebbe dovuto correggere quelle sbavature creative, ma in seguito gli passò di mente.

Guardò con disappunto il suo PC con la mela morsicata e studiò un’app che sistemasse tutti gli esseri viventi nelle zone del globo più adeguate alle loro caratteristiche.

Sarebbe bastato inserire il nome e la foto di ogni singolo essere nel riquadro dell’app, che ribattezzò “Animal house”, per ottenere la zona più appropriata in cui far nascere i primi esemplari di quella specie.

Ai suoi esseri prediletti, uomo e donna, aveva riservato un posto privilegiato nel resort a 5 galassie extralusso che aveva chiamato “Eden”, da cui aveva bandito i due maggiori flagelli, le malattie e la politica, ma la loro bravata d’esordio alla sua mela lo aveva fatto veramente incazzare, al punto che si era riproposto, per i prossimi 20 milioni di anni, di non farli mai più entrare e di sistemarli invece sul pianeta insieme a tutti gli altri, con annessi di malattie, cataclismi e politici dementi così avrebbero imparato a vivere. “Tra qualche milione di anni vediamo come si comportano e poi eventualmente deciderò se ammetterli nell’Eden”, si disse (da fonti autorevoli si è venuto a sapere che, in base alla situazione attuale, ciò non avverrà mai).

Volendo comunque mettere alla prova le loro abilità in condizioni differenti, sparse gli uomini un pò a caso su tutto il globo, mandando quelli dalla carnagione più chiara nei posti con poco sole e quelli dalla pelle più scura laddove il sole batteva implacabile tutto l’anno, in modo tale che l’abbronzatura non diventasse uno status symbol e si sentissero tutti uguali, per il resto si sarebbero arrangiati.

Poi prese ad inserire i dati di tutti gli animali nell’app “animal house” e distribuì questi ultimi in base alle zone in cui le loro caratteristiche avrebbero trovato facile adattamento per la sopravvivenza.

Non si accorse che, per un bug nel programma, la foca, la quale avrebbe dovuto essere mandata principalmente ai poli per le sue evidenti caratteristiche, venne invece spedita in Africa.

Subito la foca si rese conto che qualcosa non andava. Quasi tutti gli animali che vedeva intorno avevano lunghe zampe con cui correvano come matti, chi inseguiva e chi era inseguito, uno in particolare la stupì. Aveva il collo così lungo che la foca, che invece il collo non lo aveva neanche, non riusciva neanche a vedere dov’era la testa…pensava che avesse la testa fra le nuvole. Poi si rese conto che a lei piaceva un sacco il pesce, ma di pesce lì intorno neanche l’ombra…poi con quel maledetto caldo si sarebbe accontentata anche soltanto dell’ombra senza il pesce.

Quindi fece di necessità virtù e si fece vegetariana. La prima volta che provò a mangiare verdure stette malissimo.

Una volta si trovò a tu per tu con un leone. Il bestione aveva un fare minaccioso ma la guardava con stupore. Lui evidentemente aveva concluso che le prede commestibili bisognava catturarle correndo, insomma il pane se lo doveva sudare, invece quella foca stava lì immobile che lo fissava coi suoi occhioni senza muoversi. Pensò che sicuramente non era buona da mangiare.

Ben presto tutti si accorsero che la foca, per quanto simpatica e carina, in quell’ambiente combinava soltanto disastri. Gli animali, nelle loro folli corse, inciampavano su di lei, o venivano schizzati dal fango quando trovava qualche pozzanghera con un pò d’acqua dove cercava di sguazzare e la intorbidiva tutta. E poi quel dannato caldo…

Un giorno decise di spingersi un pò oltre quell’ambiente inospitale ed arrivò alle porte di una missione dove una monaca la trovò che saltellava con difficoltà e visibilmente provata. La monaca realizzò che dovesse trattarsi di quell’animale strano di cui tutti parlavano nella savana, che faceva fare uno strano verso a tutti gli animali quando se la trovavano tra le zampe… “fo-ka” “fo-ka”, probabilmente era un abbreviativo per “fo kasino” e quindi la foca venne accolta nel villaggio e le venne dato il nome di Reicel.

