Giorno: 6 maggio 2018

Saluti per tutti

Non scrivo questo post con l’intento di salutare nessuno, ma solo per rendervi partecipi di un particolare aspetto della nostra vita che, qui in occidente (come tantissime altre cose), ha perso ogni significato simbolico ed è addirittura in via di estinzione totale, forse sacrificato anche quello sull’altare della onnipotente “dea fretta” che richiede all’indaffarato pirlone occidentale di non perdere neanche un secondo per produrre e consumare.
Sto parlando dei saluti, che invece reputo una cosa importantissima nelle relazioni umane, già esistenti oppure nasciture. Salutare qualcuno all’inizio di un incontro o di una conversazione è un pò come celebrare la nascita di qualcosa e farlo alla fine è il suggello a ciò che si è dato e ricevuto in quel periodo più o meno lungo che in ogni caso deve per forza averci scatenato almeno un’emozione, sebbene sia stata solo la noia.
Al giorno d’oggi, fatta eccezione per l’abbraccio, bella ed unica manifestazione superstite dell’affetto tra due persone (quando è sincero), qui da noi nel West ci limitiamo ad un “ciao” o ad un formale “buongiorno” o “buonasera”, magari accompagnato da una fugace stretta di mano che il più delle volte da l’impressione di aver toccato una medusa piuttosto che l’estremità di un essere umano.
Questo nella media, laddove agli estremi di questo “squallore” troviamo, da un lato l’ormai obsoleto baciamano tra uomo e donna, quasi del tutto estinto, mentre nel gradino più basso troviamo l’“alve a tono basso da ascensore”, crasi per salve, rivolto, solo da parte dei più educati, a chi incontriamo casualmente.
Il panorama dei nostri saluti si chiude qui e l’unico gesto che conosciamo, la stretta di mano, è un gesto le cui origini, molto antiche, derivano comunque dalla mancanza di fiducia reciproca, quando tra signori o guerrieri ci si stringeva l’avambraccio per sincerarsi che l’altro non avesse qualche pugnale nascosto. Come possiamo constatare non siamo cambiati affatto.
Nell’antica Roma era considerato il saluto tra gladiatori, mentre il saluto legionario prevedeva il battersi il petto con la mano destra e quello comune era il noto saluto romano con braccio teso e mano aperta, oggi rifuggito e temuto solo perchè un tizio pelato, meno di un secolo fa, decise di rispolverarlo e farne il simbolo del suo fallimentare programma.
Se ci spostiamo verso oriente la musica cambia del tutto ed anche un semplice saluto viene caricato di un fascino tutto particolare.
Prima di arrivare in estremo oriente fermiamoci un attimo nei paesi arabi. Da quelle parti, nella versione completa, si recita la formula “As Salam alaikum” che significa “la pace sia con te” mentre la mano tocca in successione il torace, le labbra e la parte centrale della fronte concludendosi in un inchino, in una gestualità che sta a significare che si offre il cuore, l’anima e la mente a chi ci sta di fronte. Non male davvero.
Prima di arrivare in estremo oriente, dove il saluto è un rito carico di significati, tappa obbligata in India e Nepal dove ci si saluta congiungendo le mani nel gesto simile a quello della preghiera, unite all’altezza del petto, inchinandosi a chi ci sta di fronte recitando la parola “Namastè”. L’angolazione dell’inchino sarà tanto maggiore quanto è importante e saggia la persona che si incontra. Il suo significato è quello di “mi inchino a te”, sottintendendo che ci si inchina di fronte alle qualità divine che si riconoscono a tutti sulla base degli insegnamenti del buddismo.
In Cina, la patria delle arti marziali, esiste un saluto meraviglioso, chiamato bao-quan-li, dove la mano destra si chiude a formare un pugno che viene appoggiato al palmo della mano sinistra aperta, entrambe all’altezza del petto, accompagnate da un leggero inchino. Il gesto sta a significare l’alternanza delle forze negative e positive, yin e yang, con la mano aperta che rappresenta la ferma volontà di fermare la violenza del pugno, in un concetto che vede l’intelligenza, in altre parole, dominare la forza. Inutile dire che l’esecuzione perfetta di questo saluto prima di ogni combattimento di arti marziali è più importante del combattimento stesso.
Chiudiamo questo breve viaggio con il Paese del sol levante, il Giappone, dove ci si saluta con il “Rei”, il saluto degli antichi samurai, che viene considerato “la norma più importante della vita sociale”. E’ un saluto molto complesso, che implica una postura allineata ed eretta dei tre “hara”, i centri del ventre, del busto e della testa, sedi di volontà, emotività ed intelletto. Le mani sono serrate e distese lungo le cosce ed anche qui l’angolo dell’inchino si adatta all’importanza dell’interlocutore. Inutile dire che i giapponesi ci tengono moltissimo a questo saluto, carico di simbolismo spirituale, come tutti quelli a cui ho accennato e che non approfondisco in questa sede, anche se ci sarebbe da fare un post su ognuno di essi.
Provate a fare un “Rei” o un “Namastè” al primo che incontrate domani per strada o in ascensore e vedrete che vi mandano la neuro a casa.
Non so come salutarvi, quindi scegliete voi quello che più vi piace.