Giorno: 12 ottobre 2015

Wabi – Sabi

Credo che la lettura sia davvero un cibo per l’anima. Si condividono pensieri e stati d’animo unici che ci trasmettono sensazioni che la nostra anima riconosce come “sue” senza bisogno di rileggerle. Risaltano immediate, tutto qui.

E’ quello che mi sta succedendo durante la lettura di un libro che avevo sempre messo in disparte con la classica affermazione “lo leggerò dopo”.

Il lettore compulsivo, alla cui categoria appartengo, lo riconosci dal fatto che compra più libri di quanti sa di riuscirne a leggere. Li prende e li mette da parte come farebbe uno scoiattolo con le noci o Zio Paperone con le monete d’oro e sta li a guardarseli pregustando il momento di quando arriverà il loro turno.

Il libro in questione è “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery, una scrittrice francese che ha creato un piccolo capolavoro, delineando figure umane di una bellezza e poesia incredibili, nel bene e nel male. Ve lo consiglio.

Nel corso della narrazione mi sono imbattuto in un concetto che mi ha molto colpito, proveniente dalla cultura giapponese. Il wabi-sabi.

Allora cos’è il wabi-sabi? Per gli abitanti del Sol levante è un concetto indefinibile, che riguarda uno stato d’animo e non qualcosa di concreto. Un giapponese stesso lo ha definito come il tentativo di spiegare, in termini fisici, il gusto del cioccolato a chi non lo ha mai assaggiato, attraverso la sua forma ed il suo colore.

Il wabi-sabi è una visione del mondo, fondata sull’accoglimento della transitorietà delle cose, derivata dalla dottrina buddista sull’impermanenza di tutte le cose e dai concetti taoistici.

I termini sono intraducibili, come spesso accade per gli ideogrammi orientali, ma il concetto che ho trovato più significativo è associato a quello che è stato uno dei più grandi architetti della storia, Frank Loyd Wright, il quale sosteneva che una costruzione o, in generale, una cosa, dovrebbe comunque avere in se una sua bellezza. La quale non deve derivare dalla forma e dal modo con cui è costituita, nè da cosa le si mette sopra per abbellirla.

E’ la bellezza delle cose imperfette, grezze, senza inutili aggiunte estetiche; la bellezza delle cose semplici, umili e modeste, con tutte quelle particolarità e stranezze che aggiungono eleganza ed unicità a qualsiasi cosa. E’ collegato alla semplicità della cerimonia del tè.

Un documento zen dei primi dell’800 riporta questa definizione: “Wabi significa che, anche nelle ristrettezze, non nasce alcun pensiero di disagio. Anche nelle difficolta’, l’individuo non e’ mosso da alcun sentimento di bisogno. Anche di fronte al fallimento, uno non pensa all’ingiustizia. Se ti senti prigioniero delle ristrettezze, se ti lamenti delle cose che non hai come privazioni, se ti lamenti perche’ le cose non sono andate per il tuo verso, questo non e’ wabi”.

E’ un’elogio dell’imperfezione ed io la trovo una cosa meravigliosa…