Si trovò ben presto più a suo agio in quel nuovo contesto e tutta la gente del villaggio, principalmente i bambini, le si affezionarono moltissimo. Faceva versi buffi ed aveva doti che tutti iniziarono ad apprezzare col tempo. Aveva uno splendido carattere ed anche uno straordinario senso dell’equilibrio, dentro e fuori, infatti una volta che un bambino aveva provato a lanciarle una palla, Reicel era riuscita a tenerla sul muso immobile senza farla mai cadere, sintomo di grande intelligenza e concentrazione. Ogni bambino del villaggio voleva stare con lei a giocare e la foca trascorreva le ore con loro molto volentieri.

Un bel giorno Dio, facendo una verifica della situazione degli esseri viventi sulla Terra, si accorse di aver commesso un imperdonabile errore: aveva mandato la foca in Africa! Ma anche lui forse commise un secondo errore e rimandò la foca nel suo habitat preassegnato.

Una volta arrivata al polo la foca si rese conto di essere una delle tante, di non essere più apprezzata per le sue doti e qualità e, anche se c’era un sacco di pesce da mangiare ed acqua a volontà, faceva un pò troppo freddo per i suoi gusti. A quel caldo ci aveva ormai fatto l’abitudine. E poi non c’erano nè palle nè il sorriso dei bambini con cui giocare, niente risate, niente divertimento, la notte durava mesi interi ed il sole non scaldava. L’unica caratteristica che aveva conservato era quella di combinare casini nuotando ed andando a sbattere contro tutti quelli del branco di cui faceva parte. Poi c’erano tanti animali, in acqua e fuori che volevano mangiarsela.

La foca, quindi, ben presto finì con l’intristirsi, non si sentiva apprezzata, non riusciva a trovare un ruolo nel branco che le desse soddisfazione, quindi chiese a Dio di farla ritornare dai suoi bambini in Africa, dove aveva conosciuto la felicità e l’amore per le cose semplici.

“Ma una foca che si rispetti deve stare nel mare” disse Dio allorquando udì la supplica della sua creatura. Però, resosi conto che la foca era molto triste, nella sua benevolenza l’accontentò, e lei potè tornare finalmente a sorridere tra i suoi bimbi.

Non è detto che il luogo in cui nasci, con le regole e le comodità che vengono ritenute le migliori, sia il posto adatto a te. Il tuo posto è ovunque sorride il tuo cuore.

La ragazza dai capelli blu

Anna si alzò molto felice in quella soleggiata mattina di settembre. Quel giorno doveva riprendere la scuola ma l’estate era ancora stabilmente in sella al cavallo della stagione in corso e nel fine settimana si poteva ancora andare al mare.

Il giorno precedente, insieme alla sua migliore amica Elena, avevano deciso di effettuare un pò di cambiamenti e si erano colorate i capelli di una tinta particolare, lei blu acceso ed Elena rosso fucsia. Un modo innocente ed adolescenziale di rompere le regole, di distinguersi ed affermare una personalità in via di formazione, un modo come un altro di sperimentare nuove vie in quello che era ancora l’inizio dell’esistenza.

Si vestì scegliendo l’abbigliamento che più si adattava alle sue forme ed al suo stato d’animo, con dei colori in tinta alla sua nuova capigliatura. Non vedeva l’ora di affermare la propria identità al cospetto dei suoi compagni di classe, in quello che sarebbe stato l’anno conclusivo della sua avventura alle scuole superiori.

Sua madre l’aveva accompagnata come sempre all’ingresso della scuola, dandole un bacio prima di recarsi al lavoro e salutandola con affetto: “Ciao fata turchina, mi raccomando fai la brava!”.

Anna si diresse, con passo spigliato ed un sorriso orgoglioso, verso l’ingresso della scuola, diretta dalle suore del cuore immacolatissimo, per iniziare l’ultimo anno della sua esperienza didattica da adolescente per poi cimentarsi nel Colosseo dei “grandi”, al suo primo gradino costituito dalla facoltà universitaria che avrebbe scelto. Il suo sogno era sempre stato quello di fare il medico, quindi aveva le idee chiare; dopo la scuola superiore si sarebbe iscritta a medicina. Era il modo migliore per aiutare le persone in difficoltà garantendosi una vita abbastanza agiata, almeno era quello che sperava per il suo futuro.

Una volta nell’atrio, mentre stava dirigendosi verso l’aula assegnata per quell’anno alla sua classe, una voce risuonò imperiosa alle sue spalle mettendole una mano sulla spalla: “Dove credi di andare conciata così?”

Anna si bloccò, spaventata dal tocco non certo gentile e dalla voce che lasciava trapelare un disgusto che la sua mente non riusciva a capire.

Quando si voltò, incrociò lo sguardo sconvolto ed irato della preside, suor Giacinta, che aveva posto le mani sui fianchi alla maniera del più spavaldo attore di film western anni 30. Una specie di John Wayne in velo e tonaca. Non riusciva a comprendere l’atteggiamento che la preside della scuola aveva assunto e per un attimo si guardò i vestiti nell’infondato timore di aver dimenticato di indossare qualcosa. Jeans, scarpe, maglietta…no c’era tutto, quindi cosa voleva quella suora da lei?

“Non vorrai entrare in classe con quei capelli” biascicò l’anziana suora con veemenza, lasciando partire sui vestiti di Anna qualche gocciolina di astiosa saliva.

“Ma…ma…signora preside…io…io…veramente…cosa c’è che non va”?

“Cosa c’è che non vaaaa? Tu chiedi persino cosa c’è che non vaaaa? Ma ti sei vista nello specchio stamattina? Credi che siamo ad una festa di carnevale invece che al primo giorno in una scuola rispettabile? Mi stai prendendo anche in giro?”

Anna realizzò che il “problema” di suor Giacinta erano i suoi capelli ma non riusciva a capire come mai un colore diverso potesse aver provocato una reazione simile. In fondo non c’erano donne che da more si facevano bionde o viceversa? O magari rosse o con i colpi di sole…dov’era il problema se lei aveva scelto il blu? Non le risultava che il blu fosse fuorilegge. In fondo anche l’abito della donna era di un blu acceso, quindi suor Giacinta poteva indossare un abito blu e a lei era vietato portare i capelli dello stesso colore? Che razza di regola era? E chi l’aveva decisa?

“Adesso tu, signorina, prendi la tua sacca e te ne ritorni a casa, perchè qui, in quelle condizioni indecenti, non ci puoi rimanere nè potrai mai rientrarci se non torni normale! Mi chiedo cosa avranno detto i tuoi genitori…oppure hanno approvato questo scempio? Che mondo! Che tempi! Non c’è proprio speranza per questa gioventù scellerata…troppo permissivismo…dovrebbero raddrizzarvi tutti…che vergogna!”

Anna faticava a capire le ragioni della suora e di tutto il suo livore nei suoi confronti. Per cosa poi? Per il colore dei capelli? Che significava “ritornare normale”? Lei si sentiva normalissima, e poi conosceva il regolamento della scuola, c’era scritto che bisognava avere un abbigliamento decoroso, ma che c’entravano i capelli con l’abbigliamento? I percorsi mentali della suora ed i suoi seguivano direzioni completamente diverse, ma lei aveva gli esami quell’anno, del resto non aveva nessuna intenzione di raparsi a zero per far contenta la preside.

E poi…con i capelli rasati sarebbe stata “normale” o non l’avrebbero fatta entrare ugualmente? Pareva che ci fosse qualche strana regola che vietasse i capelli di un certo colore, ma non averli proprio? Quello si che sarebbe stato anormale. Forse se avesse messo su una parrucca coi capelli riccioluti e neri come un rasta o come Napo orso capo, alla suora sarebbero andati bene? Era un terno al lotto.

Chissà se c’era qualche regola sulle scarpe o i calzini uno diverso dall’altro, oppure sugli occhiali con una lente si ed una no, o ancora se si poteva accedere alla scuola con un sombrero in testa o con una carota nel naso. Cos’era normale per quella donna?

Anna aveva sempre preso bei voti, mai stata rimandata e in classe era benvoluta da tutti e adesso una normalità spuntata da chissà dove e decisa da chissà chi, ne aveva fatto una ragazza anormale. Che mondo! Che tempi! pensava Anna, vergognandosi subito dopo perchè si era messa sullo stesso piano della suora anche se da un’altra parte del pianeta.

Mentre la ragazzina veniva sospinta fuori dalla preside che continuava ad inveire contro di lei ed i suoi capelli blu, alzò gli occhi al cielo e vide Gesù che la osservava smagrito ed afflitto dal crocifisso in alto sulla parete di fronte. Le piacque pensare, solo per un attimo, che anche lui era mortificato per quello che stava succedendo e che la sua normalità non fosse quella della sua sedicente servitrice che adesso la stava cacciando fuori.

Perchè, e di questo era assolutamente certa, in Paradiso Lui l’avrebbe fatta entrare anche con i capelli blu.

Un libro

Leggere è un piacere che pochi si concedono. Per mancanza di tempo, ci si giustifica il più delle volte. Se si trova il tempo per nutrire il corpo si dovrebbe trovare anche quello per nutrire l’anima.
Un libro può essere giocoso, spiritoso, erotico, noioso, toccante, coinvolgente…tutti attributi che cerchiamo ed a volte troviamo anche nelle persone che incrociano la nostra vita. Ma un libro non tradisce mai. E’ quello che è, se non ti piace puoi metterlo da parte senza rancore. I libri non provano rancore. Danno ma non ti tolgono nulla.
Una persona può mentire, spesso solo per difendersi, un libro non mente mai. Puoi decidere di trascorrere una serata in un qualsiasi locale ma rischi di aver buttato via il tuo tempo. Puoi decidere di trascorrere un pomeriggio in libreria o una sera a leggere e non rischi mai.
Il peggiore dei sentimenti che può provocarti è l’indifferenza. Non si può odiare un libro. Una persona ha un volto ed un carattere mutevole, un libro ha solo un’anima ed è sempre quella.
Un libro è un mondo alternativo al mondo di ogni giorno, un oggetto che senza far troppo rumore, ci consegna realtà inimmaginabili, creando quel vuoto nel mondo reale che spesso cerchiamo troppe volte invano.
I libri hanno vita propria, credo che non siamo noi a sceglierli, ma sono loro a scegliere noi con quelle copertine ammiccanti ed i loro titoli, proprio come fanno gli abiti e l’aspetto per le persone.
Spesso non ci rendiamo conto che dietro quelle parole c’è l’animo di una persona con cui abbiamo deciso di trascorrere il nostro tempo, famosa o sconosciuta. Volete mettere la soddisfazione di poter dire di aver conosciuto Shakespeare, Omero, Dante, Dostoevskij, Pirandello o addirittura Buddha. Già, perchè un libro trascende il tempo e le distanze e ti fa entrare nel mondo migliore di persone distanti migliaia di chilometri, che parlano altre lingue o che non ci sono più da secoli o millenni. Perchè leggere un libro è sempre guardare avanti anche se stai andando indietro nel tempo, perchè la nostra esperienza comincia dove quella dell’autore finisce.
Non ha importanza ciò che leggi, un libro, se letto al momento giusto, ti sfonda l’anima e ti cambia per sempre.